Il Punitore di se stesso (Heautontimorumenos) di Terenzio contiene uno dei versi più famosi della letteratura occidentale:
Homo sum: humani nihil a me alienum puto(cioè: “Sono un uomo: nulla di ciò che è umano mi è alieno/non mi interessa/non mi riguarda”).
Per capire bene il senso di queste celebri parole, però, è bene ricordare il contesto nel quale vengono pronunciate. Siamo all’inizio del primo atto della commedia, quando Cremete si rivolge al vicino Menedemo (il “punitore di se stesso” del titolo) chiedendogli conto del suo strano comportamento: Menedemo è vecchio e ricco, ha molti schiavi, possiede un terreno fertile, ma si affatica tutto il giorno a curare personalmente il terreno come se fosse giovane e povero.
Menedemo inizialmente reagisce in modo brusco alle domande di Cremete (“Hai tanto poco da fare che anziché pensare agli affari tuoi ti occupi delle cose che non ti riguardano?”), e questi gli risponde con il verso famoso, cui seguono questi altri:
Vel me monere hoc vel percontari puta:(cioè: “Tu piuttosto interpreta le mie parole come un consiglio per me o come una domanda: se è giusto vivere come fai tu, perché ti imiti anch’io, e se non è giusto, per farti riflettere”).
La humanitas terenziana, dunque, non è semplicemente il sentimento di fratellanza che dovrebbe unire tutti gli uomini che si trovano a condividere la condizione umana, le traversie della vita, ma è qualcosa di più: significa consapevolezza che le esperienze umane sono varie, diverse e molteplici, e disponibilità ad apprenderle e, a propria volta, ad insegnarle ad altri. Nel resto della commedia, almeno finché le esigenze della trama farsesca non prendono definitivamente il sopravvento, questa humanitas si esprime fondamentalmente nel reciproco scambio di conoscenze e consigli tra i due vecchi Cremete e Menedemo.
Questa commedia di Terenzio è altresì insolitamente ricca di interesse dal punto di vista della storia economica. Ciò non tanto per l’attenta considerazione del denaro e della ricchezza che caratterizza tutti i personaggi, ma soprattutto per il comportamento di Menedemo. Questi, di famiglia povera, in gioventà si era arruolato e aveva guadagnato grandi ricchezze come soldato al servizio del re di Persia: si tratta quindi, come abbiamo già visto recensendo il libro di Finley, della tradizionale visione antica della ricchezza che si ottiene principalmente attraverso la spoliazione (la guerra e la conquista) o il favore del re e dei potenti. Ma nel momento in cui Menedemo si rende conto di aver rovinato la vita del figlio con la sua eccessiva severità (tanto che il figlio a sua volta si fa soldato e va all’estero a combattere), decide di rinunciare agli agi e all’ozio: vende tutti gli schiavi, salvo quelli che lo possono aiutare a lavorare i suoi campi, vende i mobili e le suppellettili, e da mane a sera si dedica al lavoro: “Sarei un disgraziato se continuassi a vivere così: finché mio figlio, per colpa mia, soffrirà di fame e di nostalgia, in terra straniera, io mi punirò per il male che gli ho fatto: lavorerò con tutte le mie forze, risparmierò, guadagnerò: e tutto questo lo farò solo per lui”, vv.136-139). Questo comportamento (risparmiare e guadagnare) è del tutto insolito nel mondo antico, almeno per i ceti non marginali (schiavi, stranieri, ecc.), ed è appunto visto come aberrante dal vicino Cremete; ed è significativo che Terenzio abbia sentito il bisogno di giustificare la scelta di vita di Menedemo mediante una ragione psicologica profonda come la volontà di punire se stesso per una colpa commessa.