Vandana Shiva e Madre Natura
Secondo Shiva, come pure secondo molti altri, esisterebbe innanzitutto una “ideologia dello sviluppo” (o “sviluppista”); questa ideologia mirerebbe a
“portare tutti i prodotti della natura dentro l’economia di mercato come materie prime per la produzione di merci. Allorché queste risorse sono già usate dalla natura per mantenere la sua rinnovabilità e dalla gente per procurarsi sostentamento e vita, il loro spostamento nell’economia di mercato genera una condizione di scarsità per la stabilità ecologica e crea nuove forme di povertà per la gente.”[1]
In altre parole, secondo l’autrice, l’uso che nell’economia di mercato si fa delle risorse naturali è diverso (e, va da sé, peggiore) di quello che ne farebbe la “natura” o in ogni caso di quel che ne farebbero gli uomini in un’economia di sussistenza. La distinzione è bizzarra (in particolare il richiamo all’uso che la natura fa delle proprie risorse per ‘rinnovarsi’), né d’altronde Shiva si degna di fornire qualche dettaglio.[2] Eppure, sia che io tagli legna per bruciarla nel camino, sia che la venda ad altri che parimenti la usano per bruciarla nel camino, il risultato resta lo stesso, cioè che della legna è stata tagliata e bruciata, anche se nel secondo caso il legno lo chiamiamo ‘merce’ e nel primo no. Preferire l’una soluzione all’altra è dunque del tutto arbitrario. Come si vede, la distinzione è affine a quella merci/beni proposta da Pallante: tutto va bene finché le risorse naturali sono usate dalla stessa Natura “per mantenere la sua rinnovabilità” oppure dagli uomini per autoconsumo, mentre tutto va improvvisamente male se le stesse risorse vengono ‘spostate nell’economia di mercato’, anche se in concreto l’uso che si fa delle risorse è esattamente lo stesso. Non ci sono sfumature, chiaroscuri, passaggi, contaminazioni: di qua c’è tutto il bene, di là tutto il male.
