Main

March 17, 2013

Vandana Shiva e Madre Natura

Vandana Shiva (un’attivista ambientalista indiana, molto nota anche in Italia) ha formulato in moltissimi libri e articoli la sua visione della decrescita.
Secondo Shiva, come pure secondo molti altri, esisterebbe innanzitutto una  “ideologia dello sviluppo” (o “sviluppista”); questa ideologia mirerebbe a
portare tutti i prodotti della natura dentro l’economia di mercato come materie prime per la produzione di merci. Allorché queste risorse sono già usate dalla natura per mantenere la sua rinnovabilità e dalla gente per procurarsi sostentamento e vita, il loro spostamento nell’economia di mercato genera una condizione di scarsità per la stabilità ecologica e crea nuove forme di povertà per la gente.[1]
In altre parole, secondo l’autrice, l’uso che nell’economia di mercato si fa delle risorse naturali è diverso (e, va da sé, peggiore) di quello che ne farebbe la “natura” o in ogni caso di quel che ne farebbero gli uomini in un’economia di sussistenza. La distinzione è bizzarra (in particolare il richiamo all’uso che la natura fa delle proprie risorse per ‘rinnovarsi’), né d’altronde Shiva si degna di fornire qualche dettaglio.[2] Eppure, sia che io tagli legna per bruciarla nel camino, sia che la venda ad altri che parimenti la usano per bruciarla nel camino, il risultato resta lo stesso, cioè che della legna è stata tagliata e bruciata, anche se nel secondo caso il legno lo chiamiamo ‘merce’ e nel primo no. Preferire l’una soluzione all’altra è dunque del tutto arbitrario. Come si vede, la distinzione è affine a quella merci/beni proposta da Pallante: tutto va bene finché le risorse naturali sono usate dalla stessa Natura “per mantenere la sua rinnovabilità” oppure dagli uomini per autoconsumo, mentre tutto va improvvisamente male se le stesse risorse vengono ‘spostate nell’economia di mercato’, anche se in concreto l’uso che si fa delle risorse è esattamente lo stesso. Non ci sono sfumature, chiaroscuri, passaggi, contaminazioni: di qua c’è tutto il bene, di là tutto il male.


[1] SHIVA,  Develop. Dict., p. 240.
[2] Quando lo fa, come quando menziona la trasformazione della terra da foresta a “piantagioni monoculturali di alberi industriali” o dell’acqua da “la produzione di alimenti basilari e la fornitura di acqua potabile a coltivazioni commerciali” (in Develop. Dict., p. 240),  continua a non spiegarci perché questa trasformazione non servirebbe anch’essa a soddisfare bisogni basilari della popolazione, e trascura distinzioni elementari. Se il disboscamento è male, forse allora  aumentare la produttività agricola per ettaro è bene, visto che in questo modo diminuirò l’impiego di terra; ma allora perché condannare per principio l’agricoltura ‘industriale’? Non sarebbe più logico verificare quale delle due sia più produttiva o soddisfi più adeguatamente i bisogni fondamentali?

Continua a leggere "Vandana Shiva e Madre Natura" »

July 26, 2012

La crescita secondo il prof. Galimberti

In un libercolo dal titolo pomposo (I miti del nostro tempo, Feltrinelli, 2012), Umberto Galimberti si occupa da par suo anche della crescita.

Secondo Galimberti, i miti sono idee così radicate “da agire in noi come dettati ipnotici che non sopportano alcuna critica, alcuna obiezione”; “a differenza delle idee che pensiamo, i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima… sono idee semplici che noi abbiamo mitizzato perché sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, togliendo ogni dubbio” (p. 11). E quindi occorre rivisitarli criticamente. Tra questi miti (per la precisione, tra i miti “collettivi”), c’è per G. anche la crescita.
Ma vediamo innanzitutto come G. considera la crescita zero:
si può sempre dire che un po’ di povertà non fa male: contiene i costumi che abbiamo spinto un po’ all’eccesso, spopola i ristoranti dove per la troppa gente  non si riesce più a scambiar parola, riduce il traffico che ha trasformato le vie delle nostre città in un unico grande parcheggio, allenta la morsa dei weekend forzati, assottiglia, nelle agenzie di viaggio, le folle di quanti pensano che basti cambiar cielo per cambiar animo. Le discoteche chiuderanno qualche ora prima, alcuni giovani vedranno ridotte le loro chance di finire direttamente al cimitero” (p. 279).

Continua a leggere "La crescita secondo il prof. Galimberti" »

August 3, 2010

Il saccheggio dell'intelligenza

Uno si aspetterebbe che un libro così - scritto da un professore di diritto comparato e da un'antropologa giuridica - fosse pieno di esempi parlanti e di dati significativi. Ma invece è molto deludente da questo punto di vista. Non che dagli altri punti di vista sia meglio.

La tesi fondamentale è presto spiegata: la rule of law   (un concetto un po' difficile da tradurre: gli autori propongono "regime di legalità") secondo i due autori è fondamentalmente un costrutto ideologico, uno strumento retorico che serve ad occultare il, e a guadagnare consensi al, saccheggio. Ma per cominciare, che cos'è il saccheggio? Non è chiaro, mancando una definizione precisa. Si può dire che il s. è per gli autori ogni trasferimento di ricchezza dai meno ai più abbienti, sia che detto trasferimento avvenga pacificamente o in modo violento, contro la legge o nel rispetto di questa. Non ci vuol molto a capire che, partendo da una definizione del genere, si arriverà presto o tardi un po' dovunque si voglia, per es. a sostenere che tutta la civiltà giuridica occidentale (dai Romani a Sir Edward Coke) si basa sul saccheggio: e infatti, Mattei e Nader sostengono appunto che il diritto occidentale (ma solo quello occidentale, a quanto pare) ha a suo fondamento la santità della proprietà privata, cioè  l'assunzione a paradigma eterno e immodificabile di una distribuzione dei beni estremamente squilibrata ed ingiusta.

Continua a leggere "Il saccheggio dell'intelligenza" »

June 7, 2010

Laboratorio giuridico

Mi sono accorto che moltissimi non sanno - o meglio, non hanno la minima idea - di come funziona il diritto: quali preoccupazioni guidano l'operatore del diritto (la parola "giurista", ormai, mi fa purtroppo schifo), cioè l'avvocato, il giudice, il notaio, il commentatore di leggi e sentenze; quali sono le tecniche che usa, i suoi metodi di lavoro, insomma che strumenti usa e come li adopera. Non mi nascondo che analoga operazione andrebbe fatta per un sacco di altre materie (architetture, economia, musica, politica, scienze ecc.), ma siccome questo è quello che so fare, e comunque da qualche parte bisognerà pure cominciare, è da qui che vorrei cominciare. Pronto ovviamente, se la cosa piacerà e qualcun altro ci si vorrà impegnare, ad estendere il programma.

L'idea sarebbe quella di far vedere, con esempi pratici, i problemi affrontati normalmente da chi lavora nel campo del diritto, cercando di risolverli insieme. Spesso, come vedremo, si tratta di problemi aperti, suscettibili di diverse soluzioni (il diritto non è una scienza!), ma l'obiettivo qui non è quello di imparare delle nozioni (che peraltro non fanno mai male), ma capire meglio il genere di lavoro che comporta il diritto.

Cominciamo da questo caso (non vi dico da dove l'ho tratto, così la suspense è accresciuta).

Lo scrittore Paolo Gorreri ha raggiunto una grande notorietà sotto lo pseudonimo di Steve Melville, quale autore di libri gialli. Giunto in tarda età, smette di scrivere e concede a un giovane scrittore il permesso di usare il suo pseudonimo, contro il pagamento di un corripettivo pari al 10% dei guadagni che questi realizzerà continuando la fortunata serie di libri gialli. Il giovane adotta lo pseudonimo, ma successivamente rifiuta di pagare il corrispettivo. Può il Gorreri pretendere il pagamento? Può impedirgli di usare lo pseudonimo?

Vi dico da subito che le norme da cui partire sono gli artt. 6, 7 e 9 del Codice civile, che potete trovate linkato nel blogroll di sinistra.  

March 19, 2007

Un convegno sulla concorrenza

Avendo appena passato una settimana al convegno del salisburghese Center for International Legal Studies (CILS) a Kitzbuhel dedicato al diritto della concorrenza, mi pare giusto darne qui una breve sintesi (anche perché non pensiate, come i miei soci, che sono andato là solo per sciare). Una trentina di giuristi, in gran parte europei (italiani – quorum ego -, spagnoli, inglesi, ungheresi, slovacchi, cechi, svizzeri e tedeschi), quasi (ucraini, turchi),  americani (USA e Canada) e neozelandesi (quest’ultimo, piuttosto silenzioso) si sono riuniti per confrontare le rispettive esperienze sul campo. Come spesso accade, i paesi ultimi arrivati sulla scena del diritto antitrust si lamentano dell’incompetenza delle autorità preposte e dell’assenza di risorse, mentre quelli un po’ più avanti gli fanno un amichevole pat-pat sulla spalla dicendogli “Come vi capiamo, era così anche per noi agli inizi” oppure “Come vi capiamo, ma non vi preoccupate, nonostante le arie che ci diamo, siamo nella stessa situazione ancora oggi”. Per quanto va obiettivamente riconosciuto che la recente decisione dell’Autorità antitrust ucraina, che ha molto creativamente deciso che i prodotti di una impresa di detergenti, rispettivamente venduti nella fascia di prezzo  alta, in quella media e in quella bassa, facevano parte di TRE distinti mercati anziché di uno solo, ha destato l’ammirazione generale.

Continua a leggere "Un convegno sulla concorrenza" »

February 1, 2007

Le Interdizioni Israelitiche

Carlo Cattaneo, Interdizioni Israelitiche, Torino, Einaudi, 1987.                  

Questo libro, uscito nel 1837, si può considerare come l’atto di nascita di una disciplina che nel Novecento avrà grande fortuna: l’analisi economica del diritto. In genere si pensa che essa sia nata nel 1960/61, con l’uscita in contemporanea dei libri di Calabresi, Posner e Trimarchi sulla responsabilità civile: ma in realtà risale a oltre cent’anni prima.

Quella parte della pubblica economia la quale svolge gli effetti pratici della legge civile non fu presa ancora ad oggetto di deliberata investigazione. I giurisconsulti non amano dilungarsi dalle fonti positive; e gli economisti sono per lo più digiuni di dottrine legali e proclivi a confondere i confini dell’autorità con quelli dell’arbitrio. La scienza stessa dell’economia conta poco più di un secolo di vita. (...) Epperò è naturale che la scienza economica non sia ancora pervenuta a tutte le sue applicazioni. Romagnosi (...) ci indicò il metodo col quale unificare il diritto e l’economia sottoponendo al freno del diritto le pretensioni dell’interesse, e alla sanzione dell’interresse le asserzioni del diritto” (p. 4-6). Mai argomento di un programma di ricerca (cui Cattaneo avrebbe, in sostanza, dedicato quasi tutta la sua vita)  fu esposto con maggiore chiarezza.

Continua a leggere "Le Interdizioni Israelitiche" »