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    <title>Karl Kraus: Recensioni</title>
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    <updated>2013-06-09T18:58:09Z</updated>
    <subtitle>Faccio di una mosca un elefante. Non è arte questa?</subtitle>
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    <title>Il mondo fino a ieri</title>
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    <published>2013-06-09T18:50:12Z</published>
    <updated>2013-06-09T18:58:09Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[J.DIAMOND, The World until Yesterday, London, Allen Lane, 2012 L&rsquo;ultimo libro di Diamond, bench&eacute; non sia dello stesso valore di Guns, Germs, and Steel, &egrave; senz&rsquo;altro assai migliore di Collasso. Vale quindi la pena. Si tratta di una lunga panoramica...]]></summary>
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            <category term="Antropologia" />
    
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        <![CDATA[<span>J.DIAMOND, <em><u>The World until Yesterday</u></em>, London, Allen Lane, 2012 <br /></span><p>L&rsquo;ultimo libro di Diamond, bench&eacute; non sia dello stesso valore di <em>Guns, Germs, and Steel</em>, &egrave; senz&rsquo;altro assai migliore di <em>Collasso</em>. Vale quindi la pena. Si tratta di una lunga panoramica delle differenze tra le societ&agrave; primitive e le societ&agrave; moderne (effettuata in prevalenza tramite i ricordi di prima mano della lunga carriera di antropologo culturale dell&rsquo;autore, specie in Nuova Guinea) in alcuni settori specifici (amici e nemici, commercio, risoluzione dei conflitti, guerre, <span>&nbsp;</span>allevamento dei bambini, atteggiamento verso i vecchi, atteggiamento verso il pericolo, alimentazione). E&rsquo; una specie di confronto da cui si deduce che, bench&eacute; nel complesso i vantaggi della civilt&agrave; moderna siano indubbi, vi sono per&ograve; degli specifici aspetti delle civilt&agrave; premoderne che faremmo bene ad imitare: l&rsquo;auspicio di Diamond, quindi, non &egrave; di buttare a mare i benefici della civilt&agrave; moderna, ma di integrare, nella misura del possibile, alcuni aspetti delle civilt&agrave; precedenti nella nostra. <span>&nbsp;</span>Chi si aspettava una versione &ldquo;presentabile&rdquo; dei deliri dei neoprimitivisti (magari alla luce di <em>Collasso</em>, o del <span>&nbsp;</span>lamentevole saggetto di Diamond sulla nascita dell&rsquo;agricoltura di qualche anno fa) &egrave; dunque servito. La cosa pi&ugrave; importante, poi, &egrave; che questo auspicio si accompagna in Diamond alla consapevolezza che ogni cambiamento del genere non potr&agrave; essere prodotto se non dalle pratiche collettive, quindi dalla politica: anche questo non potr&agrave; non deludere i molti decrescenti o neoprimitivisti che non hanno ancora capito come sia impossibile procedere a cambiamenti della struttura sociale solo mediante la &lsquo;conversione&rsquo; o lo stile di vita individuale. Il tutto, condito da una quantit&agrave; impressionante di notizie che spaziano dalla biologia all&rsquo;antropologia, che ne fanno una lettura istruttiva e divertente, nonostante (o forse anche grazie) la notevole mole.</p><p>Il libro &egrave; stato appena tradotto da Einaudi. A proposito, hanno appena tradotto (per Bollati Boringhieri, anche il meraviglioso romanzo di Spufford sull&rsquo;Unione Sovietica (si intitola <em>L&rsquo;ultima favola russa</em>): chi non l&rsquo;avesse ancora letto, far&agrave; bene a procurarselo.</p>]]>
        
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    <title>Vandana Shiva e Madre Natura</title>
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    <published>2013-03-17T19:20:20Z</published>
    <updated>2013-03-17T19:21:26Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[Vandana Shiva (un&rsquo;attivista ambientalista indiana, molto nota anche in Italia) ha formulato in moltissimi libri e articoli la sua visione della decrescita. Secondo Shiva, come pure secondo molti altri, esisterebbe innanzitutto una&nbsp; &ldquo;ideologia dello sviluppo&rdquo; (o &ldquo;sviluppista&rdquo;); questa ideologia mirerebbe...]]></summary>
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            <category term="Diritto &amp; Economia" />
    
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        <![CDATA[<span>Vandana Shiva (un&rsquo;attivista ambientalista indiana, molto nota anche in Italia) ha formulato in moltissimi libri e articoli la sua visione della decrescita. <br /></span><span>Secondo Shiva, come pure secondo molti altri, esisterebbe innanzitutto una<span>&nbsp; </span>&ldquo;ideologia dello sviluppo&rdquo; (o &ldquo;sviluppista&rdquo;); questa ideologia mirerebbe a <br /></span><span>&ldquo;<em>portare tutti i prodotti della natura dentro l&rsquo;economia di mercato come materie prime per la produzione di merci. Allorch&eacute; queste risorse sono gi&agrave; usate dalla natura per mantenere la sua rinnovabilit&agrave; e dalla gente per procurarsi sostentamento e vita, il loro spostamento nell&rsquo;economia di mercato genera una condizione di scarsit&agrave; per la stabilit&agrave; ecologica e crea nuove forme di povert&agrave; per la gente.</em>&rdquo;<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"></a><span><span><span><span>[1]</span></span></span></span> <br /></span><span>In altre parole, secondo l&rsquo;autrice, l&rsquo;uso che nell&rsquo;economia di mercato si fa delle risorse naturali &egrave; diverso (e, va da s&eacute;, peggiore) di quello che ne farebbe la &ldquo;natura&rdquo; o in ogni caso di quel che ne farebbero gli uomini in un&rsquo;economia di sussistenza. La distinzione &egrave; bizzarra (in particolare il richiamo all&rsquo;uso che la natura fa delle proprie risorse per &lsquo;rinnovarsi&rsquo;), n&eacute; d&rsquo;altronde Shiva si degna di fornire qualche dettaglio.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"></a><span><span><span><span>[2]</span></span></span></span> Eppure, sia che io tagli legna per bruciarla nel camino, sia che la venda ad altri che parimenti la usano per bruciarla nel camino, il risultato resta lo stesso, cio&egrave; che della legna &egrave; stata tagliata e bruciata, anche se nel secondo caso il legno lo chiamiamo &lsquo;merce&rsquo; e nel primo no. Preferire l&rsquo;una soluzione all&rsquo;altra &egrave; dunque del tutto arbitrario. Come si vede, la distinzione &egrave; affine a quella merci/beni proposta da Pallante: tutto va bene finch&eacute; le risorse naturali sono usate dalla stessa Natura &ldquo;per mantenere la sua rinnovabilit&agrave;&rdquo; oppure dagli uomini per autoconsumo, mentre tutto va improvvisamente male se le stesse risorse vengono &lsquo;spostate nell&rsquo;economia di mercato&rsquo;, anche se in concreto l&rsquo;uso che si fa delle risorse &egrave; esattamente lo stesso. Non ci sono sfumature, chiaroscuri, passaggi, contaminazioni: di qua c&rsquo;&egrave; tutto il bene, di l&agrave; tutto il male. <br /></span><div><br /><hr width="33%" size="1" /><div id="ftn1"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a><span><span><span><span><span>[1]</span></span></span></span></span><span> SHIVA,<span>&nbsp; </span>Develop. Dict., p. 240.<br /></span></div><div id="ftn2"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"></a><span><span><span><span><span>[2]</span></span></span></span></span><span> Quando lo fa, come quando menziona la trasformazione della terra da foresta a &ldquo;<em>piantagioni monoculturali di alberi industriali</em>&rdquo; o dell&rsquo;acqua da &ldquo;<em>la produzione di alimenti basilari e la fornitura di acqua potabile a coltivazioni commerciali</em>&rdquo; (in Develop. Dict., p. 240),<span>&nbsp; </span>continua a non spiegarci perch&eacute; questa trasformazione non servirebbe anch&rsquo;essa a soddisfare bisogni basilari della popolazione, e trascura distinzioni elementari. Se il disboscamento &egrave; male, forse allora<span>&nbsp; </span>aumentare la produttivit&agrave; agricola per ettaro &egrave; bene, visto che in questo modo diminuir&ograve; l&rsquo;impiego di terra; ma allora perch&eacute; condannare per principio l&rsquo;agricoltura &lsquo;industriale&rsquo;? Non sarebbe pi&ugrave; logico verificare quale delle due sia pi&ugrave; produttiva o soddisfi pi&ugrave; adeguatamente i bisogni fondamentali?<br /></span></div></div>]]>
        <![CDATA[<span>Secondo Shiva, originariamente la parola &lsquo;risorsa&rsquo; si riferiva alla vita, e richiamava direttamente la natura come spontanea generatrice di doni per l&rsquo;umanit&agrave;, che quest&rsquo;ultima doveva accettare con gratitudine. Tuttavia, &ldquo;<em>con l&rsquo;avvento di industrialismo e colonialismo</em>&rdquo;, vi fu un mutamento e la risorsa venne per la prima volta concepita come una materia prima, inerte, in attesa di essere estratta e trasformata dall&rsquo;uomo; in questo modo la Natura &ldquo;<em>&egrave; stata vistosamente privata del suo potere creativo: essa si &egrave; trasformata in un deposito di materie prime in attesa di essere trasformate in ingredienti per la produzione di merci</em>&rdquo;. Di conseguenza, viene meno anche la capacit&agrave; creativa della natura e il connesso rapporto di &lsquo;reciprocit&agrave;&rsquo; con essa: &ldquo;<em>&egrave; ora semplicemente la inventiva e industriosit&agrave; umana<span>&nbsp; </span>che conferisce valore alla natura. Perch&eacute; le risorse naturali richiedono di essere &lsquo;sviluppate&rsquo;&hellip; Da ora in poi, diventer&agrave; senso comune che &lsquo;le risorse naturali non possono svilupparsi da s&eacute;&rsquo;</em>&rdquo;.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"></a><span><span><span><span>[1]</span></span></span></span><br /></span><span>A quanto pare, tutto il male sarebbe venuto da qui: &ldquo;<em>questo ha creato un nuovo dualismo fra natura e umanit&agrave;&hellip; la relazione della gente verso la natura &egrave; stata trasformata, da una basata sulla responsabilit&agrave;, sull&rsquo;autocontrollo e sulla reciprocit&agrave; a una basata sullo sfruttamento incontrollato</em>&rdquo;. E&rsquo; una marcia senza soste sulla strada della mercificazione: &ldquo;<em>prima la terra &egrave; stata trasformata in una risorsa, poi le foreste e l&rsquo;acqua, e ora con la marcia spedita della tecnologia &egrave; la volta dei semi a essere convertiti in quelle che oggi si chiamano &lsquo;risorse genetiche&rsquo;</em>&rdquo;.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"></a><span><span><span><span>[2]</span></span></span></span><br /></span><span>Per&ograve;, di fronte ad affermazioni del genere, &egrave; opportuno farsi delle domande. Davvero una volta la Natura &lsquo;donava&rsquo; gratuitamente i suoi doni all&rsquo;uomo, mentre adesso questi le strappa con la violenza le sue ricchezze? Certamente &egrave; vero che la natura produce spontaneamente quasi tutto ci&ograve; che occorre alla vita dell&rsquo;uomo (a condizione che gli uomini siano assai pochi). Ma non &egrave; affatto vero che queste cose siano disponibili gratuitamente, cio&egrave; senza bisogno dell&rsquo;attivit&agrave; umana. Pensiamo ai minerali: questi si trovano s&igrave; ovviamente nella terra, vengono s&igrave; prodotti senza intervento umano, ma richiedono comunque una attivit&agrave; difficile e dispendiosa per poter essere utilizzati. Davvero qualcuno crede che l&rsquo;argento dell&rsquo;antica Grecia, che richiedeva vasto impiego di manodopera specializzata e ingenti capitali, venisse offerto spontaneamente dalla natura all&rsquo;uomo che doveva solo allungare la mano per raccoglierlo? Questa non &egrave; una descrizione della realt&agrave; storica, questo &egrave; il Paradiso Terrestre. Nel mondo reale, di che utilit&agrave; sono per l&rsquo;uomo i minerali, non solo finch&eacute; se ne stanno ignorati nelle viscere della terra, e quindi finch&eacute; non vengono individuati e estratti, ma anche finch&eacute; non vengono purificati e lavorati per ricavarne quegli oggetti (falci, aratri, vomeri, martelli, incudini, ecc.) che davvero servono all&rsquo;uomo? Oppure<span>&nbsp; </span>pensiamo all&rsquo;acqua. E&rsquo; vero che l&rsquo;acqua &egrave; perlopi&ugrave; disponibile in grandi quantit&agrave; e facilmente accessibile in fiumi, laghi, sorgenti. Ma salvo forse che per il nuoto, ogni altro uso umano richiede che l&rsquo;acqua sia estratta dal suo alveo e condotta altrove (come per es. gli usi agricoli, industriali o di produzione idroelettrica) nonch&eacute; controllata e purificata (nel caso dell&rsquo; impiego potabile), per non parlare della necessit&agrave; di estrarre dalla terra le acque sotterranee. Tutto questo vuol dire che anche l&rsquo;acqua non &egrave; una risorsa liberamente e gratuitamente disponibile, ma richiede una rilevante attivit&agrave;. Per dirla in termini economici: minerali e acqua, come ogni altra risorsa naturale, non sono beni gratuiti n&eacute; &ldquo;abbondanti&rdquo;, sono beni costosi e dunque &ldquo;scarsi&rdquo;; e lo sono sempre stati. Pensate a cosa avrebbe risposto un antico romano, magari un <em>curator aquarum</em> come Frontino, a una Shiva che fosse venuta a concionare sulla gratuit&agrave; dei doni di Madre Natura! Le avrebbe probabilmente ricordato che, solo per la manutenzione e il monitoraggio degli acquedotti esistenti a Roma, nel I secolo d.C. erano impiegati in permanenza circa 700 uomini con un budget annuo di oltre 250.000 sesterzi. Le avrebbe poi spiegato che, nel 146 a.C., per riparare le vecchie condotte e per approvvigionare Roma da altre fonti, il Senato assegn&ograve; al pretore Marcio 180 milioni di sesterzi, ed egli vi impieg&ograve; due anni.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"></a><span><span><span><span>[3]</span></span></span></span> Le avrebbe vantato infine l&rsquo;imponenza e l&rsquo;ingegnosit&agrave; delle strutture necessarie all&rsquo;approvvigionamento idrico: &ldquo;<em>Compara pure tante e cos&igrave; grandi opere necessarie per trasportare tutta quest&rsquo;acqua con le oziose piramidi o con le opere dei Greci, inutili sebbene celebrate dalla fama!</em>&rdquo;<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"></a><span><span><span><span>[4]</span></span></span></span><br /></span><span>Shiva &egrave; viceversa convinta che solo oggi, a partire dalla Rivoluzione industriale, i beni naturali siano diventati scarsi, cio&egrave; tali da richiedere lavoro e capitale per venir utilizzati. In realt&agrave; non &egrave; vero, ma &egrave; comunque caratteristico che Shiva non provi neanche a dimostrare il suo assunto. Per lei si tratta di un postulato: la civilt&agrave; moderna industriale ha &lsquo;desacralizzato la natura&rsquo;, ed &egrave; di qui che vengono tutti i mali della modernit&agrave;. <br /></span><span>Si tratta di un autentico cavallo di battaglia della decrescita, generalmente connesso con la deplorazione del &lsquo;materialismo&rsquo; e l&rsquo;astrattezza della civilt&agrave; moderna, che si ostina a separare in un soggetto e in un oggetto distinti l&rsquo;originaria unit&agrave; olistica e indifferenziata del Tutto<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"></a><span><span><span><span>[5]</span></span></span></span>. Ora, ammettiamo pure che sia vero che l&rsquo;uomo moderno, a differenza di quello antico, non considera pi&ugrave; la natura una divinit&agrave;: ma perch&eacute; questo dovrebbe fare una differenza in termini di comportamenti effettivi? Non sono questi i soli che contano davvero? Perch&eacute; il minatore d&rsquo;argento del Laurio (schiavo, tra l&rsquo;altro)<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"></a><span><span><span><span>[6]</span></span></span></span> sarebbe stato &lsquo;migliore&rsquo;, in termini di sfruttamento dei beni naturali, del minatore di carbone dell&rsquo;Ottocento inglese? Non usavano forse entrambi la Natura, tanto cara a Shiva, come un &lsquo;deposito di materie prime da usare come input produttivi&rsquo;? Perch&eacute; l&rsquo;uso agricolo o industriale dell&rsquo;acqua in epoca medievale (pensiamo alle concerie) sarebbe stato migliore di quello contemporaneo? E perch&eacute; il disboscamento contemporaneo sarebbe peggio di quello medievale (il disboscamento in Italia &egrave; iniziato nell&rsquo;alto medioevo<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"></a><span><span><span><span>[7]</span></span></span></span>)? Perch&eacute; l&rsquo;impoverimento dei suoli, la desertificazione o la salinizzazione, l&rsquo;estinzione di intere specie animali e vegetali di oggi sarebbero peggiori di quelli verificatesi in passato? La distinzione di Shiva &egrave; priva di ogni fondamento storico e razionale e si fonda su un mero pregiudizio ideologico: cio&egrave; sulla convinzione che sia esistita da qualche parte, in passato, una societ&agrave; in perfetto equilibrio con la natura, dove il prelievo di risorse non superava mai la soglia critica e dunque non si verificava mai il depauperamento e l&rsquo;esaurimento degli stock di risorse naturali<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"></a><span><span><span><span>[8]</span></span></span></span>, ed anzi dove la natura benignamente e generosamente offriva su un piatto d&rsquo;argento agli uomini suoi adoratori l&rsquo;occorrente per vivere. Nulla del genere &egrave; mai esistito, salvo che nei miti o nelle favole &ndash; e oggi, nelle teorie dei decrescenti<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"></a><span><span><span><span>[9]</span></span></span></span>.<br /></span><span>A ci&ograve; si aggiunga che Shiva trae il suo convincimento da argomenti testuali quanto mai gracili. Basti pensare al modo in cui tratta il povero Francesco Bacone (vittima designata di tante letture disinvolte e tendenziose). Secondo Shiva, il pensiero di Bacone sarebbe fondato su &ldquo;<em>dicotomie fondamentali fra maschio e femmina, mente e materia, oggettivo e soggettivo, razionale e emozionale</em>&rdquo; e non sarebbe affatto &ldquo;<em>un metodo &lsquo;neutrale&rsquo;, &lsquo;obiettivo&rsquo;, &lsquo;scientifico&rsquo;. Piuttosto, era un modo peculiarmente mascolino di aggressione verso la natura e di dominio verso le donne e le culture non-occidentali</em>&rdquo;<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"></a><span><span><span><span>[10]</span></span></span></span>. Il tutto, si noti, ricavato <u>esclusivamente</u> dal fatto che talvolta Bacone farebbe uso di &ldquo;<em>metafore chiaramente sessiste</em>&rdquo;, tanto che &ldquo;<em>sia la natura sia il processo di ricerca scientifica appaiono concettualizzate in maniere modellate sullo stupro e la tortura (&hellip;) Per Bacone, la natura non era pi&ugrave; Madre Natura, ma una natura femminile, vinta da una aggressiva mente maschile</em>&rdquo;. Ci sarebbe tra l&rsquo;altro da chiedersi perch&eacute; la eventuale mancanza di scientificit&agrave; in Bacone sarebbe una critica, da parte di una autrice che apertamente disprezza la scienza e non la tiene in alcun conto; come pure meriterebbe un commento la bella coerenza di chi da un lato rimprovera a Bacone di stabilire &ldquo;dicotomie fondamentali tra maschio e femmina&rdquo; e dall&rsquo;altro distingue &ldquo;modi peculiarmente mascolini di aggressione e di dominio&rdquo;, con ci&ograve; reintroducendo proprio la medesima dicotomia imputata a Bacone (e per di pi&ugrave; adoperando, diciamolo, i pi&ugrave; vieti clich&eacute; tradizionali sul rapporto uomo/donna). <br /></span><span>L&rsquo;idea di &lsquo;Madre Natura&rsquo; dovrebbe, secondo Shiva, costituire una <br /></span><span>&ldquo;<em>restrizione culturale sul nuovo sfruttamento della natura. &lsquo;Uno non ammazza tanto facilmente la sua propria madre, le strappa le viscere o mutila il suo corpo&rsquo;. Ma le immagini di dominio e signoria create dal programma baconiano e la rivoluzione scientifica che segu&igrave; rimossero ogni restrizione e funzionarono come sanzioni culturali per il denudamento della natura e la sua conversione in una &lsquo;risorsa&rsquo;</em>&rdquo;. <br /></span><span>Ma siccome lo sfruttamento umano della natura c&rsquo;&egrave; sempre stato, anche quando gli uomini, secondo Shiva, consideravano la natura come loro madre, allora delle due l&rsquo;una: o questa &lsquo;restrizione culturale&rsquo; non &egrave; mai stata particolarmente efficace, oppure bisogna dedurne, al contrario, che anche al giorno d&rsquo;oggi gli uomini considerano la natura come propria madre, comportandosi con essa come hanno sempre fatto, n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno. Neppure ha molto senso, per le stesse ragioni, parlare di &ldquo;<em>limiti</em> [che un tempo] <em>venivano riconosciuti come inviolabili</em>&rdquo; laddove oggi essi sarebbero visti soltanto come &ldquo;<em>restrizioni da rimuovere</em>&rdquo;.<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"></a><span><span><span><span>[11]</span></span></span></span> Tanto pi&ugrave; che questi pretesi &lsquo;limiti&rsquo; non sono minimamente specificati. La tesi &egrave; comunque clamorosamente falsa: l&rsquo;intera civilt&agrave; moderna, <em>in primis </em>la scienza e l&rsquo;economia, si fonda proprio sulla ricerca e la comprensione dei limiti, cio&egrave; dei condizionamenti che i fenomeni fisici impongono alle attivit&agrave; umane; se c&rsquo;&egrave; una differenza col passato, consiste semmai nel fatto che questi limiti sono oggi maggiormente compresi di quanto non lo fossero un tempo.<br /></span><span>Da ultimo, c&rsquo;&egrave; da soffermarsi sulla curiosa concezione che Shiva ha della natura: non solo tende ossessivamente ad antropomorfizzarla (come anche la terra: Madre Natura, Terra Madre), ma la immagina come qualcosa di nettamente definito, precisamente determinato, che si tratterebbe semplicemente di imitare.<br /></span><em><span>Operare in armonia con i processi naturali non significa essere arretrati, da un punto di vista scientifico e tecnologico, bens&igrave; pi&ugrave; progrediti. <br /></span></em><em><span>Le economie incentrate sulla creativit&agrave; umana riproducono dunque la diversit&agrave;, l&rsquo;autonomia organizzativa e la complessit&agrave; dei processi naturali.<a href="#_ftn12" name="_ftnref12"></a><span><span><span><strong><span>[12]</span></strong></span></span></span><br /></span></em><em><span><p>&nbsp;</p></span></em><span>Si dovrebbe insomma agire &ldquo;in armonia con i processi naturali&rdquo;, riproducendo i caratteri di questi processi. Peccato per&ograve; che questa posizione, per quanto assai diffusa (si pensi alla voga dei prodotti &lsquo;naturali&rsquo;, &lsquo;organici&rsquo;, &lsquo;biologici&rsquo; e alla ostilit&agrave; per i prodotti &lsquo;sintetici&rsquo; o artificiali), sia insostenibile. Come John Stuart Mill dimostr&ograve; tanto tempo fa, la parola &lsquo;natura&rsquo; (che secondo lui era diventata &ldquo;<em>una delle fonti pi&ugrave; copiose di cattivo gusto, di falsa filosofia, di falsa moralit&agrave;, e perfino di cattive leggi</em>&rdquo;<a href="#_ftn13" name="_ftnref13"></a><span><span><span><span>[13]</span></span></span></span>) pu&ograve; avere due significati: o designa &ldquo;<em>l&rsquo;intero sistema delle cose, con l&rsquo;aggregato di tutte le loro propriet&agrave;</em>&rdquo;, oppure indica &ldquo;<em>le cose come sarebbero, prescindendo dall&rsquo;intervento umano</em>&rdquo;. Ora, nella prima accezione, invitare l&rsquo;uomo a seguire la natura non ha alcun senso, perch&eacute; l&rsquo;uomo non pu&ograve; non seguirla: tutte le sue azioni sono compiute a causa di, o mediante le, leggi fisiche. In altre parole, in questo significato del termine &lsquo;natura&rsquo;, l&rsquo;uomo fa integralmente parte della natura e tutte le sue azioni sono assunte in conformit&agrave; con essa: non c&rsquo;&egrave; dunque alcun modo di distinguere tra artificiale e naturale, sicch&eacute; un lavandino, un aeroplano o la Nona di Beethoven sono altrettanto &lsquo;naturali&rsquo; di una mareggiata o della grandine. Nel secondo senso del termine, che equivale a dire che l&rsquo;uomo dovrebbe &ldquo;<em>prendere a modello delle proprie azioni volontarie il corso spontaneo delle cose</em>&rdquo;, l&rsquo;invito &egrave; invece semplicemente &ldquo;<em>irrazionale e immorale</em>&rdquo; secondo Mill. Irrazionale perch&eacute; tutta l&rsquo;attivit&agrave; umana consiste nell&rsquo;alterare a proprio profitto il corso spontaneo delle cose, e le azioni utili, aggiunge Mill, &ldquo;<em>consistono nel migliorarlo</em>&rdquo;. E immorale perch&eacute; i fenomeni naturali sono pieni zeppi &ldquo;<em>di azioni che, qualora vengano commesse dagli uomini, risultano degne del massimo aborrimento</em>&rdquo;. C&rsquo;&egrave; una eloquente pagina &ndash; un lettore italiano direbbe leopardiana - del primo <em>Saggio sulla religione</em> di Mill, che vale tuttora la pena di leggere, dopo tanti smielati incensamenti della natura:<br /></span><span>La vera verit&agrave; &egrave; che quasi tutte le cose per cui gli uomini vengono impiccati e imprigionati quando le commettono l&rsquo;uno verso l&rsquo;altro, sono azioni quotidiane della Natura. L&rsquo;uccidere, che costituisce l&rsquo;atto pi&ugrave; criminale riconosciuto dalle leggi umane, viene compiuto una volta dalla Natura verso ogni essere vivente; ed in moltissimi casi dopo torture protratte quali soltanto i maggiori mostri di cui siamo a conoscenza abbiano inflitto di proposito ai propri simili (&hellip;) La Natura impala gli individui, li spezza in due come la ruota della tortura, li getta in pasto alle bestie feroci, li brucia vivi, li lapida con pietre come i primi martiri cristiani, li fa morire di fame o di freddo, li avvelena rapidamente o lentamente con le sue esalazioni, e tiene in riserva centinaia di altri orrendi generi di morte (&hellip;) Tutto ci&ograve;, la Natura lo fa col pi&ugrave; altezzoso disprezzo cos&igrave; della piet&agrave; come della giustizia, colpendo con i suoi strali tanto gli esseri migliori e pi&ugrave; nobili quanto i pi&ugrave; meschini e peggiori (&hellip;) Cos&igrave; opera la natura con la vita. Anche quando essa non intende uccidere, essa infligge le stesse torture con manifesta sregolatezza (&hellip;) Nessun essere umano viene mai al mondo senza che un altro essere umano sia letteralmente prostrato per ore o per giorni, e molte volte il dare la vita significa morire. La cosa pi&ugrave; prossima al toglier la vita (&hellip;) &egrave; il togliere i mezzi con i quali vivere; e la Natura fa anche questo, su vastissima scala e con la pi&ugrave; incallita indifferenza. Un solo uragano distrugge le speranze di tutta una stagione, un&rsquo;invasione di cavallette o un&rsquo;inondazione riducono alla desolazione un&rsquo;intera regione; un piccolissimo mutamento prodottosi nella composizione chimica di una radice commestibile, significa la carestia per milioni di persone (&hellip;) In breve, tutto quel che i peggiori uomini commettono contro la vita o la propriet&agrave; dei loro simili, viene perpetrato su scala pi&ugrave; vasta dagli agenti naturali (&hellip;) Anche l&rsquo;amore dell&rsquo;&rdquo;ordine&rdquo;, che si ritiene consono alle vie della Natura, si rivela di fatto una contraddizione di esse. Tutto ci&ograve; che la gente &egrave; abituata a deprecare come &ldquo;disordine&rdquo;, con le sue conseguenze, &egrave; un preciso duplicato dei modi della Natura. L&rsquo;anarchia e il regno del Terrore sono superati in ingiustizia, rovina e morte, dagli uragani o dalle pestilenze.<a href="#_ftn14" name="_ftnref14"></a><span><span><span><span>[14]</span></span></span></span><br /></span><span>L&rsquo;operare spontaneo della natura non &egrave; affatto rivolto al bene degli esseri umani: &ldquo;<em>quanto di buono esso porta loro, &egrave; in gran parte il risultato dei loro propri sforzi</em>&rdquo;<a href="#_ftn15" name="_ftnref15"></a><span><span><span><span>[15]</span></span></span></span>.<span>&nbsp; </span>Nulla di utile si pu&ograve; ricavare dall&rsquo;invito a seguire o imitare la natura. Tutto ci&ograve; che l&rsquo;uomo pu&ograve; fare, come ci ha insegnato Mill (e prima di lui il tanto bistrattato Bacone), &egrave; di studiare sempre meglio la natura, cercando di utilizzare i processi naturali &ndash; di cui tanti sedicenti ecologisti si riempiono la bocca senza conoscerli minimamente &ndash; per migliorare il mondo e se stesso : <br /></span><span>Pertanto, se l&rsquo;inutile precetto di seguire la Natura si mutasse nel precetto di studiare la Natura, di conoscere e di prestare attenzione alle propriet&agrave; delle cose con cui abbiamo a che fare, in quanto queste propriet&agrave; siano in grado di favorire o ostacolare un certo scopo, noi saremmo giunti al primo principio di ogni azione intelligente, o meglio alla definizione dell&rsquo; azione intelligente.<a href="#_ftn16" name="_ftnref16"></a><span><span><span><span>[16]</span></span></span></span><br /></span><span>Eppure nella decrescita &egrave; diffusissima la convinzione che la natura faccia e produca tutto da s&eacute;, senza alcun bisogno dell&rsquo;intervento umano<a href="#_ftn17" name="_ftnref17"></a><span><span><span><span>[17]</span></span></span></span>; che una svolta epocale sia giunta nel momento in cui &ldquo;<em>l&rsquo;economia umana si &egrave; distaccata da quella dei cicli naturali</em><a href="#_ftn18" name="_ftnref18"></a><span><span><span><span>[18]</span></span></span></span>&rdquo;; che Bacone sia stato l&rsquo;ideologo della sottomissione della natura<a href="#_ftn19" name="_ftnref19"></a><span><span><span><span>[19]</span></span></span></span>; e che esistano &ldquo;<em>scelte di vita conformi a natura</em>&rdquo;<a href="#_ftn20" name="_ftnref20"></a><span><span><span><span>[20]</span></span></span></span>. Il che &egrave; poi, se ci pensate, la stessa cosa che dice la chiesa cattolica a proposito dei gay o della fecondazione artificiale. E un non piccolo motivo di divertimento, in un contesto come quello della decrescita, in cui non si lesinano aspre critiche al pensiero illuminista, &egrave; il fatto che il continuo richiamarsi alla Natura per stabilire il giusto assetto delle cose umane &egrave; un tipico tratto illuminista.<a href="#_ftn21" name="_ftnref21"></a><span><span><span><span>[21]</span></span></span></span><br /></span><p>&nbsp;</p> <div><br /><hr width="33%" size="1" /><div id="ftn1"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a><span><span><span><span><span>[1]</span></span></span></span></span><span> Develop.dict., p. 228.<br /></span></div><div id="ftn2"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"></a><span><span><span><span><span>[2]</span></span></span></span></span><span> Develop. Dict., p. 229.<br /></span></div><div id="ftn3"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"></a><span><span><span><span><span>[3]</span></span></span></span></span><span> Frontino, II, 116; p. 449; Frontino, II, 118, p. 449; Frontino, I, 7, p. 345.<br /></span></div><div id="ftn4"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"></a><span><span><span><span><span>[4]</span></span></span></span></span><span> Frontino, I, 16, p. 359.<br /></span></div><div id="ftn5"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"></a><span><span><span><span><span>[5]</span></span></span></span></span><span> V. MANICARDI, p. 8, 26, 77, 122, 152, 197.<br /></span></div><div id="ftn6"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"></a><span><span><span><span><span>[6]</span></span></span></span></span><span> Oltre 30.000, secondo alcuni: cf. Finley, in AAVV, p. 138. Secondo G.Ricoveri (p. 61), gli autori classici avrebbero deplorato l&rsquo;attivit&agrave; mineraria; ma ammesso che sia vero, ci&ograve; non ha comunque impedito agli antichi di praticarla.<br /></span></div><div id="ftn7"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7"></a><span><span><span><span><span>[7]</span></span></span></span></span><span> Fumagalli, 15-17, 20, 44.<br /></span></div><div id="ftn8"><a href="#_ftnref8" name="_ftn8"></a><span><span><span><span><span>[8]</span></span></span></span></span><span> &ldquo;<em>Le civilt&agrave; antiche possedevano una coscienza ecologica che consentiva loro di evolversi in armonia con la natura</em>&rdquo; (Il bene comune della Terra, p. 61): peccato per&ograve; che essa non gli abbia mai impedito di estinguersi&hellip;<br /></span></div><div id="ftn9"><a href="#_ftnref9" name="_ftn9"></a><span><span><span><span><span>[9]</span></span></span></span></span><span> In particolare, come vedremo, questa visione &egrave; diffusa fra i primitivismi.<br /></span></div><div id="ftn10"><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"></a><span><span><span><span><span>[10]</span></span></span></span></span><span> Develop.dict., p. 231.<br /></span></div><div id="ftn11"><a href="#_ftnref11" name="_ftn11"></a><span><span><span><span><span>[11]</span></span></span></span></span><span> Develop. Dict., p. 234.<br /></span></div><div id="ftn12"><a href="#_ftnref12" name="_ftn12"></a><span><span><span><span><span>[12]</span></span></span></span></span><span> Il bene comune, p. 62, p. 83.<br /></span></div><div id="ftn13"><a href="#_ftnref13" name="_ftn13"></a><span><span><span><span><span>[13]</span></span></span></span></span><span> MILL, p. 13.<br /></span></div><div id="ftn14"><a href="#_ftnref14" name="_ftn14"></a><span><span><span><span><span>[14]</span></span></span></span></span><span> MILL, p. 28-30.<br /></span></div><div id="ftn15"><a href="#_ftnref15" name="_ftn15"></a><span><span><span><span><span>[15]</span></span></span></span></span><span> MILL, p. 51-52.<br /></span></div><div id="ftn16"><a href="#_ftnref16" name="_ftn16"></a><span><span><span><span><span>[16]</span></span></span></span></span><span> MiLL, p. 22.<br /></span></div><div id="ftn17"><a href="#_ftnref17" name="_ftn17"></a><span><span><span><span><span>[17]</span></span></span></span></span><span> Decrescita. Idee, p. 20.<br /></span></div><div id="ftn18"><a href="#_ftnref18" name="_ftn18"></a><span><span><span><span><span>[18]</span></span></span></span></span><span> Il pianeta, p. 36.<br /></span></div><div id="ftn19"><a href="#_ftnref19" name="_ftn19"></a><span><span><span><span><span>[19]</span></span></span></span></span><span> Benoist, p. 207.<br /></span></div><div id="ftn20"><a href="#_ftnref20" name="_ftn20"></a><span><span><span><span><span>[20]</span></span></span></span></span><span> Decrescita. Idee, p. 124.<br /></span></div><div id="ftn21"><a href="#_ftnref21" name="_ftn21"></a><span><span><span><span><span>[21]</span></span></span></span></span><span> Goldmann, p. 48-49.<br /></span></div></div>]]>
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    <title>Il PM dell&apos;Aquila, la scienza e i terremoti- (3)</title>
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    <link rel="service.edit" type="application/atom+xml" href="http://www.urbiloquio.com/cgi-bin/mt/mt-atom.cgi/weblog/blog_id=2/entry_id=1003" title="Il PM dell'Aquila, la scienza e i terremoti- (3)" />
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    <published>2012-11-18T17:03:44Z</published>
    <updated>2012-11-18T17:05:00Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[A p. 79 il PM si fa scappare una ammissione importante. Ironizzando sulle (pretese) vaghezze e genericit&agrave; delle dichiarazioni della CGR, scrive: &ldquo;immaginiamo gli effetti, in termini di utilit&agrave; e di incidenza sulle scelte individuali e sulle scelte collettive, di...]]></summary>
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            <category term="Discussioni Fichissime" />
    
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        <![CDATA[<p>A p. 79 il PM si fa scappare una ammissione importante. Ironizzando sulle (pretese) vaghezze e genericit&agrave; delle dichiarazioni della CGR, scrive: &ldquo;<em>immaginiamo gli effetti, in termini di utilit&agrave; e di incidenza sulle scelte individuali e sulle scelte collettive, di un verbale di riunione (e di collegate dichiarazioni alla stampa), riferita alle ipotesi di rischio proposte (incendio boschivo, attentato terroristico) improntato sugli stessi schemi logici e di ragionamento di quello redatto dalla CGR al termine della riunione del 31.3.2009 a partire dalle frasi &lsquo;improbabile&hellip; pur se non si pu&ograve; escludere in maniera assoluta; la situazione &egrave; favorevole&hellip;&rsquo;</em>&rdquo; Lasciamo stare che qui il PM surrettiziamente attribuisce alla CGR<span>&nbsp; </span>una frase (quella sulla &ldquo;situazione favorevole&rdquo;) che invece 1) &egrave; del solo De Bernardinis e 2) &egrave; precedente alla riunione. La cosa importante &egrave; che qui il PM dichiara espressamente che quel che la CGR doveva fare, secondo lui, non era fornire alla Protezione Civile un parere scientificamente informato e (in base alla scienza disponibile) veritiero, ma piuttosto <em>fare qualcosa di utile</em> e <em>incidere sulle scelte individuali e collettive</em>. Il PM ha una concezione dei doveri della CGR che non &egrave; corrispondente alla legge che costituisce la CGR; la CGR non ha il dovere n&eacute; il potere di fare alcunch&eacute;, ma solo quello di dare pareri e fornire consulenza alla Protezione Civile; l&rsquo;unico appunto che si dovrebbe muovere alla CGR sarebbe, per l&rsquo;appunto, di aver fornito un parere sbagliato, posto ovviamente che fosse sbagliato. Ma il PM imputa alla CGR di non aver fatto qualcosa di pi&ugrave; incisivo &ndash; in altre parole, di essersi limitato ad essere un mero organo consultivo interno, di non aver travalicato i limiti delle sue funzioni e di non aver usurpato le funzioni della Protezione Civile.</p>]]>
        <![CDATA[<p>Veniamo adesso al cuore della memoria del PM. Questi ci aveva lasciato dicendo che la CGR aveva omesso di prendere in adeguata considerazione una serie di indicatori di rischio. Quali sono? Li elenca a p. 80 e ss. Sono: la storia sismica dell&rsquo;Aquila; lo sciame sismico immediatamente precedente e tuttora in atto a L&rsquo;Aquila (cita un brano di un documento redatto da una Commissione internazionale del maggio 209, secondo cui &ldquo;<em>un terremoto pu&ograve; innescarne altri. La probabilit&agrave; di innesco aumenta con la magnitudine della scossa principale</em>&rdquo;); le previsioni probabilistiche sul terremoto a L&rsquo;Aquila (qui cita un certo numero di testi, alcuni dei quali redatti da imputati, secondo cui la probabilit&agrave; di accadimento di un sisma a L&rsquo;Aquila erano tra le pi&ugrave; elevate d&rsquo;Italia; ci ritorneremo, ma si noti che queste probabilit&agrave; erano determinate su un arco temporale piuttosto lungo, da 10 anni in su, e che uno di tali testi quantifica la probabilit&agrave; del terremoto all&rsquo;11%); la vulnerabilit&agrave; degli edifici dell&rsquo;aquilano (molti edifici erano vecchi e non rispondenti ai criteri antisismici);<span>&nbsp; </span>l&rsquo;esposizione (cio&egrave; il valore complessivo di vite e beni esposti al rischio sismico; secondo il PM, &ldquo;<em>nella citt&agrave; de L&rsquo;Aquila&hellip; il numero delle vittime in caso di ripetizione del massimo terremoto storico sarebbe di 4.000-4.500</em>&rdquo;). Dopo aver enunciato questi elementi, il PM rimprovera agli imputati di non averli adeguatamente considerati e di conseguenza di non aver saputo orientare la loro interpretazione nel senso &ldquo;<em>della prevenzione e della corretta informazione</em>&rdquo; (p. 98). </p><p>Fermiamoci un attimo. Il PM qui sta sostenendo che, se la CGR avesse preso in attenta considerazione questi fattori, avrebbe dovuto giungere a conclusioni diverse da quelle effettivamente emerse nel verbale della riunione del 31 marzo. Ma &egrave; vero? Onestamente non sembra proprio. Inoltre, &egrave; falso <span>&nbsp;</span>&ndash; o in ogni caso, il PM non l&rsquo;ha provato &ndash; che questi elementi non siano stati presi in considerazione dalla CGR. La CGR li ha presi esplicitamente in considerazione; ad es., ha trattato a lungo sia dei precedenti storici, sia dello sciame sismico in atto, sia delle condizioni del patrimonio edilizio aquilano; e in tutti questi casi, ha concluso<span>&nbsp; </span>che il rischio, pur non inesistente, fosse &lsquo;improbabile&rsquo;. Pu&ograve; darsi che tutte queste siano conclusioni sbagliate; ma il PM dovrebbe provarlo, non limitarsi a darlo per scontato semplicemente in base al fatto che il sisma, in effetti, c&rsquo;&egrave; stato: il giudizio di colpa, infatti, &egrave; un giudizio prognostico, cio&egrave; da compiere ex ante, mettendosi idealmente al posto degli imputati e vedendo se, facendo correttamente il loro dovere, avrebbero dovuto giungere a conclusioni diverse. In realt&agrave; la CGR ha esaminato tutti gli elementi disponibili e ne ha tratto la conclusione che, all&rsquo;epoca della riunione, sembrava la pi&ugrave; solida: la probabilit&agrave; di un forte sisma c&rsquo;era s&igrave;, ma era bassa. Cosa pu&ograve; opporre il PM? Semplicemente una serie di scritti da cui si evince che il territorio aquilano &egrave; fortemente sismico e che, rispetto ad altre zone italiane, il rischio che di l&igrave; a dieci-venti anni si verificasse un sisma ad elevata magnitudine era molto pi&ugrave; alto: precisamente, pari a circa l&rsquo;11%. Che, al mio paese (e evidentemente anche a quello degli imputati), &egrave; precisamente una <em>bassa probabilit&agrave;</em> (e si noti che quando la CGR ha qualificato il sisma come &ldquo;improbabile&rdquo;, &egrave; proprio a questi studi che faceva riferimento). Invece, sbalorditivamente, il PM ne conclude che &ldquo;<em>l&rsquo;evento lesivo rientrava pienamente nella diretta previsione delle regole cautelari e nella sfera di prevedibilit&agrave; degli imputati</em>&rdquo; (p. 99): il che &egrave; esattamente il contrario della verit&agrave; scientifica.</p><p>Il grosso della conclusione del PM &egrave; gi&agrave; qui. Dopo, l&rsquo;accusa si mette ad analizzare il nesso di causalit&agrave;, cio&egrave; il rapporto che, per poter imputare un omicidio, occorre che esista tra l&rsquo;evento (la morte) e la condotta colpevole (le dichiarazioni dei membri della CGR). Il lavoro non &egrave; facile, ma il PM ci si accinge con virile entusiasmo. Inizia distinguendo il caso del reato commissivo colposo da quello omissivo colposo; nel nostro caso, sostiene, sarebbero forse<span>&nbsp; </span>entrambi ugualmente configurabili. Il ragionamento non &egrave; esattamente convincente (sembra onestamente difficile sostenere che la condotta degli imputati possa integrare altro che un reato omissivo), ma comunque secondo il PM non cambia nulla a scegliere l&rsquo;una ricostruzione o l&rsquo;altra, perch&eacute; il nesso di causalit&agrave; esisterebbe sia che si ricostruisse la fattispecie come omissiva sia come commissiva. Il PM riporta in seguito (p. 106 e ss.) una lunga serie di deposizioni di parenti di persone decedute nel sisma del 6 aprile. Da tutte queste (impressionanti) deposizioni, si evincono svariati elementi: 1) tutti dichiarano che i congiunti deceduti sono stati indotti a restare in casa, la notte del sisma, dalle &ldquo;informazioni&rdquo; riportate dai media; 2) infatti, in precedenza, cio&egrave; prima della riunione del 31.3.2009, tutti al primo segnale di scossa si precipitavano all&rsquo;aperto, seguendo quello che il PM chiama un costume atavico o una vecchia tradizione aquilana (e un teste, a p. 133, &ldquo;<em>la cultura della prudenza e del buon senso che i nostri genitori ci avevano insegnato</em>&rdquo;); 3) delle informazioni rilevanti riportate dai mass media, si richiamano in genere le dichiarazioni di De Bernadinis sul continuo scarico di energia e svariate affermazioni rese da altri soggetti e niente affatto conformi al verbale della CGR (e neppure alle altre dichiarazioni di DB o di Barberi; quanto a<span>&nbsp; </span>quest&rsquo;ultimo, un teste gli attribuisce rassicurazioni che in realt&agrave; non ha affatto fornito: p. 142), ma riportate a pezzi e<span>&nbsp; </span>bocconi, e ovviamente fuori contesto, dai mass media, se non addirittura rilasciate da altri soggetti neppure nominati (come ad es. l&rsquo;anonimo &ldquo;ingegnere&rdquo; di p. 107, oppure i misteriosi <span>&nbsp;</span>membri della polizia o della Protezione Civile che invitano la gente a starsene tranquilla, a p. 117 e 118, oppure i &ldquo;forum&rdquo; su Internet menzionati a p. 145). In particolare, nessuno o quasi cita affermazioni effettivamente presenti nel verbale della CGR. Tutte le vittime del sisma nutrivano un grande rispetto per la scienza e la parola degli scienziati, che i testimoni invece qualificano (tutti concordemente: e anche questa unanimit&agrave; e identit&agrave; di linguaggio &egrave; piuttosto strana) come &ldquo;cosiddetti esperti&rdquo;. Molti testimoni riferiscono che l&rsquo;effetto di rassicurazione sarebbe derivato fondamentalmente da una cosa: che alla riunione della CGR non era seguito alcun provvedimento delle autorit&agrave; (&ldquo;se ci fosse qualcosa di preoccupante, avrebbero fatto qualcosa!&rdquo;). E si noti che <u>nessuno sembra aver recepito, dalla CGR o dall&rsquo;intervista del sindaco Cialente, che il rischio di sisma non poteva essere escluso</u> (v. in particolare il teste alle pp. 136-137), e che pure &egrave; un elemento che emerge chiarissimo dal verbale della riunione CGR. La cosa realmente grave &egrave; la 3): non c&rsquo;&egrave;, in tutta questa congerie di dichiarazioni, la minima prova che a indurre la gente a starsene a casa sia stata davvero la parola degli imputati, a parte forse la famosa intervista pre-CGR di De Bernardinis (peraltro citata pochissime volte nelle testimonianze). E per una ottima ragione: che le parole della CGR non sono mai state riportate dagli organi di stampa e di TV, e tutto quel che le vittime hanno sentito erano minestroni di notizie prodotte non dagli esperti, ma dai giornalisti, che le raffazzonavano come potevano (pigliando un po&rsquo; qua e un po&rsquo; l&agrave;).<span>&nbsp; </span>Direte: non<span>&nbsp; </span>&egrave; un po&rsquo; strano imputare alla CGR le imprecisioni dette dai giornalisti? E io vi rispondo: avete assolutamente ragione. Tra l&rsquo;altro il PM ammette lui stesso (p. 150) che verosimilmente anche una &ldquo;<em>informazione chiara e completa</em>&rdquo; non avrebbe impedito che delle morti si verificassero, ma se la cava elegantemente asserendo che ciononostante avrebbe &ldquo;<em>influito positivamente sul prezzo pagato</em>&rdquo;. E c&rsquo;&egrave; anche da considerare quanto emerge dalle considerazioni del PM sullo stato degli edifici crollati, che vedremo poi.</p><p>Non sembra comunque provato che le dichiarazioni degli imputati abbiano avuto un diretto effetto causale sulla decisione delle vittime di non uscire la notte del 6 aprile: al contrario, dovrebbe indurre a dubitarne il semplice fatto che molte altre persone, pur<span>&nbsp; </span>esse informate dai medesimi mass media, hanno deciso diversamente, il che implica che il nesso di causalit&agrave; &egrave;, ad essere eufemistici, alquanto congetturale. Ma il fatto &egrave; che l&rsquo;esistenza del nesso di causalit&agrave; su questo punto non cambia la conclusione, perch&eacute;, come ormai spero sia chiaro, i membri della CGR non hanno<span>&nbsp; </span>minimamente violato i propri doveri istituzionali, e dunque la loro condotta non &egrave; stata illecita.</p><p>Nella prossima e ultima tranche, cercher&ograve; di tirare le somme.</p>]]>
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    <title>Il PM dell&apos;Aquila, la scienza e i terremoti- (2)</title>
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    <published>2012-11-10T18:19:04Z</published>
    <updated>2012-11-10T18:21:37Z</updated>
    
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            <category term="Discussioni Fichissime" />
    
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        <![CDATA[<p>Abbiamo visto che le affermazioni dei componenti la CGR, con l&rsquo;unica eccezione di alcune fatte da De Bernardinis nella sua prima intervista (resa per&ograve; prima della riunione della CGR) sono scientificamente molto solide. Tuttavia, il PM trova il modo di attaccarle a fondo. La premessa &egrave; la reiterata affermazione che l&rsquo;intento del pm non &egrave; di verificare l&rsquo;esattezza delle opinioni scientifiche professate dagli imputati, ma solo la rispondenza della loro condotta alle norme di legge e ai principi di diligenza da esse dettati, e che pertanto i dati tecnico-scientifici che verranno utilizzati dal PM saranno solo quelli pi&ugrave; semplici, &ldquo;<em>di immediata accessibilit&agrave; e comprensione</em>&rdquo; (p. 57) e, soprattutto, provenienti dagli stessi imputati. Dopodich&eacute; si scatena l&rsquo;iradiddio. Secondo il PM, le affermazioni degli imputati sono &ldquo;approssimative, generiche, contraddittorie&rdquo; e le conclusioni &ldquo;incoerenti, solo in apparenza esaustive e appaganti; le informazioni fornite imprecise e fuorvianti&rdquo;. Difficile negare al PM di essere stato chiaro nei suoi rilievi; vediamo ora come le dimostra. Comincia prendendo tre frasi (di Boschi e Barberi) che affermano, in sequenza, 1) che non &egrave; possibile fare previsioni, 2) che &egrave; estremamente difficile fare previsioni e 3) che qualunque previsione non ha fondamento scientifico. Qui gi&agrave; il PM comincia a fare della facile ironia: ma allora la previsione &egrave; impossibile o solo molto difficile? Il punto &egrave; poco significativo (come si vedr&agrave;, nessuna delle vittime ha mai fatto affidamento sulla possibilit&agrave; di prevedere i terremoti, e di conseguenza non si pu&ograve; affermare che eventuali differenze di accento nelle dichiarazioni degli imputati abbiano potuto provocare alcun tipo di danno) ed inoltre &egrave; scorretto (non solo perch&eacute; eventualmente la contraddizione sarebbe solo nelle dichiarazioni di Barberi, ma soprattutto perch&eacute; dire che le previsioni sono &ldquo;estremamente difficili&rdquo; non &egrave; in contrasto con &ldquo;qualunque previsione non ha fondamento scientifico&rdquo;, dato che evidentemente le due affermazioni si rafforzano a vicenda; il PM qui sta facendo un cherrypicking decontestualizzato, un&rsquo;operazione con la quale si pu&ograve; far dire a chiunque quel che si vuole); ma intanto il PM sta cominciando a contrabbandare il messaggio &ldquo;vedete, questi sedicenti scienziati non sanno bene di cosa stavano parlando&rdquo;.</p>]]>
        <![CDATA[<p>Ma il meglio ovviamente deve ancora venire. Il PM adesso si concentra su una frase di Boschi (&ldquo;<em>la semplice osservazione di molti piccoli terremoti non costituisce fenomeno precursore</em>&rdquo;) e una analoga di Barberi (p. 58). Sentite ora la stupefacente obiezione del PM: &ldquo;<em>Ma allora se &egrave; vero che &lsquo;qualunque previsione non ha fondamento scientifico&rsquo;, anche la (pretesa) esclusione, dall&rsquo;ambito dei fenomeni precursori, di un fenomeno scientifico noto, studiato e documentato dalla comunit&agrave; scientifica internazionale quale l&rsquo;anomala variazione della sismicit&agrave; non ha (avrebbe), a sua volta, fondamento scientifico&hellip; Escludere la possibilit&agrave; di fare previsioni scientifiche sui terremoti ed escludere, contemporaneamente, che un fenomeno (lo sciame sismico o l&rsquo;anomala variazione della sismicit&agrave;) scientificamente noto come possibile precursore di terremoti non consenta di poter fare alcun tipo di previsione, rappresenta una proposizione auto contraddittoria, una antinomia logica</em>&rdquo; (p. 58-59). La contraddizione o l&rsquo;antinomia qui la vede solo il PM: la contraddizione ci sarebbe, tutto al contrario, se all&rsquo;affermazione &ldquo;i terremoti non si possono prevedere&rdquo; seguisse l&rsquo;affermazione che gli sciami sismici sono precursori dei terremoti: ma questo &egrave; l&rsquo;opposto di quel che dicono gli imputati. Gli imputati si limitano a dire che, siccome agli sciami sismici i terremoti possono seguire oppure no, come pure si sono dati molti esempi di terremoti non preceduti da alcuno sciame, ne segue limpidamente che gli sciami sismici, allo stato attuale delle conoscenze, non sono un fenomeno precursore. Non c&rsquo;&egrave; alcuna contraddizione, anzi, si tratta di una affermazione enfatica della tesi per cui i terremoti sono imprevedibili. Ma il PM qui insiste sulla contraddizione, e per una ragione fondamentale: lui intende presentare l&rsquo;accusa non come una contestazione dei fondamenti scientifici della posizione degli imputati, ma semplicemente come un rilievo delle lacune e delle contraddizioni di quella posizione; e quindi deve tentare di costruire come contraddizione una posizione che lui semplicemente contesta. Infatti, subito dopo introduce il suo vero argomento: non &egrave; vero, cio&egrave;, che gli sciami non sarebbero un fenomeno precursore.<span>&nbsp; </span>A suo dire, questo emergerebbe da uno studio effettuato da uno degli imputati (Dolce) , che <span>&nbsp;</span><span>&nbsp;</span>avrebbe sostenuto che non si puo&rsquo; negare &ldquo;<em>in senso assoluto</em>&rdquo; l&lsquo;appartenenza degli sciami ai fenomeni precursori, anche perch&eacute; lo IASPEI inserisce le &ldquo;<em>anomalie sismiche</em>&rdquo; fra i possibili precursori (p. 59). Ma la citazione &egrave; tendenziosa: la pagina di Dolce, riportata integralmente dallo stesso PM (a p. 36), termina con delle considerazioni nelle quali l&rsquo;imputato conclude che nessuno di detti fenomeni pu&ograve; essere considerato un &ldquo;<em>precursore convalidato</em>&rdquo;. <span>&nbsp;</span>La direzione su cui il PM insister&agrave; di qui in avanti &egrave; questa: gli imputati hanno trascurato di considerare questi elementi previsionali.<span>&nbsp; </span>Anche nelle pagine successive, il PM continua<span>&nbsp; </span>a battere su questo punto: &egrave; stato ingiusto trascurare i piccoli terremoti precedenti e ancor pi&ugrave; la storia sismica dell&rsquo;Aquila (p. 61). A p. 63 ss. il PM si concentra su delle frasi (di Calvi e Dolce) relative ai rischi per le strutture pi&ugrave; fragili o per le parti edilizie non strutturali. Il PM dice (giustamente) che dette frasi sono state quelle pi&ugrave; riportate dagli organi di stampa e hanno avuto un grande impatto sulla popolazione. Per&ograve; il PM sbaglia ad interpretarle. Le frasi dei due imputati, l&rsquo;abbiamo gi&agrave; visto, non si riferivano indifferentemente alle scosse future, di qualunque magnitudine fossero, bens&igrave; alle scosse<span>&nbsp; </span><u>quali erano state finora osservate</u>. Secondo l PM, qui si tratterebbe non solo di<span>&nbsp; </span>un grave difetto di comunicazione (il che ci potrebbe anche stare: lo stesso PM suggerisce che forse si sarebbe potuto evidenziare meglio che ci si riferiva a scosse della stessa ampiezza di quelle sinora osservate, e basta), ma addirittura di un &ldquo;grave difetto di analisi del rischio&rdquo;, e qui purtroppo il PM si sbaglia di grosso: le dichiarazioni degli imputati sono univoche e assolutamente inequivocabili. Come del resto hanno confermato il sindaco Cialente (e ripete subito dopo lo stesso PM: p. 64), i due imputati hanno escluso danni alle strutture causate dallo sciame sismico in atto, e non gi&agrave; da un successivo terremoto, che nessuno aveva previsto e non era, in effetti, prevedibile.</p><p>Dopodich&eacute; il PM passa alla frase di De Bernardinis per cui lo sciame sismico in atto era da considerarsi un fenomeno &ldquo;<em>senz&rsquo;altro normale</em>&rdquo; nel territorio dell&rsquo;Aquila. Qui il PM tira fuori il meglio del suo repertorio. Il termine &lsquo;normale&rsquo;, dice lui, &egrave; &ldquo;<em>altamente ambiguo</em>&rdquo;, dato che non significa solo che esso &egrave; &ldquo;comune&rdquo;, ma anche che esso non &egrave; &ldquo;<em>preoccupante</em>&rdquo;. <span>&nbsp;</span>Ora per&ograve;, qui &egrave; strano che il PM dimentichi di aver citato con approvazione in pi&ugrave; pagine (p. 31 ss.) degli scritti di autori secondo cui, non solo gli sciami sismici, ma perfino un sisma come quello dell&rsquo;aprile 2009, di magnitudine 6.3, non rientra fra i fenomeni da considerare &ldquo;<em>eccezionali</em>&rdquo; nel territorio aquilano; e lo ripeter&agrave; anche successivamente, quando appunto rimproverer&agrave; agli imputati di non aver considerato cose che, all&rsquo;Aquila, accadono fin troppo spesso. Ma di fatto &egrave; esattamente questo che diceva De Bernardinis, come &egrave; evidente dal contesto: che lo sciame sismico in atto rientra in un tipo di fenomeni con cui gli aquilani convivono da lunghissimo tempo. Pi&ugrave; grave ovviamente, &egrave; la frase del medesimo DB sul &ldquo;<em>continuo scarico di energia</em>&rdquo;, unito alla definizione dello sciame sismico in atto come &ldquo;<em>non preoccupante</em>&rdquo; (p. 66): per&ograve;, mentre la prima affermazione &egrave; priva di fondamento, la seconda &egrave; vera: lo sciame in atto non era preoccupante in s&eacute;, perch&eacute; allo stato della conoscenza scientifica non &egrave; precursore di terremoti, ed in s&eacute; solo non crea danni rilevanti alle strutture edilizie; e inoltre, ricordiamolo, queste frasi di Db sono state pronunciate <u>prima</u> della riunione della CGR. Il PM ne trae lo spunto per cominciare ad accusare gli imputati di &ldquo;<em>sottovalutazione del rischio</em>&rdquo; e di &ldquo;<em>scarsa preoccupazione</em>&rdquo;. Ma il fatto &egrave; che non si trattava di previsioni: siccome lo sciame sismico in atto non &egrave; precursore di terremoti, le considerazioni sulla &lsquo;normalit&agrave;&rsquo; e l&rsquo;&rsquo;assenza di pericolo&rsquo; si riferivano esclusivamente <span>&nbsp;</span>ai fenomeni gi&agrave; in atto, e con riferimento a tali fenomeni erano affermazioni <u>assolutamente vere</u>. <span>&nbsp;</span></p><p>Per contro, egli si libera dei richiami della CGR alla necessit&agrave; di costruzioni antisismiche come di affermazioni senz&rsquo;altro vere, &ldquo;<em>ma di ben scarsa utilit&agrave; nell&rsquo;ambito di una situazione di emergenza e di potenziale pericolo</em>&rdquo; (p. 66). Questa &egrave; una frase importante e da meditare, perch&eacute; ci porta direttamente dentro la mente del PM e ci aiuta a capire il suo ragionamento. Il PM qui sta dando per dimostrato proprio il <em>thema probandum</em>, cio&egrave; che quella in atto all&rsquo;Aquila il giorno della riunione del 31 marzo fosse una situazione di emergenza e di pericolo: ecco perch&eacute; &egrave; portato a rigettare come irrilevanti e inutili tutte le affermazioni degli imputati sul fatto che &ldquo;non si pu&ograve; n&eacute; prevedere n&eacute; escludere un terremoto&rdquo; e che &ldquo;l&rsquo;unica vera prevenzione &egrave; costruire edifici pi&ugrave; resistenti&rdquo;: queste per lui sono solo chiacchiere, bisognava invece <u>fare qualcosa</u>. Ma cosa? In realt&agrave; non si sa (come vedremo, lui nega esplicitamente e a pi&ugrave; riprese che si dovesse dichiarare lo stato di emergenza o l&rsquo;evacuazione dell&rsquo;Aquila), a parte forse la tesi che si dovesse &ldquo;informare adeguatamente la popolazione&rdquo; (ma questo compito, come abbiamo visto, non spettava alla CGR). Il fatto &egrave; che, vista ex ante, cio&egrave; con la scienza del prima-6 aprile, la situazione a l&rsquo;Aquila <u>non era affatto di emergenza o di potenziale pericolo</u>. <span>&nbsp;</span>Questo &egrave; il punto dinanzi al quale l&rsquo;accusa non pu&ograve; non infrangersi inevitabilmente, e infatti nel paragrafo successivo il PM si dedica a mostrare che gli imputati non avrebbero rispettato i compiti di legge su di essi gravanti, vale a dire, quello di analizzare il rischio e di dare una corretta informazione. Ma il fatto &egrave; che non si sa quale avrebbe dovuto essere l&rsquo;analisi del rischio &lsquo;corretta&rsquo; secondo il PM. Le pagine successive sono dedicate a una analisi minuziosa e, ahinoi, alquanto confusa del concetto di &lsquo;prevenzione&rsquo;. La parte cruciale &egrave; a p. 70. Ivi il PM dichiara che il fatto che i terremoti non si possano prevedere non esime dal compito di analizzare il rischio, perch&eacute; &ldquo;<em>il giudizio di prevedibilit&agrave;/evitabilit&agrave;, su cui si basa la responsabilit&agrave; per colpa contestata nel capo di imputazione, non andava calibrato sul terremoto quale evento naturale, bens&igrave; sul rischio quale giudizio di valore</em>&rdquo;. Avete capito? Credo di no. Il PM sta dicendo che il compito della CGR non era di prevedere il terremoto (impossibile), ma di prevedere/prevenire il <em>rischio</em>. Gli imputati non dovevano n&eacute; prevedere il terremoto, n&eacute; lanciare allarmi, ma dovevano prevenire/prevedere il rischio (il PM va avanti cos&igrave; per pagine, evidentemente convinto che la ripetizione possa validamente sostituire la spiegazione). Va bene, ma cos&rsquo;&egrave; questo rischio? Ebbene, a p. 71 ci spiega che seppur sia vero che la scienza non consente di prevedere il terremoto, il rischio era invece prevedibile: &ldquo;<em>le conoscenze e i dati (che appresso verranno esaminati) a disposizione a l&rsquo;Aquila il 31.3.2009 permettevano certamente di poter formulare una fondata valutazione di prevedibilit&agrave; del rischio</em>&rdquo;. Secondo il PM (p. 72) il terremoto &ldquo;<em>&egrave; un fenomeno naturale non prevedibile</em>&rdquo;, laddove il rischio &ldquo;<em>&egrave; una situazione potenziale analizzabile</em>&rdquo;. Parrebbe che il rischio (rectius: la sua previsione) consista in un &ldquo;<em>giudizio di valore circa conseguenze dannose che possono derivare da circostanze non (sempre e non tutte esattamente) prevedibili</em>&rdquo; (p. 73). Pi&ugrave; gi&ugrave;, parrebbe che la previsione del rischio consista (a differenza della previsione della calamit&agrave;) nella previsione del &ldquo;rischio di possibile realizzazione della calamit&agrave;&rdquo;. In altre parole: secondo il PM, i membri della CGR non erano tenuti a prevedere il verificarsi del terremoto, ma semplicemente a prevedere il rischio del suo verificarsi. Possiamo ipotizzare (&egrave; una ipotesi: il PM non si abbassa a scriverlo esplicitamente, anche se si evince abbastanza nettamente da considerazioni svolte qua e l&agrave;, specie<span>&nbsp; </span>a p. 77) che si tratti, banalmente, di prevedere la probabilit&agrave; del verificarsi del terremoto.</p>]]>
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    <title>Il PM dell&apos;Aquila, la scienza e i terremoti- (1)</title>
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    <published>2012-11-04T16:48:51Z</published>
    <updated>2012-11-04T16:51:00Z</updated>
    
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        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: justify">Allora, in attesa di leggere la sentenza del Tribunale dell&rsquo;Aquila sui fatti del terremoto, proviamo a commentare la memoria del P.M. Mi scuso se l&rsquo;esame sar&agrave; noioso, ma per capire cos anon va nell&rsquo;approccio del PM, occorre andare passo passo.</p><p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: justify">Il PM accusa gli imputati (Barberi, De Bernardininis, Boschi, Selvaggi, Eva, Calvi e Dolce), tutti nella loro qualit&agrave; di membri della Commissione Grandi Rischi (CGR), di omicidio colposo per la morte di una trentina di persone nel corso del terremoto dell&rsquo;Aquila del 6 aprile 2009. Si noti che i vertici della Protezione Civile (nell&rsquo;ambito del quale, con funzioni consultive, &egrave; incardinata la CGR) non sono stati inquisiti. Per tutti si richiede la stessa pena.</p><p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: justify">La tesi del PM si pu&ograve; cos&igrave; riassumere: gli imputati, violando colposamente i propri doveri istituzionali (di membri cio&egrave; della CGR), e particolarmente quelli di chiara, corretta e completa informazione (ma non solo), hanno causato la morte di un certo numero di cittadini che le loro dichiarazioni alla stampa e ai mass-media (essenzialmente, televisioni locali) hanno indotto, contrariamente alle loro abitudini, a rimanere in casa la notte del sisma, nonostante in precedenza (cio&egrave;, prima delle dichiarazioni dei membri della CGR) quelle stesse persone si fossero affrettate a lasciare le proprie abitazioni in presenza di scosse anche assai minori di quelle del 5/6 aprile.</p>]]>
        <![CDATA[<p>Vedremo dopo in che cosa, secondo il PM, consisterebbero i doveri della CGR che sarebbero stati violati. Cominciamo invece dall&rsquo;esame dei testi, diligentemente trascritti dal PM, in cui si darebbe la prova della condotta colposa degli imputati. Si tratta, in sostanza, di un verbale della riunione della CGR, tenuta in tutta fretta il 31 marzo, e di alcune interviste. Si tratta di un totale di 4 interviste, di cui una a Barberi, due a De Bernardinis, e una al sindaco dell&rsquo;Aquila Cialente (non imputato, non membro della CGR, ma che aveva partecipato alla riunione della CGR). Avete letto bene: le interviste, su cui fondamentalmente si basa l&rsquo;accusa (come vedremo), sono state rilasciate solo da due dei sette imputati.</p><p>1. Cominciamo dal <u>verbale della CGR</u> (che, come si evince dai testimoni escussi dallo stesso PM, &egrave; veritiero): p. 39-40 della memoria. In esso, ognuno dei partecipanti &egrave; dettagliatamente indicato col proprio nome e ad esso sono attribuite specifiche affermazioni; a differenza che in altre occasioni, il verbale non riporta conclusioni all&rsquo;unanimit&agrave;, ma singole voci e opinioni, peraltro non dissimili fra loro. Boschi dichiara che l&rsquo;Aquila si trova al confine fra due zone sismiche e che &ldquo;<em>i forti terremoti in Abruzzo hanno tempi di ritorno molto lunghi. Improbabile che ci sia a breve una scossa come quella del 1703, pur se non si pu&ograve; escludere in maniera assoluta</em>&rdquo;. Barberi ricorda che &egrave; &ldquo;<em>estremamente difficile fare previsioni temporali<span>&nbsp; </span>sull&rsquo;evoluzione dei fenomeni sismici</em>&rdquo; e che il territorio aquilano &egrave; di elevata sismicit&agrave;, dopodich&eacute; chiede agli specialisti che cos&rsquo;&egrave; successo in passato, se cio&egrave; nel passato vi sia testimonianza di sciami sismici che precedono eventi pi&ugrave; gravi. Eva spiega che i dati sono scarsi anche perch&eacute; in passato non restava traccia di sismi cos&igrave; piccoli; in generale, negli ultimi tempi ci sono s&igrave; stati sciami, ma senza che poi seguissero grossi eventi. Tuttavia, essendo l&rsquo;Aquila zona sismica, &ldquo;<em>non &egrave; possibile affermare che non ci saranno terremoti</em>&rdquo;. <span>&nbsp;</span>Boschi rincara che la relazione fra gli sciami e i sismi gravi non &egrave; nota; probabilmente esiste, ma siccome non &egrave; ancora conosciuta, &ldquo;<em>non &egrave; perci&ograve; possibile fare previsioni</em>&rdquo;. Peraltro, essendo l&rsquo;Aquila zona sismica, si richiede &ldquo;<em>una particolare attenzione verso le costruzioni, che vanno rafforzate e rese capaci di resistere ai terremoti</em>&rdquo;. Calvi dice che, sulla base delle registrazioni fornite, si possono vedere scosse con spostamenti spettrali di pochi millimetri, dunque &ldquo;<em>difficilmente in grado di produrre danni alle strutture. C&rsquo;&egrave; quindi da attendersi<span>&nbsp; </span>danni alle strutture pi&ugrave; sensibili alle accelerazioni, quali quelle a comportamento fragile</em>&rdquo;. Selvaggi osserva che vi sono stati sia sciami che hanno preceduto eventi gravi, sia sequenze sismiche che non sono state seguite da gravi terremoti. Barberi conclude &ldquo;<em>che non c&rsquo;&egrave; nessun motivo<span>&nbsp; </span>per cui si possa dire che una sequenza di scosse di bassa magnitudo possa essere considerata come precursore di un forte evento</em>&rdquo;. Successivamente la CGR passa ad esaminare le affermazioni di uno scienziato (il famoso Giuliani) che aveva affermato di poter usare le misurazioni del gas radon per prevedere i terremoti. Tutti concordano che l&rsquo;affermazione non ha fondamento e che &ldquo;<em>oggi non ci sono strumenti per fare previsioni e qualunque previsione non ha fondamento scientifico</em>.&rdquo; Si aggiunge poi (anche su questo c&rsquo;&egrave; unanimit&agrave;) che l&rsquo;unica difesa dai terremoti consiste nel rafforzare le costruzioni, oltre che nel migliorare la preparazione a gestire le emergenze. Alla fine si chiede quali danni potrebbe provocare un terremoto &ldquo;<em>di questo tipo</em>&rdquo; (=cio&egrave;, del tipo delle scosse finora verificatesi); Dolce risponde che potrebbe colpire &ldquo;<em>parti fragili non strutturali</em>&rdquo;.</p><p>2. <u>L&rsquo;intervista a Barberi</u> &egrave; stata resa alla TV Abruzzo24ore al termine della CGR. In essa Barberi dice: &ldquo;<em>Non si possono prevedere<span>&nbsp; </span>i terremoti, se per prevedere si intende dire in anticipo dove, quando, di che energia, si produrr&agrave; una scossa sismica</em>&rdquo;. Tutto qua.</p><p>3. La <u>prima intervista a De Bernardinis</u> &egrave; stata resa alla TV locale TV1 &ldquo;in occasione della riunione della CGR&rdquo; (=prima della riunione). DB dichiara che i fenomeni sismici in atto &ldquo;<em>si collocano in una fenomenologia senz&rsquo;altro normale</em>&rdquo;, se si considera la zona (che &egrave;, per l&rsquo;appunto sismica). Poi Db si fa prendere un po&rsquo; la mano e continua dicendo che la popolazione dell&rsquo;Aquila dovrebbe essere abituata a convivere con queste esperienze: &ldquo;<em>non c&rsquo;&egrave; pericolo</em>&rdquo;, anzi &ldquo;<em>la comunit&agrave; scientifica</em>&rdquo; (notate che la CGR NON si &egrave; ancora riunita, e anzi nulla del genere di quanto Db sta per dire verr&agrave; ripetuta nella CGR) &ldquo;<em>mi continua a confermare che anzi &egrave; una situazione favorevole</em>&rdquo; in quanto si tratterebbe di uno &ldquo;<em>scarico di energia continuo</em>&rdquo;. Questa &egrave;, purtroppo, una cazzata, e come si evince dalle dichiarazioni dei testimoni dell&rsquo;accusa, &egrave; stata ampiamente ripetuta dagli organi di stampa e tv nei giorni successivi ed &egrave; verosimilmente servita non poco a rassicurare la gente. Di fatto, &egrave; l&rsquo;unica cosa seria in mano all&rsquo;accusa.</p><p>4. <u>L&rsquo;ultima intervista a De Bernardinis</u>, sempre a TV1 e sempre il 31 marzo, &egrave; molto confusa e non si capisce, tra un anacoluto e l&rsquo;altro, cosa Db stia dicendo. In sostanza, dice che &ldquo;<em>non si possono fare previsioni</em>&rdquo; e che non ha specifiche conoscenze sullo stato dell&rsquo;edilizia antisismica all&rsquo;Aquila, ma che di certo, come nel resto d&rsquo;Italia, pur in una situazione complessivamente migliorata, occorrerebbe un adeguamento delle strutture. </p><p>5. Infine <u>l&rsquo;intervista al sindaco Cialente</u> &egrave; sempre del 31.3.2009 ed &egrave; resa a un&rsquo;altra tv locale. Cialente, sulla base di quel che ha sentito alla CGR, ripete che &ldquo;<em>non &egrave; possibile prevedere i terremoti n&eacute; prevedere quale sar&agrave; l&rsquo;evoluzione successiva</em>&rdquo;. Lo sciame sismico in atto non provoca gravi danni alle strutture, anche se occorre comunque investire di pi&ugrave; sulla sicurezza. Alla fine, parlando del tema del procurato allarme (tema che ha sempre a che fare con la storia di Giuliani e Sulmona) Cialente dichiara: &ldquo;<em>s&igrave;, ma non &egrave;, eh, che posso rispondere non ci sar&agrave;, che magari fosse possibile&hellip;.in questo caso, ripeto, non &egrave; possibile prevedere assolutamente terremoti, magari una nevicata s&igrave; ma i terremoti proprio no</em>&rdquo;.</p><p>Il PM sostiene (p. 49) che si tratta di dichiarazioni &ldquo;<em>tutte sostanzialmente omogenee, dello stesso tenore</em>&rdquo; (In realt&agrave; non &egrave; cos&igrave;, perch&eacute; le dichiarazioni pi&ugrave; gravi e fuorvianti sono state rese dal solo De Bernardinis). E&rsquo; vero che le dichiarazioni hanno ciascuna un autore e che dunque, in ossequio ai principi costituzionali, <span>&nbsp;</span>ciascun imputato dovrebbe rispondere delle proprie dichiarazioni; ma l&rsquo;obiezione viene allegramente respinta dal PM, secondo cui, &ldquo;<em>se si sceglie una strategia di comunicazione semplificata, il messaggio che ne risulta sar&agrave; anch&rsquo;esso semplificato</em>&rdquo;, e di conseguenza, anche dato che a) al termine della riunione la CGR non ha emesso un apposito comunicato stampa, b) si &egrave; partecipato a interviste senza prima individuare il portavoce ufficiale della CGR, e c) in dette interviste i partecipanti non dichiarano di parlare a titolo personale, allora &ldquo;<em>il risultato &egrave; un messaggio unico all&rsquo;interno del quale non si percepiscono differenze</em>&rdquo; (p. 52). In effetti qui si potrebbe replicare che n&eacute; DB, n&eacute; tantomeno Cialente (che neppure era membro della CGR) sono stati intervistati in quanto membri della CGR (anzi, DB viene espressamente definito nell&rsquo;intervista &ldquo;vicecapo della Protezione Civile&rdquo;), e di conseguenza non v&rsquo;era alcun bisogno di precisare che si parlava &lsquo;a titolo personale&rsquo;; anche perch&eacute;, se uno ci pensa appena un po&rsquo;, &egrave; abbastanza evidente che, se davvero non <span>&nbsp;</span>esiste un portavoce ufficiale della CGR, a rigore, e giuridicamente parlando, ogni dichiarazione resa da un membro della CGR impegner&agrave; solo lui stesso ma non anche la CGR. Inoltre il PM ricorda che tutti i membri della CGr sapevano che 1) vi erano numerosi giornalisti in attesa di notizie e che 2) DB aveva chiuso la riunione &ldquo;<em>annunciando che avrebbe partecipato a una conferenza stampa</em>&rdquo;. Ma quanto a 1), la cosa &egrave; e rimane irrilevante (non si vede che importanza abbia il sapere che ci siano dei giornalisti in attesa di notizie), e quanto a 2), della circostanza non si fa affatto parola nel verbale e alcuni degli imputati (non smentiti da altri testimoni) hanno dichiarato di aver saputo della conferenza stampa di Db solo giorni dopo (in pi&ugrave;, dalla conferenza stampa di DB successiva alla CGR non &egrave; emerso alcunch&eacute; di rilevante ai fini dell&rsquo;accusa; le uniche cose discutibili dette da DB lo erano state <span>&nbsp;</span>PRIMA della CGR). Ma il PM non si abbatte: &ldquo;<em>la totale mancanza, nelle ore<span>&nbsp; </span>e nei giorni successivi, di smentite, di prese di distanza, di precisazioni, di dissensi o comunque di qualsivoglia reazione di segno contrario da parte degli altri imputati&hellip; non pu&ograve; che far ritenere che quanto detto corrispondesse al&rsquo;opinione o comunque incontrasse l&rsquo;approvazione degli altri membri</em>&rdquo; (p. 53). Ma anche questa affermazione lascia assai perplessi. Di un obbligo di smentita si pu&ograve; parlare a condizione che esista una norma che lo imponga, ed &egrave; difficile affermare che gli obblighi di diligenza esistenti in capo ai membri della CGR imponessero loro di monitorare costantemente tutto quello che gli altri potevano dire, magari a titolo personale, per di pi&ugrave; su giornali o emittenti locali a scarsissima diffusione; di fatto, le dichiarazioni degli altri imputati riportate nella stessa memoria del PM (pp. 210 ss.) dimostrano che essi <span>&nbsp;</span>non sapevano affatto cosa avessero detto in TV Barberi o De Bernardinis, e<span>&nbsp; </span>che alcuni di loro hanno viceversa risposto, sul sito dell&rsquo; INV, alle domande rivolte ad essi da numerosi abitanti dell&rsquo;Aquila (p. 214) &ndash; anche se il PM si guarda bene dal riportare le loro risposte. La tesi dell&rsquo;imputabilit&agrave; collettiva delle singole condotte individuali, sostenuta dal PM, non sta, in effetti, in piedi.</p><p>Venendo ora al merito delle singole dichiarazioni, tuttavia, si deve concludere che, allo stato delle conoscenze scientifiche attuali, <u>sono tutte vere</u> &ndash; con l&rsquo;eccezione, beninteso, della affermazione di De Bernardinis sul continuo scarico di energia, che non ha fondamento. Il quadro che emerge, sia dal verbale della CGR, sia da tutte le altre dichiarazioni riportate dal PM, &egrave; assolutamente inattaccabile dal punto di vista scientifico: non c&rsquo;&egrave; modo di prevedere i terremoti, gli sciami sismici non sono un fenomeno precursore di sismi di elevata magnitudine(dato che non esiste alcun rapporto necessario fra la loro comparsa e un sisma grave), i sismi verificatisi fino a quel momento (31 marzo 2009) nel territorio aquilano non sono gravi per le strutture, ed era altres&igrave; improbabile &ndash; a quella data - che si verificasse un sisma grave. Improbabile, ma certamente non impossibile, e in ogni caso l&rsquo;unica seria difesa contro i terremoti &egrave; l&rsquo;edilizia antisismica. Tutto questo &egrave; assolutamente vero. Come vedremo, il PM &ndash; pur muovendo surrettiziamente dalla premessa contraria, cio&egrave; &lsquo;non contesto le affermazioni scientifiche degli imputati, i terremoti non si possono prevedere&rsquo; &ndash; arriver&agrave; a conclusioni diametralmente opposte, cio&egrave; che, sulla base delle conoscenze scientifiche esistenti e dei dati storici disponibili, il rischio di terremoto all&rsquo;Aquila <u>era prevedibile</u>. La mossa &egrave; stata abile e, a quanto si pu&ograve; dedurre dal dispositivo, coronata da successo; l&rsquo;abilit&agrave; consiste, nella fattispecie, nel fare esattamente quanto si &egrave; appena e stentoreamente dichiarato di non voler fare (una versione estremizzata della nota figura retorica detta <em>reticenza</em>). </p><p>Prima di terminare questa introduzione, e passare ai veri e propri &lsquo;argomenti&rsquo; (si fa per dire) del PM, diamo un&rsquo;occhiata anche alla sua ricostruzione della legge applicabile. L&rsquo;art. 4 del D.L. n. 245/2006 dice che la CGR &ldquo;<em>&egrave; l&rsquo;organo di consulenza tecnico-scientifica del Dipartimento della Protezione Civile</em>&rdquo;. Il successivo DPCM n. 23582 del 3.4.2006 definisce la CGR organo &ldquo;<em>incaricato di rendere al Dipartimento della protezione Civile pareri e<span>&nbsp; </span>proposte di carattere tecnico-scientifico in relazione alle problematiche relative ai settori di rischio indicati all&rsquo;art. 1</em>&rdquo;. L&rsquo;art. 9.1. della legge n. 225/1992 dice che la CGR &ldquo;<em>fornisce le indicazioni necessarie per la definizione delle esigenze di studio e ricerca in materia di protezione civile, procede all&rsquo;esame dei dati forniti&hellip; ed alla valutazione dei rischi connessi e degli interventi conseguenti</em>&rdquo;. Nient&rsquo;altro. </p><p>Si tratta, dunque, di un tipico organo tecnico consultivo di tipo interno. Ma questo chiaramente non basta al PM, il quale nelle pagine successive (p. 11 ss.) si dedica a richiamare norme che si applicano per&ograve;, guarda caso, non alla CGR, ma al Dipartimento della Protezione Civile. In particolare, il PM sostiene che sulla CGR e i suoi membri incombeva l&rsquo;obbligo di fornire una &ldquo;<em>informazione chiara, corretta e completa</em>&rdquo; alla cittadinanza (p. 13); ma tutte le norme che richiama successivamente (precisamente, gli artt. 5.4 e 7bis della legge n. 01/2001, per non parlare di quelle che menzionano addirittura i Sindaci) non fanno affatto parola della CGR, ma del solo Dipartimento della protezione civile. Il che tra l&rsquo;altro &egrave; logico: la CGR &egrave; un organo consultivo interno, che supporta le attivit&agrave; della Protezione civile, ma che non si relazione direttamente al pubblico. Cos&igrave;, il PM ricorre a un altro <em>hat trick</em>: l&rsquo;obbligo di informazione sarebbe stato imposto alla CGR 1) &ldquo;<em>da un&rsquo;esplicita assunzione di impegno contenuta in un apposito comunicato stampa del Dipartimento della protezione civile in cui si annunciava che la CGR si sarebbe riunita all&rsquo;Aquila nel pomeriggio del 31.3.2009 con &ldquo;l&rsquo;obiettivo di fornire ai cittadini abruzzesi tutte le informazioni disponibili&rdquo;</em>&rdquo;, e 2) &ldquo;<em>dalle comunicazioni fornite agli organi di stampa in occasione della citata riunione&rdquo;</em> (p. 15).<span>&nbsp; </span>Sulla 2), non vale neppure la pena soffermarsi, dato che &egrave; senza capo n&eacute; coda; quanto alla 1), si noti che tale &ldquo;obbligo&rdquo; non &egrave; esplicitamente imposto alla CGR (l&rsquo;obiettivo potrebbe, e verosimilmente &egrave;, proprio del Dipartimento, non della CGR, che rimane un organo consultivo), e soprattutto non &egrave; affatto menzionato nell&rsquo;ordine del giorno <span>&nbsp;</span>della riunione della CGR (v. p. 38 della memoria). E&rsquo; alquanto singolare un obbligo che discende da un comunicato stampa, dal contenuto ambiguo, del quale non si fa affatto parola nella convocazione della riunione, e di cui non si parla affatto n&eacute; nella riunione stessa n&eacute; in alcuna altra norma. Come vedremo nella prossima parte, non &egrave; certo questo l&rsquo;ultimo degli arbitri interpretativi compiuti dal PM.</p>]]>
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    <title>Ecodinamica e limiti dello sviluppo</title>
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    <published>2012-09-27T22:05:17Z</published>
    <updated>2012-09-27T22:14:05Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[Un altro contributo fondamentale alle teorie della decrescita &egrave; venuto nei primi anni Settanta dal celebre Rapporto Meadows sui Limiti della crescita [1]. Si tratta di una importante opera, che ha tentato di studiare in quale modo lo sfruttamento delle...]]></summary>
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        <name>Karlkraus</name>
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            <category term="Apocalissi" />
    
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        <![CDATA[<span>Un altro contributo fondamentale alle teorie della decrescita &egrave; venuto nei primi anni Settanta dal celebre Rapporto Meadows sui <em>Limiti della crescita</em> <a href="#_ftn1" name="_ftnref1"></a><span><span><span><span>[1]</span></span></span></span>. Si tratta di una importante opera, che ha tentato di studiare in quale modo lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, unitamente ad altre variabili, avrebbe influito sul benessere dell&rsquo;umanit&agrave; in futuro. E giungeva alla conclusione che, al fine di evitare una catastrofe, occorresse urgentemente ridurre i consumi e la popolazione. Il Rapporto &egrave; stato aggiornato a distanza di decenni, a pi&ugrave; riprese; ma le conclusioni sono rimaste sostanzialmente le stesse. <br /></span><span>Le polemiche sul Rapporto sono state innumerevoli, e a volte si sono indubbiamente fondate su incomprensioni<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"></a><span><span><span><span>[2]</span></span></span></span>. Il punto cruciale, per capire questo libro, &egrave; che esso si basa su un modello del mondo (il c.d. &ldquo;World3&rdquo;) che studia gli influssi reciproci di cinque macrovariabili (popolazione, inquinamento, risorse non rinnovabili, &lsquo;industrializzazione&rsquo;, cio&egrave; in sostanza andamento del capitale fisso, e infine produzione alimentare) e il loro impatto congiunto sul benessere complessivo dell&rsquo;umanit&agrave;. Le cinque variabili erano state additate al Gruppo del MIT, che elabor&ograve; il Rapporto, dagli stessi committenti della ricerca, cio&egrave; i membri del c.d. Club di Roma<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"></a><span><span><span><span>[3]</span></span></span></span>. Tra parentesi, pare abbastanza evidente che le opinioni dei committenti (i</span><span>n particolare un certo scetticismo verso la scienza<span>&nbsp; </span>e la tecnica, come pure una innegabile nostalgia per i buoni vecchi valori di un tempo, non disgiunti dall&rsquo;aspirazione a un governo tecnocratico illuminato)</span><span> </span><span>siano state in gran parte condivise dai ricercatori<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"></a><span><span><span><span>[4]</span></span></span></span>. <br /></span><div><br /><hr width="33%" size="1" /><div id="ftn1"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a><span><span><span><span><span>[1]</span></span></span></span></span><span> <em>Limits to Growth</em>, in Italia inspiegabilmente tradotto come <em>I limiti dello sviluppo.</em><br /></span></div><div id="ftn2"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"></a><span><span><span><span><span>[2]</span></span></span></span></span><span> Incomprensioni su cui si &egrave; soffermato di recente, forse anche con eccessiva insistenza, Ugo Bardi.<br /></span></div><div id="ftn3"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"></a><span><span><span><span><span>[3]</span></span></span></span></span><span> V. la Premessa al Rapporto 1974, p.24; v. anche Bardi, p. 7 ss.<br /></span></div><div id="ftn4"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"></a><span><span><span><span><span>[4]</span></span></span></span></span><span> <em>&ldquo;la scienza e la tecnologia, con tutti i loro meriti, sono state anche le principali cause della complessit&agrave; della situazione moderna, dello straordinario aumento della popolazione di cui stiamo soffrendo, dell&rsquo;inquinamento e degli altri spiacevoli effetti dell&rsquo;industrializzazione&hellip;Cominciamo a percepire che nella nostra societ&agrave; tecnologica ogni passo avanti rende l&rsquo;uomo insieme pi&ugrave; impotente e pi&ugrave; forte, che ogni nuovo potere acquisito sulla natura sembra essere un potere sull&rsquo;uomo stesso. La scienza e la tecnologia ci hanno portato sia l&rsquo;incubo dell&rsquo;incenerimento nucleare, sia la ricchezza e la prosperit&agrave;;&hellip; l&rsquo;elettricit&agrave; e la forza motrice hanno diminuito la fatica del lavoro manuale, ma lo hanno spogliato della soddisfazione che dava&hellip; Le conseguenze indesiderabili della tecnologia&hellip; costituiscono una minaccia che pu&ograve; diventare irreversibile per il nostro ambiente naturale; gli uomini sono sempre pi&ugrave; alienati dalla societ&agrave; e</em> <em>rifiutano l&rsquo;autorit&agrave;; le droghe, i crimini e la delinquenza sono in costante aumento, la fede diminuisce</em>&rdquo; (Premessa, cit., p. 20-21).<br /></span></div></div>]]>
        <![CDATA[<span>Il modello pu&ograve; seguire e mostrare contemporaneamente l&rsquo;evoluzione di tutte le cinque variabili, che si influenzano reciprocamente (sono i famosi <em>anelli di retroazione</em>), e lo scopo del modello &egrave; capire cosa succede al variare dell&rsquo;una o dell&rsquo;altra. L&rsquo;altro concetto fondamentale alla base del libro &egrave; quello di <em>crescita esponenziale</em>, cui si dedica un intero capitolo: la crescita esponenziale comporta che la grandezza corrispondente raddoppia in un tempo che al profano pu&ograve; apparire sorprendentemente breve (a un tasso di crescita dell&rsquo;1% annuo, il tempo di raddoppiamento &egrave; di 70 anni; al 2%, diventa di 35 anni; al 5%, 14 anni soltanto). E&rsquo; proprio il fatto che la crescita dei prelievi per gli input produttivi (ad es., l&rsquo;energia e le risorse non riproducibili) e degli output (ad es., l&rsquo;inquinamento), oltre che della popolazione e dei consumi, sia esponenziale, a generare i problemi. Siccome le risorse della Terra non sono infinite (il nostro pianeta, infatti, &egrave; finito<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"></a><span><span><span><span>[1]</span></span></span></span>), la crescita esponenziale &egrave; destinata a incontrare limiti insuperabili<span>&nbsp; </span>(i &lsquo;limiti della crescita&rsquo; del titolo) in tempi relativamente brevi: cento anni<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"></a><span><span><span><span>[2]</span></span></span></span>, comunque non oltre il 2100<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"></a><span><span><span><span>[3]</span></span></span></span> (peraltro alcuni scenari del modello prevedevano l&rsquo;inizio della crisi tra la fine del ventesimo e i primi due decenni del ventunesimo secolo), a meno che non si faccia qualcosa, e presto, per ridurre il tasso di crescita. In quest&rsquo;ultimo caso, l&rsquo;umanit&agrave; potr&agrave; trovare un modo di vita sostenibile, continuando a godere di un benessere materiale non superiore a quello attuale, ma certo assai superiore a quello di ogni epoca precedente. In caso contrario, cio&egrave; se i prelievi di materie prime e energia, i consumi di terra e alimenti, la popolazione e l&rsquo;inquinamento dovessero continuare a crescere ai tassi attuali, sarebbe inevitabile un crollo: l&rsquo;inquinamento ridurrebbe le rese agricole e accrescerebbe la mortalit&agrave;, la popolazione di conseguenza si ridurrebbe bruscamente, e la produzione in generale si arresterebbe a causa del venir meno di materie prime ed energia.<span>&nbsp; </span><br /></span><span>Come si diceva, buona parte del dibattito sul libro si &egrave; basata su un equivoco. Si &egrave; partiti cio&egrave; dalla convinzione che quelle del modello fossero delle previsioni di fatti che sarebbero senz&rsquo;altro accaduti. In particolare, una tabella del libro, relativa al progressivo esaurimento delle risorse minerali, che ipotizzava vari scenari a seconda del tasso di prelievo e dell&rsquo;ammontare delle riserve, &egrave; stata spesso utilizzata per accusare gli autori del Rapporto di eccessivo pessimismo (&lsquo;prevedevate che il petrolio si esaurisse entro il 2000, ci siamo arrivati<span>&nbsp; </span>e il petrolio c&rsquo;&egrave; ancora&rsquo;!) Questo &egrave; un errore, non solo perch&eacute; gli autori si erano presi la briga di chiarire molte volte (e ancor pi&ugrave; lo fecero nelle edizioni successive) che le loro non erano previsioni, ma modelli<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"></a><span><span><span><span>[4]</span></span></span></span>, ma soprattutto perch&eacute; cos&igrave; facendo si travisa lo scopo che gli autori si prefiggevano. Lungi dal voler prevedere con esattezza quando sarebbe successo il tale o il tal&rsquo;altro evento, essi intendevano solo fornire un&rsquo;idea approssimata, ma suscettibile di ulteriori sviluppi e raffinamenti, di quale sarebbe stato l&rsquo;andamento di certe grandezze, per poter valutare l&rsquo;opportunit&agrave; o meno di proseguire con le politiche attuali. La conseguenza &egrave; stata che, anzich&eacute; concentrarsi sul modello e verificare se esso fosse metodologicamente corretto<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"></a><span><span><span><span>[5]</span></span></span></span>, quasi sempre ci si &egrave; limitati a discutere dei dati (che per gli stessi autori rappresentavano qualcosa di molto meno interessante). Va peraltro osservato che questo equivoco &egrave; stato commesso anche dai moltissimi ambientalisti, nonch&eacute; dai decrescenti, che lo citano in continuazione proprio per le ragioni sbagliate, e cio&egrave; come se per l&rsquo;appunto il Rapporto formulasse predizioni.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"></a><span><span><span><span>[6]</span></span></span></span> Ora, il fatto &egrave; che, se si trattasse davvero di predizioni, molte di quelle ricavabili dal Rapporto sarebbero da giudicare clamorosamente sbagliate. Eppure questo non ha impedito, prima di prendere per oro colato affermazioni che invece nella versione iniziale del Rapporto erano solo ipotesi (poi risultate scorrette, e successivamente modificate dagli stessi autori), e adesso di prendere nuovamente per oro colato le ipotesi incluse nell&rsquo;ultima versione; col risultato, abbastanza farsesco, di sentire sistematicamente spostare in avanti di vent&rsquo;anni in vent&rsquo;anni la data prevista per l&rsquo;esaurimento delle risorse, e sempre col tono oltraggiato di chi ritiene di pronunciare ovviet&agrave; e si indigna che nessuno prenda le necessarie contromisure <em>illico et immediate<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"></a><span><span><span><strong><span>[7]</span></strong></span></span></span></em>.<br /></span><span>Non che siano mancate le critiche serie<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"></a><span><span><span><span>[8]</span></span></span></span>, d&rsquo;altronde auspicate dagli stessi autori del Rapporto<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"></a><span><span><span><span>[9]</span></span></span></span>. Queste si sono appuntate, com&rsquo;era giusto, sul modello stesso. Innanzitutto, si &egrave; notato che gli autori fanno uso di macroaggregati del tutto disomogenei; in particolare, si &egrave; criticato l&rsquo;uso delle variabili &ldquo;inquinamento&rdquo; e &ldquo;risorse naturali&rdquo;, dato che &egrave; ingiustificato ipotizzare un comportamento omogeneo di entit&agrave; chiaramente disomogenee. Un esempio tra i tanti: <br /></span><span>&ldquo;<em>il diossido di zolfo emesso da un grande impianto a carbone pu&ograve; essere trasportato dal vento per pochi minuti soltanto prima di ossidarsi in solfato e piovere gi&ugrave; su un campo che pu&ograve; beneficiare di un&rsquo;aggiunta di zolfo (un importante micronutriente delle piante). Oppure pu&ograve; restare su per un giorno o pi&ugrave;, essere trasportato 1000 km dal vento, e<span>&nbsp; </span>quando precipitato pu&ograve; abbassare il pH di un lago gi&agrave; acido di suo o pu&ograve; aggiungersi ai barbagli troposferici che raffreddano parte dell&rsquo;emisfero boreale. Ovviamente, nemmeno una singola sostanza inquinante pu&ograve; essere trattata in una maniera cos&igrave; ridicolmente semplicistica di un singolo tasso di produzione/assorbimento, ma il modello dei </em>Limiti della crescita<em> ha ramazzato qualunque cosa, dai radionuclidi dalla lunga vita al DDT, dai particolati ai rifiuti organici di una fabbrica di zucchero, dal piombo al benzene, tutto dentro un solo contenitore, nutrito e purgato da due grandi flussi in entrata e in uscita &ndash; e come se ci&ograve; non fosse gi&agrave; abbastanza insensato, lo faceva mediante una media globale!</em> <em>(&hellip;)</em> <em>Il tasso di inquinamento &egrave; determinato </em>[nel modello]<em> dai grandi flussi in entrata e in uscita di tutti gli inquinanti, non importa quanto di vita lunga o corta, non importa quanto innocui o dannosi per la salute, non importa quanto localmente insignificanti o globalmente pericolosi</em><span>&rdquo;<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"></a><span><span><span>[10]</span></span></span></span>. <br /></span><span>L&rsquo;utilit&agrave; di questo tipo di variabili &egrave; insomma estremamente ridotta<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"></a><span><span><span><span>[11]</span></span></span></span>. <br /></span><span>Inoltre, il modello utilizza relazioni di tipo eccessivamente rigido e, molto spesso, del tutto arbitrario (o comunque non spiegato) fra le variabili. Un esempio tipico &egrave; il rapporto tra inquinamento e mortalit&agrave;: World3 esplicitamente ipotizza una relazione diretta tra crescita dell&rsquo;inquinamento e crescita della mortalit&agrave;. Ma questo &egrave; vistosamente contraddetto dall&rsquo;esperienza storica: nel Novecento, a una innegabile crescita dell&rsquo;inquinamento si &egrave; accompagnata una spettacolare <em>riduzione</em> della mortalit&agrave;<a href="#_ftn12" name="_ftnref12"></a><span><span><span><span>[12]</span></span></span></span>. E&rsquo; possibile che in futuro le cose cambino, ma non si vede come lo si possa dare per scontato. Lo stesso discorso si pu&ograve; fare anche per la relazione tra inquinamento e produzione agroalimentare. In secondo luogo, non si pu&ograve; dare per scontato neppure un rapporto diretto tra crescita dei consumi e industrializzazione, da un lato, e crescita dell&rsquo;inquinamento, dall&rsquo;altro. Le ricerche pi&ugrave; recenti hanno<span>&nbsp; </span>in realt&agrave; rivelato che non esiste una relazione univoca tra le prime grandezze e l&rsquo;inquinamento<a href="#_ftn13" name="_ftnref13"></a><span><span><span><span>[13]</span></span></span></span>, e ancora una volta &egrave; la eterogeneit&agrave; della macrocategoria &lsquo;inquinamento&rsquo; a causare gli errori. Esistono tipi di inquinamento che si riducono al crescere dei consumi e dell&rsquo;industrializzazione (facendo cos&igrave; parlare di &lsquo;curve di Kuznets&rsquo; per l&rsquo;inquinamento), e altri che finora hanno invece mostrato di aumentare. Pi&ugrave; in generale, al modello si &egrave; rimproverata una eccessiva rigidit&agrave;, che non tiene conto della adattativit&agrave; e dell&rsquo;inventiva finora mostrata dal genere umano<a href="#_ftn14" name="_ftnref14"></a><span><span><span><span>[14]</span></span></span></span>. <br /></span><span>Ma la critica forse pi&ugrave; importante &egrave; stata quella di non aver inserito nel modello n&eacute; l&rsquo;innovazione tecnologica n&eacute; i prezzi<a href="#_ftn15" name="_ftnref15"></a><span><span><span><span>[15]</span></span></span></span>. In assenza di questi elementi, il modello rimane incapace di dar conto degli adattamenti e delle sostituzioni fra risorse: eppure, per fare solo un esempio, &egrave; abbastanza evidente che un elevato tasso di sostituzione tra fonti energetiche fossili e fonti energetiche rinnovabili muterebbe completamente gli scenari contemplati nel modello. Anche a prescindere dal fatto che allarmi sul prossimo esaurimento delle risorse fossili si sono ininterrottamente susseguiti dalla seconda met&agrave; dell&rsquo;Ottocento a oggi, e tutti, sistematicamente, sono stati smentiti<a href="#_ftn16" name="_ftnref16"></a><span><span><span><span>[16]</span></span></span></span>, il punto &egrave; che &ndash; anche se le riserve, ad es., di petrolio fossero esattamente note, il che non &egrave; &ndash; non c&rsquo;&egrave; modo di determinare l&rsquo;andamento futuro della produzione di petrolio senza conoscere l&rsquo;andamento della domanda, e quest&rsquo;ultima a sua volta non pu&ograve; essere determinata senza conoscere l&rsquo;evoluzione futura della tecnologia e dei prezzi<a href="#_ftn17" name="_ftnref17"></a><span><span><span><span>[17]</span></span></span></span>. In ultima analisi, &ldquo;<em>le risorse finite sono solo uno slogan vuoto: solo i costi marginali contano</em>&rdquo;.<a href="#_ftn18" name="_ftnref18"></a><span><span><span><span>[18]</span></span></span></span> E questo ci conduce a un punto cruciale: in tutta la questione dei limiti, e in particolare in quella delle risorse non rinnovabili (e dell&rsquo;energia), contrariamente a quel che amano credere gli apocalittici, <em>non c&rsquo;&egrave; nulla di necessario e di inevitabile</em>. Anche se (e non &egrave; affatto scontato) le risorse attualmente inutilizzate dovessero esaurirsi in un futuro pi&ugrave; o meno prossimo, non c&rsquo;&egrave; alcuna ragione di credere che questa debba essere la fine della civilt&agrave; cos&igrave; come la conosciamo, la &ldquo;fine dell&rsquo;era del petrolio&rdquo;, la &ldquo;morte dell&rsquo;industria&rdquo;, eccetera. Si tratter&agrave;, piuttosto, di un passaggio graduale da un tipo di impiego energetico a un altro, nel quale l&rsquo;umanit&agrave; potr&agrave;, una volta di pi&ugrave;, dare prova delle sue doti di adattabilit&agrave; e inventiva.<a href="#_ftn19" name="_ftnref19"></a><span><span><span><span>[19]</span></span></span></span> Anche per una ragione banale ma ottima: che non abbiamo alcuna certezza che nell&rsquo;ora X dell&rsquo;esaurimento il petrolio ci servir&agrave; ancora. La storia, antica e recente, abbonda di simili esempi. Nel tardo medioevo, ricorda Paul Collier, l&rsquo;Inghilterra temette di restare senza legno di tasso per costruire gli archi del suo esercito; ai primi dell&rsquo;Ottocento, temette di restare senza alberi di alto fusto per i pennoni delle sue navi; ma in entrambi i casi, pochi decenni dopo, nuove invenzioni resero inutile il legname, e gli inglesi si sono rinfrancati. A met&agrave; Ottocento, erano nitrati e guano la risorsa naturale pi&ugrave; importante, e il petrolio si usava per asfaltare le strade e per accendere i lumi; cinquant&rsquo;anni dopo, il petrolio era diventato insostituibile, mentre nitrati e guano avevano perso quasi ogni valore. Pochi anni fa, il coltan, di cui prima nessuno sapeva che fare, &egrave; diventato da un giorno all&rsquo;altro prezioso per il suo uso nei telefoni cellulari. E Ricossa ci ricorda opportunamente che analoghi problemi affront&ograve; anche l&rsquo;uomo preistorico:<br /></span><em><span>I nostri lontani antenati del 10.000 a.C. erano gi&agrave;, come noi, alle prese con difficolt&agrave; ecologiche. Non c&rsquo;era ancora nessuno a studiare i limiti della crescita, ma questi limiti erano gi&agrave; presenti&hellip; Sappiamo che il limite superiore della densit&agrave; di popolazione era di circa dieci chilometri quadri per persona, anche in una zona con buone precipitazioni atmosferiche. La superficie delle terre utili non poteva essere molto maggiore di cento milioni di chilometri quadri , per quel che si sa: risulta dunque che una popolazione mondiale di dieci milioni di abitanti era gi&agrave; oltre i limiti di sicurezza. L&rsquo;intero pianeta non bastava a nutrire una umanit&agrave; pari all&rsquo;attuale popolazione di New York. Un pianificatore mondiale avrebbe detto che il futuro era precario. Lo era, e solo la restrizione delle nascite poteva sembrare una via di uscita. In quel tipo di societ&agrave;, il progresso tecnologico non era facilmente immaginabile se non come progresso delle armi da caccia, ma meglio si uccideva, e meno durava la selvaggina da cacciare. E si pensi al problema ecologico: un mondo sovrappopolato era un ambiente dannoso alla selvaggina, dalla cui abbondanza dipendeva tuttavia l&rsquo;umanit&agrave;. Il progresso si distruggeva da s&eacute;&hellip; E infatti le societ&agrave; di cacciatori e pescatori si sono estinte quasi del tutto; ma l&rsquo;umanit&agrave; &egrave; sopravvissuta, e la popolazione mondiale &egrave; ora oltre cinquecento volte il vecchio limite. I nostri antenati non scelsero lo stato stazionario, e oggi possiamo dire che fecero bene. La soluzione fu, come &egrave; noto, la rivoluzione agraria.<a href="#_ftn20" name="_ftnref20"></a><span><span><span><strong><span>[20]</span></strong></span></span></span><br /></span></em><span>Tutti questi esempi indicano una cosa sola: che anche ammesso (e non concesso) di sapere quanto petrolio esista ancora e quando si esaurir&agrave;, non &egrave; detto che in futuro il petrolio continui ad avere la stessa, o anche alcuna, importanza. La caccia e la raccolta a un certo punto smisero di averla, e l&rsquo;umanit&agrave; &egrave; sopravvissuta.<br /></span><span>I difensori a oltranza di World3 tendono a minimizzare queste critiche<a href="#_ftn21" name="_ftnref21"></a><span><span><span><span>[21]</span></span></span></span>, ma il fatto &egrave; che mutamenti nell&rsquo;impiego, sostituzioni fra input, aumenti di efficienza conducono a cambiamenti sostanziali, e se il modello non ne tiene conto si condanna da solo a non poter dire nulla di realmente utile. Cos&igrave; il Rapporto finisce per risultare del tutto astorico; n&eacute; la cosa pu&ograve; sorprendere, visto che &egrave; verosimile che lo stato del mondo attuale in generale, e quello di molte regioni del mondo in particolare, sarebbe stato ben difficile da prevedere nel 1950 (per non parlare del 1900).<a href="#_ftn22" name="_ftnref22"></a><span><span><span><span>[22]</span></span></span></span> <br /></span><span>D&rsquo;altro canto, lo stesso impiego che i decrescenti tendono a fare del modello World3 giustifica una certa diffidenza. Va benissimo dire che un modello non &egrave; una predizione e quindi non &egrave; &lsquo;verificabile&rsquo; come lo sarebbe una predizione vera e propria (come, ad es., &egrave; stato il caso della famosa scommessa tra Ehrlich e Simon sull&rsquo;aumento del prezzo dei minerali<a href="#_ftn23" name="_ftnref23"></a><span><span><span><span>[23]</span></span></span></span>). Per&ograve; un modello scientifico deve pur sempre mantenere una certa capacit&agrave; predittiva, perch&eacute; in caso contrario sarebbe inutile: n&eacute; si pu&ograve; rispondere, come pure spesso vien fatto, che il modello ha per unico scopo quello di aiutare a capire come funziona il mondo e aiutare i &lsquo;responsabili&rsquo; a prendere le decisioni opportune<a href="#_ftn24" name="_ftnref24"></a><span><span><span><span>[24]</span></span></span></span>. Ora, va innanzitutto notato che delle previsioni, nel Rapporto, c&rsquo;erano: alcune si sono rivelate corrette (come quella sul livello della popolazione mondiale nel 2000)<a href="#_ftn25" name="_ftnref25"></a><span><span><span><span>[25]</span></span></span></span>, altre no (come quella per cui &ldquo;<em>ancora prima dell&rsquo;anno 2000, l&rsquo;umanit&agrave; si trover&agrave; di fronte a una drammatica carenza di terra</em>&rdquo;).<a href="#_ftn26" name="_ftnref26"></a><span><span><span><span>[26]</span></span></span></span> Quanto alla letteratura sulla decrescita, essa dal suo canto tralascia ogni dubbio e ogni dato numerico verificabile, per rifugiarsi nella certezza che, un brutto giorno di non si sa quale anno (o secolo), di sicuro il petrolio verr&agrave; a mancare: ma senza dati, senza numeri, questa affermazione, bench&eacute; incontestabile, finisce per essere priva di qualsiasi interesse. Tutti sappiamo che un giorno dovremo morire, ma non tutti siamo d&rsquo;accordo circa il modo in cui questa consapevolezza dovrebbe influire sulla nostra vita (io, per esempio, non ne traggo le stesse indicazioni di un eremita o di un bonzo): e finch&eacute; non siamo in grado di stabilire se il petrolio (o il gas, il carbone, e via dicendo) finir&agrave; in 20 o in 200 anni, &egrave; difficile dire in che cosa il discorso si differenzi da un mero <em>memento mori</em> &ndash; che sar&agrave; anche significativo, per qualcuno, ma che legittimamente negli altri riscuoter&agrave; solo disinteresse. Cos&igrave; qualcuno ha rilevato che sia il Rapporto Meadows, sia (e a maggior ragione) i testi catastrofisti che gli sono seguiti, rappresentano<span>&nbsp; </span>fondamentalmente &ldquo;<em>una predica</em>&rdquo;<a href="#_ftn27" name="_ftnref27"></a><span><span><span><span>[27]</span></span></span></span> o &ldquo;<em>un culto apocalittico catastrofista</em>&rdquo;<a href="#_ftn28" name="_ftnref28"></a><span><span><span><span>[28]</span></span></span></span>.<br /></span><div><br /><hr width="33%" size="1" /><div id="ftn1"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a><span><span><span><span><span>[1]</span></span></span></span></span><span> &ldquo;<em>Tutte queste difficolt&agrave; scaturiscono da una sola, semplice circostanza: la Terra ha dimensioni finite</em>&rdquo;, I limiti 1974, p. 74. &ldquo;<em>La terra &egrave; finita. La crescita di qualsivoglia realt&agrave; fisica&hellip;non pu&ograve; proseguire all&rsquo;infinito</em>&rdquo;, I limiti 2006, p. 30.<br /></span></div><div id="ftn2"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"></a><span><span><span><span><span>[2]</span></span></span></span></span><span> &ldquo;<em>Nell&rsquo;ipotesi che l&rsquo;attuale linea di sviluppo continui inalterata&hellip;l&rsquo;umanit&agrave; &egrave; destinata a raggiungere i limiti naturali dello sviluppo entro i prossimi cento anni</em>&rdquo;, I limiti 1974, p. 32).<br /></span></div><div id="ftn3"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"></a><span><span><span><span><span>[3]</span></span></span></span></span><span> &ldquo;<em>I nostri tentativi di introdurre anche le pi&ugrave; ottimistiche previsioni sugli effetti della tecnologia nel modello non impediscono il verificarsi del collasso finale della popolazione e dell&rsquo;industria, in ogni caso non oltre il 2100</em>&rdquo;: I limiti 1974, p. 119.<br /></span></div><div id="ftn4"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"></a><span><span><span><span><span>[4]</span></span></span></span></span><span> I limiti 1974, p. 82, 104, 117; I limiti 2006, p. 14, 17.<br /></span></div><div id="ftn5"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"></a><span><span><span><span><span>[5]</span></span></span></span></span><span> Qualcuno, come ad es. Georgescu-Roegen (Energia e miti, p. 70), l&rsquo;ha esplicitamente negato: secondo lui, non solo gli aspetti quantitativi del modello &ldquo;<em>non sono stati sottoposti ad alcuna verifica empirica</em>&rdquo;, ma &ldquo;<em>per la rigidit&agrave; stessa della loro natura, i modelli aritmomorfici utilizzati non sono in grado di predire i cambiamenti evolutivi che quelle<span>&nbsp; </span>relazioni possono subire con il passare del tempo</em>&rdquo;. La conclusione, assai severa, &egrave; che &ldquo;<em>la conclusione, ampiamente pubblicizzata &ndash; che cento anni, al massimo, separano il genere umano da una catastrofe ecologica &ndash; &egrave; priva di una base scientificamente solida</em>&rdquo;, e che &ldquo;<em>la predizione, simile alla famosa profezia della fine del mondo nell&rsquo;anno 1000, &egrave; in contrasto con tutto quanto sappiamo sull&rsquo;evoluzione biologica&rdquo;</em>. <br /></span></div><div id="ftn6"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"></a><span><span><span><span><span>[6]</span></span></span></span></span><span> Per es., Todisco, gi&agrave; nel 1974, in un libro che costituiva una esemplare antologia (come tale, ancor oggi molto istruttiva) di tutte le previsioni pi&ugrave; catastrofiche, scriveva che &ldquo;<em>sappiamo fin d&rsquo;ora quando le principali risorse verranno a mancare, quando la terra cesser&agrave; di dar frutti, quando l&rsquo;inquinamento raggiunger&agrave; la sua inesorabile soglia critica. Non ignoriamo, per esempio, che al massimo fra trent&rsquo;anni i giacimenti di petrolio saranno a secco.</em>&rdquo; (Todisco, p. 289). Pasolini, recensendo nello stesso 1974 il libro di Todisco, scriveva che &ldquo;<em>il petrolio&hellip; &egrave; praticamente alla fine</em>&rdquo;, e parlava, a proposito della &ldquo;<em>fine del mondo</em>&rdquo;, della sua &ldquo;<em>terribilit&agrave; logica</em>&rdquo;, inevitabile per via della finitezza del pianeta (PPP, p. 553, 554).<br /></span></div><div id="ftn7"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7"></a><span><span><span><span><span>[7]</span></span></span></span></span><span> V. al riguardo le ironiche considerazioni di P.ROSSI.<br /></span></div><div id="ftn8"><a href="#_ftnref8" name="_ftn8"></a><span><span><span><span><span>[8]</span></span></span></span></span><span> Da questo punto di vista, la pur utile rassegna di Bardi &egrave; alquanto discutibile, visto che omette molta letteratura significativa e non rifugge da illazioni azzardate e accuse <em>ad personam </em>(v. per es. p. 59 e 91 e ss.).<br /></span></div><div id="ftn9"><a href="#_ftnref9" name="_ftn9"></a><span><span><span><span><span>[9]</span></span></span></span></span><span> V. I limiti 1974, p. 30.<br /></span></div><div id="ftn10"><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"></a><span><span><span><span><span>[10]</span></span></span></span></span><span> Smil, p. 160-161.<br /></span></div><div id="ftn11"><a href="#_ftnref11" name="_ftn11"></a><span><span><span><span><span>[11]</span></span></span></span></span><span> Smil.<br /></span></div><div id="ftn12"><a href="#_ftnref12" name="_ftn12"></a><span><span><span><span><span>[12]</span></span></span></span></span><span> Smil, p. 161.<br /></span></div><div id="ftn13"><a href="#_ftnref13" name="_ftn13"></a><span><span><span><span><span>[13]</span></span></span></span></span><span> V. in particolare Cole.<br /></span></div><div id="ftn14"><a href="#_ftnref14" name="_ftn14"></a><span><span><span><span><span>[14]</span></span></span></span></span><span> Georgescu-Roegen; Davidson; Smil, p. 163.<br /></span></div><div id="ftn15"><a href="#_ftnref15" name="_ftn15"></a><span><span><span><span><span>[15]</span></span></span></span></span><span> Rodger; Smil 2, p.24 .<br /></span></div><div id="ftn16"><a href="#_ftnref16" name="_ftn16"></a><span><span><span><span><span>[16]</span></span></span></span></span><span> Ce ne &egrave; una bella sintesi in Smil2, p. 22 ss. Si comincia col grande Jevons, che a suo tempo escluse come impensabile la possibilit&agrave; di sostituire qualche altro combustibile al carbone; pochi decenni dopo, il petrolio aveva gi&agrave; superato il carbone. Si prosegue con Hubbert che fissa il picco mondiale del petrolio tra il 1993 e il 2000, Campbell che lo prevede al 1993, Ivanhoe al 2000, Deffeyes al 2003 e poi al 2005&hellip; Eppure tutti continuano a proclamare che stavolta la previsione si avverer&agrave;, e si stupiscono dello scetticismo generale. Maddison, 401, ricorda opportunamente che Jevons sbagli&ograve; non solo perch&eacute; sottovalut&ograve; le possibilit&agrave; di sostituzione tra input, ma anche perch&eacute; sopravvalut&ograve; enormemente la crescita dei consumi.<br /></span></div><div id="ftn17"><a href="#_ftnref17" name="_ftn17"></a><span><span><span><span><span>[17]</span></span></span></span></span><span> E questo &egrave; gi&agrave; provato dai fatti storici, non &egrave; cio&egrave;, come vorrebbero i catastrofisti, un <em>wishful thinking</em> di inguaribili ottimisti e di fanatici adoratori del progresso e della scienza (o magari servi del capitalismo globale). A partire dallo shock petrolifero del 1973, l&rsquo;Occidente ha sviluppato in brevissimo tempo sistemi di risparmio energetico altamente efficaci, e sono stati proprio questi a indurre l&rsquo;OPEC a metter fine alla sua politica di aumento dei prezzi (come ammon&igrave; all&rsquo;epoca Yamani, il ministro del petrolio saudita: aumentare i prezzi avrebbe solo affrettato il momento in cui l&rsquo;Occidente avrebbe semplicemente imparato a fare a meno del petrolio con alternative pi&ugrave; efficienti, e quest&rsquo;ultimo avrebbe finito col restarsene intatto sottoterra per sempre). Se consideriamo il molto che si pu&ograve; ancora fare dal punto di vista del risparmio energetico, le riserve di gas naturale ancor utilizzabile, e l&rsquo;impatto che i progressi in campo delle energie rinnovabili avranno, il pessimismo finisce col sembrare immotivato. <br /></span></div><div id="ftn18"><a href="#_ftnref18" name="_ftn18"></a><span><span><span><span><span>[18]</span></span></span></span></span><span> Smil2, p. 24.<br /></span></div><div id="ftn19"><a href="#_ftnref19" name="_ftn19"></a><span><span><span><span><span>[19]</span></span></span></span></span><span> Smil2, p. 24.<br /></span></div><div id="ftn20"><a href="#_ftnref20" name="_ftn20"></a><span><span><span><span><span>[20]</span></span></span></span></span><span> Ricossa, impariamo, p. 37.<br /></span></div><div id="ftn21"><a href="#_ftnref21" name="_ftn21"></a><span><span><span><span><span>[21]</span></span></span></span></span><span> Molti si rifugiano nella convinzione che il futuro non pu&ograve; essere previsto: il che &egrave; certamente vero, ma contraddittorio con gli stessi scopi di imprese come quella del Rapporto. Bardi ha invece sostenuto che la tecnologia a sua volta non ha possibilit&agrave; di crescita infinita, e che ogni miglioramento tecnologico (dall&rsquo;impiego di energia pulita alla lotta all&rsquo;inquinamento) potrebbe solo rinviare il crollo, ma non scongiurarlo, se non altro perch&eacute;, essendo l&rsquo;efficienza di ogni processo inferiore al 100% (la seconda legge della termodinamica colpisce ancora!) finirebbe a sua volta per accrescere l&rsquo;inquinamento (Bardi, p. 79 ss.). Ma come si &egrave; visto, l&rsquo;utilit&agrave; di un concetto vago e impreciso come &lsquo;inquinamento&rsquo; nell&rsquo;accezione di World3 &egrave; ben scarsa.<br /></span></div><div id="ftn22"><a href="#_ftnref22" name="_ftn22"></a><span><span><span><span><span>[22]</span></span></span></span></span><span> Smil, p. 162.<br /></span></div><div id="ftn23"><a href="#_ftnref23" name="_ftn23"></a><span><span><span><span><span>[23]</span></span></span></span></span><span> Cf. Lomborg, p.137.<br /></span></div><div id="ftn24"><a href="#_ftnref24" name="_ftn24"></a><span><span><span><span><span>[24]</span></span></span></span></span><span> Per due ragioni: una, che senza capacit&agrave; predittiva, non si pu&ograve; aiutare nessuno a prendere decisioni di sorta; e secondo, che se si esclude ogni possibile confronto con la realt&agrave;, si finisce per possedere s&igrave; un &lsquo;modello&rsquo; infalsificabile, ma anche qualcosa la cui scientificit&agrave; (e utilit&agrave;) &egrave; prossima a zero. <br /></span></div><div id="ftn25"><a href="#_ftnref25" name="_ftn25"></a><span><span><span><span><span>[25]</span></span></span></span></span><span> Limiti 1974, p. 40.<br /></span></div><div id="ftn26"><a href="#_ftnref26" name="_ftn26"></a><span><span><span><span><span>[26]</span></span></span></span></span><span> Limiti 1974, p. 48. V. al riguardo (ammirevolmente nonchalant) i commenti in I limiti 2006, p. 89 ss.<br /></span></div><div id="ftn27"><a href="#_ftnref27" name="_ftn27"></a><span><span><span><span><span>[27]</span></span></span></span></span><span> Smil, p. 163, che a questo proposito suggerisce, a chi sia affezionato al genere, piuttosto la lettura della Bibbia.<br /></span></div><div id="ftn28"><a href="#_ftnref28" name="_ftn28"></a><span><span><span><span><span>[28]</span></span></span></span></span><span> Smil2, p. 24.<br /></span></div></div>]]>
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    <title>La hybris secondo Fusaro</title>
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    <published>2012-08-31T13:12:15Z</published>
    <updated>2012-08-31T13:18:28Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[D.FUSARO, Minima mercatalia, Milano, Bompiani, 2012Allora, c'&egrave; questo giovane filosofo che scrive tipo tre libri all'anno; l'ultimo &egrave; una ambiziosissima panoramica della filosofia occidentale alla ricerca dei lineamenti dell'economia capitalistica. Esatto: &egrave; chiaro che le strutture economiche si ritrovano nei...]]></summary>
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            <category term="Metafisica" />
    
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        <![CDATA[<p>D.FUSARO, <em><u>Minima mercatalia</u></em>, Milano, Bompiani, 2012</p><p>Allora, c'&egrave; questo giovane filosofo che scrive tipo tre libri all'anno; l'ultimo &egrave; una ambiziosissima panoramica della filosofia occidentale alla ricerca dei lineamenti dell'economia capitalistica. Esatto: &egrave; chiaro che le strutture economiche si ritrovano nei libri di filosofia, no.</p><p><span>Fusaro sostiene che il capitalismo &ldquo;<em>si configura come il rovesciamento del limite e della finitezza su cui si fondava il mondo precapitalistico e che, per ci&ograve; stesso, costituisce il punto di massima alienazione dell&rsquo;uomo rispetto alle sue potenzialit&agrave; ontologiche</em>&rdquo;, laddove il mondo greco sarebbe stato &ldquo;<em>il paradigma della metafisica della &lsquo;giusta misura&rsquo; in ogni sua determinazione&hellip; configurandosi pertanto come una prima, sia pur limitata, forma di realizzazione delle potenzialit&agrave; ontologiche dell&rsquo;uomo</em>&rdquo;</span><a name="_ftnref1"></a><span>[1]</span><span>. Viceversa, il mondo moderno avrebbe a suo fondamento l&rsquo;illimitatezza, &ldquo;<em>nella forma del &lsquo;attivo infinito&rsquo; dell&rsquo;accumulazione illimitata di capitale e dell&rsquo;</em>auri sacra fames&rdquo;: vi sarebbe una &ldquo;<em>passione moderna per l&rsquo;infinito in ogni sua forma..: l&rsquo;uomo copernicano, la conoscenza infinita, l&rsquo;illimitata </em>perfectibilit&eacute; <em>dell&rsquo;uomo ecc</em>.&rdquo;<span> <a name="_ftnref2"></a>[2]</span>. Per dimostrarcelo, dedica un lungo capitolo all&rsquo;esame del modo in cui i filosofi greci (il lavoro di Fusaro, infatti, si guarda bene dallo scendere dal terreno della filosofia a quello dei fatti e dei processi reali, e anzi rivendica fieramente questa sua caratteristica) hanno considerato la coppia misura/dismisura. Il mondo greco sarebbe stato dominato dalla riproduzione semplice, dalla produzione finalizzata al consumo, al soddisfacimento dei bisogni umani, &ldquo;<em>per loro natura finiti e limitati</em>&rdquo;. </span></p><div><br /><span><hr width="33%" size="1" /></span><div id="ftn1"><a name="_ftn1"></a><span>[1]</span><span> Fusaro, p. 67.<br /></span></div><div id="ftn2"><a name="_ftn2"></a><span>[2]</span><span> Fusaro, p. 69.<br /></span></div></div>]]>
        <![CDATA[<span>Per questo i filosofi greci avevano in abominio l&rsquo;infinito e, quanto ai processi economici, contrapponevano l&rsquo;oikonomia (buona) alla crematistica (cattiva). I filosofi greci, poi, non erano &ldquo;<em>meri scienziati della natura</em>&rdquo;,</span><a name="_ftnref1"></a>[1]<span> erano ben di pi&ugrave;, erano cio&egrave; dei filosofi (Fusaro &egrave; infatti convinto che non solo la filosofia non sia, a differenza della scienza, solo un &ldquo;<em>inerte rispecchiamento del reale</em>&rdquo;</span><a name="_ftnref2"></a>[2]<span>, ma che invece solo essa possieda in s&eacute; le capacit&agrave; di trasformare la realt&agrave;), e come tali ponevano la questione del metron, della misura, al centro della propria riflessione. Il peccato per&ograve; &egrave; che Fusaro non sia minimamente in grado di dirci quale sarebbe questa misura; e ci&ograve;, si badi, non con riferimento alla nostra societ&agrave; e alla nostra cultura (che in fondo potrebbero non avercela affatto), ma con riferimento alla societ&agrave; e cultura greca. E questo naturalmente non &egrave; un caso. Siccome i bisogni umani sono un dato storico, e come tale mutevole, non dovrebbe sorprendere che i filosofi greci potessero discutere di misura e giusto mezzo senza preoccuparsi di specificare cosa queste parole volessero dire: &egrave; logico, infatti, che si rimettessero al costume delle varie poleis greche per stabilire, di volta in volta, quale fosse la giusta misura da applicare. Questo per&ograve; significa che, al contrario di quanto Fusaro sembra credere, non &egrave; affatto vero che crematistica ed oikonomia fossero &ldquo;<em>due possibilit&agrave; ontologicamente fondate</em>&rdquo;</span><a name="_ftnref3"></a>[3]<span>, perch&eacute; esse sono invece due sfere storicamente fondate, e caratteristiche della societ&agrave; e cultura greca. Non si tratta di due sfere tranquillamente trasferibili nel nostro tempo, e allo stesso modo la misura/hybris dei Greci (ammesso e non concesso che Solone e Aristotele le concepissero nello stesso modo) non sono concetti utilizzabili nelle culture delle societ&agrave; industriali moderne. Del resto, sarebbe difficile aspettarsi altro, da un autore che &egrave; capace di definire il materialismo come &ldquo;<em>la riduzione del mondo alla dimensione estesa del<span>&nbsp; </span>piano di scorrimento delle merci</em>&rdquo;</span><a name="_ftnref4"></a>[4]<span>, che avrebbe eliminato la religione e dunque l&rsquo;ultimo ostacolo a che l&rsquo;economia diventasse &ldquo;sovrana&rdquo;</span><a name="_ftnref5"></a>[5]<span>, e secondo il quale solo la metafisica idealistica tedesca renderebbe possibile &ldquo;<em>la conoscenza e la conseguente critica della nuova totalit&agrave; dei rapporti sociali di produzione capitalistici</em>&rdquo;</span><a name="_ftnref6"></a>[6]<span>; coronando questo allegro rovesciamento del materialismo storico con la ridefinizione di Marx come filosofo idealista</span><a name="_ftnref7"></a>[7]<span>. Siamo cos&igrave; tornati, ben prima di Marx, a un mondo dove, per cambiare la societ&agrave;, basta cambiare i libri di filosofia: e hybris, dismisura e compagnia bella se ne stanno innocue per l&rsquo;appunto nei libri. D&rsquo;altronde, la visione del mondo moderno di Fusaro &egrave; talmente terrificante da rendere del tutto inutile ogni critica, anche la pi&ugrave; metafisica o idealistica che ci sia: la societ&agrave; moderna infatti sarebbe la sola ad essere veramente totalitaria, dato che essa, a differenza ad es. del nazismo, non ha neppure bisogno di usare la coercizione per costringere la gente a fare o non fare qualcosa</span><a name="_ftnref8"></a>[8]<span>: riesce a far s&igrave; che la gente compri il &ldquo;<em>cellulare di ultima generazione</em>&rdquo; spontaneamente, anzi vivendolo come &ldquo;<em>suprema realizzazione della propria libert&agrave; soggettiva</em>&rdquo;, senza avvedersi che si tratta invece di una &ldquo;<em>libera accettazione dell&rsquo;imposizione sistemica</em>&rdquo;, di una &ldquo;<em>rappresentazione dell&rsquo;obbligo di scegliere come libert&agrave; di scelta</em>&rdquo;</span><a name="_ftnref9"></a>[9]<span>, di una &ldquo;<em>dittatura sulle coscienze ancora prima che sui corpi</em>&rdquo;</span><a name="_ftnref10"></a>[10]<span>, e via cantando in una serie di affermazioni che per essere paradossali non riescono per&ograve; meno grottescamente assurde (trattandosi di ragionamenti del tipo &ldquo;il bianco &egrave; nero, proprio in quanto &egrave; bianco&rdquo;).<br /></span><div><br /><span><hr width="33%" size="1" /></span><div id="ftn1"><a name="_ftn1"></a><span>[1]</span><span> Fusaro, p. 98.<br /></span></div><div id="ftn2"><a name="_ftn2"></a><span>[2]</span><span> Fusaro, p. 440.<br /></span></div><div id="ftn3"><a name="_ftn3"></a><span>[3]</span><span> Fusaro, p. 137.<br /></span></div><div id="ftn4"><a name="_ftn4"></a><span>[4]</span><span> Fusaro, p. 205.<br /></span></div><div id="ftn5"><a name="_ftn5"></a><span>[5]</span><span> Fusaro, p. 207.<br /></span></div><div id="ftn6"><a name="_ftn6"></a><span>[6]</span><span> Fusaro, p. 243.<br /></span></div><div id="ftn7"><p><a name="_ftn7"></a><span>[7]</span><span> Fusaro, p. 336 e ss.</span></p></div><div id="ftn8"><a name="_ftn8"></a><span>[8]</span><span> L&rsquo;uso della coercizione fisica &egrave; infatti un sintomo della debolezza e della sostanziale incapacit&agrave; dei regimi totalitari novecenteschi<span>&nbsp; </span>a riprodursi e ad impedire la dissidenza (anche semplicemente &ldquo;<em>virtuale</em>&rdquo;), a differenza della societ&agrave; capitalistica contemporanea: Fusaro, p. 458-460.<br /></span></div><div id="ftn9"><a name="_ftn9"></a><span>[9]</span><span> Fusaro, p. 408.<br /></span></div><div id="ftn10"><a name="_ftn10"></a><span>[10]</span><span> Fusaro, p. 460.<br /></span></div></div>]]>
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    <title>La crescita secondo il prof. Galimberti</title>
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    <id>tag:karlkraus.urbiloquio.com,2012:/recensioni//2.983</id>
    
    <published>2012-07-26T09:13:50Z</published>
    <updated>2012-07-26T09:16:24Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[In un libercolo dal titolo pomposo (I miti del nostro tempo, Feltrinelli, 2012), Umberto Galimberti si occupa da par suo anche della crescita.Secondo Galimberti, i miti sono idee cos&igrave; radicate &ldquo;da agire in noi come dettati ipnotici che non sopportano...]]></summary>
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            <category term="Diritto &amp; Economia" />
    
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        <![CDATA[<p><span>In un libercolo dal titolo pomposo (<em><u>I miti del nostro tempo</u></em>, Feltrinelli, 2012), Umberto Galimberti si occupa da par suo anche della crescita.</span></p><span>Secondo Galimberti, i miti sono idee cos&igrave; radicate &ldquo;<em>da agire in noi come dettati ipnotici che non sopportano alcuna critica, alcuna obiezione</em>&rdquo;; &ldquo;<em>a differenza delle idee che pensiamo, i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima&hellip; sono idee semplici che noi abbiamo mitizzato perch&eacute; sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, togliendo ogni dubbio</em>&rdquo; (p. 11). E quindi occorre rivisitarli criticamente. Tra questi miti (per la precisione, tra i miti &ldquo;collettivi&rdquo;), c&rsquo;&egrave; per G. anche la crescita. <br /></span><span>Ma vediamo innanzitutto come G. considera la crescita zero: <br /></span><span>&ldquo;<em>si pu&ograve; sempre dire che un po&rsquo; di povert&agrave; non fa male: contiene i costumi che abbiamo spinto un po&rsquo; all&rsquo;eccesso, spopola i ristoranti dove per la troppa gente <span>&nbsp;</span>non si riesce pi&ugrave; a scambiar parola, riduce il traffico che ha trasformato le vie delle nostre citt&agrave; in un unico grande parcheggio, allenta la morsa dei weekend forzati, assottiglia, nelle agenzie di viaggio, le folle di quanti pensano che basti cambiar cielo per cambiar animo. Le discoteche chiuderanno qualche ora prima, alcuni giovani vedranno ridotte le loro chance di finire direttamente al cimitero</em>&rdquo; (p. 279). <br /></span>]]>
        <![CDATA[<span>Notate la singolare scelta degli esempi: sono tutti casi in cui lo scrivente, G., si situa implicitamente fra coloro che beneficeranno dei ristoranti pi&ugrave; vuoti, della riduzione del traffico, della diminuzione dei turisti nelle localit&agrave; esotiche, del minor rumore delle discoteche. Sarebbe interessante sentire come reagirebbe G. se gli esempi di &lsquo;povert&agrave;&rsquo; applicabili fossero riduzione delle cattedre universitarie e dei relativi stipendi e contratti di ricerca, tagli delle pensioni ai professori universitari e cos&igrave; via. Forse la flemma dell&rsquo;agiato professore verrebbe meno, o forse no, chiss&agrave;. Cos&igrave; per G. &lsquo;crescita zero&rsquo; vuol dire<span>&nbsp; </span>riprendere a parlare coi figli invece di guardare la TV, smetterla con l&rsquo;ossessione delle ferie. Essa, in fondo, &ldquo;<em>finora tocca solo i nostri soldi e non la nostra pelle o la dignit&agrave; dell&rsquo;uomo, come ancora accade in troppe parti del mondo</em>&rdquo; (p. 281): notate qui la sprezzatura di chi i soldi ne ha quanto basta per considerarli superflui.<br /></span><span>&lsquo;Crescita&rsquo;, per G., &egrave; una &ldquo;<em>parola subdola</em>&rdquo;, che gli economisti impongono a tutti, senza per&ograve; spiegare fin dove bisogna crescere, a spese di chi, e a quali costi ambientali, in quanto il problema &ldquo;<em>non &egrave; di competenza dell&rsquo;economia</em>&rdquo; (p. 280). Il bello &egrave; che, mentre &egrave; falso che la crescita venga imposta a tutti dagli economisti (gli economisti non impongono nulla a nessuno, tantomeno la crescita), &egrave; verissimo invece che gli economisti non hanno alcuna competenza sul limite della crescita, sui costi ambientali e umani accettabili per la crescita ecc. e che quindi si guardano bene dall&rsquo;imporre o anche solo suggerire alcunch&eacute; al riguardo. Si tratta infatti di scelte <em>politiche</em> quant&rsquo;altre mai, e quel che &egrave; caratteristico &egrave; che G., che pure intona i soliti lai sull&rsquo;abdicazione della politica a favore dell&rsquo;economia<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"></a><span><span><span><span>[1]</span></span></span></span>, non si accorge che se scelte sbagliate ci sono state (e ce ne sono state eccome), sono state scelte <em>politiche</em> sbagliate. Poco male, comunque, dato che per il nostro filosofo economia significa<span>&nbsp; </span>&ldquo;<em>soprattutto mentalit&agrave; diffusa, modo di sentire, categoria dello spirito del nostro tempo</em>&rdquo;: aria fritta insomma, alla quale si pu&ograve; tranquillamente attribuire qualunque nefandezza. Non &egrave; un caso che tra i testi citati nel saggetto di G., ve ne sono di sociologi, di giornalisti e di psicologi, ma l&rsquo;unico economista citato (alquanto a vanvera) &egrave; Marx.<br /></span><span>Anche per G. &ldquo;<em>la crescita non ha altro scopo che continuare a crescere</em>&rdquo;, la &ldquo;<em>crescita all&rsquo;infinito</em>&rdquo;, che &egrave; un&rsquo;<em>&rdquo;idea folle</em>&rdquo;, che &ldquo;<em>ha parentela con l&rsquo;assurdo</em>&rdquo; (p. 281), ed &egrave; fondata sull&rsquo;<em>&rdquo;individualismo sfrenato e aggressivo degli ultimi decenni</em>&rdquo;, contro la quale bisogna &ldquo;<em>privilegiare il &lsquo;noi&rsquo; rispetto al&rsquo;&rsquo;io&rsquo;. Il noi del volontariato, della reciproca assistenza, della familiarit&agrave; del borgo rispetto all&rsquo;anonimato della metropoli, il noi della convivialit&agrave;, dei comportamenti virtuosi in ordine alla circolazione stradale, alla scelta e al consumo dei cibi, alle condotte a rischio, agli stili di vita</em>&rdquo; (p. 281). Insomma, siamo alla solita riforma morale, con in pi&ugrave; la vecchia polemica contro la grande citt&agrave; spersonalizzante a favore, non gi&agrave; della campagna, ma del piccolo borgo. C&rsquo;&egrave; poi anche la singolare idea che esistano comportamenti &lsquo;virtuosi&rsquo; quanto alla circolazione stradale, agli stili di vita e al mangiare, e che per di pi&ugrave; l&rsquo;esistenza di questi comportamenti virtuosi sia immediatamente riconoscibile a tutti, senza bisogno di spiegare esattamente quali siano e perch&eacute; sarebbero virtuosi. <br /></span><span>Il mito della crescita, insomma, &ldquo;<em>visualizza gli uomini solo come produttori e consumatori di merci</em>&rdquo; e noi dobbiamo scegliere &ldquo;<em>valori non economici</em>&rdquo; proprio perch&eacute; &ldquo;<em>rifiutiamo di sacrificare la propria esistenza al mito della crescita</em>&rdquo; (p. 281). Il &ldquo;<em>consumo forzato</em>&rdquo;, prodotto dalla pubblicit&agrave;, &egrave; addirittura &ldquo;<em>un appello alla distruzione, una forma radicale di nichilismo</em>&rdquo; (p. 281). Una domanda &ldquo;<em>fulminea</em>&rdquo;: &ldquo;<em>i fini dell&rsquo;economia che punta solo sulla crescita sono anche i nostri fini? O siamo noi diventati semplici strumenti dell&rsquo;ideologia della crescita?</em>&rdquo; (p. 282): la risposta &egrave; s&igrave;, &ldquo;<em>perch&eacute; questa &egrave; l&rsquo;ideologia della crescita che non ha in vista alcuna finalit&agrave; che non sia il suo semplice auto potenziamento,e<span>&nbsp; </span>dove il lavoro e l&rsquo;uomo che lavora non hanno altro fine se non quello di concorrere alla crescita infinita della produzione di mezzi, senz&rsquo;altro scopo che non sia la loro moltiplicazione e il loro perfezionamento come l&rsquo;et&agrave; della tecnica prescrive</em>&rdquo; (p. 282). Pare, a sentire G., che l&rsquo;economia non sappia produrre altro che merci, mentre non saprebbe produrre &ldquo;<em>servizi per la persona e per la relazione tra le persone</em>&rdquo; (p. 286), e questa davvero non si sa da dove l&rsquo;abbia tirata fuori. Subito dopo infatti G. ripete la vecchia solfa del mercato che ha invaso anche gli spazi pi&ugrave; intimi della famiglia (p. 286-287): solo che la cosa stride alquanto con l&rsquo;affermazione di prima. Inoltre, come sempre in questi casi, emergono alcune imbarazzanti nostalgie (&ldquo;<em>tutto ci&ograve; che il mercato ci toglie con l&rsquo;allungamento degli orari di lavoro o con l&rsquo;impiego di entrambi i componenti della coppia genitoriale, poi ce lo offre in vendita sotto forma di servizi a pagamento</em>&rdquo;, p. 287; &ldquo;<em>il mercato vende&hellip;l&rsquo;ideologia del &lsquo;tempo qualit&agrave;&rsquo;, per cui non &egrave; necessario che, in occasione del compleanno del suo bambino, la madre prepari la torta, gonfi i palloncini, inviti gli amichetti, &egrave; sufficiente che si affidi a un&rsquo;agenzia di servizi</em>&rdquo;, p. 288: la madre beninteso, mica il padre). Anzi, noi diventeremmo sempre pi&ugrave; dipendenti dal mercato, ma con la convinzione di divenire sempre pi&ugrave; indipendenti (p. 287). &ldquo;<em>A dissolvere la famiglia non &egrave; stato il comunismo&hellip; ma il capitalismo</em>&rdquo; (p. 288): rimpianti da vecchia zitella<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"></a><span><span><span><span>[2]</span></span></span></span>. Il lavoro &egrave; diventato &ldquo;<em>un rimedio all&rsquo;angoscia</em>&rdquo; (p. 289); &ldquo;<em>la nostra interiorit&agrave;, dove propriamente dovremmo riconoscerci, pi&ugrave; non risuona&hellip; Nel silenzio della nostra interiorit&agrave;, la nostra vita si affaccenda senza pi&ugrave; rispettare il settimo giorno</em>&rdquo; (p. 290). &ldquo;<em>E di questo la nostra anima soffre e forse anche il nostro sistema nervoso&rdquo; (di qui il vasto consumo di psicofarmaci</em>&rdquo; (p. 290). Occorre insomma ricuperare la &ldquo;<em>giusta misura</em>&rdquo; (p. 290). Occorre recuperare il tempo, a spese del denaro (p. 291).<br /></span><span>Poi c&rsquo;&egrave; il panegirico, abbastanza a vanvera, di Yunus, inventore di &ldquo;<em>un modo per emancipare l&rsquo;uomo dai condizionamenti economici, e riconsegnargli la sua dignit&agrave;</em>&rdquo; (p. 292): badate ai termini. Per G., una istituzione bancaria, che fa microcredito, cio&egrave; applica una teoria economica per risolvere uno speciale problema economico tipico del<span>&nbsp; </span>sistema finanziario (le asimmetrie informative), senza, si badi, rinunciare la profitto (lo dice esplicitamente lo stesso Yunus, citato- &egrave; questo il bello- dallo stesso G., a p. 296: &ldquo;<em>I poveri sono solvibili, e si pu&ograve; prestare loro del denaro in un&rsquo;ottica commerciale, cio&egrave; ricavandone un profitto. Le banche potrebbero e dovrebbero servire i diseredati, non solo per altruismo, ma per interesse commerciale</em>&rdquo;) diventa per G. &ldquo;<em>un esempio di economia che, alla crescita infinita e finalizzata del profitto, preferisce la promozione dell&rsquo;uomo e della sua dignit&agrave;, evitando quei rimedi poco dignitosi che sono l&rsquo;elemosina e la carit&agrave;</em>&rdquo; (p. 287), dimenticandosi che sempre Yunus, citato due pagine prima, aveva spiegato che elemosina e carit&agrave; vanno evitate perch&eacute; non danno i giusti incentivi ai poveri (&ldquo;<em>la carit&agrave; pu&ograve; avere effetti devastanti. Infatti, chi raccoglie denaro mendicando non &egrave; motivato a migliorarsi&hellip; non c&rsquo;&egrave; ragione di faticare quando basta tendere la mano per guadagnarsi la vita</em>&rdquo;, p. 293), con gli stessi argomenti che<span>&nbsp; </span>due padri dell&rsquo;economia come Mandeville e Defoe avevano a suo tempo impiegato contro gli istituti di beneficienza, e gli stessi argomenti che ancora oggi i paladini del libero mercato impiegano contro il Welfare State. Cose che G. ovviamente riterrebbe detestabili e ripugnanti, se a dirle anzich&eacute; Yunus fosse Milton Friedman. O se impiegasse un minuto a pensare prima di scrivere. <br /></span><em><span>Prosit</span></em><span>.<br /></span><div><br /><hr width="33%" size="1" /><div id="ftn1"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a><span><span><span><span><span>[1]</span></span></span></span></span><span> &ldquo;<em>La regia della storia oggi non &egrave; pi&ugrave; nelle mani della politica, che nella citt&agrave; ideale di Platone &egrave; interprete dell&rsquo;etica e, in vista del bene comune, determina gli scopi a cui deve subordinarsi il lavoro degli uomini, ma &egrave; nelle mani dell&rsquo;economia il cui </em>fare<em>, regolato dalla ragione strumentale che prevede il minimo impiego di mezzi per il massimo conseguimento di risultati, ha subordinato a s&eacute; l&rsquo;</em>agire<em>, ossia la scelta dei fini a cui da sempre sono orientate l&rsquo;etica e la politica, a cui spetta decidere quale orientamento dare al &lsquo;fare&rsquo;</em>&rdquo;: Galimberti, p. 285.<br /></span></div><div id="ftn2"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"></a><span><span><span><span><span>[2]</span></span></span></span></span><span> G. arriva a chiedersi: &ldquo;<em>a questi bambini con le chiavi di casa, come si far&agrave;, quando saranno adolescenti, a dir loro di non rincasare alle sei del mattino?</em>&rdquo;, p. 289. <br /></span></div></div>]]>
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    <title>Psicostoria, equazioni del capitalismo e altre ossessioni</title>
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    <published>2012-03-07T22:53:15Z</published>
    <updated>2012-03-07T22:56:48Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[G.COSENZA, La transizione, Milano, Feltrinelli, 2008Se le teorie di Georgescu-Roegen e dei continuatori del Rapporto Meadows si mantengono su un piano razionale, diverso &egrave; il discorso invece a proposito di altri autori, i quali uniscono all&rsquo;assertivit&agrave; delle affermazioni una totale...]]></summary>
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            <category term="Apocalissi" />
    
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        <![CDATA[<p>G.COSENZA, <em><u>La transizione</u></em>, Milano, Feltrinelli, 2008</p><p><span>Se le teorie di Georgescu-Roegen e dei continuatori del Rapporto Meadows si mantengono su un piano razionale, diverso &egrave; il discorso invece a proposito di altri autori, i quali uniscono all&rsquo;assertivit&agrave; delle affermazioni una totale mancanza di argomenti. Un esempio quasi parossistico &egrave; rappresentato dagli scritti di Guido Cosenza, in particolare da <em><u>La transizione</u></em>. Questo libro si impegna a dimostrare (o meglio, ad affermare) che l&rsquo;intera storia umana mostra una costante tendenza &ndash; che perci&ograve; si pu&ograve; ben definire legge &ndash; che conduce gli aggregati umani, cio&egrave; le societ&agrave;, da un minimo a un massimo di complessit&agrave;. L&rsquo;uomo viene amichevolmente definito come un personaggio &ldquo;<em>che ha sterminato o schiavizzato innumerevoli specie animali, distrutto preziosissime essenze vegetali, dilapidato patrimoni energetici di provenienza solare accumulati in centinaia di milioni di anni nelle viscere della terra, ridotto il pianeta a un ignobile immondezzaio</em>&rdquo; (p. 19). Non manca anche una benevola menzione di Marx, che aveva avuto tante buone intuizioni purtroppo vanificate dal non aver tenuto conto delel capacit&agrave; del capitalismo di tenere sotto controllo le sorgenti di crisi e instabilit&agrave; (p. 29-30): all&rsquo;uopo, il nostro emnziona non solo gli interventi pubblici nell&rsquo;economia, il welfare ecc., ma anche la repressione, cui si accenna in termini del pi&ugrave; puro e grottesco cospirazionismo (&ldquo;<em>la decimazione sistematica degli elementi pi&ugrave; in vista, pi&ugrave; attivi nella contestazione del sistema dominante. Usa metodi illegali sofisticatissimi per la neutralizzazione di individui e l&rsquo;occultamento delle prove</em>&rdquo;, p. 36). Notiamo di passata che i veri problemi della teoria di Marx, quale in primis la discrepanza fra prezzi e valore, viene buffonescamente considerata dal Nostro come una prova della bont&agrave; delle teorie di Marx, per l&rsquo;occasione reinterpretate come una applicazione della meccanica classica all&rsquo;economia (p. 34). Ma la parte decisamente pi&ugrave; interessante del libro &egrave; quella centrale, dedicata alla analisi, diciamo cos&igrave;, storica delle civilt&agrave; umane. Tanto tempo fa Bertrand Russel ebbe a dir della filosofia della storia di Hegel che un&rsquo;opera del genere richiedeva, oltre a molte qualit&agrave;, anche una discreta ignoranza della storia; questa considerazione vale a maggior ragione per un&rsquo;opera come questa. Cosenza ritiene di poter &ldquo;misurare&rdquo; la complessit&agrave; in base a due parametri: il PIL e la &ldquo;<em>percentuale del Pil utilizzata nell&rsquo;attivare il comparto dedito a compiti organizzativi</em>&rdquo; (p. 41-42). Notate gi&agrave; qui l&rsquo;ambiguit&agrave; del concetto di &ldquo;compiti organizzativi&rdquo;, che &egrave; di tale vaghezza da ricomprendere la totalit&agrave; dei servizi (come conferma successivamente lo stesso Cosenza, a proposito di Roma antica, p. 50: &ldquo;<em>la necessit&agrave; di governare un organismo sempre pi&ugrave; articolato e vasto, genera l&rsquo;esigenza del progressivo ampliamento del comparto dei servizi</em>&rdquo;). </span></p>]]>
        <![CDATA[<span>Armato di una simile panoplia, il nostro prosegue a riscontrare nella storia il passaggio graduale a una sempre maggiore complessit&agrave;, finch&eacute; la produzione raggiunge un massimo e<span>&nbsp; </span>comincia a decrescere, data la necessit&agrave; di sottrarre alla produzione risorse destinate invece all&rsquo;organizzazione; a questo punto si creano turbolenze e instabilit&agrave; che &ldquo;possono&rdquo; sfociare (ma non &egrave; chiaro se lo facciano sempre o di necessit&agrave;) &ldquo;<em>in un passaggio a una differente struttura decomplessificata</em>&rdquo; (p. 43). Secondo Cosenza, anche se non si capisce bene perch&eacute;, questo andamento &ldquo;<em>si conforma perfettamente al principio della caduta tendenziale del saggio di profitto enunciato da Marx per una societ&agrave; industriale</em>&rdquo;. In realt&agrave;, non si capisce perch&eacute; mai ad un maggior grado di organizzazione dovrebbe sempre e necessariamente corrispondere una produzione, o meglio una produttivit&agrave;, minore (&egrave; senz&rsquo;altro possibile, e ai nostri giorni &egrave; senz&rsquo;altro vero, il contrario); ma &egrave; caratteristico che tutto questo Cosenza lo dia per scontato. <span>&nbsp;</span><br /></span><span>Il nostro sostiene (ma sempre guardandosi bene dal riferire dati o citazioni a sostegno; e la bibliografia al riguardo &egrave; di una povert&agrave; imbarazzante) di aver ricavato queste teorie dall&rsquo;analisi di dati storici e archeologici. Questa evoluzione si pu&ograve; rappresentare in una curva, la &ldquo;curva logistica&rdquo;. Cosenza sostiene che tutte le societ&agrave; da lui studiate manifestano &ldquo;un accentuato carattere espansivo&rdquo; e che forse proprio questo carattere determina il manifestarsi della curva logistica (p. 48). Se questo &egrave; corretto, allora se ne deduce che una societ&agrave; che sopprimesse o attenuasse fortemente questa spinta espansiva, non sarebbe soggetta alla legge stessa: ecco che qui vediamo riapparire il miraggio della societ&agrave; decrescente o stazionaria, postindustriale. <span>&nbsp;</span>Poi viene il capitolo destinato alla storia di Roma, da cui deriva, a sentire Cosenza, la maggior mole di dati. Secondo lui, nel tardo Impero la crescita economica si sarebbe arrestata e a quel punto l&rsquo;organizzazione imperiale sarebbe divenuta troppo costosa, determinando la successiva crisi e la transizione a un regime meno complesso: il Medioevo. A parte la schematicit&agrave; di un disegno simile, va almeno detto che<span>&nbsp; </span>anche in questi termini non dimostra affatto la fondatezza della presunta legge di Cosenza: sembrerebbe che a determinare la crisi non sia stato l&rsquo;accrescimento della complessit&agrave;, ma lo stasi della produzione e della produttivit&agrave;. Cosenza non riesce peraltro a astenersi dalla mani di paragoni tanto perentori quanto alla cacchio (&ldquo;<em>non si pu&ograve; fare a meno di notare come esista un&rsquo;analogia fra l&rsquo;evoluzione dell&rsquo;impero romano e quella della societ&agrave; industriale, entrambe le compagini fanno ricorso all&rsquo;uso di risorse non rinnovabili ed entrambe per sopravvivere depredano risorse dal futuro</em>&rdquo;, p. 53: solo che la depredazione delle risorse dal futuro sarebbe nientemeno che l&rsquo;inflazione, mentre l&rsquo;uso di risorse non rinnovabili si riferisce, a quanto pare, all&rsquo;uso delle riserve auree per coniare moneta). Lo sviluppo successivo, partendo da una situazione di ridottissima complessit&agrave; (l&rsquo;alto Medioevo) per giungere fino al vertice di complessit&agrave; rappresentato dalle societ&agrave; contemporanee, avrebbe raggiunto, secondo Cosenza, &ldquo;<em>uno sviluppo ottimale</em>&rdquo; nel XV secolo in Europa (p. 64). A quel punto, lo sviluppo, che stava per arrestarsi, si prolunga grazie alle scoperte geografiche e ai nuovi sfruttamenti da queste consentiti. Alcuni noti passi del Viaggio in Italia di Goethe consentono a Cosenza di indicare una societ&agrave; ecocompatibile alla fine del XVII secolo: non indovinate? E&rsquo; la bella citt&agrave; di Napoli di duecent&rsquo;anni fa, con i suoi pittoreschi lazzaroni, e dove nulla si butta e tutto viene riciclato, dal pi&ugrave; piccolo pezzo di ferro al pi&ugrave; lurido straccio, fino letteralmente alla merda: niente rifiuti, niente scorie, un ciclo perfettamente chiuso. Cosenza non riesce a contenere la sua ammirazione per un cos&igrave; perfetto &ldquo;<em>funzionamento della macchina sociale</em>&rdquo; (p. 67); anche se &egrave; da dubitare che i lazzaroni avrebbero condiviso il suo entusiasmo (o che lo condividano tutti quelli che ancora oggi, in ogni parte del mondo, si ritrovano nella stessa situazione). Lo sviluppo successivo &egrave; legato alla scoperta e all&rsquo;uso su grande scala dei combustibili fossili. Questo sviluppo si caratterizza per Cosenza per la presenza di alcuni fenomeni potenzialmente distruttivi: l&rsquo;avvelenamento dell&rsquo;atmosfera e l&rsquo;aumento della popolazione. <br /></span><span>Lo sviluppo capitalistico secondo Cosenza dovrebbe produrre un conflitto irreconciliabile fra le classi; ma qui intervengono &ldquo;<em>gli economisti neoclassici</em>&rdquo; che inventano &ldquo;<em>drastici correttivi</em>&rdquo; (p. 74): siamo insomma alla rilettura cospirazionista di Keynes e della socialdemocrazia. Si noti che Cosenza, pur menzionando singolarmente tra gli strumenti escogitati per impedire il conflitto l&rsquo;onnipresente repressione, non<span>&nbsp; </span>trascura il fatto che un crescente benessere sia andato anche ai lavoratori. E abbiamo occasione di sapere che, in Italia, oltre il fallimento di tutti i tentativi di riflessione critica, da Gramsci a <em><u>Servire il popolo</u></em>, tutti ugualmente insoddisfacenti perch&eacute; viziati da &ldquo;<em>idealismo&rdquo;</em>, Cosenza salva solo uno: Bordiga (p. 84). Comunque, per Cosenza, evitato il primo punto di crisi dovuto al conflitto fra le classi, si avvicina inesorabilmente il secondo <em>turning point</em>, quello cio&egrave; in cui lo sviluppo economico diverr&agrave; incompatibile con i limiti dell&rsquo;ecosistema (p. 87). Anche qui, come vedete, non c&rsquo;&egrave; traccia del ruolo che dovrebbe giocare la complessit&agrave;.<br /></span><span>L&rsquo;ultima parte del libro dovrebbe esaminare la fase di transizione. L&rsquo;autore comincia dandosi le pacche sulle spalle da solo (&ldquo;<em>qui si &egrave; operato secondo il metodo scientifico, il quadro presentato &egrave; il risultato di una puntuale ricostruzione basata su una ricca messe di dati</em>&rdquo;), ma chiaramente esagerando: &ldquo;<em>Le deduzioni tratte dal passato&hellip; sono state verificate sul corpo della societ&agrave; di cui siamo parte&hellip; L&rsquo;analisi ha permesso di delineare un quadro consistente&hellip;Si sono rilevati segnali tipici di prossimit&agrave; a una configurazione di collasso</em>&rdquo; (p. 92). Dispiace dissentire: anche ammettendo che i riscontro col passato siano stati davvero puntuali (il che non pare), non &egrave; affatto vero che poi ci sia stato, in qualunque modo, un confronto col presente, e quanto ai segnali tipici di prossimit&agrave; ecc., non se ne &egrave; finora incontrata neanche l&rsquo;ombra. Cosenza prosegue affermando che si potrebbero costruire (ma non si sa su che basi, letteralmente) modelli di vari tipi, fondati su &ldquo;<em>un insieme di equazioni differenziali a derivate parziali non lineari accoppiate</em>&rdquo; (p. 94), ma questi modelli darebbero risultati dissimili e sarebbero poco attendibili (perch&eacute;? boh). Invece Cosenza non intende &ldquo;<em>costruire modelli e elaborarne soluzioni</em>&rdquo; ma solo &ldquo;<em>dedurre, da osservazioni generali, conclusioni che appaiano difficilmente contestabili</em>&rdquo;. Alle pagine 96 e ss. Cosenza elenca gli elementi (analoghi, lui dice, a quelli presenti nell&rsquo;Impero romano) da cui si dovrebbe concludere che siamo in prossimit&agrave; del <em>turning point</em>: diminuzione del saggio di profitto, inflazione, ampia oscillazione dei prezzi, esaurimento delle risorse; deriva climatica, salinizzazione, desertificazione, deforestazione, perdita di biodiversit&agrave;, riduzione dei ghiacciai; violenza e degrado nelle citt&agrave;, guerre alla periferia della civilt&agrave;, guerriglia nei centri di potere, impoverimento, masse di diseredati che penetrano all&rsquo;interno. Tutti questi sono sintomi del disastro incombente. L&rsquo;uso delle risorse non rinnovabili ha il pernicioso effetto di ritardare l&rsquo;inevitabile ritorno a una nuova forma organizzativa pi&ugrave; semplice e sostenibile (p. 98). Dopodich&eacute; riprende l&rsquo;inarrestabile serie di affermazioni apodittiche: &ldquo;<em>le correzioni di rotta sono ineludibili</em>&rdquo;, &ldquo;<em>l&rsquo;impellente e improcrastinabile compito di destrutturare il sistema</em>&rdquo;, &ldquo;<em>occorre operare la transizione ora, prima che la transizione avvenga in forma catastrofica generata dagli agenti esterni, e l&rsquo;ecosistema collassi in una configurazione patologica per la specie umana. Non esiste alternativa</em>&rdquo; (p. 105). In genere l&rsquo;assenza di alternative non dipende dalla gravit&agrave; della situazione, ma dalla povert&agrave; dell&rsquo;analisi, e il nostro caso non fa eccezione. Le indicazioni di rotta a questo punto sono prevedibili: riduzione della produzione e della popolazione, unite a una ingente riduzione di complessit&agrave;. Dovr&agrave; emergere un nuovo modo di produzione, che per&ograve; quale sar&agrave; nessuno pu&ograve; dire, perch&eacute; Cosenza non vuole inventare la nuova societ&agrave;, che sarebbe &ldquo;<em>solo uno sterile esercizio</em>&rdquo; (p. 109), e qui ha decisamente ragione. La spinta alla transizione verr&agrave; comunque dalla caduta dei livelli di vita: questa produrr&agrave; &ldquo;<em>forze antagoniste</em>&rdquo;, che quando diverranno abbastanza forze non potranno pi&ugrave; essere &lsquo;trattate&rsquo; dagli strumenti di controllo del capitalismo. Quindi, la transizione avverr&agrave; solo quando la crisi sar&agrave; abbastanza grave. Ma &egrave; possibile che allora sia gi&agrave; troppo tardi. &ldquo;<em>Che si produrr&agrave; una transizione &egrave; certo&hellip;: le comunit&agrave; umane a carattere espansivo, che abbiamo fin qui conosciuto, hanno vita finita</em>&rdquo; (p. 116). Il livello del libro, insomma, &egrave; questo. Non poteva mancare il richiamo alla lotta contro le caste e alla durata in carica per un solo mandato nelle cariche elettive (p. 119). Vi invito infine a meditare il finale: &ldquo;<em>Chi ci fronteggia ha una posizione di gran lunga pi&ugrave; vantaggiosa della nostra e il tempo gioca a nostro sfavore. Bisogna affrettarsi e ingegnarsi a trovare la giusta sequenza di mosse</em>&rdquo; (p. 123).<br /></span>]]>
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    <title>L&apos;ultimo di Latouche</title>
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    <published>2012-01-23T07:34:54Z</published>
    <updated>2012-01-23T08:22:00Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[L'ultimo libro di Serge Latouche (Per un'abbondanza frugale, Bollati Boringhieri, 2012, p. 150) sarebbe, nelle intenzioni, una risposta ai critici. Da questo punto di vista, il risultato &egrave; incerto. La risposta consiste generalmente nella drastica negazione della fondatezza della critica...]]></summary>
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            <category term="Fuffologia" />
    
    <content type="html" xml:lang="en" xml:base="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/">
        <![CDATA[<p>L'ultimo libro di Serge Latouche (<u><em>Per un'abbondanza frugale</em></u>, Bollati Boringhieri, 2012, p. 150) sarebbe, nelle intenzioni, una risposta ai critici. Da questo punto di vista, il risultato &egrave; incerto. La risposta consiste generalmente nella drastica negazione della fondatezza della critica (&quot;non &egrave; vero che la decrescita &egrave; oscurantista e antiscientifica&quot;; &quot;nulla di pi&ugrave; lontano della decrescita dal machismo&quot;, ecc.), accompagnata immediatamente dal diniego della sua importanza (&quot;ma in fondo, che c'&egrave; di male a voler tornare al passato?&quot;, &quot;non &egrave; forse vero che anche la sinistra/il femminismo/la scienza ha i suoi torti?&quot;), il che gi&agrave; di per s&eacute; &egrave; un procedimento assai poco sensato. Il peggio per&ograve; &egrave; che, nel prosieguo dei vari capitoletti, Latouche scrive cose che confermano abbondantemente le accuse. </p><p>Dopo aver negato che la decrescita sia antiscientifica, per esempio, aggiunge subito: d'altronde, capiamoci, non &egrave; che la scienza sia sempre buona e giusta; noi siamo per la scienza buona, ma contro la scienza cattiva; devono essere i cittadini a decidere quali ricerche scientifiche perseguire e quali no: cos&igrave; propone una &quot;<em>moratoria sull'innovazione tecnoscientifica</em>&quot;, in quanto la ricerca deve essere &quot;riorientata sulla base di nuove aspirazioni&quot;, e entra anche nel dettaglio di quello che si pu&ograve; fare e quello che non si pu&ograve; fare (p. 44-47).</p>]]>
        <![CDATA[<p>La parte forse pi&ugrave; impressionante arriva con la risposta alle accuse di machismo mosse alla decrescita. Latouche. la sua risposta qui &egrave; che non la decrescita, ma la crescita e i valori ad essa legati sono maschilisti e fallocentrici, in quanto &quot;<em>le attivit&agrave; non mercantili sono associate ai 'valori' femminili: dolcezza, comprensione, emozione, dono, gratuit&agrave;</em>&quot; (p. 62). L'idea che il machismo e il fallocentrismo consista proprio nell'individuare &quot;valori&quot; femminili e&nbsp; maschili, questo a Latouche non viene in mente.</p><p>Ci sono altre parti del libro che spiccano per la consueta incompetenza (in particolare, la parte sulle critiche alle teorie di Geourgescu-Roegen sulla seconda legge della termodinamica), ma comunque il libro si segnala soprattutto per la definitiva, esplicita conferma dell'ostilit&agrave; della decrescita all'Illuminismo, sulle solite vecchie linee di Horkheimer-Adorno. Inoltre, a parte l'idiozia (che Latouche condivide con molta altra gente, peraltro) di usare il termine 'dominante' a man salva, per indicare tutto ci&ograve; che non piace, &egrave; significativa la ripetuta affermazione che (i) i mali della societ&agrave; vengono in particolare dai conflitti di classe (p. 55),&nbsp; (ii) che l'obiettivo della decrescita non &egrave; un cambiamento delle strutture o delle istituzioni, ma una riforma morale, e (iii) la rivalutazione dei pensatori socialisti utopico-reazionari, dai luddisti a William Morris (p. 86).&nbsp;Infine, l'argomento principale di Latouche usato per rispondere a chi assimila la decrescita alla crescita negativa o alla crisi economica (problema la cui importanza sfugge a chiunque non sia Latouche, sfortunatamente), consiste nel contrapporre chi volontariamente decide di mangiare meno a chi &egrave; costretto a mangiare meno dalla povert&agrave; (o dalla carestia, ecc.); ma purtroppo, posto che mangiare meno &egrave; mangiare meno a prescindere dai moventi, e soprattutto che la vera differenza fra chi sceglie di fare X e chi &egrave; obbligato a fare X consiste non nel fatto che l'uno lo fa volentieri e l'altro no, ma nel fatto che chi lo fa per scelta pu&ograve; anche cambiare idea e smettere di farlo&nbsp;mentre l'altro no, la distinzione viene completamente meno nella teoria di Latouche, dato che alla riduzione dei consumi si arriverebbe a fronte della presa d'atto dell'esaurimento delle risorse e delle emergenze ambientali, e quindi a fronte dell'impossibilit&agrave; di scelte diverse.</p><p>Niente di nuovo, insomma.</p>]]>
    </content>
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    <title>&quot;L&apos;assunto che l&apos;economia debba sottostarvi&quot;</title>
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    <link rel="service.edit" type="application/atom+xml" href="http://www.urbiloquio.com/cgi-bin/mt/mt-atom.cgi/weblog/blog_id=2/entry_id=935" title="&quot;L'assunto che l'economia debba sottostarvi&quot;" />
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    <published>2011-11-21T23:00:00Z</published>
    <updated>2011-11-22T18:44:28Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[Amici mi chiedono di commentare una "nuova uscita di Tronti, nella quale i Romani vengono messi contro i Greci e il diritto contro l'agor&agrave;"...]]></summary>
    <author>
        <name>Francesca</name>
        
    </author>
            <category term="Finanza Internazionale" />
    
    <content type="html" xml:lang="en" xml:base="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/">
        <![CDATA[Amici mi chiedono di commentare una "nuova uscita di Tronti, nella quale i Romani vengono messi contro i Greci e il diritto contro l'agor&agrave;"]]>
        <![CDATA[<p />La cosa si trova <a href="http://l_antonio.ilcannocchiale.it/2011/10/11/greci_e_romani.html" target="_blank">qui</a> e si riferisce a <a href="http://materialismostorico.blogspot.com/2011/10/gli-80-anni-di-mario-tronti.html" target="_blank">questo</a>, dunque non so se veramente Tronti abbia detto quella cosa li o perch&eacute;. Limitiamoci a osservare - ma osserviamolo! -  che alcuni, e proprio loro,  non la smettono di interrogare gli antichi. Su questa cosa di greci vs. romani in fatto di politica c'&egrave; una tradizione e una letteratura veramente enorme: vi consiglio - giusto per una sbirciatina - M. Finley, <i>Politics in the Ancient World</i>, Cambridge university Press, 1983.
<p />Da quel libro prendo dal capitolo III un interessante contrapposizione fra il dialogo famoso di Socrate con il giovane Glaucon riferito dal Xenophon nei <i>Memorabilia</i> (libro III, 6) e il lungo saggio di Plutarco <i>Praecepta gerendae reipublicae</i> (Pl. scrive in greco ma per i romani, e delle faccende romane, circa nel 100 d.C):
<p />Socrate: "Allora Glaucon, sei un giovane che si propone di servre la polis. Benissimo! Senz'altro vorrai beneficiare la polis, e dunque avrai un'idea delle sue fonti di ricchezza."
<p />Glaucon: "Veramente, S., non ci avevo pensato"
<p />Socrate: "Delle sue spese, allora..."
<p />Glaucon: "Beh sai, sono stato occupato, non ho avuto tempo per pensarci"
<p />Socrate: "Ah d'accordo. Avrai allora pensato alla sua difesa, alle questioni militari"
<p />Glaucon: "Senti, non &egrave; che posso improvvisare su due piedi.."
<p />Socrate: "Forse hai preso qualche appunto.."
<p />Glaucon: "E dai, Socrate...."
<p />Socrate: "Le miniere di argento?"
<p />Glaucon: "Ehm..."
<p />Socrate: "Le scorte di grano? saranno sufficienti per la popolazione?"
<p />Glaucon: "Ma &egrave; impossibile occuparsi di tutto! Come posso includere roba del genere fra i miei compiti?"
<p />Socrate: "Ma come puoi provvedere, se non sai queste cose,  ai bisogni di una cos&igrave; enorme comunit&agrave;? Ci saranno almeno diecimila households nella polis! Almeno ad una? A quella di tuo zio?"
<p/ >Glaucon: "Oh quello!. Mio zio non mi ascolta neanche!"
<p />Socrate: "Come sarebbe? Se neanche tuo zio ti ascolta come vuoi persuadere i tuoi cittadini?"
<p />Glaucon: "Che palle, a Socrate!"
<p />Nei precepta invece, Plutarco "si dilunga interminabilmente, sentenziosamente, con gran citazioni di autori greci e latini e quantit&agrave; di aneddoti, sulle belle maniere, l'onest&agrave;, una vita modesta, la scelta attenta di amici e patroni, e soprattutto sull'eloquenza" (M. Finley). E la prudenza esige: "quando assumi una carica, qualunque sia, non pensare solo alla riflessione di Pericle ("Fai attenzione, tu governi degli uomini liberi, tu governi dei Greci, dei cittadini di Athene"), ma d&igrave; a te stesso questo: 'Tu che eserciti questa carica, tu sei un suddito, in una polis controllata da proconsoli, dai procuratori di C&eacute;sare".
<p />Chi &egrave; il "politico", Il greco o il "romano", Socrate o Plutarco? (In effetti Finley contrappone i due testi precisamente per escludere dalla sua analisi della politica nel mondo antico la Roma diventata ormai imperiale).
<p />Dobbiamo, come il commentatore del Oikonomikos di Xen. di cui abbiamo <a href="http://urbiloquio.com/kkblog/recensioni/2011/04/socrate_non_capisce_lagricoltu.php" target="_blank">parlato due secoli fa</a>, dichiarare che "il fatto che Socrate rompa i cosi con questioni di 'economia' dimostra che la democrazia ateniese era una finzione letteraria", o riflettere che l'economia si pone come problema della polis precisamente perch&eacute; essa polis &egrave; una democrazia?
<p />Mi &egrave; venuto in mente leggendo questa roba: "[Occupy Wall Street] Sta[] riappropriandosi della democrazia e sta[] difendendone le regole, <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2011/11/19/news/saviano_zuccotti-25247190/" target="_blank">difendendo l'assunto che l'economia debba sottostarvi</a>". Perch&eacute; c'&egrave; da domandarsi che cosa significa, che relazione &egrave; questa di "sottostare" dell'una all'altra: mi pare che l'economia 'sottosta' alla democrazia precisamente quando la democrazia affronta l'economia, quando se la pone come problema soggetto alla pubblica discussione. Non vedo come possa esserci uno 'strapotere dell'economia' che non sia piuttosto una democrazia sospirante come una Mimi dalla gelida manina.
<p />Dice il tipo:" Wall Street, la Gomorra finanziaria d'America". Avevo usato la stessa metafora per descrivere il potere della camorra, ora invece la citt&agrave; biblica &egrave; divenuta simbolo del potere distruttivo della finanza"
<p />ORA invece la citt&agrave; biblica... ORA? This is amazing, perch&eacute; di questa metafora biblica e di molte altre ("Babylon on Hudson", "the scarlet woman of Wall Street", "the four horsemen of Apocalypse" (riferito ai finanzieri Vanderbilt, Fisk, Drew e Gould) abbonda tutta la cultura americana, dalla 'colta' alla popolare, fin dall'inizio degli USA, vedere per esempio S. Fraser, <i>Wall Street: a cultural history</i>, Faber and Faber, 2005. 
<p />E la METAFORA?? Goodness Gracious: la bloody<i> metafora</i>!, encore!
<p />L'interessante di Occupy W.S &egrave; invece precisamente quel processo, quelle due assemblee giornaliere che devono coordinare il lavoro di 'work groups', fare i conti con i prosaici regolamenti cittadini, &egrave; tutta quella attivit&agrave; che &egrave; LA democrazia non tanto per quel che produce di intelligente o di cervellotico, ma per il FATTO del costringersi a <i>lavorare</i> insieme, e di <i>imparare</i> a farlo. Fra l'altro non si vede perch&eacute; non possiate fare questo se non c'&egrave; un guru che dispensa metafore da un palco o da un blog: non potere 'occupare' un pub, come abbiamo detto tempo fa, un'aula, una panchina, un posto qualsiasi, tutti i giorni, quando vi pare?
<p />Ho un po' l'impressione che quando si protesta che "l'economia deve sottostare alla democrazia" alla maniera del giornalista, quel che si dice veramente &egrave;: "la politica deve sottostare ai produttori di metafore".]]>
    </content>
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    <title>Questa è l&apos;alternativa</title>
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    <published>2011-10-17T11:41:23Z</published>
    <updated>2011-10-17T12:09:48Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[Beh, &egrave; evidente che non conosco tutti e 300.000 i manifestanti. Per&ograve; conosco pi&ugrave; o meno direttamente tutte le aree politiche romane e tutte le aree politiche italiane che sono state in piazza oggi.Il dibattito su cosa doveva e non...]]></summary>
    <author>
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            <category term="Konflitto Sociale" />
    
    <content type="html" xml:lang="en" xml:base="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/">
        <![CDATA[<p><em style="color: #0000ff">Beh, &egrave; evidente che non conosco tutti e 300.000 i manifestanti. Per&ograve; conosco pi&ugrave; o meno direttamente tutte le aree politiche romane e tutte le aree politiche italiane che sono state in piazza oggi.<br />Il dibattito su cosa doveva e non doveva essere questo 15 ottobre, inoltre, era assolutamente pubblico e aperto.<br />Il movimento ha espresso in questa manifestazione notevoli diversit&agrave; sia politiche sia di iniziativa di piazza. Ed &egrave; giusto che sia cos&igrave;.<br />Il problema &egrave; un altro, e mi sembra rimanga ancora ignorato. E&rsquo; vero, c&rsquo;era una parte del corteo assolutamente contraria alle violenze di piazza, alla conflittualit&agrave; sociale, allo scontro politico, e si &egrave; resa subito manifesta. Nessuno lo nasconde.</em></p>]]>
        <![CDATA[<p><em style="color: #0000ff">Per&ograve; quello che si fa fatica a notare sono le migliaia di persone che hanno partecipato, in differenti modalit&agrave;, al conflitto sociale espresso oggi in piazza. Non erano 100, 200 o 1000 black block, anarchici o come li si voglia etichettare, che hanno preso in ostaggio il corteo per &ldquo;fare casino&rdquo;, ma migliaia e migliaia di persone che hanno deciso di praticare il conflitto sociale in maniera radicale, scontrandosi, cercando di raggiungere i palazzi del potere. Ad un certo punto era piena piazza San Giovanni (!) e piazzale Appio oltre le mura, di giovani che esprimevano il loro dissenso. Roba di 10.000 o 20.000 persone. Saranno stati anche una minoranza, non lo so, ma una *notevole* minoranza, e in particolar modo quella medesima minoranza che in queste settimane ha organizzato il corteo.<br />Se le dirigenze del PD, di SEL, di Attak, dell&rsquo;ARCI o dell&rsquo;IDV si stanno risentendo in queste ore di come &egrave; andata la manifestazione, poco male. Non hanno capito che la violenza di piazza espressa oggi non era solo contro le guardie, ma contro quelle opzione politiche che loro rappresentano. La piazza schifava quei rappresentanti dell&rsquo;alternanza politica PD-L, e che adesso siano offesi degli scontri non fa altro che aumentare la nostra goduria, detto fuori dai denti.</em></p><p><em style="color: #0000ff">Insomma, assolutamente felice di essere condannato da quel blocco politico che &egrave; parte del problema, contro cui si scagliava oggi la rabbia precaria che si &egrave; espressa facendo sobbalzare dalla sedia i vari commentatori politici. Forse non &egrave; abbastanza chiaro, ma il corteo di oggi rappresentava l&rsquo;alternativa anticapitalista al sistema economico che oggi ci governa. Non era solo il corteo contro Berlusconi, contro il PDL o contro le banche. Era anche il corteo contro il PD e tutta l&rsquo;opposizione parlamentare. Se qualcuno non lo ha capito ed &egrave; venuto in piazza lo stesso, peggio per lui. E ripeto, non tutto ci&ograve; che &egrave; successo oggi mi/ci ha convinto, e non sappiamo neanche se sia possibile &ldquo;capitalizzare&rdquo; questa rabbia espressa oggi, trovandogli uno sbocco politico. Ma tant&rsquo;&egrave;, la rabbia si &egrave; espressa, ragioniamo sul domani, su come rendere incanalabile questa rabbia verso un processo politico alternativo a questo sistema. No reiterando i soliti clich&egrave; fra i bravi manifestanti pacifici e i cattivi (o gli infiltrati) manifestanti col cappuccio in testa.</em> </p><p style="color: #0000ff">Alessandro &ndash; Collettivo Militant</p><p>Non c'&egrave; bisogno di commenti. Il resto lo trovate su questo ineffabile <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5599">post </a>e nei suoi illuminanti interventi. Ce ne sono di notevoli anche in questo <a href="http://www.francescocosta.net/2011/10/17/i-black-bloc-non-esistono/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+Francescocosta+%28francescocosta.net%29">post</a> di Costa (specie quello di Ugo delle 12.35).</p>]]>
    </content>
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    <title>Comunismo biologico</title>
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    <published>2011-07-18T10:12:36Z</published>
    <updated>2011-07-18T10:34:26Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[F.CIMATTI, Naturalmente comunisti, Milano, 2011&nbsp;Che il comunismo sia stato declinato nei modi pi&ugrave; vari &egrave; cosa nota, basti pensare ai vari comunismi &lsquo;umanistici&rsquo;, &lsquo;scientifici&rsquo; ecc. che hanno riempito gli scaffali fino agli anni Ottanta del novecento. Ma appunto si trattava...]]></summary>
    <author>
        <name>Karlkraus</name>
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    </author>
            <category term="Fuffologia" />
    
    <content type="html" xml:lang="en" xml:base="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/">
        <![CDATA[<p><span>F.CIMATTI, <em><u>Naturalmente comunisti</u></em>, Milano, 2011<br /></span><span><span>&nbsp;</span></span></p><p><span><span>Che il comunismo sia stato declinato nei modi pi&ugrave; vari &egrave; cosa nota, basti pensare ai vari comunismi &lsquo;umanistici&rsquo;, &lsquo;scientifici&rsquo; ecc. che hanno riempito gli scaffali fino agli anni Ottanta del novecento. Ma appunto si trattava di un fenomeno che appariva esaurito con le ultime battute del &lsquo;secolo breve&rsquo;. Ultimamente invece la moda sembra riemergere, come dimostrano il comunismo &lsquo;ermeneutico&rsquo; in arrivo con l&rsquo;ultimo libro di Vattimo e appunto con il comunismo &lsquo;linguistico&rsquo; del libro di Cimatti che qui si commenta. <br /></span><span>Lo scopo del libro di Felice Cimatti &egrave;, n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno, dimostrare che esiste un modo <em>naturale</em> di vivere per gli esseri umani, che il mondo attuale, cio&egrave; il capitalismo, non glielo consente, e quindi deve essere abbandonato, e che &egrave; possibile per gli uomini cominciare a vivere in modo conforme alla propria natura, precisamente nel senso che &ldquo;<em>la vita naturale&hellip; &egrave; quella che il filosofo Kal Marx chiama &lt;&lt;comunismo&gt;&gt;</em>&rdquo; (p. 1).<br /></span><span>Il modo migliore, e quindi l&rsquo;unico accettabile, di rendere giustizia a questo libro &egrave; quello di affrontarlo all&rsquo;altezza delle sue ambizioni, per comprendere se e in quale misura sia riuscito a dimostrare i suoi assunti.<br /></span></span></p>]]>
        <![CDATA[<span>Cimatti comincia con il problema dell&rsquo;esistenza o meno di una &lsquo;natura umana&rsquo;, e il suo esame prende le mosse da due teorie contrapposte. Una, cio&egrave; la psicologia evoluzionistica, o sociobiologia (rappresentata da Wilson e Pinker), sostiene che una natura umana esiste, ed essa &egrave; fissa e immutabile; l&rsquo;altra, che invece &egrave; dovuta a Gehlen, sostiene che una natura umana non esiste, in quanto l&rsquo;uomo sarebbe privo di istinti e privo di specializzazioni (come vedremo, la teoria di Cimatti della natura umana &egrave; una particolare versione della teoria di Gehlen). Secondo Cimatti, peraltro, le due teorie, pur opposte nel modo di procedere e nei presupposti, arrivano a conclusioni identiche, vale a dire a ritenere &lsquo;giuste&rsquo; le istituzioni presenti nel mondo attuale (la prima perch&eacute; queste istituzioni sarebbero conformi agli istinti &lsquo;naturali&rsquo; dell&rsquo;uomo, la seconda perch&eacute; esse supplirebbero all&rsquo;innata carenza di istinti nell&rsquo;uomo): p. 31. In realt&agrave;, a ben vedere entrambe le posizioni risultano viziate in pari misura dal fatto di passare inavvertitamente dal piano dell&rsquo;essere a quello del dover essere, cio&egrave; dal livello descrittivo a quello normativo: infatti, ammesso e non concesso che la conformit&agrave; agli istinti o la creazione artificiale di istituzioni che suppliscano all&rsquo;assenza di istinti naturali sia necessaria alla sopravvivenza dell&rsquo;umanit&agrave;, questo non ci dice ancora nulla circa la bont&agrave; (o la giustizia) di questi particolari assetti, istintuali o istituzionali che siano, non solo perch&eacute; non tutto ci&ograve; che &egrave; necessario &egrave; buono o &egrave; giusto, ma anche perch&eacute; la stessa nozione di &lsquo;bene&rsquo; o di &lsquo;giusto&rsquo; presuppone l&rsquo;assenza di necessit&agrave;. L&rsquo;obiezione di Cimatti, invece (dato che, come vedremo meglio in seguito, il nostro autore non &egrave; particolarmente sensibile al vecchio argomento di Hume), &egrave; che entrambe le teorie giungono alla conclusione che un solo tipo di vita &egrave; possibile (p. 34); e siccome per Cimatti &egrave; essenziale &ndash; bench&eacute; la ragione di tale essenzialit&agrave; non venga spiegata &ndash; preservare una modalit&agrave; di vita in cui &ldquo;<em>tutto diviene possibile</em>&rdquo;, &egrave; giocoforza cercare la natura umana in un&rsquo;altra direzione. <br /></span><span>Quest&rsquo;altra direzione, a cui &egrave; dedicato il secondo capitolo (senza dubbio il pi&ugrave; felice del libro), &egrave; il linguaggio. <span>&nbsp;</span>La libert&agrave;, che poi equivale secondo Cimatti all&rsquo;esperienza della possibilit&agrave; (che ci&ograve; che &egrave; cos&igrave; potrebbe essere diversamente), dipende dal fatto che l&rsquo;umanit&agrave; possiede la capacit&agrave; di usare una lingua: e poich&eacute; &ldquo;<em>questa capacit&agrave; &egrave; fissata nella nostra dotazione biologica, e quindi l&rsquo;esperienza del possibile rientra nella natura umana</em>&rdquo;, allora &ldquo;<em>propriamente </em>questa<em> &egrave; la natura umana</em>&rdquo; (p. 35). La capacit&agrave; linguistica dell&rsquo;umanit&agrave; si basa sulla propriet&agrave; biologica che Chomsky ha chiamato &ldquo;infinit&agrave; discreta&rdquo;, vale a dire la capacit&agrave; degli esseri umani di creare infinite espressioni a partire da un numero finito di elementi (p. 39). La differenza con le capacit&agrave; linguistiche degli animali sono molto chiaramente espresse e risultano illuminanti: in particolare, l&rsquo;uomo &egrave; capace di &ldquo;pensare concetti che nessuno ha mai prima incontrato&rdquo;, in quanto i limiti della capacit&agrave; linguistica umana non coincidono con i limiti dell&rsquo;ambiente fisico circostante (come accade per le api, che con la loro danza non possono indicare nulla che non sia presente in prossimit&agrave;), ma sono dati solo dalle possibilit&agrave; combinatorie, virtualmente infinte, della lingua stessa. Ecco perch&eacute; gli esseri umani hanno la capacit&agrave; di &ldquo;<em>pensare cose che nessuno ha mai prima incontrato</em>&rdquo; (p. 42), vale a dire il possibile, ci&ograve; che non &egrave; ancora reale, ci&ograve; che magari non &egrave; mai stato reale. <br /></span><span>Ora, il linguaggio &egrave; intrinsecamente sociale, dato che, come &egrave; ben noto a partire dal secondo Wittgenstein (ma in realt&agrave;, come ha mostrato Rossi-Landi, da ben prima ancora), la regola linguistica ha un senso solo se &egrave; socialmente condivisa e non meramente individuale. Se la natura umana consiste in questa capacit&agrave; biologica che si esprime nella creativit&agrave; linguistica, essa non pu&ograve; non incarnarsi &ldquo;<em>in una lingua determinata</em>&rdquo; e dunque &ldquo;<em>in una comunit&agrave; determinata</em>&rdquo; (p.47: e qui l&rsquo;influsso di Rossi-Landi, pur non citato, sembra evidente) e inoltre che &ldquo;<em>il possibile, la creativit&agrave; &egrave; una opportunit&agrave; individuale solo perch&eacute; mediata da un mezzo sociale&hellip; La natura umana si realizza attraverso gli altri, non &egrave; dentro di me. L&rsquo;essenza umana &egrave; sociale</em>&rdquo; (p. 44).<br /></span><span>Il capitolo 2.2 appare bizzarro e autocontraddittorio (non sembra particolarmente sensato, in un libro volto a spiegare che un certo assetto &egrave; desiderabile perch&eacute; naturale, spiegare che la distinzione tra naturale e culturale &egrave; arbitraria e &ldquo;<em>improduttiva</em>&rdquo; e che invece ad essere interessante &egrave; la continua &ldquo;<em>negoziazione del confine</em>&rdquo; tra il naturale e il culturale: p. 52).<span>&nbsp; </span>Ma a questo punto il problema &egrave; che comunit&agrave; si forma a partire dalla infinit&agrave; discreta. Il confronto con le comunit&agrave; animali, in cui l&rsquo;individuazione avviene &ldquo;prima e al di fuori<em> della comunit&agrave;</em>&rdquo;, porta a concludere che negli uomini invece &ldquo;<em>avviene </em>dopo e all&rsquo;interno<em> di essa</em>&rdquo; (p. 59). Il piccolo di uomo diviene uomo appena sa prendere la parola in mezzo ai suoi simili e difendere la sua opinione; sicch&eacute; l&rsquo;individuazione &egrave; intrinsecamente sociale, non si &egrave; uomo che nella comunit&agrave; degli uomini. Correlativamente, la capacit&agrave; di pensare il possibile implica un apporto creativo e sempre nuovo di ogni singolo parlante alla comunit&agrave;: in questo modo, &ldquo;<em>&egrave; proprio l&rsquo;uguaglianza biolinguistica che produce, inesorabilmente, la diversit&agrave; e il conflitto</em>&rdquo; (p. 61). Ne segue altres&igrave; che la politica &egrave; una dimensione fondamentale dell&rsquo;individualit&agrave; umana: riprendendo una nota tesi di Ranci&egrave;re, Cimatti sostiene che la politica trova la sua ragion d&rsquo;essere nel fatto che la comunit&agrave; umana e ciascun ordine sociale non ha alcun fondamento, &egrave; assolutamente contingente (p. 61); e diviene cos&igrave; &ldquo;<em>l&rsquo;azione biologica fondamentale in cui l&rsquo;umano, ogni umano, prende la parola e la propone alla comunit&agrave; perch&eacute; gli venga riconosciuto il diritto di avere diritto alla parola</em>&rdquo; (p. 62). Il diniego di questo diritto alla parola d&agrave; luogo alla forma estrema di conflitto, e di conseguenza &ldquo;il conflitto non rappresenta allora l&rsquo;eccezione, bens&igrave; la fisiologia delle comunit&agrave; umane perch&eacute; ci sar&agrave; sempre qualcuno a cui la parola non viene riconosciuta&rdquo; (p. 62).<br /></span><span>Vediamo adesso queste formulazioni a cosa conducono in termini di assetti politici, economici, sociali: perch&eacute; rimane ancora da spiegare la connessione tra tutto questo e il comunismo. Abbiamo visto che per Cimatti la natura umana &egrave; la capacit&agrave; linguistica, e pi&ugrave; precisamente la infinit&agrave; discreta, che a sua volta significa apertura al possibile e intrinseca socialit&agrave;. Cimatti comincia spiegandoci che la distinzione naturale/artificiale &egrave; inutile &ldquo;<em>se davvero vogliamo comprendere la natura umana</em>&rdquo; (p. 69): il che, oltre a essere un discreto ossimoro, &egrave; paradossale in un contesto in cui si sta difendendo precisamente la tesi per cui un certo assetto &egrave; auspicabile perch&eacute; &ldquo;naturale&rdquo;. Ma il fatto che la distinzione non sia agevole, o sia magari inutile, tra il becco dell&rsquo;uccello e la pelliccia indossata dall&rsquo;eschimese non autorizza comunque Cimatti, una pagina appresso, ad annettere disinvoltamente al &ldquo;naturale&rdquo; tutto ci&ograve; che l&rsquo;uomo fa, incluse le relazioni sociali (p. 70). Se abbiamo eliminato, per quanto riguarda l&rsquo;uomo, ogni distinzione tra ci&ograve; che &egrave; naturale e ci&ograve; che non lo &egrave;, viene anche meno ogni valore attribuibile alla naturalit&agrave;. E&rsquo; certamente giusto sostenere che, differenza degli strumenti, il lavoro &egrave; &ldquo;<em>specificamente umano</em>&rdquo; (p. 74): questa &egrave; una delle acquisizioni pi&ugrave; importanti del materialismo storico. Ma dire, come fa Cimatti, che l&rsquo;uomo &egrave; &ldquo;<em>un animale </em>naturalmente artificiale<em>&hellip; ma &egrave; anche </em>artificialmente naturale&rdquo;, non risulta fruttuoso (p. 76). L&rsquo;uomo &egrave; &ldquo;<em>radicalmente storico-sociale</em>&rdquo;: e a questo punto Cimatti si chiede: &ldquo;<em>si diventa umani soltanto grazie alle relazioni storico-sociali che si intrattengono con gli altri membri della comunit&agrave; umana. Che ne &egrave;, invece, di un sistema economico in cui l&rsquo;umano viene presentato come un individuo originariamente isolato e autonomo? In cui &egrave; possibile un </em>possesso privato<em> di queste stesse relazioni storico-sociali? In cui, anzi, la societ&agrave; viene vista come un ostacolo che si frappone fra l&rsquo;individuo e la sua piena realizzazione?</em>&rdquo; (p. 77) Sono, come si vede, domande serie, e che meritano una risposta seria. Che per&ograve;, come vedremo, non verr&agrave; da Cimatti, che non si accorge di trapassare insensibilmente e continuamente dalla considerazione di un sistema economico o di una societ&agrave; alla considerazione della teoria o ideologia di quel sistema economico o di quella societ&agrave; (nulla impedisce di negare la teoria dell&rsquo;individuo ontologicamente autonomo e di accogliere quella di un individuo originariamente sociale, continuando ad accettare l&rsquo;attuale sistema economico; n&eacute; la teoria economica stessa, neanche nelle sue versioni pi&ugrave; &lsquo;liberiste&rsquo;, &egrave; obbligata ad accettare un individualismo metodologico di qualsiasi tipo; anzi a dire il vero formulazioni politiche di tipo quanto mai avanzato e radicale sono venute gi&agrave; sulla base di un individualismo estremo, basti pensare per es. a Bentham), come pure non si avvede della difficolt&agrave; - che &egrave; logica almeno quanto pratica - di postulare un &ldquo;possesso privato&rdquo; di relazioni storico-sociali (la propriet&agrave;, per es., &egrave; certamente una relazione storico-sociale: ma &egrave; difficile immaginare come si faccia a &ldquo;possedere&rdquo; la propriet&agrave;, pi&ugrave; di quanto si possa possedere per es. il linguaggio). Come vedremo meglio appresso, il vero problema di Cimatti, e di altre critiche analoghe al capitalismo, &egrave; che non si avvedono che non basta individuare gli elementi ideologici delle teorie per cambiare le strutture, o in altri termini, che per poter superare il capitalismo non basta dire &ldquo;il mio discorso non &egrave; ideologico perch&eacute; si basa<span>&nbsp; </span>sulla consapevolezza di questo o quel dato di fatto che l&rsquo;ideologia borghese non comprende&rdquo;, ma occorre anche essere in possesso di una teoria alternativa del funzionamento del sistema economico. Senza una teoria alternativa, si potr&agrave; forse smontare la macchina, ma difficilmente se ne potr&agrave; costruire un&rsquo;altra migliore. E il fatto &egrave; che Cimatti non ce l&rsquo;ha.<br /></span><span>I capitoli successivi sono un nuovo arpeggiare sul tema: l&rsquo;uomo &egrave; sociale e &ldquo;<em>ci&ograve; che rende umano l&rsquo;Homo sapiens si trova al di fuori del suo corpo</em>&rdquo; (p. 88), ma senza troppi sviluppi. Qua e l&agrave; emerge altres&igrave; il concetto che anche il corpo umano &egrave; un corpo sociale (p. 89). Anche dire che &ldquo;<em>la specie umana &egrave; adattata al linguaggio</em>&rdquo; (p. 90) e che il rapporto fra esseri umani e forme culturali &egrave; un rapporto di &ldquo;<em>coevoluzione</em>&rdquo; (p. 92) non sembra faccia fare passi grossi avanti al discorso. La tesi rimane che siccome la lingua &egrave; un fatto sociale e l&rsquo;uomo si evolve socialmente, e i fatti sociali non possono esistere senza il corpo dell&rsquo;animale uomo (p. 98), esisterebbero tuttavia dei casi in cui la relazione coevolutiva fra uomo e fatti sociali &ldquo;<em>si spezza</em>&rdquo;. Quali sono? Finch&eacute; il nesso tra individuo e societ&agrave; viene mantenuto, scrive C, &ldquo;<em>la vita non soltanto pu&ograve; essere possibile ma pu&ograve; anche approssimarsi alla condizione di vita giusta, come pu&ograve; essere giusto, appunto, seguire l&rsquo;inclinazione naturale di un organismo vivente</em>&rdquo; (p. 100); ma se questo nesso si rompe, allora si ha una vita &ldquo;<em>in qualche modo </em>innaturale&rdquo;. Precisamente ci&ograve; accade in due casi (entrambi secondo C caratteristici dell&rsquo;odierno capitalismo): quando l&rsquo;individuo si appropria delle risorse pubbliche, e quando i &lsquo;fatti sociali&rsquo; si staccano dalla &ldquo;relazione coevolutiva&rdquo; con gli uomini proponendosi come realt&agrave; autonome e distinte (si tratta, in quest&rsquo;ultimo caso, chiaramente della nozione di alienazione marxiana). Prima per&ograve; C avverte il bisogno di fare i conti con una teoria della natura umana diametralmente opposta, quella di Hobbes: per cui l&rsquo;uomo non &egrave; un animale sociale, per cui la socialit&agrave; &egrave; una costrizione ed &egrave; tollerabile solo in forza dell&rsquo;introduzione dell&rsquo;ordine e della legge (prima della quale non esiste giustizia). C innanzitutto sembra trarre troppo direttamente conclusioni sugli esiti politici a partire dalla concezione della lingua (che non pare essere cos&igrave; importante in Hobbes); ma quel ch&rsquo;&egrave; peggio, assume con eccessivo automatismo che da una teoria individualista dell&rsquo;uomo derivino determinate conseguenze politiche (v. p. 102-105). Di fatto, l&rsquo;individualismo &egrave; comune a Hobbes e<span>&nbsp; </span>Locke ma la loro visione della societ&agrave; e del corpo politico &egrave; diametralmente opposta; anzi &egrave; comune anche a un pensatore quanto mai avanzato e radicale come Bentham; n&eacute; l&rsquo;adozione di un concetto come quello di contratto sociale, al contrario di quel che C pensa (p. 104), implica determinate conseguenze politiche, visto che ne fanno uso anche i pensatori liberali e Rousseau. Aggiungo che la teoria del <em>bellum omnium contra omnes</em> di Hobbes non sembra cos&igrave; lontana dalla teoria della necessit&agrave; del conflitto pacificamente ammessa dallo stesso C partendo dall&rsquo;ipotesi, opposta, della naturale socialit&agrave; dell&rsquo;uomo. Ma ne segue allora che da una determinata concezione antropologica non discende alcuna necessaria conseguenza in teoria politica. A ci&ograve; si aggiunga che la stessa teoria della &lsquo;naturalit&agrave;&rsquo; sviluppata in precedenza da C rende difficile sostenere che &ldquo;<em>un conto &egrave; affermare che sia naturale questa o quella proposizione etica, un altro affermare che nella natura umana sia contenuto un dispositivo biologico, l&rsquo;&rsquo;infinit&agrave; discreta&rsquo;, le cui conseguenze implicano naturalmente che un certo sistema sociale favorisce&hellip; la possibilit&agrave; di una vita felice, mentre altri sistemi, in particolare quello capitalistico, rendono questo obiettivo irraggiungibile</em>&rdquo; (p. 104): in realt&agrave;, le &lsquo;conseguenze&rsquo; dell&rsquo;infinit&agrave; discreta non sembrano essere n&eacute; univoche n&eacute; chiare, e in effetti, se rammentiamo che infinit&agrave; discreta significa in primo luogo apertura alla possibilit&agrave;, non si vede nemmeno come potrebbero esserlo. Non occorre soffermarsi sulle pagine in cui C afferma, sulla scorta di alcune ricerche di economia sperimentale, che gli esseri umani sono innatamente propensi alla collaborazione: qui infatti si dovrebbe immediatamente aggiungere che questo &egrave; valido a determinate condizioni (cfr. Dasgupta) e che lo stesso accade alla disponibilit&agrave; degli esseri umani di sacrificare il benessere presente a un maggiore benessere futuro. <br /></span><span>Un punto cruciale del libro si trova invece subito appresso, quando C, citando alcune note pagine dei <em><u>Grundrisse</u></em> (che gi&agrave; a suo tempo avevano richiamato l&rsquo;attenzione di Rossi-Landi), afferma che, siccome pacificamente sarebbe assurdo pensare di potersi &lsquo;appropriare&rsquo; la lingua - non esistendo alcuna possibilit&agrave; di un linguaggio privato, e anzi essendo l&rsquo;esistenza di una lingua comune condizione dello stesso sviluppo degli individui, la lingua non &egrave; inventata da nessuno ed esiste gi&agrave; prima della nascita dei singoli &ndash; analogamente sarebbe assurda la propriet&agrave; privata (di qualunque cosa). Questa non &egrave; per&ograve; la ragione per cui la lingua non pu&ograve; essere &ldquo;appropriata&rdquo; dagli individui (ed infatti, come vedremo appresso, &egrave; possibilissimo, anche se magari eventualmente ingiusto, appropriarsi cose che nessuno ha inventato e che esistevano gi&agrave; prima della nostra nascita): la ragione &egrave; invece che una lingua &lsquo;privata&rsquo; non sarebbe affatto una lingua e non servirebbe pi&ugrave; a nessuno, neppure a chi se ne fosse per assurdo appropriato. L&rsquo;assurdit&agrave; dell&rsquo;appropriazione di una lingua sta in questo, che &egrave; del tutto <em>impossibile</em> e perfino <em>contraddittoria</em>. Ma la propriet&agrave; dei beni economici, come dice il Marx dei <em><u>Grundrisse</u></em> e sulla sua scorta ripete C, &egrave; davvero altrettanto assurda? &ldquo;<em>L&rsquo;idea che si possa possedere privatisticamente le condizioni sociali che permettono lo sviluppo individuale &egrave; appunto una vera e propria assurdit&agrave;</em>&rdquo; (p. 112), afferma C.: ma a parte che l&rsquo;avverbio &lsquo;privatisticamente&rsquo; &egrave; qui inserito di soppiatto nell&rsquo;analogia (o omologia, come direbbe Rossi-Landi) &ndash; in realt&agrave; una lingua non pu&ograve; essere &lsquo;posseduta&rsquo; n&eacute; privatisticamente n&eacute; collettivamente n&eacute; in qualunque altro modo, non &egrave; proprio suscettibile di possesso, visto che nessuno pu&ograve; esserne escluso &ndash; &egrave; tutto da dimostrare che i beni economici, prodotto del lavoro umano e oggetto di propriet&agrave; privata, siano &lsquo;condizioni sociali che permettono lo sviluppo individuale&rsquo; non solo nello stesso senso, ma anche in un senso lontanamente analogo a quello in cui lo &egrave; la lingua. E il fatto &egrave; che l&rsquo;argomentazione di C. su questo punto non va oltre<span>&nbsp; </span>lo stratagemma, che &egrave; anche una fallacia, di presupporre proprio quello che andrebbe dimostrato. Infatti quello che segue (&ldquo;<em>io esisto semplicemente perch&eacute;, </em>prima di me e senza alcun mio merito<em>, <span>&nbsp;</span>una preesistente comunit&agrave; mi ha fornito i mezzi <span>&nbsp;</span>materiali e linguistico/cognitivi per diventare umano; il singolo </em>dipende<em> dalle condizioni storico-sociali della sua comunit&agrave;, per cui &egrave; una vera e propria torsione innaturale permettere poi a quello stesso singolo di appropriarsi di quelle condizioni, cio&egrave; di poterle usare in modo esclusivo e privato</em>&rdquo;: p. 112) &egrave; eloquente ma non prova l&rsquo;assunto, dato che &egrave; possibilissimo (e lo vedremo meglio appresso) concedere le premesse continuando a negare la conclusione. Alla fine infatti C. &egrave; costretto alla mera forza dell&rsquo;analogia (&ldquo;<em>se &lt;&lt;la lingua come prodotto di un singolo individuo &egrave; un assurdo&gt;&gt; evidentemente, poich&eacute; ricalca lo stesso schema di appropriazione di qualcosa che non &egrave; proprio, bens&igrave; &egrave; sociale e pertanto indisponibile, &lt;&lt;altrettanto lo &egrave; la propriet&agrave;&gt;&gt; privata delle condizioni storico-sociali dell&rsquo;esistenza<span>&nbsp; </span>umana</em>&rdquo;: p. 113). Null&rsquo;altro verr&agrave; da C., su questo punto invero cruciale, in tutto il resto del libro. Eppure basta riflettere per capire che, a differenza del linguaggio (inappropriabile perch&eacute; l&rsquo;uso che ciascuno ne pu&ograve; fare non esclude minimamente l&rsquo;uso contemporaneo o successivo da parte di altri: se io uso determinate parole per costruire la mia frase, questo non impedisce a chiunque altro di fare lo stesso), per buona parte delle merci la situazione &egrave; completamente diversa (se io mangio una pagnotta, bevo un bicchiere di vino, indosso un abito, guido un&rsquo;automobile, significa che qualcun altro non pu&ograve; mangiare quella pagnotta, bere quel bicchiere, indossare quell&rsquo;auto, guidare quella vettura).<br /></span><span>Libro che subito prende a trattare dell&rsquo;alienazione, nella classica forma della cosificazione dei rapporti sociali. La cosa sconcertante &egrave; che la base dell&rsquo;analisi di C. sia ancora, dopo cos&igrave; tanto tempo, la teoria del valore-lavoro (v. soprattutto alle pp. 130 ss.) e la distinzione fra valore d&rsquo;uso e valore di scambio, per di pi&ugrave; utilizzata, in maniera poco ortodossa (e non &egrave; un caso che i passi cruciali non siano di Marx, quanto di Debord e Baudrillard), per discriminare tra alienazione e non. Il punto di partenza qui &egrave; che ogni merce<span>&nbsp; </span>&ldquo;<em>incorpora lavoro umano</em>&rdquo; (p. 114), sicch&eacute; non &egrave; una &ldquo;<em>cosa</em>&rdquo; nello stesso senso in cui lo &egrave; un sasso o un filo d&rsquo;erba. Si tratta di una ovviet&agrave;, che solo chi come C. non ha grande conoscenza della teoria economica successiva a Marx (non &egrave; un caso che non ve ne sia infatti traccia nella bibliografia) ritiene possa risultare nuova a un economista contemporaneo. Ma soprattutto, &egrave; una ovviet&agrave; da cui non deriva quasi nulla di tutto quello che C. scrive appresso. L&rsquo;analisi della merce (p. 115 ss.) &egrave; esemplare di questo velleitarismo. Una merce &egrave; &ldquo;<em>un oggetto materiale, che qualche corpo umano ha costruito e progettato, e che solo un corpo umano pu&ograve; usare. Tuttavia questo oggetto si presenta a noi soltanto come merce, come cosa che ha un suo prezzo&hellip; Ora, per&ograve;, il prezzo esiste solo perch&eacute; crediamo che esista, soltanto perch&eacute; nel nostro sistema economico-sociale l&rsquo;esistenza degli oggetti in quanto merci appare qualcosa di evidente e immediato</em>&rdquo;. Qui C. sta cercando confusamente di dire che il valore (pi&ugrave; correttamente: l&rsquo;utilit&agrave;) di un bene non &egrave; una propriet&agrave; intrinseca del bene stesso, ma esiste solo nel rapporto tra il bene e l&rsquo;uomo e tra questo e i suoi simili: il che ovviamente apre la strada per una considerazione storico-sociale dell&rsquo;economia. Ma il punto &egrave; che questa considerazione, ben lungi dall&rsquo;essere una scoperta rivoluzionaria che dovrebbe scuotere dalle fondamenta l&rsquo;economia &lsquo;borghese&rsquo;, &egrave; un risultato consolidato della riflessione di quest&rsquo;ultima almeno a partire dai padri del marginalismo (e infatti si ritrova gi&agrave; in Jevons). Ma il fatto che l&rsquo;utilit&agrave; sia un dato soggettivo e non oggettivo (entro certi limiti, peraltro) e quindi sociale non toglie che il <em>prezzo</em> di un bene, cio&egrave; la sua ragione di scambio con gli altri beni, esista anche indipendentemente dalla mia credenza. E&rsquo; qui che entra in gioco la pretesa di C. di usare ancora, a dispetto <span>&nbsp;</span>delle sue ben note manchevolezze, la teoria marxiana del valore-lavoro e della distinzione valore d&rsquo;uso/valore di scambio. C. ci spiega che un oggetto-merce ha un valore d&rsquo;uso; per&ograve;, &ldquo;<em>quando l&rsquo;oggetto compare nel ciclo del lavoro soltanto come merce (cio&egrave; come valore di scambio) i rapporti si invertono. La merce ha di mira non l&rsquo;uso umano che se ne pu&ograve; fare, che in realt&agrave; &egrave; del tutto indifferente, bens&igrave; soltanto la realizzazione di un profitto. Una merce vale non se &egrave; utile, ma se si vende</em>&rdquo; (p. 118). A parte l&rsquo;uso solo deprecatorio e del tutto improprio del termine &lsquo;profitto&rsquo;, qui &egrave; da notare la singolare pretesa (ben poco marxiana, tra parentesi) che una merce abbia valore indipendentemente dalla sua utilit&agrave;. Basterebbe chiedere a C. come faccia a vendersi una merce che non sia utile a nessuno per mettere il dito sulla piaga. Ma C. &egrave; qui probabilmente fuorviato dalla teoria baudrillardiano-debordiana che il capitalismo contemporaneo comporterebbe una eliminazione o emarginazione dell&rsquo;utilit&agrave; delle merci, che sarebbero sempre meno utili perch&eacute; &ldquo;<em>un oggetto che serve a qualcosa &egrave; un oggetto a cui non rinunciamo facilmente, &egrave; un oggetto che non gettiamo subito dopo il suo uso: ma se tutti gli oggetti fossero cos&igrave; l&rsquo;intero apparato produttivo&hellip; si arresterebbe</em>&rdquo; (p. 119). E&rsquo; questa una tesi tanto nuova che la si ritrova negli stessi termini gi&agrave; in parecchi testi del primo ottocento, e tanto fondata che &egrave; gi&agrave; confutata in Bastiat alla met&agrave; dell&rsquo;ottocento (vedi l&rsquo;apologo della &lsquo;finestra rotta&rsquo;): e in effetti basta una minima comprensione del sistema economico e delle componenti del reddito nazionale (o PIL) per rendersi immediatamente conto dell&rsquo;assurdit&agrave; intrinseca di questo genere di teorie. D&rsquo;altra parte occorre ammettere che una volta rappresentato <span>&nbsp;</span>l&rsquo;intero sistema economico come un immenso apparato fantasmatico, una societ&agrave; dello spettacolo (nei termini di Debord), esclusivamente volta a ingannare lo spettatore/consumatore inducendolo a consumare sempre di pi&ugrave; e pi&ugrave; velocemente per stordire la sua fondamentale impotenza a influire in qualche modo sul Sistema (ed &egrave; appunto quello che fa C.: v. in particolare alle pp. 119 ss), <em>sequitur quodlibet</em>. Ma indubbiamente il valore euristico di questo tipo di affermazioni &egrave; ben scarso. Notiamo altres&igrave; due cose. In pi&ugrave; luoghi C. afferma che, contrariamente a quanto dovrebbe logicamente avvenire, nel capitalismo &egrave; l&rsquo;uomo a doversi adattare ai fatti sociali e non viceversa. &ldquo;<em>Il caso del denaro &egrave; esemplare, poich&eacute; da mezzo di scambio e misura diventa entit&agrave; dotata di vita autonoma. Se il corso dell&rsquo;euro, un perfetto esempio di &lsquo;fatto sociale&rsquo; scende io, il corpo che sono, perdo il lavoro, vengo gettato sul lastrico, rischio la stessa vita</em>&rdquo; (p. 116-117). Ma a parte il fatto che questo vale non solo per il denaro o il sistema economico, ma per qualunque &lsquo;fatto sociale&rsquo; esattamente nella stessa misura (il diritto, per esempio, o lo stesso linguaggio: basti qui ricordare le grandi pagine di Tucidide sulle conseguenze molto pratiche della degradazione di una lingua), il problema &egrave; che questo &egrave; accaduto praticamente da quando &egrave; stato inventato il denaro (e qui giunge opportuno ricordare cosa scrive Tacito a proposito di un fenomeno di scarsit&agrave; di moneta ai tempi di Tiberio). Il risultato paradossale &egrave; quindi quello di un richiamo alla storicit&agrave; dell&rsquo;economia che prescinde proprio dalla storia e imputa al capitalismo fenomeni che esistevano anche prima e indipendentemente da esso, anzi indipendentemente da esso. Inoltre, C. sostiene che nella merce il collegamento sociale con la comunit&agrave;, con i fatti sociali, viene perduto, sicch&eacute; il sistema economico appare come un dato naturale, e come tale immutabile; le leggi economiche sarebbero a loro volta immutabili, come le leggi della fisica (v. in particolare p. 121). E&rsquo; questo un luogo abbastanza rituale in certa letteratura marxista, che tuttavia purtroppo va raramente oltre; se lo facesse, ad esempio affrontando seriamente lo studio dell&rsquo;economia &lsquo;borghese&rsquo; nel suo sviluppo storico, scoprirebbe che Marx e il materialismo storico non sono passati invano e che l&rsquo;economia &lsquo;borghese&rsquo; da gran tempo si guarda bene dal considerare i suoi modelli come &lsquo;leggi&rsquo; nel senso delle scienze naturali e il sistema economico come un dato di fatto, astorico e immutabile. E scoprirebbe altres&igrave; che l&rsquo;economia &lsquo;borghese&rsquo; sopravvive egregiamente anche con questa consapevolezza della storicit&agrave; e contingenza del suo campo di studi. A volte un po&rsquo; di umilt&agrave; scientifica non guasterebbe, specie in qualcuno che avverte correttamente (come fa l&rsquo;A nella prefazione) la necessit&agrave; di spezzare gli steccati accademici fra le varie discipline. Infine, facciamo notare<span>&nbsp; </span>a C. che se il valore d&rsquo;uso &egrave; sociale, allora lo &egrave; (e forse anche a maggior ragione) quello di scambio!<br /></span><span>Prescindiamo qui dall&rsquo;analisi, di considerevole incompetenza, del mercato dei derivati di cui l&rsquo;autore si diletta in alcune delle pagine pi&ugrave; confuse e meno documentate del libro (p. 124-125), per concentrarci su punti pi&ugrave; importanti. In un&rsquo;ottima pagina c. esamina l&rsquo;alienazione dell&rsquo;operaio che non trova pi&ugrave; una piena realizzazione nella produzione di merci (p. 122-123): qui per&ograve; 1) non si capisce perch&eacute; l&rsquo;alienazione colpirebbe solo l&rsquo;operaio addetto alla produzione di valori di scambio, visto che in primis non si d&agrave; valore di <span>&nbsp;</span>scambio senza valore d&rsquo;uso, e in secundis non si vede perch&eacute; in questo rispetto la situazione dell&rsquo;operaio moderno sarebbe diversa da quella del bracciante agrario o del salariato antico; e 2) l&rsquo;alienazione &egrave; indubbiamente un problema, e un problema serio, di cui a torto spesso ci si dimentica. Ma proprio perch&egrave; &egrave; un problema serio, &egrave; fatuo e irresponsabile pretendere di liberarsene con giochi di parole e vuoti abracadabra. <br /></span><span>Inoltre, la pretesa che il capitalismo abbia comportato la rottura del nesso coevolutivo fra uomini e fatti sociali resta del tutto ingiustificata: l&rsquo;esempio scelto da C. per dimostrarlo, cio&egrave; appunto il sistema dei derivati, &egrave; singolarmente mal scelto e non prova l&rsquo;assunto. Basti qui osservare che la perdita dei &lsquo;fatti sociali&rsquo; sarebbe un fatto di tale gravit&agrave; da rendere impossibile o difficilissima la vita in societ&agrave; degli uomini, da determinare cio&egrave; la rottura della coesione sociale: ma questo non &egrave; affatto avvenuto &ndash; il che semmai prova la falsit&agrave; della premessa. La citazione di Polanyi a p. 136 ne &egrave; ulteriore dimostrazione.<br /></span><span>L&rsquo;ultimo capitolo del libro &egrave; appunto quello che dovrebbe dare ragione del titolo, del perch&egrave; cio&egrave; il comunismo dovrebbe essere la vita &lsquo;naturale&rsquo; dell&rsquo;uomo. Infatti C. comincia: &ldquo;<em>La sfida del comunismo<span>&nbsp; </span>&egrave; quella di immaginare un modo di vivere adatto alla natura umana</em>&rdquo; (p. 139). Siccome la natura umana &egrave; l&rsquo;infinit&agrave; discreta, cio&egrave; l&rsquo;esperienza del possibile, ne deriva che &ldquo;<em>il modo di vivere definitivamente comunista non pu&ograve; esistere</em>&rdquo;, dato che per definizione un modo di vivere &egrave; solo uno dei possibili modi di vivere. Ammesso questo punto, C. dovrebbe logicamente porsi il problema se abbia senso, su queste basi antropologiche, costruire una societ&agrave; comunista che si rivelerebbe essere nient&rsquo;altro che una incarnazione fra le tante dei vari modi di vita possibili all&rsquo;uomo, e tutti &ndash; per definizione &ndash; ugualmente &lsquo;naturali&rsquo;; potrebbe ad es. una buona volta spiegare cosa intende per comunismo; ma C. si chiede invece se il comunismo (che si continua a non sapere cosa sia) non sia allora semplicemente un&rsquo;utopia. Naturalmente la risposta &egrave; no (come potrebbe altrimenti? non si sa cos&rsquo;&egrave;): l&rsquo;<em>auctoritas</em> stavolta &egrave; Marcuse, per cui com&rsquo;&egrave; noto le possibilit&agrave; di realizzare una societ&agrave; libera gi&agrave; esistono interamente nel presente. Continuiamo per&ograve; a rimanere nell&rsquo;oscurit&agrave; pi&ugrave; totale circa il cosa e il come. Invece di chiarire questi punti fondamentali, che per&ograve; evidentemente a c. non interessano, l&rsquo;autore preferisce lanciarsi in un excursus sul lavoro e sul suo significato per l&rsquo;essere umano (excursus di buona fattura marxiana, ma del tutto superfluo nell&rsquo;economia dell&rsquo;argomento). L&rsquo;unico passo che sembrerebbe avere una qualche attinenza col tema del libro &egrave; quello (p. 145) in cui C. spiega che il lavoro nel capitalismo non &egrave; la realizzazione dell&rsquo;uomo, della sua libert&agrave; e della sua progettualit&agrave;, perch&eacute; il lavoro capitalistico &egrave; puro e semplice sfruttamento. Ma siccome la teoria dello sfruttamento marxiana, che &egrave; basata sulla teoria del valore-lavoro, che &egrave; insostenibile, &egrave; anch&rsquo;essa insostenibile, allora C. dovrebbe spiegare perch&eacute; il lavoro capitalista &egrave; sfruttamento, e perch&egrave; non lo sarebbe quello comunista (ma in quest&rsquo;ultimo caso, C. dovrebbe preventivamente spiegarci cos&rsquo;&egrave; il comunismo e come in esso si svolgerebbe il lavoro). Naturalmente C. non &egrave; in grado di farlo: non lo &egrave; perch&eacute; &egrave; convinto che bastino cose come questa: &ldquo;<em>ci sono due condizioni connesse perch&eacute; il lavoro umano rimanga umano, e quindi rimanga naturale &hellip; 1) che il lavoro mantenga il suo carattere intrinsecamente sociale; 2) che l&rsquo;oggetto prodotto dal lavoro rimanga a disposizione<span>&nbsp; </span>di chi l&rsquo;ha prodotto</em>&rdquo; (p. 152). Proviamo a vedere perch&eacute; questo tipo di argomenti non porta da nessuna parte. Innanzitutto, lo stesso C. ci spiega subito dopo che ogni lavoro, anche quello pi&ugrave; solitario, &ldquo;<em>&egrave; sempre lavoro sociale</em>&rdquo;: ma se ogni lavoro &egrave; sociale, lo &egrave; anche quello capitalistico, e dunque la differenza radicale dovrebbe basarsi sul secondo requisito. Ma anche qui &egrave; difficile immaginare perch&eacute; il lavoro comunistico dovrebbe consentire a chi produce di mantenere a sua disposizione il prodotto del lavoro (salvo che non si stia surrettiziamente tornando a parlare del sovrappi&ugrave; estorto dal capitalista): non tanto perch&eacute; vi sarebbe comunque la necessit&agrave; dello scambio (che giustamente anche per C. non comporta il venir meno della connessione tra produttore e prodotto), quanto perch&egrave; in qualunque tipo di sistema economico esiste pur sempre la necessit&agrave; di produrre beni che non sono affatto intrinsecamente n&eacute; primariamente destinati alla soddisfazione del bisogno di chi li produce (basti pensare a una qualunque infrastruttura, da una strada a un acquedotto) e che pertanto non restano nemmeno a loro disposizione. C. dovrebbe spiegare come e in che modo il lavoro comunista rispetterebbe questa condizione, che nei termini in cui C. l&rsquo;ha formulata non &egrave; mai stata soddisfatta, neanche nell&rsquo;economia pi&ugrave; primitiva. Invece ancora una volta si rifugia nello squarcio lirico: &ldquo;<em>il comunismo rappresenta il ritorno dell&rsquo;umano all&rsquo;uomo, della ricchezza a chi l&rsquo;ha prodotta, della creativit&agrave; al lavoro creativo. In questo senso il movimento del comunismo si inscrive nella biologia umana, perch&eacute; non ha di mira che ripristinare l&rsquo;unit&agrave; dell&rsquo;umano &hellip; Si tratta allora di riportare il lavoro, l&rsquo;attivit&agrave; umana al corpo/mente dell&rsquo;animale della specie Homo sapiens, all&rsquo;animale del possibile. E cos&igrave; ridare spazio al desiderio, a una mancanza che sia effettivamente immaginazione di mondi e modi alternativi rispetto al presente, e pertanto re-immettere l&rsquo;esperienza del tempo nelle nostre vite</em>&rdquo; (p. 153-154). Va benissimo ovviamente, ma come? Se il senso di tutto ci&ograve; &egrave; che si deve eliminare il lavoro salariato (&ldquo;<em>baratto innaturale fra &lt;&lt;lavoro vivo&gt;&gt; e sopravvivenza</em>&rdquo;) e quindi la propriet&agrave; privata dei mezzi di produzione, come si far&agrave; a produrre le stesse cose che produciamo oggi (o magari anche di pi&ugrave;, e comunque meglio) garantendo altres&igrave; il lavoro divenga fine e premio a se stesso, &ldquo;<em>attivit&agrave; umana piena e gratificante</em>&rdquo;? Mistero totale. N&eacute; ovviamente la ispirata pagina finale, che ci annuncia che &ldquo;<em>il comunismo &egrave; quindi il futuro biologico della specie umana</em>&rdquo; (p. 168) &egrave; in grado di gettar lumi sulle sole questioni rilevanti, quelle cio&egrave; che davvero meritava affrontare.<br /></span><span>Ricapitolando: abbiamo un libro la cui prima parte attiene alla ricerca della natura umana, e una seconda che intende mostrare che solo il comunismo &egrave; in grado di consentire all&rsquo;uomo di vivere in conformit&agrave; con la propria natura. Ma tra le due parti non c&rsquo;&egrave; alcun rapporto. C. non ci spiega perch&eacute; vivere in conformit&agrave; con la natura umana sarebbe un bene, n&eacute; cosa significhi vivere in conformit&agrave; con una natura umana che a ben vedere consiste poi nell&rsquo;apertura alla possibilit&agrave; e che dunque finirebbe per essere compatibile con una infinita pluralit&agrave; di assetti. La prima questione conduce evidentemente dritti dritti alla fallacia naturalistica, o meglio al passaggio dal piano dell&rsquo;essere a quello del dover essere (gi&agrave; denunciato da Hume) &egrave; consapevole del rischio, e nell&rsquo;introduzione se ne libera con caratteristica sprezzatura (i fatti oggettivi non esistono, il passaggio dai fatti ai valori &egrave; ineliminabile, tutto &egrave; opinione e &ldquo;<em>la stessa distinzione fra fatti e valori pu&ograve; essere vista come uno dei corollari del primato della ragione economica</em>&rdquo;, p. 9). Non ci sembra che il rischio sia stato adeguatamente considerato. Quanto alla seconda parte, da qualcuno che afferma senza perifrasi che il capitalismo &egrave; un virus o un&rsquo;infezione, che gli economisti sono solo sacerdoti del capitale e che godono oggigiorno di un &ldquo;<em>incomprensibile rispetto</em>&rdquo;, e che perdipi&ugrave; invoca (giustamente) l&rsquo;indagine interdisciplinare (&ldquo;<em>se il dipartimento di Economia &egrave; in un edificio diverso da quello di Antropologia o di Filosofia, bene, tanto peggio per la divisione in dipartimenti</em>&rdquo;), ci aspetteremmo che non solo conosca i fondamenti delle discipline in questione, ma anche e soprattutto sia al corrente delle ricerche interdisciplinari che da molti decenni sono state intraprese (e che in particolare economisti, antropologi, sociologi e antichisti hanno avviato senza attendere il permesso di Cimatti). Ci aspetteremmo inoltre che chi invoca il comunismo abbia alle spalle una riflessione che, pur non dimenticando Marx, tenga conto come minimo del fatto che la teoria economica ha fatto parecchi passi avanti, e ci sappia, se non proprio spiegare in dettaglio, almeno far capire in linea di massima come funzionerebbe l&rsquo;economia comunista. Ma tutto ci&ograve; manca assolutamente. Rimane dunque inevitabile concludere che questo libro &egrave; l&rsquo;ennesimo fallimento di una filosofia che pretende di trarre le mosse dall&rsquo;intero sviluppo storico delle scienze dell&rsquo;uomo ma che in realt&agrave; ignora gran parte delle cose pi&ugrave; importanti prodotte nel settore negli ultimi cinquant&rsquo;anni, e in particolare di economia conosce (a dispetto dei suoi burbanzosi motti contro la divisione in dipartimenti) solo i testi che vengono normalmente spiegati nel corso di laurea in filosofia. Una filosofia che &egrave; inspiegabilmente convinta che evocare in toni commossi un futuro radioso implichi averne dimostrato la possibilit&agrave; ed anzi l&rsquo;inevitabilit&agrave;, pur a prezzo di inammissibili fallacie logiche.<br /></span><span>E&rsquo; bello credere, di tanto in tanto, che il passaggio dal regno della necessit&agrave; a quello della libert&agrave; sia a portata di mano. Ma arrivarci &egrave; purtroppo un duro lavoro. Abbattere il capitalismo &egrave; un fine legittimo, ma non ci si arriver&agrave; mai se si continuano a riciclare slogan e rimasticare venerande teorie del passato e se si continua, soprattutto, a chiudere gli occhi dinanzi al presente e dinanzi agli strumenti teorici che soli consentono di capirlo e, dunque, soli permetteranno anche di cambiarlo. La rivoluzione, insomma, come diceva quello, non &egrave; un pranzo di gala. Purtroppo, questo libro &egrave; tutt&rsquo;altro che un passo nella giusta direzione.<br /></span>]]>
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    <title>Monsieur Vanderputte</title>
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    <published>2011-06-18T23:00:00Z</published>
    <updated>2011-06-19T10:56:45Z</updated>
    
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        <name>Francesca</name>
        
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            <category term="Puericultura" />
    
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        Les affaires étaient bonnes, malgré le départ des Americains et les bruits de lutte contre le marché noir. Mais ces bruits défaitistes ne nous troublaient pas. Le moment venu, &quot;on fera face&quot;, comme disait le vieux Vanderputte. Pour le moment les choses ne marchaient pas si mal que ça. Le pays manquait de tout. Les gens achetaient n&apos;importe quoi, à n&apos;importe quel prix.
        <![CDATA[<p />- Jeune homme, permettez-moi de vous donner un conseil: élevez-vous au dessus de tout. Planez, jeune homme! Planez, ouvrez vos ailes, projetez tous vos petits problèmes dans l'infini, dans l'astral, dans la métaphysique et vous verrez aussitôt apparaître les véritables proportions de toute chose qui sont, jeune homme, infinitésimales. Je dis bien...
<br>  Il leva un doigt<br>
- ... in-fi-ni-té-si-males! La trahison, l'héroïsme, le crime, l'amour, tout cela, jeune homme, avec de la perspective, avec de l'horizon, devient littéralement émouvant par son insignifiance. Zéro! ça n'existe pas!
<br>  Il se pencha un peu vers moi.<br>
- <i>Le tout,</i> jeune homme, <i>est de faire les choses à une échelle, et puis de les contempler à une autre</i>! Prenons, par example, le responsabilité. C'est gros, c'est lourd, c'est dur à porter, la responsabilité, hein? Mettons que vous ayez empoisonné toute une famille avec, si vous le voulez bien, des champignons. Naturellement, si vous regardez cela en tant qu'homme et poussière, vous vous sentez très abattu, vous avez des remords, vous ne touchez plus jamais aux champignons. Mais élevez un peu le débat, élevez-vous par l'esprit, ouvrez vite les horizons, collez-vous, jeune homme, dans le système solaire et regardez la Terre en bas: vous ne sentez plus rien. Plus de responsabilité, plus de champignons, plus d'hommes du tout - une sorte de buée, peut-être, voilà ce qu'elle devient, l'humanité, vue d'en haut par la lunette métaphysique, une sorte de buée et qu'on efface très facilement, croyez-moi. Vous vous sentez d'un seul coup léger et absolumet irresponsable et vous pouvez faire n'importe quoi, jeune home - je dis bien: n'importe quoi! Pas besoin de préciser. La voilà bien, la vraie liberté. Vous ne sentez rien, une sorte de bienveillance, peut-être, rien, zéro, e Gange, jeune homme, le Gange, le Nirvana! Quand vous serez plus grand et que vous sentrez parfois, à des chatouillements étranges, que votre responsabilité est engagée, n'hesitez pas! <a href="http://content.slowfood.it/upload/0ce90991c716df7e87ed1bce19ccecd6/files/118bvx.pdf" target="_blank">élevez le débat</a>. Je vous recommande, dés maintenant, l'étude de la métaphysique comme passe-temps et justification. Une societé comme la nôtre, avec ses magnifiques réalisations, ses installations sanitaires, est toute baignée de cette métaphysique - le Gange, je vous dis! - elle la boit par tous ses pores, et quand elle ne la boit pas, elle la sécrète. Personnellement, je sécrète la métaphysique du matin au soir pour mes petits besoins personnels - et quand je suis bien imbibé, je suis hereux. Mais coupez-moi de la métaphysiquem et qu'est-ce qui reste?<br>
  Il aussa les épaules
<br>-Je vous le demande, qu'est-ce qui reste? Un vieux bonhomme, passible des tribunaux correctinnels, de la cour d'assises, je ne sais pas, moi. Entre la police et la métaphysique, il faut choisir.
<p /><p /><i>Romain Gary, "Le grand vestiaire", 1948.</i>]]>
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    <title>La Vittoria di Bersani</title>
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    <published>2011-06-13T15:16:30Z</published>
    <updated>2011-06-13T17:41:28Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[L'aereo descriveva larghi cerchi sopra Ciampino, una pece nera e ondulante ricopriva la met&agrave; del terreno di atterraggio....]]></summary>
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        <name>Francesca</name>
        
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            <category term="Ironia &amp; Leggerezza" />
    
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        <![CDATA[L'aereo descriveva larghi cerchi sopra Ciampino, una pece nera e ondulante ricopriva la met&agrave; del terreno di atterraggio.]]>
        <![CDATA[<p>Civati si chin&ograve; verso Bersani ed esclam&ograve; mostrandola </p><p>- Che folla! </p><p>Bersani guard&ograve; a sua volta; parl&ograve; per la prima dopo la loro partenza da Monaco: </p><p> - Sono venuti a rompermi la faccia. </p><p>Civati non protest&ograve;. Bersani scroll&ograve; le spalle: </p><p>- Li capisco. </p><p>L'aereo si era posato. Bersani usc&igrave; faticosamente dalla carlinga e mise il piede sulla scala; era pallido. Ci fu un clamore enorme e le persone si misero a correre, sfondando il cordone di polizia, rovesciando le barriere. Gridavano &quot;Viva la Repubblica!, Viva l'Acqua Pubblica!. Portavano bandiere e bouquets, era la festa. </p><p>Bersani si era arrestato sul primo gradino; li guardava con stupore. Si gir&ograve; verso Civati e disse fra i denti: </p><p>- Les cons! </p><p>&nbsp;</p><p> <em>Jean-Paul Sartre, &quot;Le Soursis&quot;, 30 settembre 1938.</em></p><p><em>Bersani et Alt, <a href="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/pdf/16PDL0047780.pdf" target="_blank">Proposta di Legge</a> - Disposizioni per il governo delle risorse idriche e la gestione del servizio idrico integrato&quot;,&nbsp; 16 Novembre 2010</em><br /></p>]]>
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