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Courbet

T.J.CLARK, Immagine del popolo.  Gustave Courbet e la rivoluzione del '48, Torino, Einaudi, 1978

Nonostante il sottotitolo, non è un libro sul 1848. E' invece un saggio sulla formazione politica e artistica di Courbet e sulle sue prime opere capitali, fino ai primi anni Cinquanta. Le più note delle opere esaminate sono gli Spaccapietre, il Funerale a Ornans e Bonjour, Monsieur Courbet! (che è anche l'immagine di copertina).

E' una brillante analisi della formazione della poetica di Courbet, e una penetrante spiegazione dei motivi per cui il realismo di Courbet trovò tanto successo e insieme tanta ostilità. La tesi dell'autore è che dopo tanti tentativi falliti, Courbet alla fine riuscì a capire di dover fare un uso dell'arte popolare completamente diverso da quello tentato fino allora (e che avrebbe continuato a essere tentato dopo di lui). "Non l'alta cultura che andava incontro al popolo, non il linguaggio delle immagini popolari che assorbiva le immagini parigine. Non un adattamento, ma un mutamento radicale. Una fusione in cui il predominio di una cultura sull'altra potesse finire. (Naturalmente questo non si verificò mai in questo modo. Ciò che invece si ebbe fu una fusione in cui la cultura delle classi dominanti gettò a mare i suoi temi e valori più preziosi, abbandonò, col passare del tempo, perfino la pretesa di una 'creatività' o coerenza privilegiata, ma si attaccò come una sanguisuga al suo stato di unica Arte: definita dal  semplice fatto della sua egemonia. Aprì le cataratte a tutto, nel mentre proclamava - o accettava, dopo un po' di confusione circa i confini dell'arte e della vita - la condizione magica e materiale di Arte: Originale, Fragile, 10.000 ghinee, Non toccare)" (p. 158). E così ecco che il linguaggio pittorico di Courbet (e, in alcuni casi, dei suoi ammiratori, come Pisarro) viene dalle stampe popolari: il Funerale viene da una lunga tradizione di stampe e xilografie sulla sepoltura di Marlborough, il Bonjour riprende alla lettera una vecchia stampa sull'Ebreo Errante.

Ma cos' era che dava così fastidio ai critici borghesi dell'arte di Courbet (almeno, della fase della maturità di Courbet)? Secondo l'autore, Courbet rappresentò per la prima volta la campagna in un modo diverso da come la pittura moderna l'aveva sempre rappresentata. Cita ad es. un critico che, elogiando Millet, si fa scappare che il suo Seminatore "è un rude contadino che non fa le cose a mezzo e la cui grossolanità non ha nulla da temere dal suo soggiorno in piena Parigi: resterà sempre quello che è, uomo della campagna dai piedi alla testa" (p. 136). Clark giustamente commenta: "per Dauger il pittore della vita dei campi rappresenta esattamente ed esclusivamente ciò che è estraneo alla città... Il contadino di Millet è accettabile perché è chiaramente diverso; la sua grossolanità primitiva non sarà mutata dal suo soggiorno a Parigi e, è sottinteso, abbiamo poco a temere da lui. Resterà un uomo della campagna, anche nella capitale. Ciò che Dauger vuol dire, senza possibilità di dubbio, è che non diventerà un proletario". Courbet faceva esattamente il contrario: "raffigurava la società rurale con le sue classi e le sue distinzioni; fissava la sua attenzione sulla borghesia rurale, cioè proprio la classe in cui città e campagna si confondevano" (p. 138) Ma questo era profondamente sconcertante per il pubblico borghese. Come ricorda Clark (Raymond Williams ha illustrato lo stesso atteggiamento nella cultura inglese tra il xviii e il xx secolo), "negli anni '40 e '50 si sviluppò un mito specificamente borghese della società rurale, un mito che era centrale per le strutture dell'autocoscienza borghese.  Come tutti i miti, ma più di tanti altri,... è un mito appena agli inizi... Per il mito la società rurale è qualcosa di unitario, una società con una sola classe in cui contadino e padrone sono in perfetta armonia. La società rurale è, in altre parole, l'antitesi della comunità in cui il borghese effettivamente vive. E' il mondo in cui i conflitti sociali sono magicamente risolti, in cui le tensioni e le divisioni di classe della città sono sconosciute" (p. 145). Courbet, invece, rappresentava proprio quello che la borghesia cercava di non vedere. Ecco perché ammirò Courbet, ma con crescente antipatia; anche perché Courbet non si accontentava di rappresentare l'irrappresentabile, ma voleva farlo per soprammercato per un pubblico che non fosse più - soltanto - borghese.  Quel che conta in Courbet, dice Clark, "è stato ciò che ha fatto negli anni dopo il 1848, quando c'era ancora una possibilità che l'arte, nel vecchio senso, potesse sprofondare e che una nuova arte prendesse il suo posto. Questo libro è dedicato a quel periodo, a quella possibilità. Esso propone una definizione minima di arte politica, propone una serie di criteri per quella 'popolare'. Quest'ultima parola ha ossessionato gli artisti ancora a lungo dopo la morte di Courbet, come se il mondo dell'arte avesse una cattiva coscienza dei suoi privilegi. Da Mistral a Verdi, da Bartòk a Léger, gli artisti hanno saccheggiato o imitato l'arte della 'plebaglia'. .. Ma tutti quanti volevano il popolare come un'aggiunta all'arte vera e propria: come una trasfusione di sangue, un atto di nostalgia, qualcosa che ammiriamo e ingentiliamo. Courbet aveva tentato qualcosa di diverso: di distruggere la gerarchia, di porre fine al conoscitore. C'era arrivato assai vicino: tanto vicino da mandare su tutte le furie un pubblico e inventarne un altro; tanto vicino da restare impresso nella mente di Pissarro e Cézanne. Ma egli naturalmente non ci riuscì e i suoi amici furono dei mediocri profeti. Madame Bovary non fu, ahimè, l'ultimo romanzo borghese; e quanto al popolo, ci vorrà qualche tempo prima che dia il tono in prima persona" (p.158-159)

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Commenti

Grazie Luca, direi che questo è decisamente un testo da leggere!

LucaV | April 7, 2014 2:26 PM

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