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Ecodinamica e limiti dello sviluppo

Un altro contributo fondamentale alle teorie della decrescita è venuto nei primi anni Settanta dal celebre Rapporto Meadows sui Limiti della crescita [1]. Si tratta di una importante opera, che ha tentato di studiare in quale modo lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, unitamente ad altre variabili, avrebbe influito sul benessere dell’umanità in futuro. E giungeva alla conclusione che, al fine di evitare una catastrofe, occorresse urgentemente ridurre i consumi e la popolazione. Il Rapporto è stato aggiornato a distanza di decenni, a più riprese; ma le conclusioni sono rimaste sostanzialmente le stesse.
Le polemiche sul Rapporto sono state innumerevoli, e a volte si sono indubbiamente fondate su incomprensioni[2]. Il punto cruciale, per capire questo libro, è che esso si basa su un modello del mondo (il c.d. “World3”) che studia gli influssi reciproci di cinque macrovariabili (popolazione, inquinamento, risorse non rinnovabili, ‘industrializzazione’, cioè in sostanza andamento del capitale fisso, e infine produzione alimentare) e il loro impatto congiunto sul benessere complessivo dell’umanità. Le cinque variabili erano state additate al Gruppo del MIT, che elaborò il Rapporto, dagli stessi committenti della ricerca, cioè i membri del c.d. Club di Roma[3]. Tra parentesi, pare abbastanza evidente che le opinioni dei committenti (in particolare un certo scetticismo verso la scienza  e la tecnica, come pure una innegabile nostalgia per i buoni vecchi valori di un tempo, non disgiunti dall’aspirazione a un governo tecnocratico illuminato) siano state in gran parte condivise dai ricercatori[4].


[1] Limits to Growth, in Italia inspiegabilmente tradotto come I limiti dello sviluppo.
[2] Incomprensioni su cui si è soffermato di recente, forse anche con eccessiva insistenza, Ugo Bardi.
[3] V. la Premessa al Rapporto 1974, p.24; v. anche Bardi, p. 7 ss.
[4] “la scienza e la tecnologia, con tutti i loro meriti, sono state anche le principali cause della complessità della situazione moderna, dello straordinario aumento della popolazione di cui stiamo soffrendo, dell’inquinamento e degli altri spiacevoli effetti dell’industrializzazione…Cominciamo a percepire che nella nostra società tecnologica ogni passo avanti rende l’uomo insieme più impotente e più forte, che ogni nuovo potere acquisito sulla natura sembra essere un potere sull’uomo stesso. La scienza e la tecnologia ci hanno portato sia l’incubo dell’incenerimento nucleare, sia la ricchezza e la prosperità;… l’elettricità e la forza motrice hanno diminuito la fatica del lavoro manuale, ma lo hanno spogliato della soddisfazione che dava… Le conseguenze indesiderabili della tecnologia… costituiscono una minaccia che può diventare irreversibile per il nostro ambiente naturale; gli uomini sono sempre più alienati dalla società e rifiutano l’autorità; le droghe, i crimini e la delinquenza sono in costante aumento, la fede diminuisce” (Premessa, cit., p. 20-21).
Il modello può seguire e mostrare contemporaneamente l’evoluzione di tutte le cinque variabili, che si influenzano reciprocamente (sono i famosi anelli di retroazione), e lo scopo del modello è capire cosa succede al variare dell’una o dell’altra. L’altro concetto fondamentale alla base del libro è quello di crescita esponenziale, cui si dedica un intero capitolo: la crescita esponenziale comporta che la grandezza corrispondente raddoppia in un tempo che al profano può apparire sorprendentemente breve (a un tasso di crescita dell’1% annuo, il tempo di raddoppiamento è di 70 anni; al 2%, diventa di 35 anni; al 5%, 14 anni soltanto). E’ proprio il fatto che la crescita dei prelievi per gli input produttivi (ad es., l’energia e le risorse non riproducibili) e degli output (ad es., l’inquinamento), oltre che della popolazione e dei consumi, sia esponenziale, a generare i problemi. Siccome le risorse della Terra non sono infinite (il nostro pianeta, infatti, è finito[1]), la crescita esponenziale è destinata a incontrare limiti insuperabili  (i ‘limiti della crescita’ del titolo) in tempi relativamente brevi: cento anni[2], comunque non oltre il 2100[3] (peraltro alcuni scenari del modello prevedevano l’inizio della crisi tra la fine del ventesimo e i primi due decenni del ventunesimo secolo), a meno che non si faccia qualcosa, e presto, per ridurre il tasso di crescita. In quest’ultimo caso, l’umanità potrà trovare un modo di vita sostenibile, continuando a godere di un benessere materiale non superiore a quello attuale, ma certo assai superiore a quello di ogni epoca precedente. In caso contrario, cioè se i prelievi di materie prime e energia, i consumi di terra e alimenti, la popolazione e l’inquinamento dovessero continuare a crescere ai tassi attuali, sarebbe inevitabile un crollo: l’inquinamento ridurrebbe le rese agricole e accrescerebbe la mortalità, la popolazione di conseguenza si ridurrebbe bruscamente, e la produzione in generale si arresterebbe a causa del venir meno di materie prime ed energia. 
Come si diceva, buona parte del dibattito sul libro si è basata su un equivoco. Si è partiti cioè dalla convinzione che quelle del modello fossero delle previsioni di fatti che sarebbero senz’altro accaduti. In particolare, una tabella del libro, relativa al progressivo esaurimento delle risorse minerali, che ipotizzava vari scenari a seconda del tasso di prelievo e dell’ammontare delle riserve, è stata spesso utilizzata per accusare gli autori del Rapporto di eccessivo pessimismo (‘prevedevate che il petrolio si esaurisse entro il 2000, ci siamo arrivati  e il petrolio c’è ancora’!) Questo è un errore, non solo perché gli autori si erano presi la briga di chiarire molte volte (e ancor più lo fecero nelle edizioni successive) che le loro non erano previsioni, ma modelli[4], ma soprattutto perché così facendo si travisa lo scopo che gli autori si prefiggevano. Lungi dal voler prevedere con esattezza quando sarebbe successo il tale o il tal’altro evento, essi intendevano solo fornire un’idea approssimata, ma suscettibile di ulteriori sviluppi e raffinamenti, di quale sarebbe stato l’andamento di certe grandezze, per poter valutare l’opportunità o meno di proseguire con le politiche attuali. La conseguenza è stata che, anziché concentrarsi sul modello e verificare se esso fosse metodologicamente corretto[5], quasi sempre ci si è limitati a discutere dei dati (che per gli stessi autori rappresentavano qualcosa di molto meno interessante). Va peraltro osservato che questo equivoco è stato commesso anche dai moltissimi ambientalisti, nonché dai decrescenti, che lo citano in continuazione proprio per le ragioni sbagliate, e cioè come se per l’appunto il Rapporto formulasse predizioni.[6] Ora, il fatto è che, se si trattasse davvero di predizioni, molte di quelle ricavabili dal Rapporto sarebbero da giudicare clamorosamente sbagliate. Eppure questo non ha impedito, prima di prendere per oro colato affermazioni che invece nella versione iniziale del Rapporto erano solo ipotesi (poi risultate scorrette, e successivamente modificate dagli stessi autori), e adesso di prendere nuovamente per oro colato le ipotesi incluse nell’ultima versione; col risultato, abbastanza farsesco, di sentire sistematicamente spostare in avanti di vent’anni in vent’anni la data prevista per l’esaurimento delle risorse, e sempre col tono oltraggiato di chi ritiene di pronunciare ovvietà e si indigna che nessuno prenda le necessarie contromisure illico et immediate[7].
Non che siano mancate le critiche serie[8], d’altronde auspicate dagli stessi autori del Rapporto[9]. Queste si sono appuntate, com’era giusto, sul modello stesso. Innanzitutto, si è notato che gli autori fanno uso di macroaggregati del tutto disomogenei; in particolare, si è criticato l’uso delle variabili “inquinamento” e “risorse naturali”, dato che è ingiustificato ipotizzare un comportamento omogeneo di entità chiaramente disomogenee. Un esempio tra i tanti:
il diossido di zolfo emesso da un grande impianto a carbone può essere trasportato dal vento per pochi minuti soltanto prima di ossidarsi in solfato e piovere giù su un campo che può beneficiare di un’aggiunta di zolfo (un importante micronutriente delle piante). Oppure può restare su per un giorno o più, essere trasportato 1000 km dal vento, e  quando precipitato può abbassare il pH di un lago già acido di suo o può aggiungersi ai barbagli troposferici che raffreddano parte dell’emisfero boreale. Ovviamente, nemmeno una singola sostanza inquinante può essere trattata in una maniera così ridicolmente semplicistica di un singolo tasso di produzione/assorbimento, ma il modello dei Limiti della crescita ha ramazzato qualunque cosa, dai radionuclidi dalla lunga vita al DDT, dai particolati ai rifiuti organici di una fabbrica di zucchero, dal piombo al benzene, tutto dentro un solo contenitore, nutrito e purgato da due grandi flussi in entrata e in uscita – e come se ciò non fosse già abbastanza insensato, lo faceva mediante una media globale! (…) Il tasso di inquinamento è determinato [nel modello] dai grandi flussi in entrata e in uscita di tutti gli inquinanti, non importa quanto di vita lunga o corta, non importa quanto innocui o dannosi per la salute, non importa quanto localmente insignificanti o globalmente pericolosi[10].
L’utilità di questo tipo di variabili è insomma estremamente ridotta[11].
Inoltre, il modello utilizza relazioni di tipo eccessivamente rigido e, molto spesso, del tutto arbitrario (o comunque non spiegato) fra le variabili. Un esempio tipico è il rapporto tra inquinamento e mortalità: World3 esplicitamente ipotizza una relazione diretta tra crescita dell’inquinamento e crescita della mortalità. Ma questo è vistosamente contraddetto dall’esperienza storica: nel Novecento, a una innegabile crescita dell’inquinamento si è accompagnata una spettacolare riduzione della mortalità[12]. E’ possibile che in futuro le cose cambino, ma non si vede come lo si possa dare per scontato. Lo stesso discorso si può fare anche per la relazione tra inquinamento e produzione agroalimentare. In secondo luogo, non si può dare per scontato neppure un rapporto diretto tra crescita dei consumi e industrializzazione, da un lato, e crescita dell’inquinamento, dall’altro. Le ricerche più recenti hanno  in realtà rivelato che non esiste una relazione univoca tra le prime grandezze e l’inquinamento[13], e ancora una volta è la eterogeneità della macrocategoria ‘inquinamento’ a causare gli errori. Esistono tipi di inquinamento che si riducono al crescere dei consumi e dell’industrializzazione (facendo così parlare di ‘curve di Kuznets’ per l’inquinamento), e altri che finora hanno invece mostrato di aumentare. Più in generale, al modello si è rimproverata una eccessiva rigidità, che non tiene conto della adattatività e dell’inventiva finora mostrata dal genere umano[14].
Ma la critica forse più importante è stata quella di non aver inserito nel modello né l’innovazione tecnologica né i prezzi[15]. In assenza di questi elementi, il modello rimane incapace di dar conto degli adattamenti e delle sostituzioni fra risorse: eppure, per fare solo un esempio, è abbastanza evidente che un elevato tasso di sostituzione tra fonti energetiche fossili e fonti energetiche rinnovabili muterebbe completamente gli scenari contemplati nel modello. Anche a prescindere dal fatto che allarmi sul prossimo esaurimento delle risorse fossili si sono ininterrottamente susseguiti dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi, e tutti, sistematicamente, sono stati smentiti[16], il punto è che – anche se le riserve, ad es., di petrolio fossero esattamente note, il che non è – non c’è modo di determinare l’andamento futuro della produzione di petrolio senza conoscere l’andamento della domanda, e quest’ultima a sua volta non può essere determinata senza conoscere l’evoluzione futura della tecnologia e dei prezzi[17]. In ultima analisi, “le risorse finite sono solo uno slogan vuoto: solo i costi marginali contano”.[18] E questo ci conduce a un punto cruciale: in tutta la questione dei limiti, e in particolare in quella delle risorse non rinnovabili (e dell’energia), contrariamente a quel che amano credere gli apocalittici, non c’è nulla di necessario e di inevitabile. Anche se (e non è affatto scontato) le risorse attualmente inutilizzate dovessero esaurirsi in un futuro più o meno prossimo, non c’è alcuna ragione di credere che questa debba essere la fine della civiltà così come la conosciamo, la “fine dell’era del petrolio”, la “morte dell’industria”, eccetera. Si tratterà, piuttosto, di un passaggio graduale da un tipo di impiego energetico a un altro, nel quale l’umanità potrà, una volta di più, dare prova delle sue doti di adattabilità e inventiva.[19] Anche per una ragione banale ma ottima: che non abbiamo alcuna certezza che nell’ora X dell’esaurimento il petrolio ci servirà ancora. La storia, antica e recente, abbonda di simili esempi. Nel tardo medioevo, ricorda Paul Collier, l’Inghilterra temette di restare senza legno di tasso per costruire gli archi del suo esercito; ai primi dell’Ottocento, temette di restare senza alberi di alto fusto per i pennoni delle sue navi; ma in entrambi i casi, pochi decenni dopo, nuove invenzioni resero inutile il legname, e gli inglesi si sono rinfrancati. A metà Ottocento, erano nitrati e guano la risorsa naturale più importante, e il petrolio si usava per asfaltare le strade e per accendere i lumi; cinquant’anni dopo, il petrolio era diventato insostituibile, mentre nitrati e guano avevano perso quasi ogni valore. Pochi anni fa, il coltan, di cui prima nessuno sapeva che fare, è diventato da un giorno all’altro prezioso per il suo uso nei telefoni cellulari. E Ricossa ci ricorda opportunamente che analoghi problemi affrontò anche l’uomo preistorico:
I nostri lontani antenati del 10.000 a.C. erano già, come noi, alle prese con difficoltà ecologiche. Non c’era ancora nessuno a studiare i limiti della crescita, ma questi limiti erano già presenti… Sappiamo che il limite superiore della densità di popolazione era di circa dieci chilometri quadri per persona, anche in una zona con buone precipitazioni atmosferiche. La superficie delle terre utili non poteva essere molto maggiore di cento milioni di chilometri quadri , per quel che si sa: risulta dunque che una popolazione mondiale di dieci milioni di abitanti era già oltre i limiti di sicurezza. L’intero pianeta non bastava a nutrire una umanità pari all’attuale popolazione di New York. Un pianificatore mondiale avrebbe detto che il futuro era precario. Lo era, e solo la restrizione delle nascite poteva sembrare una via di uscita. In quel tipo di società, il progresso tecnologico non era facilmente immaginabile se non come progresso delle armi da caccia, ma meglio si uccideva, e meno durava la selvaggina da cacciare. E si pensi al problema ecologico: un mondo sovrappopolato era un ambiente dannoso alla selvaggina, dalla cui abbondanza dipendeva tuttavia l’umanità. Il progresso si distruggeva da sé… E infatti le società di cacciatori e pescatori si sono estinte quasi del tutto; ma l’umanità è sopravvissuta, e la popolazione mondiale è ora oltre cinquecento volte il vecchio limite. I nostri antenati non scelsero lo stato stazionario, e oggi possiamo dire che fecero bene. La soluzione fu, come è noto, la rivoluzione agraria.[20]
Tutti questi esempi indicano una cosa sola: che anche ammesso (e non concesso) di sapere quanto petrolio esista ancora e quando si esaurirà, non è detto che in futuro il petrolio continui ad avere la stessa, o anche alcuna, importanza. La caccia e la raccolta a un certo punto smisero di averla, e l’umanità è sopravvissuta.
I difensori a oltranza di World3 tendono a minimizzare queste critiche[21], ma il fatto è che mutamenti nell’impiego, sostituzioni fra input, aumenti di efficienza conducono a cambiamenti sostanziali, e se il modello non ne tiene conto si condanna da solo a non poter dire nulla di realmente utile. Così il Rapporto finisce per risultare del tutto astorico; né la cosa può sorprendere, visto che è verosimile che lo stato del mondo attuale in generale, e quello di molte regioni del mondo in particolare, sarebbe stato ben difficile da prevedere nel 1950 (per non parlare del 1900).[22]
D’altro canto, lo stesso impiego che i decrescenti tendono a fare del modello World3 giustifica una certa diffidenza. Va benissimo dire che un modello non è una predizione e quindi non è ‘verificabile’ come lo sarebbe una predizione vera e propria (come, ad es., è stato il caso della famosa scommessa tra Ehrlich e Simon sull’aumento del prezzo dei minerali[23]). Però un modello scientifico deve pur sempre mantenere una certa capacità predittiva, perché in caso contrario sarebbe inutile: né si può rispondere, come pure spesso vien fatto, che il modello ha per unico scopo quello di aiutare a capire come funziona il mondo e aiutare i ‘responsabili’ a prendere le decisioni opportune[24]. Ora, va innanzitutto notato che delle previsioni, nel Rapporto, c’erano: alcune si sono rivelate corrette (come quella sul livello della popolazione mondiale nel 2000)[25], altre no (come quella per cui “ancora prima dell’anno 2000, l’umanità si troverà di fronte a una drammatica carenza di terra”).[26] Quanto alla letteratura sulla decrescita, essa dal suo canto tralascia ogni dubbio e ogni dato numerico verificabile, per rifugiarsi nella certezza che, un brutto giorno di non si sa quale anno (o secolo), di sicuro il petrolio verrà a mancare: ma senza dati, senza numeri, questa affermazione, benché incontestabile, finisce per essere priva di qualsiasi interesse. Tutti sappiamo che un giorno dovremo morire, ma non tutti siamo d’accordo circa il modo in cui questa consapevolezza dovrebbe influire sulla nostra vita (io, per esempio, non ne traggo le stesse indicazioni di un eremita o di un bonzo): e finché non siamo in grado di stabilire se il petrolio (o il gas, il carbone, e via dicendo) finirà in 20 o in 200 anni, è difficile dire in che cosa il discorso si differenzi da un mero memento mori – che sarà anche significativo, per qualcuno, ma che legittimamente negli altri riscuoterà solo disinteresse. Così qualcuno ha rilevato che sia il Rapporto Meadows, sia (e a maggior ragione) i testi catastrofisti che gli sono seguiti, rappresentano  fondamentalmente “una predica[27] o “un culto apocalittico catastrofista[28].


[1]Tutte queste difficoltà scaturiscono da una sola, semplice circostanza: la Terra ha dimensioni finite”, I limiti 1974, p. 74. “La terra è finita. La crescita di qualsivoglia realtà fisica…non può proseguire all’infinito”, I limiti 2006, p. 30.
[2]Nell’ipotesi che l’attuale linea di sviluppo continui inalterata…l’umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali dello sviluppo entro i prossimi cento anni”, I limiti 1974, p. 32).
[3]I nostri tentativi di introdurre anche le più ottimistiche previsioni sugli effetti della tecnologia nel modello non impediscono il verificarsi del collasso finale della popolazione e dell’industria, in ogni caso non oltre il 2100”: I limiti 1974, p. 119.
[4] I limiti 1974, p. 82, 104, 117; I limiti 2006, p. 14, 17.
[5] Qualcuno, come ad es. Georgescu-Roegen (Energia e miti, p. 70), l’ha esplicitamente negato: secondo lui, non solo gli aspetti quantitativi del modello “non sono stati sottoposti ad alcuna verifica empirica”, ma “per la rigidità stessa della loro natura, i modelli aritmomorfici utilizzati non sono in grado di predire i cambiamenti evolutivi che quelle  relazioni possono subire con il passare del tempo”. La conclusione, assai severa, è che “la conclusione, ampiamente pubblicizzata – che cento anni, al massimo, separano il genere umano da una catastrofe ecologica – è priva di una base scientificamente solida”, e che “la predizione, simile alla famosa profezia della fine del mondo nell’anno 1000, è in contrasto con tutto quanto sappiamo sull’evoluzione biologica”.
[6] Per es., Todisco, già nel 1974, in un libro che costituiva una esemplare antologia (come tale, ancor oggi molto istruttiva) di tutte le previsioni più catastrofiche, scriveva che “sappiamo fin d’ora quando le principali risorse verranno a mancare, quando la terra cesserà di dar frutti, quando l’inquinamento raggiungerà la sua inesorabile soglia critica. Non ignoriamo, per esempio, che al massimo fra trent’anni i giacimenti di petrolio saranno a secco.” (Todisco, p. 289). Pasolini, recensendo nello stesso 1974 il libro di Todisco, scriveva che “il petrolio… è praticamente alla fine”, e parlava, a proposito della “fine del mondo”, della sua “terribilità logica”, inevitabile per via della finitezza del pianeta (PPP, p. 553, 554).
[7] V. al riguardo le ironiche considerazioni di P.ROSSI.
[8] Da questo punto di vista, la pur utile rassegna di Bardi è alquanto discutibile, visto che omette molta letteratura significativa e non rifugge da illazioni azzardate e accuse ad personam (v. per es. p. 59 e 91 e ss.).
[9] V. I limiti 1974, p. 30.
[10] Smil, p. 160-161.
[11] Smil.
[12] Smil, p. 161.
[13] V. in particolare Cole.
[14] Georgescu-Roegen; Davidson; Smil, p. 163.
[15] Rodger; Smil 2, p.24 .
[16] Ce ne è una bella sintesi in Smil2, p. 22 ss. Si comincia col grande Jevons, che a suo tempo escluse come impensabile la possibilità di sostituire qualche altro combustibile al carbone; pochi decenni dopo, il petrolio aveva già superato il carbone. Si prosegue con Hubbert che fissa il picco mondiale del petrolio tra il 1993 e il 2000, Campbell che lo prevede al 1993, Ivanhoe al 2000, Deffeyes al 2003 e poi al 2005… Eppure tutti continuano a proclamare che stavolta la previsione si avvererà, e si stupiscono dello scetticismo generale. Maddison, 401, ricorda opportunamente che Jevons sbagliò non solo perché sottovalutò le possibilità di sostituzione tra input, ma anche perché sopravvalutò enormemente la crescita dei consumi.
[17] E questo è già provato dai fatti storici, non è cioè, come vorrebbero i catastrofisti, un wishful thinking di inguaribili ottimisti e di fanatici adoratori del progresso e della scienza (o magari servi del capitalismo globale). A partire dallo shock petrolifero del 1973, l’Occidente ha sviluppato in brevissimo tempo sistemi di risparmio energetico altamente efficaci, e sono stati proprio questi a indurre l’OPEC a metter fine alla sua politica di aumento dei prezzi (come ammonì all’epoca Yamani, il ministro del petrolio saudita: aumentare i prezzi avrebbe solo affrettato il momento in cui l’Occidente avrebbe semplicemente imparato a fare a meno del petrolio con alternative più efficienti, e quest’ultimo avrebbe finito col restarsene intatto sottoterra per sempre). Se consideriamo il molto che si può ancora fare dal punto di vista del risparmio energetico, le riserve di gas naturale ancor utilizzabile, e l’impatto che i progressi in campo delle energie rinnovabili avranno, il pessimismo finisce col sembrare immotivato.
[18] Smil2, p. 24.
[19] Smil2, p. 24.
[20] Ricossa, impariamo, p. 37.
[21] Molti si rifugiano nella convinzione che il futuro non può essere previsto: il che è certamente vero, ma contraddittorio con gli stessi scopi di imprese come quella del Rapporto. Bardi ha invece sostenuto che la tecnologia a sua volta non ha possibilità di crescita infinita, e che ogni miglioramento tecnologico (dall’impiego di energia pulita alla lotta all’inquinamento) potrebbe solo rinviare il crollo, ma non scongiurarlo, se non altro perché, essendo l’efficienza di ogni processo inferiore al 100% (la seconda legge della termodinamica colpisce ancora!) finirebbe a sua volta per accrescere l’inquinamento (Bardi, p. 79 ss.). Ma come si è visto, l’utilità di un concetto vago e impreciso come ‘inquinamento’ nell’accezione di World3 è ben scarsa.
[22] Smil, p. 162.
[23] Cf. Lomborg, p.137.
[24] Per due ragioni: una, che senza capacità predittiva, non si può aiutare nessuno a prendere decisioni di sorta; e secondo, che se si esclude ogni possibile confronto con la realtà, si finisce per possedere sì un ‘modello’ infalsificabile, ma anche qualcosa la cui scientificità (e utilità) è prossima a zero.
[25] Limiti 1974, p. 40.
[26] Limiti 1974, p. 48. V. al riguardo (ammirevolmente nonchalant) i commenti in I limiti 2006, p. 89 ss.
[27] Smil, p. 163, che a questo proposito suggerisce, a chi sia affezionato al genere, piuttosto la lettura della Bibbia.
[28] Smil2, p. 24.

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Commenti

Ciao Luca, sbaglio o non hai inserito i titoli dei libri degli autori citati? :-)

LucaV | September 29, 2012 3:38 PM

Non sbagli, è un capitolo del libro sulla decrescita, l'ho messo in fretta e furia e le note stanno messe un po' alla cavolo :) Ma se vuoi ti mando la bibliografia per email

Luca | September 29, 2012 5:00 PM

Yes please!

LucaV | September 29, 2012 5:10 PM

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