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La crescita secondo il prof. Galimberti

In un libercolo dal titolo pomposo (I miti del nostro tempo, Feltrinelli, 2012), Umberto Galimberti si occupa da par suo anche della crescita.

Secondo Galimberti, i miti sono idee così radicate “da agire in noi come dettati ipnotici che non sopportano alcuna critica, alcuna obiezione”; “a differenza delle idee che pensiamo, i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima… sono idee semplici che noi abbiamo mitizzato perché sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, togliendo ogni dubbio” (p. 11). E quindi occorre rivisitarli criticamente. Tra questi miti (per la precisione, tra i miti “collettivi”), c’è per G. anche la crescita.
Ma vediamo innanzitutto come G. considera la crescita zero:
si può sempre dire che un po’ di povertà non fa male: contiene i costumi che abbiamo spinto un po’ all’eccesso, spopola i ristoranti dove per la troppa gente  non si riesce più a scambiar parola, riduce il traffico che ha trasformato le vie delle nostre città in un unico grande parcheggio, allenta la morsa dei weekend forzati, assottiglia, nelle agenzie di viaggio, le folle di quanti pensano che basti cambiar cielo per cambiar animo. Le discoteche chiuderanno qualche ora prima, alcuni giovani vedranno ridotte le loro chance di finire direttamente al cimitero” (p. 279).
Notate la singolare scelta degli esempi: sono tutti casi in cui lo scrivente, G., si situa implicitamente fra coloro che beneficeranno dei ristoranti più vuoti, della riduzione del traffico, della diminuzione dei turisti nelle località esotiche, del minor rumore delle discoteche. Sarebbe interessante sentire come reagirebbe G. se gli esempi di ‘povertà’ applicabili fossero riduzione delle cattedre universitarie e dei relativi stipendi e contratti di ricerca, tagli delle pensioni ai professori universitari e così via. Forse la flemma dell’agiato professore verrebbe meno, o forse no, chissà. Così per G. ‘crescita zero’ vuol dire  riprendere a parlare coi figli invece di guardare la TV, smetterla con l’ossessione delle ferie. Essa, in fondo, “finora tocca solo i nostri soldi e non la nostra pelle o la dignità dell’uomo, come ancora accade in troppe parti del mondo” (p. 281): notate qui la sprezzatura di chi i soldi ne ha quanto basta per considerarli superflui.
‘Crescita’, per G., è una “parola subdola”, che gli economisti impongono a tutti, senza però spiegare fin dove bisogna crescere, a spese di chi, e a quali costi ambientali, in quanto il problema “non è di competenza dell’economia” (p. 280). Il bello è che, mentre è falso che la crescita venga imposta a tutti dagli economisti (gli economisti non impongono nulla a nessuno, tantomeno la crescita), è verissimo invece che gli economisti non hanno alcuna competenza sul limite della crescita, sui costi ambientali e umani accettabili per la crescita ecc. e che quindi si guardano bene dall’imporre o anche solo suggerire alcunché al riguardo. Si tratta infatti di scelte politiche quant’altre mai, e quel che è caratteristico è che G., che pure intona i soliti lai sull’abdicazione della politica a favore dell’economia[1], non si accorge che se scelte sbagliate ci sono state (e ce ne sono state eccome), sono state scelte politiche sbagliate. Poco male, comunque, dato che per il nostro filosofo economia significa  soprattutto mentalità diffusa, modo di sentire, categoria dello spirito del nostro tempo”: aria fritta insomma, alla quale si può tranquillamente attribuire qualunque nefandezza. Non è un caso che tra i testi citati nel saggetto di G., ve ne sono di sociologi, di giornalisti e di psicologi, ma l’unico economista citato (alquanto a vanvera) è Marx.
Anche per G. “la crescita non ha altro scopo che continuare a crescere”, la “crescita all’infinito”, che è un’”idea folle”, che “ha parentela con l’assurdo” (p. 281), ed è fondata sull’”individualismo sfrenato e aggressivo degli ultimi decenni”, contro la quale bisogna “privilegiare il ‘noi’ rispetto al’’io’. Il noi del volontariato, della reciproca assistenza, della familiarità del borgo rispetto all’anonimato della metropoli, il noi della convivialità, dei comportamenti virtuosi in ordine alla circolazione stradale, alla scelta e al consumo dei cibi, alle condotte a rischio, agli stili di vita” (p. 281). Insomma, siamo alla solita riforma morale, con in più la vecchia polemica contro la grande città spersonalizzante a favore, non già della campagna, ma del piccolo borgo. C’è poi anche la singolare idea che esistano comportamenti ‘virtuosi’ quanto alla circolazione stradale, agli stili di vita e al mangiare, e che per di più l’esistenza di questi comportamenti virtuosi sia immediatamente riconoscibile a tutti, senza bisogno di spiegare esattamente quali siano e perché sarebbero virtuosi.
Il mito della crescita, insomma, “visualizza gli uomini solo come produttori e consumatori di merci” e noi dobbiamo scegliere “valori non economici” proprio perché “rifiutiamo di sacrificare la propria esistenza al mito della crescita” (p. 281). Il “consumo forzato”, prodotto dalla pubblicità, è addirittura “un appello alla distruzione, una forma radicale di nichilismo” (p. 281). Una domanda “fulminea”: “i fini dell’economia che punta solo sulla crescita sono anche i nostri fini? O siamo noi diventati semplici strumenti dell’ideologia della crescita?” (p. 282): la risposta è sì, “perché questa è l’ideologia della crescita che non ha in vista alcuna finalità che non sia il suo semplice auto potenziamento,e  dove il lavoro e l’uomo che lavora non hanno altro fine se non quello di concorrere alla crescita infinita della produzione di mezzi, senz’altro scopo che non sia la loro moltiplicazione e il loro perfezionamento come l’età della tecnica prescrive” (p. 282). Pare, a sentire G., che l’economia non sappia produrre altro che merci, mentre non saprebbe produrre “servizi per la persona e per la relazione tra le persone” (p. 286), e questa davvero non si sa da dove l’abbia tirata fuori. Subito dopo infatti G. ripete la vecchia solfa del mercato che ha invaso anche gli spazi più intimi della famiglia (p. 286-287): solo che la cosa stride alquanto con l’affermazione di prima. Inoltre, come sempre in questi casi, emergono alcune imbarazzanti nostalgie (“tutto ciò che il mercato ci toglie con l’allungamento degli orari di lavoro o con l’impiego di entrambi i componenti della coppia genitoriale, poi ce lo offre in vendita sotto forma di servizi a pagamento”, p. 287; “il mercato vende…l’ideologia del ‘tempo qualità’, per cui non è necessario che, in occasione del compleanno del suo bambino, la madre prepari la torta, gonfi i palloncini, inviti gli amichetti, è sufficiente che si affidi a un’agenzia di servizi”, p. 288: la madre beninteso, mica il padre). Anzi, noi diventeremmo sempre più dipendenti dal mercato, ma con la convinzione di divenire sempre più indipendenti (p. 287). “A dissolvere la famiglia non è stato il comunismo… ma il capitalismo” (p. 288): rimpianti da vecchia zitella[2]. Il lavoro è diventato “un rimedio all’angoscia” (p. 289); “la nostra interiorità, dove propriamente dovremmo riconoscerci, più non risuona… Nel silenzio della nostra interiorità, la nostra vita si affaccenda senza più rispettare il settimo giorno” (p. 290). “E di questo la nostra anima soffre e forse anche il nostro sistema nervoso” (di qui il vasto consumo di psicofarmaci” (p. 290). Occorre insomma ricuperare la “giusta misura” (p. 290). Occorre recuperare il tempo, a spese del denaro (p. 291).
Poi c’è il panegirico, abbastanza a vanvera, di Yunus, inventore di “un modo per emancipare l’uomo dai condizionamenti economici, e riconsegnargli la sua dignità” (p. 292): badate ai termini. Per G., una istituzione bancaria, che fa microcredito, cioè applica una teoria economica per risolvere uno speciale problema economico tipico del  sistema finanziario (le asimmetrie informative), senza, si badi, rinunciare la profitto (lo dice esplicitamente lo stesso Yunus, citato- è questo il bello- dallo stesso G., a p. 296: “I poveri sono solvibili, e si può prestare loro del denaro in un’ottica commerciale, cioè ricavandone un profitto. Le banche potrebbero e dovrebbero servire i diseredati, non solo per altruismo, ma per interesse commerciale”) diventa per G. “un esempio di economia che, alla crescita infinita e finalizzata del profitto, preferisce la promozione dell’uomo e della sua dignità, evitando quei rimedi poco dignitosi che sono l’elemosina e la carità” (p. 287), dimenticandosi che sempre Yunus, citato due pagine prima, aveva spiegato che elemosina e carità vanno evitate perché non danno i giusti incentivi ai poveri (“la carità può avere effetti devastanti. Infatti, chi raccoglie denaro mendicando non è motivato a migliorarsi… non c’è ragione di faticare quando basta tendere la mano per guadagnarsi la vita”, p. 293), con gli stessi argomenti che  due padri dell’economia come Mandeville e Defoe avevano a suo tempo impiegato contro gli istituti di beneficienza, e gli stessi argomenti che ancora oggi i paladini del libero mercato impiegano contro il Welfare State. Cose che G. ovviamente riterrebbe detestabili e ripugnanti, se a dirle anziché Yunus fosse Milton Friedman. O se impiegasse un minuto a pensare prima di scrivere.
Prosit.


[1]La regia della storia oggi non è più nelle mani della politica, che nella città ideale di Platone è interprete dell’etica e, in vista del bene comune, determina gli scopi a cui deve subordinarsi il lavoro degli uomini, ma è nelle mani dell’economia il cui fare, regolato dalla ragione strumentale che prevede il minimo impiego di mezzi per il massimo conseguimento di risultati, ha subordinato a sé l’agire, ossia la scelta dei fini a cui da sempre sono orientate l’etica e la politica, a cui spetta decidere quale orientamento dare al ‘fare’”: Galimberti, p. 285.
[2] G. arriva a chiedersi: “a questi bambini con le chiavi di casa, come si farà, quando saranno adolescenti, a dir loro di non rincasare alle sei del mattino?”, p. 289.

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Commenti

C'hai uno stomaco di ferro a leggerti certe cose

Roberto | July 26, 2012 11:04 PM

Ormai digerisco de tutto

Luca | July 26, 2012 11:13 PM

Io ho quasi spaccato l'ipad a leggere le prime righe. Se il tizio vuole un po' di povertà che repubblica gli tagli lo stipendio!

Roberto | July 28, 2012 3:14 PM

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