« L'ultimo di Latouche | Home | La crescita secondo il prof. Galimberti »

Psicostoria, equazioni del capitalismo e altre ossessioni

G.COSENZA, La transizione, Milano, Feltrinelli, 2008

Se le teorie di Georgescu-Roegen e dei continuatori del Rapporto Meadows si mantengono su un piano razionale, diverso è il discorso invece a proposito di altri autori, i quali uniscono all’assertività delle affermazioni una totale mancanza di argomenti. Un esempio quasi parossistico è rappresentato dagli scritti di Guido Cosenza, in particolare da La transizione. Questo libro si impegna a dimostrare (o meglio, ad affermare) che l’intera storia umana mostra una costante tendenza – che perciò si può ben definire legge – che conduce gli aggregati umani, cioè le società, da un minimo a un massimo di complessità. L’uomo viene amichevolmente definito come un personaggio “che ha sterminato o schiavizzato innumerevoli specie animali, distrutto preziosissime essenze vegetali, dilapidato patrimoni energetici di provenienza solare accumulati in centinaia di milioni di anni nelle viscere della terra, ridotto il pianeta a un ignobile immondezzaio” (p. 19). Non manca anche una benevola menzione di Marx, che aveva avuto tante buone intuizioni purtroppo vanificate dal non aver tenuto conto delel capacità del capitalismo di tenere sotto controllo le sorgenti di crisi e instabilità (p. 29-30): all’uopo, il nostro emnziona non solo gli interventi pubblici nell’economia, il welfare ecc., ma anche la repressione, cui si accenna in termini del più puro e grottesco cospirazionismo (“la decimazione sistematica degli elementi più in vista, più attivi nella contestazione del sistema dominante. Usa metodi illegali sofisticatissimi per la neutralizzazione di individui e l’occultamento delle prove”, p. 36). Notiamo di passata che i veri problemi della teoria di Marx, quale in primis la discrepanza fra prezzi e valore, viene buffonescamente considerata dal Nostro come una prova della bontà delle teorie di Marx, per l’occasione reinterpretate come una applicazione della meccanica classica all’economia (p. 34). Ma la parte decisamente più interessante del libro è quella centrale, dedicata alla analisi, diciamo così, storica delle civiltà umane. Tanto tempo fa Bertrand Russel ebbe a dir della filosofia della storia di Hegel che un’opera del genere richiedeva, oltre a molte qualità, anche una discreta ignoranza della storia; questa considerazione vale a maggior ragione per un’opera come questa. Cosenza ritiene di poter “misurare” la complessità in base a due parametri: il PIL e la “percentuale del Pil utilizzata nell’attivare il comparto dedito a compiti organizzativi” (p. 41-42). Notate già qui l’ambiguità del concetto di “compiti organizzativi”, che è di tale vaghezza da ricomprendere la totalità dei servizi (come conferma successivamente lo stesso Cosenza, a proposito di Roma antica, p. 50: “la necessità di governare un organismo sempre più articolato e vasto, genera l’esigenza del progressivo ampliamento del comparto dei servizi”).

Armato di una simile panoplia, il nostro prosegue a riscontrare nella storia il passaggio graduale a una sempre maggiore complessità, finché la produzione raggiunge un massimo e  comincia a decrescere, data la necessità di sottrarre alla produzione risorse destinate invece all’organizzazione; a questo punto si creano turbolenze e instabilità che “possono” sfociare (ma non è chiaro se lo facciano sempre o di necessità) “in un passaggio a una differente struttura decomplessificata” (p. 43). Secondo Cosenza, anche se non si capisce bene perché, questo andamento “si conforma perfettamente al principio della caduta tendenziale del saggio di profitto enunciato da Marx per una società industriale”. In realtà, non si capisce perché mai ad un maggior grado di organizzazione dovrebbe sempre e necessariamente corrispondere una produzione, o meglio una produttività, minore (è senz’altro possibile, e ai nostri giorni è senz’altro vero, il contrario); ma è caratteristico che tutto questo Cosenza lo dia per scontato.  
Il nostro sostiene (ma sempre guardandosi bene dal riferire dati o citazioni a sostegno; e la bibliografia al riguardo è di una povertà imbarazzante) di aver ricavato queste teorie dall’analisi di dati storici e archeologici. Questa evoluzione si può rappresentare in una curva, la “curva logistica”. Cosenza sostiene che tutte le società da lui studiate manifestano “un accentuato carattere espansivo” e che forse proprio questo carattere determina il manifestarsi della curva logistica (p. 48). Se questo è corretto, allora se ne deduce che una società che sopprimesse o attenuasse fortemente questa spinta espansiva, non sarebbe soggetta alla legge stessa: ecco che qui vediamo riapparire il miraggio della società decrescente o stazionaria, postindustriale.  Poi viene il capitolo destinato alla storia di Roma, da cui deriva, a sentire Cosenza, la maggior mole di dati. Secondo lui, nel tardo Impero la crescita economica si sarebbe arrestata e a quel punto l’organizzazione imperiale sarebbe divenuta troppo costosa, determinando la successiva crisi e la transizione a un regime meno complesso: il Medioevo. A parte la schematicità di un disegno simile, va almeno detto che  anche in questi termini non dimostra affatto la fondatezza della presunta legge di Cosenza: sembrerebbe che a determinare la crisi non sia stato l’accrescimento della complessità, ma lo stasi della produzione e della produttività. Cosenza non riesce peraltro a astenersi dalla mani di paragoni tanto perentori quanto alla cacchio (“non si può fare a meno di notare come esista un’analogia fra l’evoluzione dell’impero romano e quella della società industriale, entrambe le compagini fanno ricorso all’uso di risorse non rinnovabili ed entrambe per sopravvivere depredano risorse dal futuro”, p. 53: solo che la depredazione delle risorse dal futuro sarebbe nientemeno che l’inflazione, mentre l’uso di risorse non rinnovabili si riferisce, a quanto pare, all’uso delle riserve auree per coniare moneta). Lo sviluppo successivo, partendo da una situazione di ridottissima complessità (l’alto Medioevo) per giungere fino al vertice di complessità rappresentato dalle società contemporanee, avrebbe raggiunto, secondo Cosenza, “uno sviluppo ottimale” nel XV secolo in Europa (p. 64). A quel punto, lo sviluppo, che stava per arrestarsi, si prolunga grazie alle scoperte geografiche e ai nuovi sfruttamenti da queste consentiti. Alcuni noti passi del Viaggio in Italia di Goethe consentono a Cosenza di indicare una società ecocompatibile alla fine del XVII secolo: non indovinate? E’ la bella città di Napoli di duecent’anni fa, con i suoi pittoreschi lazzaroni, e dove nulla si butta e tutto viene riciclato, dal più piccolo pezzo di ferro al più lurido straccio, fino letteralmente alla merda: niente rifiuti, niente scorie, un ciclo perfettamente chiuso. Cosenza non riesce a contenere la sua ammirazione per un così perfetto “funzionamento della macchina sociale” (p. 67); anche se è da dubitare che i lazzaroni avrebbero condiviso il suo entusiasmo (o che lo condividano tutti quelli che ancora oggi, in ogni parte del mondo, si ritrovano nella stessa situazione). Lo sviluppo successivo è legato alla scoperta e all’uso su grande scala dei combustibili fossili. Questo sviluppo si caratterizza per Cosenza per la presenza di alcuni fenomeni potenzialmente distruttivi: l’avvelenamento dell’atmosfera e l’aumento della popolazione.
Lo sviluppo capitalistico secondo Cosenza dovrebbe produrre un conflitto irreconciliabile fra le classi; ma qui intervengono “gli economisti neoclassici” che inventano “drastici correttivi” (p. 74): siamo insomma alla rilettura cospirazionista di Keynes e della socialdemocrazia. Si noti che Cosenza, pur menzionando singolarmente tra gli strumenti escogitati per impedire il conflitto l’onnipresente repressione, non  trascura il fatto che un crescente benessere sia andato anche ai lavoratori. E abbiamo occasione di sapere che, in Italia, oltre il fallimento di tutti i tentativi di riflessione critica, da Gramsci a Servire il popolo, tutti ugualmente insoddisfacenti perché viziati da “idealismo”, Cosenza salva solo uno: Bordiga (p. 84). Comunque, per Cosenza, evitato il primo punto di crisi dovuto al conflitto fra le classi, si avvicina inesorabilmente il secondo turning point, quello cioè in cui lo sviluppo economico diverrà incompatibile con i limiti dell’ecosistema (p. 87). Anche qui, come vedete, non c’è traccia del ruolo che dovrebbe giocare la complessità.
L’ultima parte del libro dovrebbe esaminare la fase di transizione. L’autore comincia dandosi le pacche sulle spalle da solo (“qui si è operato secondo il metodo scientifico, il quadro presentato è il risultato di una puntuale ricostruzione basata su una ricca messe di dati”), ma chiaramente esagerando: “Le deduzioni tratte dal passato… sono state verificate sul corpo della società di cui siamo parte… L’analisi ha permesso di delineare un quadro consistente…Si sono rilevati segnali tipici di prossimità a una configurazione di collasso” (p. 92). Dispiace dissentire: anche ammettendo che i riscontro col passato siano stati davvero puntuali (il che non pare), non è affatto vero che poi ci sia stato, in qualunque modo, un confronto col presente, e quanto ai segnali tipici di prossimità ecc., non se ne è finora incontrata neanche l’ombra. Cosenza prosegue affermando che si potrebbero costruire (ma non si sa su che basi, letteralmente) modelli di vari tipi, fondati su “un insieme di equazioni differenziali a derivate parziali non lineari accoppiate” (p. 94), ma questi modelli darebbero risultati dissimili e sarebbero poco attendibili (perché? boh). Invece Cosenza non intende “costruire modelli e elaborarne soluzioni” ma solo “dedurre, da osservazioni generali, conclusioni che appaiano difficilmente contestabili”. Alle pagine 96 e ss. Cosenza elenca gli elementi (analoghi, lui dice, a quelli presenti nell’Impero romano) da cui si dovrebbe concludere che siamo in prossimità del turning point: diminuzione del saggio di profitto, inflazione, ampia oscillazione dei prezzi, esaurimento delle risorse; deriva climatica, salinizzazione, desertificazione, deforestazione, perdita di biodiversità, riduzione dei ghiacciai; violenza e degrado nelle città, guerre alla periferia della civiltà, guerriglia nei centri di potere, impoverimento, masse di diseredati che penetrano all’interno. Tutti questi sono sintomi del disastro incombente. L’uso delle risorse non rinnovabili ha il pernicioso effetto di ritardare l’inevitabile ritorno a una nuova forma organizzativa più semplice e sostenibile (p. 98). Dopodiché riprende l’inarrestabile serie di affermazioni apodittiche: “le correzioni di rotta sono ineludibili”, “l’impellente e improcrastinabile compito di destrutturare il sistema”, “occorre operare la transizione ora, prima che la transizione avvenga in forma catastrofica generata dagli agenti esterni, e l’ecosistema collassi in una configurazione patologica per la specie umana. Non esiste alternativa” (p. 105). In genere l’assenza di alternative non dipende dalla gravità della situazione, ma dalla povertà dell’analisi, e il nostro caso non fa eccezione. Le indicazioni di rotta a questo punto sono prevedibili: riduzione della produzione e della popolazione, unite a una ingente riduzione di complessità. Dovrà emergere un nuovo modo di produzione, che però quale sarà nessuno può dire, perché Cosenza non vuole inventare la nuova società, che sarebbe “solo uno sterile esercizio” (p. 109), e qui ha decisamente ragione. La spinta alla transizione verrà comunque dalla caduta dei livelli di vita: questa produrrà “forze antagoniste”, che quando diverranno abbastanza forze non potranno più essere ‘trattate’ dagli strumenti di controllo del capitalismo. Quindi, la transizione avverrà solo quando la crisi sarà abbastanza grave. Ma è possibile che allora sia già troppo tardi. “Che si produrrà una transizione è certo…: le comunità umane a carattere espansivo, che abbiamo fin qui conosciuto, hanno vita finita” (p. 116). Il livello del libro, insomma, è questo. Non poteva mancare il richiamo alla lotta contro le caste e alla durata in carica per un solo mandato nelle cariche elettive (p. 119). Vi invito infine a meditare il finale: “Chi ci fronteggia ha una posizione di gran lunga più vantaggiosa della nostra e il tempo gioca a nostro sfavore. Bisogna affrettarsi e ingegnarsi a trovare la giusta sequenza di mosse” (p. 123).

TrackBack

TrackBack URL for this entry:
http://www.urbiloquio.com/cgi-bin/mt/mt-t.fcgi/194

Scrivi un Commento