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January 23, 2012

L'ultimo di Latouche

L'ultimo libro di Serge Latouche (Per un'abbondanza frugale, Bollati Boringhieri, 2012, p. 150) sarebbe, nelle intenzioni, una risposta ai critici. Da questo punto di vista, il risultato è incerto. La risposta consiste generalmente nella drastica negazione della fondatezza della critica ("non è vero che la decrescita è oscurantista e antiscientifica"; "nulla di più lontano della decrescita dal machismo", ecc.), accompagnata immediatamente dal diniego della sua importanza ("ma in fondo, che c'è di male a voler tornare al passato?", "non è forse vero che anche la sinistra/il femminismo/la scienza ha i suoi torti?"), il che già di per sé è un procedimento assai poco sensato. Il peggio però è che, nel prosieguo dei vari capitoletti, Latouche scrive cose che confermano abbondantemente le accuse.

Dopo aver negato che la decrescita sia antiscientifica, per esempio, aggiunge subito: d'altronde, capiamoci, non è che la scienza sia sempre buona e giusta; noi siamo per la scienza buona, ma contro la scienza cattiva; devono essere i cittadini a decidere quali ricerche scientifiche perseguire e quali no: così propone una "moratoria sull'innovazione tecnoscientifica", in quanto la ricerca deve essere "riorientata sulla base di nuove aspirazioni", e entra anche nel dettaglio di quello che si può fare e quello che non si può fare (p. 44-47).

La parte forse più impressionante arriva con la risposta alle accuse di machismo mosse alla decrescita. Latouche. la sua risposta qui è che non la decrescita, ma la crescita e i valori ad essa legati sono maschilisti e fallocentrici, in quanto "le attività non mercantili sono associate ai 'valori' femminili: dolcezza, comprensione, emozione, dono, gratuità" (p. 62). L'idea che il machismo e il fallocentrismo consista proprio nell'individuare "valori" femminili e  maschili, questo a Latouche non viene in mente.

Ci sono altre parti del libro che spiccano per la consueta incompetenza (in particolare, la parte sulle critiche alle teorie di Geourgescu-Roegen sulla seconda legge della termodinamica), ma comunque il libro si segnala soprattutto per la definitiva, esplicita conferma dell'ostilità della decrescita all'Illuminismo, sulle solite vecchie linee di Horkheimer-Adorno. Inoltre, a parte l'idiozia (che Latouche condivide con molta altra gente, peraltro) di usare il termine 'dominante' a man salva, per indicare tutto ciò che non piace, è significativa la ripetuta affermazione che (i) i mali della società vengono in particolare dai conflitti di classe (p. 55),  (ii) che l'obiettivo della decrescita non è un cambiamento delle strutture o delle istituzioni, ma una riforma morale, e (iii) la rivalutazione dei pensatori socialisti utopico-reazionari, dai luddisti a William Morris (p. 86). Infine, l'argomento principale di Latouche usato per rispondere a chi assimila la decrescita alla crescita negativa o alla crisi economica (problema la cui importanza sfugge a chiunque non sia Latouche, sfortunatamente), consiste nel contrapporre chi volontariamente decide di mangiare meno a chi è costretto a mangiare meno dalla povertà (o dalla carestia, ecc.); ma purtroppo, posto che mangiare meno è mangiare meno a prescindere dai moventi, e soprattutto che la vera differenza fra chi sceglie di fare X e chi è obbligato a fare X consiste non nel fatto che l'uno lo fa volentieri e l'altro no, ma nel fatto che chi lo fa per scelta può anche cambiare idea e smettere di farlo mentre l'altro no, la distinzione viene completamente meno nella teoria di Latouche, dato che alla riduzione dei consumi si arriverebbe a fronte della presa d'atto dell'esaurimento delle risorse e delle emergenze ambientali, e quindi a fronte dell'impossibilità di scelte diverse.

Niente di nuovo, insomma.