L'ultimo di Latouche
L'ultimo libro di Serge Latouche (Per un'abbondanza frugale, Bollati Boringhieri, 2012, p. 150) sarebbe, nelle intenzioni, una risposta ai critici. Da questo punto di vista, il risultato è incerto. La risposta consiste generalmente nella drastica negazione della fondatezza della critica ("non è vero che la decrescita è oscurantista e antiscientifica"; "nulla di più lontano della decrescita dal machismo", ecc.), accompagnata immediatamente dal diniego della sua importanza ("ma in fondo, che c'è di male a voler tornare al passato?", "non è forse vero che anche la sinistra/il femminismo/la scienza ha i suoi torti?"), il che già di per sé è un procedimento assai poco sensato. Il peggio però è che, nel prosieguo dei vari capitoletti, Latouche scrive cose che confermano abbondantemente le accuse.
Dopo aver negato che la decrescita sia antiscientifica, per esempio, aggiunge subito: d'altronde, capiamoci, non è che la scienza sia sempre buona e giusta; noi siamo per la scienza buona, ma contro la scienza cattiva; devono essere i cittadini a decidere quali ricerche scientifiche perseguire e quali no: così propone una "moratoria sull'innovazione tecnoscientifica", in quanto la ricerca deve essere "riorientata sulla base di nuove aspirazioni", e entra anche nel dettaglio di quello che si può fare e quello che non si può fare (p. 44-47).
La parte forse più impressionante arriva con la risposta alle accuse di machismo mosse alla decrescita. Latouche. la sua risposta qui è che non la decrescita, ma la crescita e i valori ad essa legati sono maschilisti e fallocentrici, in quanto "le attività non mercantili sono associate ai 'valori' femminili: dolcezza, comprensione, emozione, dono, gratuità" (p. 62). L'idea che il machismo e il fallocentrismo consista proprio nell'individuare "valori" femminili e maschili, questo a Latouche non viene in mente.
Ci sono altre parti del libro che spiccano per la consueta incompetenza (in particolare, la parte sulle critiche alle teorie di Geourgescu-Roegen sulla seconda legge della termodinamica), ma comunque il libro si segnala soprattutto per la definitiva, esplicita conferma dell'ostilità della decrescita all'Illuminismo, sulle solite vecchie linee di Horkheimer-Adorno. Inoltre, a parte l'idiozia (che Latouche condivide con molta altra gente, peraltro) di usare il termine 'dominante' a man salva, per indicare tutto ciò che non piace, è significativa la ripetuta affermazione che (i) i mali della società vengono in particolare dai conflitti di classe (p. 55), (ii) che l'obiettivo della decrescita non è un cambiamento delle strutture o delle istituzioni, ma una riforma morale, e (iii) la rivalutazione dei pensatori socialisti utopico-reazionari, dai luddisti a William Morris (p. 86). Infine, l'argomento principale di Latouche usato per rispondere a chi assimila la decrescita alla crescita negativa o alla crisi economica (problema la cui importanza sfugge a chiunque non sia Latouche, sfortunatamente), consiste nel contrapporre chi volontariamente decide di mangiare meno a chi è costretto a mangiare meno dalla povertà (o dalla carestia, ecc.); ma purtroppo, posto che mangiare meno è mangiare meno a prescindere dai moventi, e soprattutto che la vera differenza fra chi sceglie di fare X e chi è obbligato a fare X consiste non nel fatto che l'uno lo fa volentieri e l'altro no, ma nel fatto che chi lo fa per scelta può anche cambiare idea e smettere di farlo mentre l'altro no, la distinzione viene completamente meno nella teoria di Latouche, dato che alla riduzione dei consumi si arriverebbe a fronte della presa d'atto dell'esaurimento delle risorse e delle emergenze ambientali, e quindi a fronte dell'impossibilità di scelte diverse.
Niente di nuovo, insomma.