« Erbivori | Home | Contro l'omologazione »

Le donne nelle società primitive

Il saggio di Evans-Pritchard che dà il titolo al volume è del  1955; solo di questo parlerò. Parte dalla considerazione che tutte le analisi del ruolo e della posizione della donna nelle società primitive a quella data si basavano su dati lacunosi e, soprattutto, su alcuni pregiudizi (da quelli di classe degli antropologi stessi, alla convinzione ‘evoluzionistica’ delle società umane, per cui alla base della scala c’era la scimmia femmina e in cima la signora vittoriana). Il punto è che ogni analisi del genere parte dal paragone tra la posizione della donna nella società primitiva e nella nostra società. Ma il paragone nasconde molte insidie.  Intanto, c’è il problema di cosa si debba considerare: la posizione giuridica o la posizione ‘reale’? EP cita con approvazione Lowie, secondo cui  i rapporti uomo-donna coinvolgono molti aspetti diversi e privilegiarne uno è pericoloso;  sicché “da un punto di vista teorico, infatti, il kirghiso musulmano può divorziare dalla moglie a suo piacimento, mentre in pratica lo fa soltanto assai di rado. Il pensiero metafisico cinese, per es., associa il principio femminile dell’universo al male e per di più lo status giuridico della donna è di completa inferiorità. Questo non ha mai impedito però ad un gran numero di donne di stabilire una loro supremazia al’interno del nucleo domestico semplicemente imponendo la loro  personalità né ha impedito loro di assumere un ruolo determinante nella letteratura e negli affari pubblici. (p. 32)“ Una posizione, come si vede, alquanto discutibile.  

Ma subito dopo EP dice una cosa che invece è giustissima: “chiedersi se la posizione della donna nelle società primitive sia superiore o inferiore a quella che ha da noi non è forse la domanda più utile. Se invece ci chiediamo sotto quali aspetti differiscano, è più probabile allora che si possa riuscire a sapere qualcosa di nuovo, non solo sulle società primitive, ma anche sulla nostra”. (p. 33-34) DUna prima cosa da chiarire, è che bisogna astrarre dalle differenze che attengono non alla donna in quanto tale, ma alla donna in quanto membro di una società arretrata (rispetto alla nostra).  Il punto è cruciale, perché “gran parte di ciò che si può affermare sulla vita delle donne primitive dipende dal fatto che esse sono membri di società caratterizzate da una tecnologia e  un’economia  semplici più che dal fatto di essere donne, sicché diventa difficile fare un paragone (…) E’ evidente che un’aborigena dell’Australia si trova in condizioni più difficili e conduce una vita sociale più limitata di quella delle nostre sorelle e delle nostre figlie; d’altronde la stessa cosa vale per l’aborigeno rispetto ai nostri fratelli e ai nostri figli” (p. 35). Ricordiamolo per il prosieguo.

Una delle differenze principali, continua EP, è che praticamente non esistono donne adulte che non siano sposate. Questo, unitamente all’arretratezza economico-tecnologica, determina una concentrazione totale della vita della donna nell’attività domestica. Questa è senza dubbio la differenza principale. Le donne da noi possono (in linea di massima) scegliere cosa fare, se sposarsi o no, se avere figli o no, se avere un lavoro o comunque svolgere un’attività extradomestica o no; per la donna ‘primitiva’ la scelta non c’è. Però, aggiunge EP, “anche se dal nostro punto di vista la possiamo considerare in una posizione di svantaggio, essa non si sente affatto in una tale posizione e neppure invidia agli uomini tutto ciò che noi descriviamo come privilegio di questi ultimi. In questo senso essa non desidera che le cose siano diverse da come sono” (p. 36). Anzi, sarebbe probabilmente stupita di sapere che da noi tante donne restano nubili e senza figli. Certo, il fatto che tutte si sposino è facilitato anche dall’esistenza della poligamia. Veniamo quindi al nucleo dell’argomento di EP: il confronto si può fare  solo fra status femminili comparabili. Non possiamo paragonare la posizione della donna nell’industria con quella della donna primitiva, perché “i popoli primitivi non posseggono nulla di paragonabile all’industria moderna” (p. 37). Invece lo status femminile nel matrimonio e nella famiglia sono comparabili. E’ questo che EP si accinge appunto a fare.

Il gran numero di figli dipende non solo dall’assenza di pratiche anticoncezionali, ma anche dal fatto che il numero di figli è considerato un vantaggio. Un’altra cosa che manca nelle società primitive è quello che EP chiama “amore romantico”: l’amore, almeno come lo consideriamo noi, non è affatto fondamentale nel matrimonio primitivo. Nessuno, in altre parole, si aspetta di sposare l’uomo o la donna che ama, e quel che è più importante, nessuno considererebbe questo peggiore del nostro tipo di aspettative sul matrimonio (EP commenta: come minimo, nessuno può essere ‘deluso’ da un matrimonio privo di queste aspettative). Un altro commento incidentale molto interessante è il richiamo alla polemica di Malinowski con la psicoanalisi: la psicoanalisi si fonda su osservazioni di pazienti cresciuti in un ambiente familiare molto particolare, completamente diverso da quello esistente in altre parti del mondo. Anche senza bisogno di scomodare le società matrilineari (come quelle studiate da Malinowski), le differenze con i rapporti genitori-figli europei sono abissali anche in quelle patrilineari. Per es., finita l’infanzia, il figlio maschio delle società primitive esce subito dall’ambito di influenza della madre, mentre la figlia femmina rimane sotto il controllo esclusivo della madre, e il padre (almeno fino al matrimonio, che deve combinare) “dimostra scarso interesse per gli affari della figlia”. Di conseguenza, “la figura della madre troppo possessiva nei confronti del figlio e quella della figlia tropo emotivamente legata al padre non sembra che siano presenti nella famiglia primitiva; così pure non sembrano presenti tutti i diversi scompensi cui tali figure danno luogo, o per lo meno essi sono presenti solo in misura relativa” (p. 39). So much per i complessi d’Edipo e d’Elettra.

Un’altra differenza importante da considerare è quella che EP chiama “la relativa mancanza d’intensità nei rapporti familiari esistenti fra i popoli primitivi”, differenza che è da attribuire ai sistemi di parentela. Nei popoli primitivi non c’è nulla di simile alla piccola famiglia nucleare europeo-occidentale: le comunità familiari sono larghissime e c’è un nutrito gruppo di persone che un bambino può chiamare’padre’, ‘madre’, ‘fratello’ e ‘sorella’: non può quindi esistere alcun sentimento di ‘esclusivismo familiare’ come da noi. (Che non vuol dire, ovviamente, che i figli in una società primitiva piangano meno dei nostri la morte di un genitore) (p. 40).

Inoltre, una differenza macroscopica è che “i sessi non interferiscono ininterrottamente l’uno nelle attività dell’altro”, specie fra coniugi. C’è in particolare una divisione sessuale del lavoro estremamente netta (una in casa, l’altro fuori); ma anche al di là delle attività lavorative, la vita sociale dei due sessi non è comune (gli uomini fanno certe cose, le donne altre). Può darsi che questo riduca “lo spirito di intima comunanza fra uomini e  donne”; però, secondo EP, “si ha un minore confondersi delle personalità, e una minore perdita di quelle che sono le caratteristiche distintive di ciascun sesso che, in una certa misura, fra le altre ragioni, derivano dalla loro differenziazione, almeno per certi aspetti, e dal loro esclusivismo sociale” (p. 40-41).

Ora, come funziona l’autorità nella famiglia? Nelle società primitive, “sono gli uomini che invariabilmente detengono il potere”. L’autorità maritale, nella pratica, è limitata da tradizioni, convenzioni, e dai molti modi che una moglie può utilizzare per influenzare il marito; ma come tale non è mai messa in discussione da nessuno. Non è certo così in Inghilterra. Ma, si chiede EP, può dirsi questo un miglioramento per la donna inglese? Forse no, perché, posto che un certo livello di conflittualità nella famiglia è inevitabile, “nel caso dei primitivi, questi conflitti rimangono maggiormente in superficie e agiscono entro un ambito più ristretto, perché non costituiscono una sfida radicale alla posizione detenuta dall’uomo e non abbracciano, come accade da noi, quasi tutte le attività (…) facendo sì che l’ampiezza del loro eventuale disaccordo si estenda sempre più fino a includere tutta la vita sociale di una famiglia” (p. 42-43). Insomma, dove le differenze di status fra i sessi sono nette, i conflitti tendono a essere depotenziati. Da noi non è così perché la posizione della donna ha subito un rapido cambiamento, a partire (almeno in Inghilterra) dalla Rivoluzione Industriale.

E’ proprio questo il punto: la maggior parte delle differenze sottolineate da EP non esistono solo tra la società inglese odierna e le società primitive, ma anche fra la società inglese odierna e quella preindustriale. “A quel tempo infatti, proprio come nelle società primitive, i genitori non limitavano il numero dei figli, la gente non considerava l’amore romantico come l’unico fondamento del matrimonio e i legami di parentela avevano una parte più importante che non oggi nella vita di una persona; inoltre le donne (eccetto che per alcune minoranze urbane….) si occupavano quasi interamente delle loro faccende domestiche mentre l’uomo era il capo della famiglia e né la moglie né i figli avrebbero messo in discussione la sua autorità anche se talvolta la osteggiavano” (p. 44).  I mutamenti nella posizione della donna moderna sono dovuti “ai rivolgimenti tecnologici e sociali avvenuti nel secolo scorso o giù di lì. Di conseguenza, la contrapposizione forse non va posta tra lo status della donna nella nostra società e il suo status in quelle primitive, quanto tra lo status della donna in una società altamente industrializzata e il suo status nella società preindustriale. Di conseguenza, non è possibile trattare il processo di emancipazione della donna (…) realizzatosi nel nostro secolo e in quello precedente separatamente dall’insieme dei mutamenti avvenuti simultaneamente, come l’industrializzazione, l’urbanizzazione, la meccanizzazione, la nazionalizzazione, la secolarizzazione e tutta l’enorme quantità di altri rivolgimenti sociali” (p. 45). Ritornando alla domanda iniziale – la donna sta meglio o peggio di là o di qua? – EP ritiene che alle due posizioni si accompagnino vantaggi e svantaggi pressappoco uguali. “Se teniamo presente che ogni esclusione, cui si dice che la donna primitiva debba sottostare, ha una contropartita ormai negata alle nostre donne, soppesando bene ogni elemento, si arriva alla conclusione che non è possibile affermare… che le donne si trovano in una posizione molto più favorevole nella nostra società che in quelle primitive” (p. 46). Ovviamente  questo prescinde dalle innovazioni tecnologico-economiche che hanno beneficiato uomini e donne insieme: “se le nostre donne vivono in condizioni notevolmente migliori di quelle primitive, non dipende tanto da una modificazione dello  status della donna nella società, ovvero nei confronti degli uomini, ma da innovazioni di cui hanno risentito tutti in egual misura, mentre la condizione della donna, nelle sue linee essenziali, nonostante l’apparenza delle forme e delle convenzioni, è rimasta relativamente costante” (p. 46) . Ma EP va ancora oltre e ritiene che, se le cose stanno così, questo vuol dire che certi mutamenti di status della donna moderna potrebbero rivelarsi transitori: “difficilmente le posizioni relative fra i due sessi in un futuro prevedibile potranno subire mutamenti considerevoli e duraturi. Le società primitive, le società barbariche e le società storiche europee e orientali mostrano tutte le varietà possibili d’istituzioni, ma in tutte, al di là della forma della loro struttura sociale, sono sempre gli uomini ad avere il predominio (…) I fatti sembrano indicare piuttosto che entrano in gioco fattori di ordine biologico, psicologico oltre che sociologico, e che i rapporti tra i sessi possano solo essere modificati attraverso mutamenti di ordine sociale, senza che peraltro si abbiano alterazioni radicali (…) E’ vero senza dubbio che in ogni società le bambine e le adolescenti si adattano, o sono costrette a adattarsi dalle persone più anziane, all’immagine di ciò che una donna deve essere in quella particolare società; ma pretendere come fanno molti (…) che le differenze sociali e di temperamento tra i sessi siano semplicemente il prodotto del condizionamento culturale è una reificazione che non spiega un bel nulla” (p. 46-47). Il vero mutamento, dice EP, non è nello status della donna o dell’uomo l’uno rispetto all’altro sesso, ma lo status della persona in quanto tale nella società. EP pensa perciò che “la posizione della donna, a lungo andare, dipenda dalla posizione di tutti noi” (p. 47). Le prime femministe hanno sbagliato  a presentare la loro lotta come una lotta contro l’esclusione e il predominio maschile: avrebbe in realtà dovuto presentarsi “come una parte della battaglia generale per i diritti sociali fondamentali e per la dignità di ogni essere umano (…) la questione dello status della donna diventa senz’altro insignificante alla luce di quest’altra questione più generale e fondamentale” (p. 47-48). Secondo EP, più precisamente, “in quelle società dove una parte della popolazione è in una posizione di servitù, analogamente la posizione delle donne nei confronti del sesso maschile risulta più bassa, soprattutto nella condizione coniugale. Ciò è spesso evidentissimo in quelle società in cui la massa della popolazione è sottomessa e sfruttata da una classe dominante. Come osservava acutamente Montesquieu, “il potere dispotico del principe è per natura connesso con lo stato di servitù delle donne” (…) Dopotutto il matrimonio non è solo un rapporto tra maschi e femmine (…) I problemi che riguardano il rapporto tra i sessi, perciò, non sono solamente problemi di questo o  quel sesso in quanto tale, ma sono problemi che hanno a che fare con l’autorità, il comando, il controllo, la cooperazione, la competizione, che esistono in ogni settore della vita sociale e in ogni tipo di società e che non possono essere risolti insistendo sul tema dell’assoluta uguaglianza, ma attraverso il riconoscimento delle differenze già esistenti, l’amore per il prossimo e il riconoscimento dell’autorità. Diversamente gli antagonismi diventano inevitabili e una vita sociale, armoniosa  e pacifica, impossibile; siffatta accettazione dell’autorità, lungi dal comportare uno stato d’inferiorità, esprime invece l’unica vera forma di uguaglianza ottenibile nei rapporti umani, e cioè l’uguaglianza delle prestazioni di ciascun individuo (…) l’importanza di una persona non deve essere calcolata solamente in base al posto che ha nella società, ma anche in base a criteri assai diversi, e la stima di cui gode un uomo non gli deriva solamente dal suo status sociale, non più comunque di quanto gli derivi dal suo benessere, dalla sua educazione o dai suoi titoli puramente sociali e spesso puramente fortuiti; ma dipende anche, e soprattutto, dalle qualità del suo intelletto, del suo carattere e di tutta la sua persona, qualità che ben poco hanno a che fare con il suo sesso o con lo status sociale dei sessi” (p. 48-49).  

(E.EVANS-PRITCHARD, La donna nelle società primitive, Bari, Laterza, 1973)

TrackBack

TrackBack URL for this entry:
http://www.urbiloquio.com/cgi-bin/mt/mt-t.fcgi/104

Scrivi un Commento