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Contro l'omologazione

G.CLARK, L’economia della preistoria, Roma-Bari, Laterza, 1992

Si  tratta di una raccolta di scritti del grande archeologo inglese, che coprono un arco di tempo che va dal 1945 al 1976. Gli argomenti  ovviamente sono i più vari; a me sono interessate soprattutto le cose che seguono.

- Scrive C. che “quello che soprattutto limitava le possibilità di vita dei cacciatori… era la natura della loro economia”. Di fatto, l’economia di pura predazione non consente di procedere oltre il “cerchio chiuso dello stato selvaggio” e “avanzare verso la civiltà letterata” (p. 81-83): lo stesso progresso tecnologico giunse grazie all’aumento della popolazione reso possibile, a sua volta, dalla nascita dell’addomesticamento.  Se è vero che anche la società di caccia/raccolta è una società “produttiva”, allo stesso titolo di quella agricola (p. 160), la differenza reale fra le due società consiste nella ben diversa potenzialità produttiva della seconda: “la differenza essenziale tra cacciatori-raccoglitori e agricoltori consiste esattamente nel potenziale molto maggiore rispetto sia alla densità di popolazione che alo sviluppo sociale delle società le cui economie sono sostanzialmente basate su piante e animali domestici.” (p. 160) Nessuna società di caccia/raccolta può accrescere se non marginalmente la propria efficienza: invece l’agricoltura “ha mantenuto la sua promessa di un’espansione continua dei raccolti e anche della popolazione”. E siccome, alla fin fine, “la capacità di sopravvivenza di una società dipende dalla sua capacità di nutrire i propri membri” (p. 160), è in ultima analisi proprio questo aspetto che spiega il successo delle società agricole. Perché si è passati da una società di caccia-raccolta (che era poco efficiente e senza possibilità di sviluppo, ma tutto sommato richiedeva poca fatica) a una agricola, senza dubbio molto più produttiva ma più impegnativa (dato che, come si esprime felicemente C., richiedeva “l’addomesticamento del contadino stesso”, p. 181)? “La risposta più breve è che questo era il prezzo della sopravvivenza.”  Gli sviluppi economici e tecnologici erano vantaggi adattativi, che conferivano un vantaggio evolutivo a chi li adottava e penalizzavano chi non lo faceva. “Solo nelle remote retroguardie che una volta costituivano l’interesse degli antropologi  era possibile rimanere qualche tempo senza rigenerarsi. Oggi quasi anche l’ultimo rifugio è stato accerchiato. Sulle montagne della Nuova Guinea, uomini che soltanto una generazione fa  polivano tranquillamente le loro asce di pietra oggi si affannano a mettere croci su schede elettorali e a registrarsi per le tasse” (p. 183). So much per i primitivisti di ritorno…

- Un altro filone della ricerca di C. riguarda  la nascita e lo sviluppo delle manifestazioni culturali “superiori”: questo è un discorso particolarmente interessante. C. sostiene che “nessuna società dipendente esclusivamente dalla caccia e dalla raccolta ha mai intrapreso una più ampia esperienza di civilizzazione” (p. 180-181). E la cosa interessante è che le società di caccia e raccolta erano società ugualitarie e non  gerarchiche, mentre le società agricole e stanziali si mostrano immediatamente, all’occhio dell’archeologo (tipi di costruzioni, forme dell’insediamento, ecc.), come estremamente stratificate e gerarchiche. Ebbene, secondo C. solo queste società gerarchiche sono state capaci di produrre “culture elevate”- dove per elevate C. intende quelle società in cui i comportamenti delle classi superiori, e i manufatti dei quali esse si servono, sono “più marcatamente differenti da quelli dell’uomo preistorico” (p. 189). Nota C. che questi manufatti (e questi comportamenti) si riscontrano solo nelle società agricole, quindi dopo la rivoluzione neolitica. Non solo: anche nelle società agricole, questa differenza si riscontra solo nelle classi superiori: i comportamenti quotidiani e i manufatti usati dalle classi inferiori sono rimaste, per secoli , pressoché allo stesso livello di quelli dei popoli primitivi. “L’archeologia rivela che i più bei manufatti  prodotti dall’uomo, le più superbe e diverse incarnazioni della sua umanità, furono create per celebrare i sistemi sociali  fondati sulla gerarchia e sull’inuguaglianza” (p. 189). Non è tutto: secondo C., se non ci fosse stata la disuguaglianza, questo sviluppo (che è anche differenziazione e articolazione) culturale non ci sarebbe stato. Le classi basse continuano a produrre e usare manufatti del tutto analoghi, e non sempre migliori, di quelli dei cacciatori-raccoglitori. Anzi, C. sostiene che il progressivo miglioramento dei beni a disposizioni delle classi inferiori è un sottoprodotto della crescente abilità e specializzazione degli artigiani dediti a soddisfare la clientela più elevata: “la misura in cui gli artigiani più abili erano specializzati  e si concentravano sulla produzione degli oggetti più ricchi per un numero relativamente ristretto di persone agì come un elemento di stimolo di innovazione,di arricchimento, non soltanto per i ranghi superiori, ma per tutti coloro per i quali i nuovi tipi di manufatti o motivi decorativi  venivano ad un certo momento desunti dall’alto” (p. 251). Senza le classi elevate, questi oggetti non sarebbero mai stati prodotti: “se le classi dominanti non avessero amato il lusso e la sofisticazione, e non fossero state in grado di attrarre le capacità dei produttori, queste cose… non sarebbero mai esistite” (p. 252).

- Da ciò derivano, secondo C., delle conseguenze ben precise, alcune delle quali suoneranno certamente  abbastanza contro intuitive agli orecchi di molti. Intanto, “il mito che l’uomo medio avrebbe manifestato creatività culturale o avrebbe contribuito a una rapida innovazione se solo ne avesse avuta l’opportunità è molto meno pericoloso, ma non meno errato, del presupposto che ne sarebbe stato capace se solo fosse stato libero dalle limitazioni della gerarchia sociale” (p. 251).  Il progresso culturale, la diversificazione, sono il prodotto della gerarchia. Viceversa, la società industriale (che è assai MENO gerarchica delle precedenti) produce inevitabilmente una crescente omologazione. E questa omologazione (nono solo dei prodotti manufatti, ma di tutta la cultura) ci riporta rapidamente a una condizione subumana, ‘naturale’, preistorica (p. 254): omologazione e regresso vanno a braccetto. Perché? I prodotti  industriali, standardizzati, hanno un intrinseco vantaggio di prezzo rispetto a quelli fatti a mano, che diventano troppo costosi; e siccome “la tendenza all’uniformità si applica non solo a società diverse ma alle classi al loro interno” (p. 254), si finiranno per produrre sempre più solo prodotti standardizzati anche per le élites. Anche i ricchi infatti finiscono per essere inibiti dal consumare oggetti completamente diversi da quelli usati dal resto della società (qui si vede che C. scriveva all’inizio degli anni Settanta).  In altre parole, l’uguaglianza recata all’uomo dalla società industriale è pericolosa perché ci riconduce, un po’ alla volta, ma inesorabilmente, alla vita preistorica, o a qualcosa di ancora peggio. La conclusione è così eloquentemente esposta da C.: “mentre per lunghi periodi di tempo il corso dell’evoluzione sociale è stato benigno, in quanto ha promosso la diversità arricchendo in tal modo l’umanità, noi siamo ora in una nuova fase della storia del mondo, nella quale le tendenze prevalenti sono maligne e addirittura minacciano di porre fine all’avventura narrata dall’archeologia. Il nostro futuro è in pericolo da quando ai nostri giorni i concetti e le tecniche della scienza moderna hanno ingoiato il mondo. Se non sapremo tener stretti i valori definiti dalla nostra storia, saremo ridotti non ad uno stadio primigenio e quindi ancora pieno di speranza, non a una condizione preumana, quanto piuttosto subumana.  Se il nostro scopo comune è quello di migliorare la nostra vita, la nostra luce guida deve certamente essere la qualità e non la quantità, la gerarchia e non l’uguaglianza, la diversità piuttosto che l’omogeneità” (p. 260). Pensate a questo memento, quando sentite i decrescenti  più o meno felici, gli slow fooders, i verdi ecc. parlare di perdita di biodiversità, omologazione, qualità vs. quantità e altri simili argomenti: vedete qui da dove vengono e dove portano, se chi li usa è intellettualmente onesto e non si vergogna di riconoscersi per quello che è, cioè un reazionario.   

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Commenti

Veramente i decrescenti vari ci tengono moltissimo ai "valori definiti dalla nostra storia" se altrettanto certamete ricercano la "qualità e non la quantità" come sono dei grandi sostenitori della "diversità piuttosto che (del)l’omogeneità".
L'unica cosa su cui decrescenti e compagni non sono affatto disposti a concedere (e, da questo punto di vista, NON sono affatto reazionari) è il ricercare tutte le belle cose sopra elencate è che tale ricerca debba passare attraverso una esaltazione della "gerarchia e non (del)l’uguaglianza".
Anzi, essi sostengono (erroneamente) che le società di una volta erano in qualche modo più ugualitarie, non foss'altro perché, come non a caso sostiene mia suocera, all'interno della classe degli humiliores (a cui mia suocera non ha mai appartenuto, ma tanto le piace sostenere di appartenerci) tutti erano ugualmente miserabili.
Che una tale posizione sia una fesseria come si apprende guardando qualsiasi momumento celebrativo e constatanto, come acutamente osserva Clark, che i monumenti celebrativi costituiscano la grande maggioranza dei manufatti artistici, è fin evidente.

Tuttavia, attensiun: può diventare fuorviante sostenere che tutto quel che sostengono i decrescenti sia errato perché il COME pensano di realizzare quei valori presenta tonnellate di vizi concettuali.

L'idea di fondo, in realtà, non è mica disprezzabile: è la vecchia, buona e sana elevazione del genere umano a cui si è aggiunta l'idea moderna e profondamente borghese che l'elevazione possa essere per tutti. Forse è una utopia, ma mi sembra radicalmente, profondamente e totalmente contraddittorio farsi promotori di istanze di elevazione del genere umano e contemporaneamente riservare tali istanze ad una aristocrazia in qualche modo definita.

Anzi, se proprio c'é qualcosa di essenzialmente reazionario è proprio l'idea della necessità di mantenere una consistenete fetta della popolazione in condizioni servili affinché taluni possano eccellere, accontendandosi del fatto che la "società" come aggregato è progredita.

Va altresì notato che, oggi, quello che è messo in discussione, NON dai decrescenti, è proprio l'idea di elevazione del genere umano: Berlusconi docet. Usando le belle parole di Clark, B. e accoliti (che son ben di più dei suoi seguaci: i pubblicitari tirano la volata a B. molto di più di quanto non facciano i suoi supporters, anche se Packard ti sta antipatico) esaltano proprio la bestialità in senso proprio.
B. e compagni non pensano a farsi possenti mausolei, ma pensano, come l'ultimo dei contadini arrivati in città per la visita di leva, di andare a puttane e dimostrano la loro magnificenza pagandosi puttane di altissimo prezzo; facile osservare che anche Giulio II faceva cose del genere; gli è che questi non commissionano la Sistina, perché non gli frega assolutamente nulla di esserericordati per un qualcosa di analogo alla Sistina.


Stefano | May 23, 2011 9:12 AM

Qui in verità:
"L'idea di fondo, in realtà, non è mica disprezzabile: è la vecchia, buona e sana elevazione del genere umano a cui si è aggiunta l'idea moderna e profondamente borghese che l'elevazione possa essere per tutti. Forse è una utopia, ma mi sembra radicalmente, profondamente e totalmente contraddittorio farsi promotori di istanze di elevazione del genere umano e contemporaneamente riservare tali istanze ad una aristocrazia in qualche modo definita. Anzi, se proprio c'é qualcosa di essenzialmente reazionario è proprio l'idea della necessità di mantenere una consistenete fetta della popolazione in condizioni servili affinché taluni possano eccellere, accontendandosi del fatto che la "società" come aggregato è progredita" non mi è chiaro cosa vuoi dire (sono d'accordo, ma non mi sembra proprio di aver mai detto il contrario).

Io non credo affatto che Clark abbia ragione, ma proprio per niente (mi continuerà sempre a sfuggire, per es., perché il manovale con una casa con luce, gas, acqua e riscaldamento, frigo, tv, telefono, macchina, cure mediche, pensione e vacanze pagate sarebbe il segno di un ritorno a una condizione subumana; né capisco perché i manufatti odierni sarebbero inferiori per definizione a quelli antichi).
Le cose interessanti sono, secondo me, le conseguenze imprevedibili che il ricorso all'argomento naturale/innaturale può comportare (sec. Clark p.es. l'omologaizone e l'uguaglianza sono "naturali", la diversità e la disuguaglianza no). Inoltre è vero che slowfooders, decrescenti e verdi non richiamano la necessità della disuguaglianza: ma questo NON perché non condividano la posizione di Clark, ma semplicemente perché sono disonesti (se no, ad es., si accorgerebbero che pretendere una produzione di beni di maggiore qualità e in minore quantità implica disuguaglianza).

Luca | May 23, 2011 7:27 PM

Di fondo, mi sembra che Clark utilizzi la nozione classica (in senso stretto) di umanità intesa, prima di tutto come contrapposta alla ferinità delle bestie (la variamente rappresentata lotta tra Centauri e Lapiti, insomma).
L'uomo di contrappone alle bestie per la capacità di dominare l'istinto in forza della sua "ragione".
Vabbé, un po' vecchiotta come impostazione, ha un tre millenni di onorato servizio.
Prima domanda. E' da buttar via, tale impostazione del problema?
Direi di no.
Passaggio 2.
Come si può realizzare questo allontamento dalla ferinità?
Diciamo "creando culture elevate".
E, anche qui, difficile non essere d'accordo.
Come si fa una "cultura elevata"?
Soluzione reazionaria, propria di Clark: creando delle aristocrazie e favorendo una maggior produzione di beni di modo che le predette aristocrazie possano disporre di più marmo per abbellire i loro mausolei (oltre a pagare gli scalpellini che, infami, pretendono pure di mangiare, o tempora o mores).
Secondo Clark la spinta generata da un mausoleo dovrebbe poi avere ricadute positive su tutti, humiliores compresi, sebbene dubito che un archeologo, fascinato dalla bellezza di un manufatto trovato in una fogna, si ponga molto il problema delle ricadute positive sugli umiliores di una statua di Auriga in bronzo.

La soluzione diciamo "illuministica" invece ipotizza che il processo di elevazione del genere umano debba necessariamente passare, invece, attraverso una generalizzazione della "cultura elevata".

Il rischio che i reazionari denunciano esiste: vi è il rischio e, talora, tale rischio pure si manifesta (ribadisco: vd. Berlusconi) che anziché avere una umanità rivolta ad maiora, ci si possa trovare con una umanità che, coccolata dalla abbondanza, si lasci andare alla semplice soddisfazione dei propri istinti.

Se hai tanto cibo pui farci due cose: mangiare come un porcello e ingrassare, oppure disporre del nutrimento per diventare un discobolo di Mirone.

Non è affatto scontato che la maggiore abbondanza di cibo porterà tutti a esercitarsi per diventare "belli e buoni" (il classico lo hai fatto tu, arrangiati con i kalos y agatos e altre porcherie -INVIDIA- del genere :-) ): esiste la concreta possibilità che la gente, semplicemente, mangi fino a scoppiare.
I reazionari traggono argomento da ciò per sostenere che solo una sana gerarchia spinga la gente (una parte) verso il meglio.
I "progressisti" pensano, invece, che se non si arriva tutti al "meglio" c'é qualcosa di profondamente sbagliato.

Però il famoso "meglio" passa effettivamente per un incremento qualitativo della vita. L'incremento di beni disponibili è sì necessario (altrimenti non hai il bronzo per fare le statue), ma non sufficente.

I decrescenti non sono volutamente reazionari perché comunque ritengono che il meglio debba essere goduto dal massimo numero di persone (tutto biologico, ad esempio).
Il fatto è che pensano di ricercare 'sto famoso meglio con stumenti che, invece, pongono le premesse per una società in cui la distribuzione del "meglio" è assai difficoltosa.

Sono dei reazionari preterintenzionali.


Stefano | May 24, 2011 10:53 AM

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