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Due note su Marcuse

1) In Progresso e felicità (uno scritto del 1957) Marcuse sostiene che il progresso 'tecnico' non ha finora portato il progresso 'umano': la potenza tecnica, il miglioramento economico, non ha portato più libertà, più autorealizzazione, più autonomia, più felicità. Quale è la ragione? La ragione è, seguendo (una particolare lettura di) Freud, che la civiltà può sorgere solo quando le pulsioni fondamentali dell'uomo, quella di amore e quella di morte, vengono represse e la loro potenza, la loro energia, diviene disponibile per fini produttivi e sociali. Ne segue che si instaura un meccanismo a catena: l'individuo si nega la soddisfazione istintuale 'investendo' l'energia in produzione sempre nuova di cui nuovamente si vieterà il godimento, e così via. E' un circolo vizioso del progresso.

Ma a questo punto Marcuse, che finora ha seguito abbastanza fedelmente Freud, cambia significativamente linea. La repressione delle due pulsioni non è più necessaria per l'instaurazione della civiltà (qualsiasi civiltà, come diceva Freud): è in realtà funzionale al mantenimento di una particolare struttura storica del dominio. E non è quindi impossibile pensare a una società in cui la repressione, avendo esaurito la sua funzione storica (quella di portare l'umanità dalla penuria all'abbondanza: "superando lo stadio dell'impotenza umana e della penuria di beni: dopo cioè che una società libera è divenuta per tutti una possibilità reale"), divenga inutile. Sarebbe possibile creare una società in cui il tempo liberato dall'aumento della capacità produttiva diventi tempo davvero libero. Ma qui Marcuse si spaccia troppo facilmente dal reale drive della teoria freudiana: che è (non lo dimentichiamo) una versione psicologica della teoria politica di Hobbes. Se esistono delle ragioni psicologiche, o fondate sulla logica dell'azione collettiva, che inducono l'individuo privo di freni (cioè l'individuo 'libero' o 'liberato' nel senso di Marcuse) a comportarsi in modo socialmente distruttivo, allora la repressione (o almeno una certa misura e forma di repressione) sarà sempre necessaria in qualunque società, presente e futura, anche la più giusta e fornita delle istituzioni meglio funzionanti. E' una strada che non porta da nessuna parte, perchè la società 'giusta' o 'libera' non è quella in cui non esistono regole, ma quella dove le regole sono giuste. Ed è la conferma che usare Freud, che è un pensatore - con tutto il suo fascino e la sua profondità - completamente astorico, per costruire una teoria politica progressista, è un'idea del tutto priva di senso.

2) Il saggio su La tolleranza repressiva, del 1965, intende sostenere l'idea che la tolleranza, nata dalla tragedia delle guerre di religione e originariamente strumento positivo di costruzione di una società più libera e più giusta, finisce col tradire il suo scopo originario e con l'assumere una funzione repressiva a tutela dell'ordine costituito nel mondo capitalistico attuale, in cui le armi non sono pari e i dominanti possiedono il controllo dei mezzi di informazione e comunicazione che, soli, servirebbero a garantire che la lotta delle idee possa davvero svolgersi ad armi pari. Siccome la libertà, persino secondo Mill, va garantita non a tutti, ma solo a coloro che siano in grado di servirsene essendo "nel pieno possesso delle loro facoltà", mentre per tutti gli altri, siccome "barbari", è legittimo il dispotismo, Marcuse sostiene che la libertà di parola va garantita, e quindi l'opinione tollerata, solo a condizione che questa parola o opinione vada nel senso del processo di effettiva liberazione dell'uomo: alcune opinioni, azioni, misure politiche non possono venire permesse né tollerate "senza fare della tolleranza uno strumento per perpetuare la schiavitù". Né possono, a quanto pare, essere represse solo nella fase attuativa, dato che secondo Marcuse oggi tra la parola e l'azione l'intervallo è divenuto brevissimo: pertanto le opinioni regressive o fasciste vanno stroncate sul nascere, prima ancora che vengano messe in circolazione. Ovviamente Marcuse non spiega come questo potrebbe accadere e come una censura così occhiuta potrebbe funzionare.

I problemi principali di questa teoria sono secondo me due. Uno, di cui Marcuse è consapevole ma che in pratica non affronta, è la vecchia classica critica liberale all'istituto della censura: chi è che può stabilire cosa può essere detto e cosa no, e su quale base determinarlo? Marcuse sostiene che la distinzione andrebbe fatta (e legittimamente) in base alla distinzione progresso/regresso, liberazione/oppressione; ma a parte il fatto che sarebbe lecito dissentire circa il fatto che una determinata opinione vada classificata in un modo o nell'altro, il problema è che la libertà di parola, come le altre libertà 'democratiche', si fonda sul principio che la verità non è data una volta per tutte, ma si trova, o addirittura si crea, attraverso la pubblica discussione. Se la verità è già data ed è preesistente alla discussione, allora la libertà di parola non ha alcun senso e rappresenta un mero intralcio alla realizzazione del bene sulla terra (è proprio questa la ragione per cui i grandi reazionari, come Donoso Cortés, deridevano la borghesia liberale come "clasa discutidora"), ed è quindi legittimo costringere chi non  vede la verità a seguirla (appunto perché, come il bambino o il barbaro o il pazzo, non è nel pieno possesso della ragione). Ma se non lo si crede, e a maggior ragione se si pensa, come Marcuse, che persino la libertà è una creazione storica e progressiva dell'uomo, adottare questa posizione è una contraddizione in termini. Inoltre, Marcuse confonde continuamente la tolleranza, che è un comportamento richiesto a chi detiene il potere o potrebbe detenerlo, dalla mera indifferenza o ricettività acritica, che è invece propria di chi il potere non lo detiene. Non ha senso usare lo stesso termine (tolleranza) per gli uni e per gli altri. La tesi marcusiana per cui chi non detiene il potere non dovrebbe manifestare tolleranza per le opinioni regressive, oppressive o fasciste che provengano dai ricchi, dal potere, o dai media che controllano, è in realtà una critica non alla tolleranza ma all'apatia o al massimo all'accettazione del metodo 'democratico' nella lotta politica, e confondere i due sensi del termine non produce alcun reale beneficio per intendere i termini del problema.

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Commenti

mi fermo sul primo punto:

"Marcuse sostiene che il progresso 'tecnico' non ha finora portato il progresso 'umano'(...) Quale è la ragione?"

non sarebbe più logico domandarsi innanzitutto "è vera la prima affermazione" e poi casomai "qual è la ragione?"?
senno' tutto il discorso successivo è teso a dimostrare una cosa della quale non sappiamo se è vero o no.

(del tipo "babbo natale esiste, ma dove vive? risultano delle tracce in lapponia, ma non dobbiamo dimenticare gli avvistamenti in groenlandia)

roberto | October 5, 2010 10:33 AM

Prova a pensarla così (se ti aiuta a continuare la lettura :))-
secondo M. "non c'è stato progresso umano" significa due cose:
a) l'uomo non è "migliore" (più buono, più bello, più intelligente) di prima;
b) l'uomo non riesce a autorealizzarsi, ad essere più autonomo, più felice ecc., di prima.
A me pare che mentre la a) è chiaramente vera, la b) non lo è (nel senso che può essere vera, ma potrebbe anche non esserlo, e secondo me non lo è).

Luca | October 6, 2010 10:05 AM

"Marcuse, che finora ha seguito abbastanza fedelmente Freud, cambia significativamente linea..."

Marcuse ha fatto scritto o detto qualcosa di significativo nell'arco della sua non breve vita?

Certo che quando capita di venire qui da voi è una pesca facile

redazione | October 8, 2010 10:24 PM

Non male, sig. Luca, questo a) bbuono b) nobbuono. Insista.

red. cac. | October 8, 2010 10:27 PM

Freud era un medico, magari la sua formazione non era tipicamente positivista, ma definirlo tout court pensatore come se fosse un puro metafisico alla Duns Scoto è oggettivamente fuorviante; lo scopo della psicoanalisi* sarebbe quella di trovare una cura alle patologie e alle nevrosi dei soggetti, non certo quella di dare risposte ai "malesseri" o alle contraddizioni della società capitalistica (il miscuglio Marx-Freud fatto da Marcuse è un cocktail micidiale); utilizzarla come strumento per analizzare in toto la struttura della società contemporanea sembra alquanto fuori luogo e un po' forzato. E' come se utilizzassi la matematica per curare il mal di denti o la fisica classica per lo studio dei capolavori della letteratura italiana. Pezzo interessante, chiedo gentilmente all'estensore una cosa: oltre ai titoli dei saggi testé citati, non sarebbe opportuno inserire anche la casa editrice? Così potrei andare in libreria e procurameli più facilmente. Grazie

* La psicoanalisi è stata utilizzata come il prezzemolo nei vari campi; la troviamo persino nel gioco degli scacchi. Il Maestro americano Reuben Fine che giocò ad alti livelli negli anni 30, scrisse un discutibile saggio sulla Psicoanalisi degli scacchi, pubblicato dalla casa editrice Adelphi. Un saggio che suscitò parecchie polemiche.

Jazztrain1 | October 9, 2010 10:08 AM

come gianni e pinotto o i fratelli marx i due simpatici tenutari di questo blog filosofico-giuridico sembrano avere un copione già scritto, o meglio un destino segnato: sono il prodotto dei tanti signor train che infestano la scuola e l'università italiote.
paradossi di logica fattuale, tipo a>b oppure se a è vero b cosa sarà mai?, esemplificazione del pensiero critico di tipo bignamistico. sono il frutto dell'esaltazione delle conoscenze e delle competenze. sanno quattro cose ma sopra ci sanno costruire ragionamenti logico-deduttivi logorroici tanto per fare bella figura e apparire pensanti. In sostanza il nulla e MAI un briciolo di novità, solo la ripetizione dell'ovvio. Marcuse ormai è un oggetto da rigatteria ed io non perderei tanto temo a comprendrne il contorto pensiero. piuttosto consiglio di rivolgere le proprie attenzioni ad Adorno e massime ad Horkeimer, fondatori di quella scuola filosofica che sparigliò i marxismi reazionari del tempo. Magari una lettura alla Dialettica avrebbe ben risposto alle angoscianti domande sul marcuse della tolleranza e della censura preventiva.
ps
la psicanalisi come ebbe a dire il vero Karl Kraus è quella malattia di cui si crede terapia e medicina. e la cosa finisce qui, non vi è altro da aggiungere, anche per il signor train.

unacippa | October 9, 2010 5:52 PM

Jazztrain, i due testi di Marcuse stanno nell'antologia La scuola di Francoforte, Einaudi (a c. di E. Donaggio).
Cmq non capisco proprio perché non si potrebbe definire pensatore uno che non sia un metafisico.

Luca | October 9, 2010 6:55 PM

Intanto dobbiamo metterci d'accordo su cosa si intenda per Pensatore; ad esempio nel romanzo di Achille Campanile intitolato Cos'è questo amore, la figura del Pensatore sarebbe quella di pensare ai casi suoi!" A parte gli scherzi, i motivi per cui Freud elaborò la sua teoria sono legati a patologie e ai suoi studi sulla natura dell'isterismo, per questo motivo definirlo pensatore tout court sembrerebbe a mio avviso improprio. In ogni caso, la ringrazio per la risposta.

JT

jazztrain | October 9, 2010 9:13 PM

sono arrivata a questo blog cercando in rete approfondimenti sul Bolero di Ravel, sorpresa poi di leggere questo post su un argomento che ho trattato proprio ieri a lezione. (faccio parte degli sfigati prof. di filosofia) . da un po' di tempo il navigare avventurosamente nella rete è diventato il mio passatempo preferito. grazie !

sandra | October 10, 2010 9:53 AM

Per una volta anche noi troviamo propositivo e corretto un commento del sig. Train. Distinguere i pensatori in tout court, da un lato, e rien court, dall'altro (o, volendo, all run e nothing run*) è fondamentale.
Senza il suo aiuto noi, e anche voi, sigg. K&K, sareste rimasti a tout court/tout long, o all fast/all slow.

*Non ricordiamo bene, ora, se gli inglesi dicano all run o all rush. Per Duns Scoto all rush, ça va sans dire.

red. cac. | October 11, 2010 12:15 AM

La prima nota mi sembra una riflessione inutile, sopratutto se si vuol discutere Marcuse nei tuoi -dialetticissimi- termini: la sua idea di libertà, storicamente determinata come ogni altra idea di libertà avanzata nei secoli, non può che affermarsi nel suo scritto come oggettiva, definitiva, l'ultima libertà da conquistare. La fine della storia. Smontare questo artificio è un esercizio divertente al di sotto di una certà età, ma sposta solo la questione sul tipo di storicizzazione applicata al suo pensiero. Si può storicizzare in maniera assoluta, arrivando a sostenere che la libertà di Marcuse non solo non è l'ultima, ma è fondamentalmente intercambiabile, uguale in tutto e per tutto, a qualsiasi altra idea di libertà mai proposta. Questo è lo storicismo postmoderno, con la sua caratteristica carica decostruttiva e nichilista. Alternativamente bisogna storicizzare in termini comparati, ovverosia relativizzare una verità particolare alla luce di una verità più generale. Il che presuppone in effetti la scoperta di una verità più generale, primato analitico che garantisce che la storicizzazione non degeneri in storicismo.

Da qui una ben nota divergenza di atteggiamenti tra i critici di formazione hegeliana e quelli di formazione analitica, anche all'interno del marxismo come ben dimostrano le geniali badilate scritte da Colletti contro Marcuse: una volta storicizzata la reificazione, i primi fondamentalmente si fermano. La loro dialettica, movimento puro, non garantisce alcun modo per scoprire una verità maggiore. In effetti, la relativizzazione in tal caso è presupposta, non dedotta. I secondi relativizzano alla luce di una teoria, ed il fatto che le verità particolari rientrino nella teoria è allo stesso tempo falsificazione delle verità precedenti e verifica della legittimità della teoria proposta, che si presenta come oggettiva perchè fino a quel momento lo è.

Il problema quindi non è tanto la forma ideologica in cui Marcuse presenta la sua teoria della libertà. Invero, così come i suoi antenati liberali, Marcuse non può che proporre implicitamente anche una nuova idea di repressione, pur non volendolo ammettere. Ma fare della mancata ammissione di ciò un errore è sbagliato, perchè quello adottato da Marcuse e antenati è l'unico modo di procedere. Nessuna nuova verità si può imporre come variazione della precedente. Per imporsi deve superarla e quindi essere universale nei suoi confronti, apparire come sua generalizzazione, incorporarla. Una verità generale fa di una verità particolare un caso specifico, ma poichè l'inverso non è possibile, allo stesso tempo la falsifica. Questo è un processo di oggettivazione, ed il fatto che nelle varie teorie che lo adoperano appaia come processo compiuto, concluso, portato a termine, è la banale conseguenza del fatto che nessuno propone una teoria che giudica incompleta. Agli altri giudicarla tale, mostrare che esistono verità e libertà maggiori, che il processo di oggettivazione continua, e la storia con lui.

La critica a Marcuse è qui, sul contenuto* della sua idea di libertà, non sul modo di esposizione, che è quello suo e di ogni altra teoria che cercando la verità deve pretendersi vera. Una teoria che pretendesse di assolvere il compito di affermare una verità ed allo stesso tempo circostanziarla e relativizzarla è una teoria inutile, ed anzi poichè non afferma nulla non è proprio una teoria.

D'altronde se Hobbes e Freud affermano contro Marcuse l'ineliminabilità della coercizione -decostruendo il suo discorso in un modo in effetti astorico e paradossalmente molto simile alla decostruzione speculare, quella del relativismo assoluto, curioso caso di convergenza di atrofia e ipertrofia storica- i due sistemano allo stesso modo anche la "vecchia critica liberale" sull'impossibilità di una censura legittima. L'idea realista secondo cui il prinicipio primo -la grundnorm- "si legittima da solo" è ovviamente il grande tabù in questione: sdoganarlo, si dice, sostituisce solo l'anarchia collettiva a quella individuale e/o quella tra stati a quella interna agli stati.

In realtà, un liberale inteligente non ha molto da temere in proposito, se non dimentica il detto baconiano secondo cui alla natura si comanda solo obbedendole. Qualsiasi Leviatano in grado di farlo può fondare un potere costituzionale, decidendo prima facie a suo piacimento il grado di censura e violenza vigente nel suo territorio. Su questo è inutile tentare ridicoli idealismi, è così. Il riscatto della clasa discutidora è indiretto e si manifesta come conseguenza inattesa della volontà costruttivista del leviatano che abusa del suo arbitrio. Una censura "troppo forte" o semplicemente "del tipo sbagliato" -più probabilmente un insieme dei due casi- si ritorcerà contro l'autorità, la cui violenza è sempre un mezzo e un costo, mai un fine e un beneficio. A riprova di ciò l'evidenza che i sistemi politici in grado, a parità di grado di censura, di ottenere maggiore consenso, sono i più longevi. Per regnare a lungo, quindi, al Leviatano la clasa discutidora tiene a precisare, senza alcun bisogno di arroganza nè contrapposizione, che oltre certi limiti, l'abuso di potere è autodistruttivo. E che su questi limiti il Leviatano può poco, e la clasa discutidora, col passare del tempo, sempre di più.

Cercando di capire quali sono questi limiti, qual'è la soglia oltre la quale la censura "esagera", oppure qual'è la censura "sbagliata" e quella "giusta", il problema si sposta su ciò che la violenza monopolista del Leviatano deve garantire, sul beneficio su cui si pesa il costo di mantenere un esercito. Su questa questione la clasa discutidora si muove storicamente su un terreno ambiguo. Sui puliti quaderni della filosofia, afferma irreprensibilmente che ogni censura è illegittima e ogni pensiero libero è legittimo in quanto in ogni caso implicato nella scoperta della verità: ogni pensiero quindi è automaticamente espressione dell'idea stessa del pensiero, ed ogni censura è automaticamente censura della libertà di pensiero e di tutto il pensiero.

La prima contraddizione emerge quando, tutelati da questa libertà, nascono pensieri che vi si rivolgono contro. Qui nasce l'idea che questa libertà di pensiero non è e non può essere puramente formale. Non è affatto vero, si arriva a capire, che tutti i pensieri, indiscriminatamente, sono implicati nella scoperta della verità, poichè esistono pensieri che pretendono di sottrarsi al processo stesso di verifica, i pensieri totalitari. La moderna democrazia borghese ha quindi un contenuto, non è pura procedura: alcune istituzioni vanno garantite, perchè sono queste che plasmano e costruiscono il contesto all'interno del quale esiste la libertà di pensiero. Esiste quindi un confine che delimita la libertà, affinchè ne sia garantita l'esistenza al suo interno. Discussioni eterne, chiaramente, sulle dimensioni di questo contenuto e di questo confine. Poco importa, è la riprova che non è l'accesso universale ad una verità universale che viene tutelato dal liberalismo. Si tratta di una verità, con un contenuto particolare, specifico, seppur infinitamente più generale e pubblico di tutte le libertà precedenti.

Quindi, a meno che non si vogliano ridurre le idee antidemocratiche e le contraddizioni sociali che le generano a delle forme esogene al presente, bisogna ammettere che la verità universale e quindi la libertà universale, quella il liberalismo vuole ma non riesce a tutelarla. La strada alternativa i liberali se la sono concessa sempre con indiscriminato arbitrio: è quella dell'abuso semantico del feudalesimo, simbolo del "residuo atavico del passato", come categoria tappabuco per ogni contraddizione delle società moderne, dal fondamentalismo religioso in USA a Slow Food**.

A questo punto resta da chiedersi se il liberalismo, pur gravido di contraddizioni che hanno minacciato e continuano a minacciare tutt'ora i suoi stessi principi di libertà, sia almeno proteso verso una lunga, per quanto accidentata, minimizzazione e cancellazione di questi conati o se, lasciato a sè stesso, sia destinato a trasformarsi ciclicamente ed eternamente in un qualche fascismo che ne riveli il "volto autentico", come da copione francofortese. Teoria del crollo o evoluzione? Marx ha il problema, ma non la soluzione.

_____________________________

* Un esempio di critica del contenuto della teoria di Marcuse è fornito sul piatto d'argento dall'articolo dell'autore quando cita l'affermazione secondo cui "superando lo stadio dell'impotenza umana e della penuria di beni: dopo cioè che una società libera è divenuta per tutti una possibilità reale" la repressione, la censura, insomma l'intera questione del rapporto tra violenza e norma, diverrebbe superato. Il vero problema è che quel "dopo" non esiste. Una società va mantenuta produttiva, non basta esserci arrivati. L'idea che il capitalismo traghetti il mondo dalla penuria all'abbondanza è giusta, ma la conclusione che il socialismo possa ignorare il problema di come mantenere, superare e sopratutto governare questa abbondanza la trae Marcuse senza alcun collegamento con il marxismo classico. Le implicazioni di questa erronea interpretazione sono chiare: nel socialismo di Marcuse non esistono problemi di produttività nè di vincoli materiali allo sviluppo. I vincoli materiali, della cui effettiva esistenza al di là dell'ideologia gli hegelomarxisti come Marcuse generalmente non riescono proprio a convicersi, sono del tutto superati. Il socialismo non è quindi un'armonizzazione di lavoro e libertà, ma una vittoria del secondo sul primo, una liberazione "dalla produzione" e non "attraverso la produzione". Utopismo inutile. Questi sono discorsi critici interessanti da fare su Marcuse.


** Caro autore, no, slow food non oscurantista, è il non plus ultra della mercificazione, indipendentemente da quel che ne pensa e vuole Carlo Petrini di cui hai letto i discorsi senza notare che mentre li fa Eataly apre sedi a New York per vendere panini ai veri affamati dell'ideologia della natura che sono i sofisticati brokers di Wall Street, non gli eco-leghisti padani. La tua critica è interessante ma in ultima istanza unilaterale nonché un invito a nozze per la critichetta culturale postmoderna che sicuramente e giustamente disdegni.

pippo | December 13, 2010 2:30 AM

errata corrige: "La prima nota mi sembra una riflessione inutile, sopratutto se si vuol discutere Marcuse nei SUOI -dialetticissimi- termini[...]"

patello | December 13, 2010 2:56 AM

pippo/patello, senza ironia, a me interesserebbe molto leggere una TUA critica di slow food meno "unilaterale" della mia. Poi, se mi spieghi anche per quale ragione "essere il non plus ultra della mercificazione" (qualunque cosa "mercificazione" voglia dire) escluderebbe l'"oscurantismo", te ne sarò molto grato.
Ciao

Luca | December 13, 2010 11:13 AM

Lo farò, ma adesso ahimè sono occupato. Nel frattempo, consiglio questo:

link

patello | December 13, 2010 2:47 PM

A proposito: il testo linkato l'ho letto, e benché sia interessante (più per quel che ci dice su chi l'ha scritto che non su quello di cui parla, peraltro), non riesco proprio a vedere cosa possa contenere di significativo sulla questione di Slow Food. Ne riparleremo, va.

Luca | December 15, 2010 3:31 PM

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