Due note su Marcuse
Ma a questo punto Marcuse, che finora ha seguito abbastanza fedelmente Freud, cambia significativamente linea. La repressione delle due pulsioni non è più necessaria per l'instaurazione della civiltà (qualsiasi civiltà, come diceva Freud): è in realtà funzionale al mantenimento di una particolare struttura storica del dominio. E non è quindi impossibile pensare a una società in cui la repressione, avendo esaurito la sua funzione storica (quella di portare l'umanità dalla penuria all'abbondanza: "superando lo stadio dell'impotenza umana e della penuria di beni: dopo cioè che una società libera è divenuta per tutti una possibilità reale"), divenga inutile. Sarebbe possibile creare una società in cui il tempo liberato dall'aumento della capacità produttiva diventi tempo davvero libero. Ma qui Marcuse si spaccia troppo facilmente dal reale drive della teoria freudiana: che è (non lo dimentichiamo) una versione psicologica della teoria politica di Hobbes. Se esistono delle ragioni psicologiche, o fondate sulla logica dell'azione collettiva, che inducono l'individuo privo di freni (cioè l'individuo 'libero' o 'liberato' nel senso di Marcuse) a comportarsi in modo socialmente distruttivo, allora la repressione (o almeno una certa misura e forma di repressione) sarà sempre necessaria in qualunque società, presente e futura, anche la più giusta e fornita delle istituzioni meglio funzionanti. E' una strada che non porta da nessuna parte, perchè la società 'giusta' o 'libera' non è quella in cui non esistono regole, ma quella dove le regole sono giuste. Ed è la conferma che usare Freud, che è un pensatore - con tutto il suo fascino e la sua profondità - completamente astorico, per costruire una teoria politica progressista, è un'idea del tutto priva di senso.
2) Il saggio su La tolleranza repressiva, del 1965, intende sostenere l'idea che la tolleranza, nata dalla tragedia delle guerre di religione e originariamente strumento positivo di costruzione di una società più libera e più giusta, finisce col tradire il suo scopo originario e con l'assumere una funzione repressiva a tutela dell'ordine costituito nel mondo capitalistico attuale, in cui le armi non sono pari e i dominanti possiedono il controllo dei mezzi di informazione e comunicazione che, soli, servirebbero a garantire che la lotta delle idee possa davvero svolgersi ad armi pari. Siccome la libertà, persino secondo Mill, va garantita non a tutti, ma solo a coloro che siano in grado di servirsene essendo "nel pieno possesso delle loro facoltà", mentre per tutti gli altri, siccome "barbari", è legittimo il dispotismo, Marcuse sostiene che la libertà di parola va garantita, e quindi l'opinione tollerata, solo a condizione che questa parola o opinione vada nel senso del processo di effettiva liberazione dell'uomo: alcune opinioni, azioni, misure politiche non possono venire permesse né tollerate "senza fare della tolleranza uno strumento per perpetuare la schiavitù". Né possono, a quanto pare, essere represse solo nella fase attuativa, dato che secondo Marcuse oggi tra la parola e l'azione l'intervallo è divenuto brevissimo: pertanto le opinioni regressive o fasciste vanno stroncate sul nascere, prima ancora che vengano messe in circolazione. Ovviamente Marcuse non spiega come questo potrebbe accadere e come una censura così occhiuta potrebbe funzionare.
I problemi principali di questa teoria sono secondo me due. Uno, di cui Marcuse è consapevole ma che in pratica non affronta, è la vecchia classica critica liberale all'istituto della censura: chi è che può stabilire cosa può essere detto e cosa no, e su quale base determinarlo? Marcuse sostiene che la distinzione andrebbe fatta (e legittimamente) in base alla distinzione progresso/regresso, liberazione/oppressione; ma a parte il fatto che sarebbe lecito dissentire circa il fatto che una determinata opinione vada classificata in un modo o nell'altro, il problema è che la libertà di parola, come le altre libertà 'democratiche', si fonda sul principio che la verità non è data una volta per tutte, ma si trova, o addirittura si crea, attraverso la pubblica discussione. Se la verità è già data ed è preesistente alla discussione, allora la libertà di parola non ha alcun senso e rappresenta un mero intralcio alla realizzazione del bene sulla terra (è proprio questa la ragione per cui i grandi reazionari, come Donoso Cortés, deridevano la borghesia liberale come "clasa discutidora"), ed è quindi legittimo costringere chi non vede la verità a seguirla (appunto perché, come il bambino o il barbaro o il pazzo, non è nel pieno possesso della ragione). Ma se non lo si crede, e a maggior ragione se si pensa, come Marcuse, che persino la libertà è una creazione storica e progressiva dell'uomo, adottare questa posizione è una contraddizione in termini. Inoltre, Marcuse confonde continuamente la tolleranza, che è un comportamento richiesto a chi detiene il potere o potrebbe detenerlo, dalla mera indifferenza o ricettività acritica, che è invece propria di chi il potere non lo detiene. Non ha senso usare lo stesso termine (tolleranza) per gli uni e per gli altri. La tesi marcusiana per cui chi non detiene il potere non dovrebbe manifestare tolleranza per le opinioni regressive, oppressive o fasciste che provengano dai ricchi, dal potere, o dai media che controllano, è in realtà una critica non alla tolleranza ma all'apatia o al massimo all'accettazione del metodo 'democratico' nella lotta politica, e confondere i due sensi del termine non produce alcun reale beneficio per intendere i termini del problema.