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La tirannia dei valori

Questo saggio del 1960 (nell'edizione Adelphi corredato di una introduzione dello stesso autore e di una postfazione di Franco Volpi tanto istruttiva quanto insopportabilmente apologetica) possiede tutte le grandi doti di sintesi e concentrazione estreme tipiche di Schmitt. Il tema è abbastanza sorprendente, non solo perché in genere gli interessi teorici di S. si erano appuntati su altri problemi, ma in particolare perché all'epoca il vecchio arnese era concentrato sui problemi di diritto internazionale a cui lo aveva portato il suo profondo odio per il nuovo sistema di relazioni internazionali frutto non solo della caduta dell'amato vecchio "regime di Westfalia" ma anche della predominanza, fra gli internazionalisti, delle teorie positivistiche di cui era massimo esponente la sua  bestia nera di sempre, cioè l'aborrito Hans Kelsen. Ma una ragione attuale forse spiega questo interesse eccentrico: i nuovi dibattiti suscitati dalle clausole "sociali" della nuova Costituzione della Repubblica Federale e dai quali S. era, per ovvie ragioni, ufficialmente escluso, potevano essere più liberamente affrontati da un'ottica di tipo filosofico-politico nella quale S. dimostra, una volta di più, una indubbia competenza.

Perché, si chiede S., si parla tanto dei valori? Una volta, osserva, le cose avevano dei valori, mentre le persone avevano dignità. Oggi invece anche la dignità è diventata un valore. Filosoficamente, i valori si caratterizzano per il loro stato: non esistono propriamente, ma hanno una validità: "il valore non è, ma vale" (p. 46). Questo fa sì che i v. tendono con grande forza alla realizzazione, dato che appunto l'essere validi equivale per essi all'esistenza. Nell'introduzione S. spiega che i valori nascono originariamente in ambito economico (teoria del valore, plusvalore ecc.) e che, una volta trasportati fuori da questo ambito, tendono fatalmente a degenerare. Ora, S. rifiuta di spiegare mediante il concetto marxista di ideologia il successo dei valori al di fuori della sfera economica (sarebbe troppo facile, spiega, dire che siccome la società borghese trasforma tutto in merce e denaro, nella mente degli ideologi tutto questo si rispecchia - in termini di falsa coscienza - come filosofia dei valori: p. 47-8). Allora la spiegazione di S. si tiene rigorosamente nell'ambito di una ricostruzione storico-filosofica. Rifacendosi ad alcune analisi di Heidegger, S. sostiene che la filosofia dei valori è nata come risposta alla "crisi nichilistica del XIX secolo", che a sua volta è un prodotto dell'emergere, sul piano culturale, della avalutatività tipica delle scienze naturali, che essendo fondate sul rapporto di causalità, sono intrinsecamente deterministiche (p. 49). Questo finiva col minacciare la libertà dell'uomo e la sua responsabilità. Di qui, cioè come tentativo di creare di nuovo una possiiblità di libertà e responsabilità dell'uomo, nasce la filosofia dei valori: un "surrogato positivistico del metafisico", come lo definisce S. non senza perfidia (p. 50). Il fatto è che i valori richiedono un atto di posizione (Setzung). Ma chi li pone, i valori? La risposta più chiara, ammette S., viene da Max Weber: la posizione dei valori corrisponde a una scelta assolutamente individuale, arbitraria e soggettiva. Tuttavia, se in questo modo l'uomo riafferma la sua libertà e responsabilità di fronte alla avalutatività della scienza, tuttavia questa "libertà puramente soggettiva" conduce inevitabilmente a un conflitto fra i valori, a una guerra di tutti contro tutti al cui confronto "persino l'atroce stato di natura" di Hobbes finisce col sembrare un idillio. [A chi si chiedesse legittimamente perché questa prospettiva spaventi tanto il vecchio sostenitore del decisionismo politico si può forse rispondere che in questo momento S. voleva accreditarsi, in quanto critico del nuovo regime post-Westfalia, come un fautore di una pace vera e dell'introduzione di limiti alla guerra e alle sue distruzioni: un intento che a quanto pare gli è riuscito benissimo] Il politeismo dei valori weberiano diviene una prospettiva apocalittica. Ma di fronte a questa ricostruzione soggettiva, aggiunge S., si sono subito affermati tentativi di fondare oggettivamente la filosofia dei valori. I massimi esponenti di questa corrente sono stati Scheler e Hartmann (p. 51). Ma quale che sia la scala valoriale costruita, resta comunque il fatto che un valore per essere tale deve pur sempre valere "per qualcosa o per qualcuno". Ora, il "pensare per valori" possiede una sua inesorabile logica interna. "Il carattere specifico del valore risiede infatti nell'avere non già un essere, ma soltanto una validità. Ne consegue che la posizione non è nulla se non si impone; la validità dev'essere di continuo attualizzata, cioè fatta valere, se non vuole dissolversi in mera parvenza. Chi dice valore vuole far valere e imporre. Le virtù si esercitano; le norme si applicano; gli ordini si eseguono; ma i valori vengono posti e imposti.  Chi ne sostiene la validità deve farli valere. Chi dice che valgono senza che ci sia nessuno a farli valere è un impostore" (p. 52-3). La filosofia dei valori è dunque una filosofia di "punti" (punti di "attacco"), perchè i valori hanno una natura posizionale che va dal più al meno; anche il valore supremo (mettiamo, Dio) all'interno di una scala di valori ha solo un valore posizionale. Ecco perché è possibile parlare di "trasvalutazione di tutti i valori": perchè in quest'ottica basta una semplice commutazione, dato che un punto di vista per sua natura è soggetto ad essere cambiato (p. 54). Qui un'osservazione linguistica (il fatto che molti filosofi dei valori, a partire già da Weber, usino il termine "punto di attacco", Angriffspunkt) offre a S. lo spunto per passare al suo ultimo tema, la tirannia dei valori. Termini come punto di vista o punto prospettico "sono fuorvianti e danno l'impressione di un relativismo, relazionismo e prospettivismo apparentemente illimitati, e con ciò di altrettanta tolleranza, legata a una sostanziale, benevola neutralità". Ma non appena si capisce che qui è propriamente di attacco che si tratta, ogni illusione cade. Qui sta il "fatale rovescio dei valori": "l'aggressività è connaturata alla natura tetico-ponente del valore, e continua ad essere prodotta dalla concreta attuazione del valore". Così anche l'ambivalenza dei valori diventa sempre più "virulenta" man mano che essi vengono "fatti valere da uomini concreti nei confronti di altri uomini altrettanto concreti" (p. 55-57). Questo tra l'altro dimostra (anche perché la pretesa di "neutralità" rispetto ai valori non è che la scimmiottatura della avalutatività della scienza) che introdurre dei valori 'oggettivi' non ha funzionato, né poteva funzionare, per sottrarre le scienze dell'uomo alla crisi nichilistica (anzi: anche l'avalutatività delel scienze può diventare un valore, magari un valore supremo, e nulla può impedire "di condannare come antiscientifica, antiprogressista e nichilistica l'intera filosofia dei valori", p. 60). Non basta, dice S., "occultare i soggetti e far tacere i portatori di valore" i cui concreti interessi sono anche il "punto di attacco" del valore. "Nessuno può valutare senza svalutare, rivalutare e valorizzare. Chi pone i valori si è già in tal modo contrapposto ai non-valori. Non appena il contrapporre e il far valere diventano davvero una cosa seria, la tolleranza e la neutralità illimitate dei punti di vista e dei punti di osservazione intercambiabili a piacere si ribaltano subito nel loro opposto, cioè in ostilità.  L'anelito del valore alla validità è irresistibile,  e il conflitto tra valutatori, svalutatori, rivalutatori e valoizzatori è inevitabile" (p. 59). Insomma, la filosofia dei valori diviene un'altra arma, un "nuovo aggeggio dell'arroganza" (p. 58). Ecco perchè già Hartmann parlava di una "tirannia dei valori": come potrebbe infatti la cosa andare diversamente? Non ha forse il valore superiore il diritto di affermarsi a spese di quelli inferiori, per non parlare dei non-valori? Questa finisce poi per essere, paradossalmente, una "realizzazione dei valori che distrugge i valori stessi". La tirannia dei valori altro non fa che esacerbare l'antica lotta delle convinzioni e degli interessi. Infatti, nella logica dei valori un prezzo non è mai troppo alto per affermare il valore superiore su quello inferiore, o il valore sul non-valore. Il fine giustifica sempre il mezzo: prima invece, quando "la dignità non era ancora un valore ma qualcosa di essenzialmente diverso", non era così, l'affermazione che il fine giustifica il mezzo era ancora un'eresia o uno scandalo. Scheler invece ha addirittura affermato che "la negazione di un valore negativo è un valore positivo": siamo alla giustificazione filosofica dell'annientamento dell'avversario. "La frase di Scheler consente di ripagare il Male con il Male, trasformando così la terra in un inferno, ma l'inferno in un paradiso dei valori" (p. 64). E qui S. mette la sua zampata: "la teoria dei valori festeggia i suoi autentici trionfi nel dibattito sulla questione della guerra giusta", perché quando la guerra si combatte tra valori l'unica possibilità è l'annientamento, e tutti i rimedi al pieno dispiegarsi della violenza bellica messi in campo dal vecchio ius publicum europeeum vanno a farsi benedire (p. 65).

Non so ancora quanto questo discorso abbia a che fare con le questioni della modernità, del novecento, del postmoderno di cui abbiamo spesso parlato su questo blog, ma sospetto che sia molto.

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Commenti

Vabbé, altri soldi spesi in libri. Luca, ridurrai i miei bimbi a pietire il pane sul sagrato della chiesa, mentre il padre dissipato scialacqua i pochi beni che son rimasti alla famiglia. ;-)

Stefano | September 20, 2010 10:24 AM

Dai, chiederemo l'elemosina insieme. :)

Luca | September 20, 2010 10:52 AM

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