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Come criticare il capitalismo - (2)

Ho letto i commenti di Francesca, LucaV e Stefano qui e qui e - non lo dico per piaggeria - non solo ho imparato un sacco di cose che non immaginavo nemmeno, ma per la prima volta ho anche avuto un'idea di come il lavoro che da anni stiamo facendo sul blog può apparire ai lettori. Solo che in molti casi alle domande che ha fatto LucaV io non so proprio cosa rispondere. Ad esempio, quando scrive

 in realtà una gran parte o forse la maggior parte dei post di questo blog (...) è dedicato al commento di zambardinate, repubblicate, petrinate e affini. E inoltre, ho l'impressione - Luca mi può anche smentire, ma secondo me è così - che molto spesso la critica non vada molto oltre il verificare la corrispondenza tra le dichiarazioni del Petrini di turno e una qualche *formula* di interpretazione (ad esempio, appunto le categorie marxiane di "socialismo reazionario", "socialismo piccolo-borghese", etc.). Questo andava anche bene per iniziare, ma se si RESTA lì è un discorso del tutto astratto, e in quel caso siamo proprio noi che restiamo ingabbiati in formule e automatismi

mi viene il dubbio che abbia ragione (almeno quanto alle cose che scrivo io). Io ci provo, ad andare oltre; ma che ci riesca, non lo so davvero. Ma questo è un dubbio mio personale e poco importante. Veniamo ai punti davvero significativi (secondo me).

Così, quando LucaV scrive

E' vero che Marx e Engels hanno speso un numero considerevole di pagine del “Manifesto” ad analizzare e criticare le varie forme di socialismo ‘reazionario’, ‘utopista’, ‘conservatore’, etc., però ne hanno spese anche di più - e Marx ne ha spese MOLTISSIME di più nelle altre sue pubblicazioni - ad analizzare e criticare il modo di produzione capitalistico e la politica degli stati borghesi del suo tempo. Questo per dire che secondo me per ‘difendere’ il marxismo (l'umanismo, il liberalismo, l'illuminismo) e dunque per capire cosa queste cose possono essere OGGI, non è sufficiente contrastare i 'socialismi reazionari' odierni, ma è necessario mettersi al passo con i tempi anche nella comprensione dell'antagonista "principale"; ossia: cosa fanno e come si comportano la ‘destra’ e il ‘capitale’ oggi nel mondo, in relazione con le attuali trasformazioni tecnologiche, produttive, sociali, geo-politiche, etc. etc.? Siamo in grado di fornire di questi fenomeni una lettura plausibile in alternativa alle formulette banalizzanti che oggi tengono campo? I deficienti che pensano che basti pronunciare la parolina “neoliberismo” per capire tutto di come vanno le cose puntano involontariamente il dito su un’evidenza, e cioè che dagli anni ‘70 ad oggi, a livello di organizzazione della struttura materiale e di assetti di potere QUALCOSA è successo, e che dunque, capire CHE COSA sia un’esigenza primaria (come emerge chiaramente anche dal lavoro di studiosi seri come Krugman, Castells, Boltanski e Chiapello...). A me sembra che, sebbene tutto questo sia molto chiaro in linea di principio, in realtà nella pratica vada un po' perso, e che che il dispiegamento di attenzione critica nei confronti della "sinistra reazionaria" vada generalmente a scapito di un approfondimento critico sull’altro versante. E questo, temo, potrebbe rischiare di dare come esito quello di non essere in grado di contrapporre all’attuale degenerazione nient’altro che il rilancio di un generico schematismo riformista o progressista che potrebbe essere totalmente inadeguato a capire cosa realmente sta succedendo e cosa fare,

io credo che di risposte ce ne sarebbero tante. Ometto la più ovvia: che la mia ammirazione per Marx non implica affatto che il sottoscritto pretenda di saper fare quello che ha fatto Marx. E ometto anche un'altra risposta, meno scontata, che cioè l'obiettivo di questo blog è la critica della cultura, non del capitalismo, benché la cultura di cui si parla sia appunto la cultura del capitalismo (qualunque cosa quest'ultimo sia). Ma forse posso partire da un altro punto. Infatti sempre Luca ha scritto anche quanto segue:

va bene, la volontà di combattere la corruzione è quello che in teoria destra e sinistra dovrebbero o potrebbero avere in comune, ma la sinistra in più ha la responsabilità di occuparsi ANCHE dello sfruttamento, altrimenti che sinistra è?

A me pare che questo argomento - lo sfruttamento - richieda un chiarimento preliminare. Sappiamo tutti che Marx una teoria dello sfruttamento ce l'aveva: cioè, non si limitava a indicare col dito il Padrone e lo Sfruttatore e la Multinazionale e il Cattivo, ma spiegava qual era il meccanismo, la dinamica, che produceva lo sfruttamento e insieme tutto l'insieme dei rapporti sociali. E si è trattato della materia alla quale ha dedicato la maggior parte del suo tempo e delle sue energie. Bene, noi ce l'abbiamo una teoria analoga? Perché , senza una teoria dello sfruttamento, parlare di sfruttamento significa parlare a vanvera. L'esistenza di ingiustizia, povertà, penuria e al contempo di ricchezze vistose e ostentate non significa affatto che ci sia 'sfruttamento' - non almeno finché non siamo in grado di spiegare come si producono l'una e l'altra e perché la loro compresenza sia necessaria alla riproduzione degli attuali rapporti sociali. Io credo che noi una teoria del genere non ce l'abbiamo: né possiamo riutilizzare quella di Marx, perché sfortunatamente la teoria dello sfruttamento di Marx si basa su premesse errate (la dottrina del valore) e non funziona. Ma allora che senso ha parlare proprio di sfruttamento?  Perché invece non parlare di cose come eguaglianza, giustizia, libertà dal bisogno? O tornare magari a parlare delle diadi 'novecentesche' menzionate da Francesca,

lavoro/capitale, destra/sinistra, tradizione/emancipazione, arte/natura ect ?

Va da se' che a mio parere un discorso analogo vale anche per la critica del 'Capitalismo'. Qui mi sembra che sia LucaV sia Stefano (benché da due posizioni dissimili) diano per scontato che una cosa come il 'Capitalismo' non solo esista, ma che si sappia benissimo e con precisione cosa sia.  A me invece pare che una cosa sia il 'capitalismo' americano e un'altra ben diversa quello cinese, una cosa quello italiano e un'altra ben diversa quello inglese o tedesco o francese o sudafricano o vattelapesca. E se vogliamo parlare del neoliberismo, a cui en passant Stefano sembra attribuire un qualche ruolo causale nella crescita dell'illegalità o dei comportamenti opportunistici in Italia: dico, ma qualcuno l'ha davvero visto, anche da lontano con un telescopio, il 'neoliberismo' in Italia?

Per concludere su questo punto: l'unica cosa di cui sono davvero sicuro (lo so, non è una grande scoperta), è che la 'cultura' italiana della 'sinistra', quella dei Sofri, degli Scalfari, dei Petrini ecc., non è 'alternativa' o critica a un emerito piffero, sfruttamento, capitalismo o neoliberismo che sia, ma è assolutamente e perfettamente organica al sistema attuale.

Quando poi LucaV scrive che "dovrebbe essere chiaro che la risposta ai “saperi anti-moderni” e agli “anti-valori anti-umanisti” non possa consistere in una semplice riproposizione statica dei concetti "moderni" e "umanisti"", mi sembra che sia in sintonia con quel che scrive Francesca in un altro punto, cioè che "il Novecento è finito e non tornerà". Ora, se con 'Novecento' ad esempio intendiamo "la nozione o speranza che la Storia si fabbrica" - che per l'appunto mi sembra una descrizione illuminante di cosa esattamente manca o è stato espressamente rimosso nelle idee dei reazionari de sinistra nostrani, a cominciare dai Petrini e quelli come lui -, be', perché sarebbe finita e non dovrebbe più tornare? Anzi, se c'è un programma POLITICO che mi sembra promettente, sarebbe proprio quello di ficcare nuovamente nelle teste dei nostri concittadini quella nozione o speranza novecentesca. In ogni caso, il punto non mi è del tutto chiaro [A proposito, a un certo punto mi sembra che Francesca si contraddica: quando dice che il Novecento non tornerà e in un altro punto scrive "Dunque prendiamo il "post-novecento" dal ripostiglio o piuttosto dalla poubelle della storia GIA' fabbricata: la prendiamo nel PRE-novecento (e dunque ci candidiamo a riprodurre il NOVECENTO stesso che pourtant ci facciamo un punto d'honore di execrare)". Immagino che il Novecento che ci si candida a riprodurre qui sia il Novecento delle guerre mondiali, dei totalitarismi, dei gulag e dei campi di sterminio, e non quello che vuole fabbricare la storia?]

Veniamo adesso all'importanza dei sinistresi attuali. Premesso che non mi sogno nemmeno di negare che un conto sono i Foucault e i Baudrillard e i Marcuse, e magari anche i Negri e gli Zizek, pur con tutti i loro limiti, e un altro conto e ben diverso i Sofri jr, i Petrini e gli Scalfari, qui la risposta più vera e più onesta è che nessuno da solo può seguire tutti i filoni di ricerca aperti in questo blog (lo dico senza immodestia, anche perché non è merito mio). Io di certo non ne sono capace. Per far fare un salto vero al lavoro, come giustamente ripete da tanto tempo Francesca, occorre in primis un lavoro collettivo (quale in fondo il blog volva essere fin dall'inizio, anche se poi per ragioni  varie non lo è stato) e in secundis un lavoro fatto fuori dal blog. Idee? Suggerimenti? Candidature?

Aggiungo solo un paio di altre cose. Ha ragione Stefano quando scrive che dai Foucault ecc. non c'è filiazione diretta o automatica ai Petrini ecc. Questo però nessuno si è mai sognato di dirlo. Del resto, il problema a cui lui subito dopo accenna (cioè la necessità di capire fenomeni complessi anche con le magre risorse di cui ciascuno è dotato) è un fenomeno tanto poco nuovo che ne parlava già Max Weber ne La scienza come professione, dove lo chiamava "disincanto del mondo" (e altrove "razionalizzazione"). Sono poi d'accordo con Francesca quando scrive (1) che dedicare attenzione ai Foucault ecc. significa appunto evitare di applicare automatismi e semplificazioni e (2) che non è possibile nessuna "critica del capitalismo" "se prima non togliamo di messo quella piccola borghesia 'di sinistra' che sta a Dorian Gray come Berlusconi al suo ritratto, come un parassita al suo ospite". A questo proposito, Stefano obietta che la piccola borghesia 'ventosa' non impedisce a nessuno di parlare o di incidere sul dibattito pubblico, e invece a suo avviso quel che conta è la comunicazione. Bene. Ma non pensa Stefano che la 'comunicazione' di cui parla qui sia non già quella dei partiti di sinistra (di cui non a caso si dice sempre che "non sanno comunicare") ma quella degli "specialisti" della comunicazione? Se la 'comunicazione' italiana è satura di piccoli borghesi ventosi che sono convinti di sapere essi soli, loro, cosa sia 'politica' e cosa 'opposizione', questo diventa eccome un problema per la politica vera: per quella di sinistra, almeno. Così, ad es., la storia dei papiri faraonici citata da Francesca è illuminante: di due anni di opposizione parlamentare del PD non ha parlato nessun giornale, né di destra (ovviamente) né di sinistra e - aggiungo io - nemmeno il giornale ufficiale del PD (!); tanto che il PD per disperazione finisce per pubblicarne una sintesi di 12 pagine. A quel punto alcuni giornali (mica tutti) se ne accorgono e dicono "ah, però, bravini, qualcosa l'hanno fatta davvero, certo che però non sanno comunicare": ma non passa mica per l'anticamera del cervello a nessuno che a comunicare ci dovrebbe pensare, chissà, vuoi vedere, il 'mondo della comunicazione', a cominciare dai giornali. Già, com'è che del lavoro in aula parlamentare se ne fottono tutti quanti, i piccoli borghesi 'ventosi' che infestano i giornali italiani? Forse perché hanno deciso da tempo che la Politica non si fa nelle aule e nelle commissioni (quella è roba da manovali o da tecnici), ma si fa per strada, in piazza o in redazione? Cioè che la Politica non è la politica, ma è lo spettacolo? Ora, se le cose stanno così (e a me pare proprio che stiano così) non è questo per l'appunto un caso di piccola borghesia ventosa che impedisce a chi vuole fare la politica vera di incidere realmente? Questo E' un problema, ma un bel problema davvero. Ed è un problema sicuramente nostro, ma probabilmente non universale. Perché quel che Stefano aggiung dopo (cioè che "non esiste giornale al mondo che possa aiutare qualcuno a farsi le basi per capire qualcosa. E'il logos giornalistico  cheintrinsecamente è inadatto a ciò. E i giornalisti sono per definizione degli ignoranti") è sbagliato: non solo all'estero esistono giornali che aiutano chi lo vuole a farsi un'opinione informata di un argomento qualsiasi (yep, anche di quelli complicati e difficili), ma non esiste un 'logos giornalistico' o un destino scritto nel DNA che obbliga i giornalisti ad essere cialtroni. Sono i nostri giornalisti che hanno voluto e vogliono essere cialtroni, e lo sono diventati dopo un lungo e tenace sforzo esercitato in primo luogo su se stessi.

Ho paura, per finire, che per non peccare dell'"astrattezza" da cui giustamente ci mette in guardia LucaV bisogna precisamente non trascurare i dati concreti della cultura, dell'ideologia o della civiltà (a seconda di quale concetto preferite) che abbiamo di fronte. Tra questi dati rientrano senz'altro i sinistresi italiani contemporanei, e quindi andranno studiati anche loro. Ma cosa vieta, mi chiedo, di leggere e studiare ANCHE i loro ignorati antecessori, i Marcuse i Foucault eccetera, e ancora più indietro, ai reazionari dell'Otto e Novecento (da Maistre a Heidegger), ai socialisti e tutto il resto? Quello che ci serve davvero per fare questo benedetto salto in avanti è una cosa sola: un programma di lavoro. Dalla teoria alla praxis, come si diceva una volta!

 

Commenti

Una cosa alla volta.
Giornalismo. No. All'estero non esistono giornali capaci di sostituire un trattato.
Vabbé, dirai, ma mica si chiede un trattato.
E invece, si. Perché il èproblema è proprio questo. Per poter fare un discorso ragionevole bisogna sapere un bel po' di cosette. E la vita dell'uomo è disperantemente troppo corta rispetto a quello che si dovrebbe sapere e, sopratutto, sentire. Che differenza c'é tra la tua laurea in legge e l'Avvocato nel cassetto? Solo un dato quantitativo di nozioni? No, c'é la differenza tra aver acquisito (anche con 20 anni di professione, la laurea non basta) la sensibilità giuridica e sapere che le delibere di condominio si impugnano in certi casi. Aver letto, anche diligentemente, l'avvocato nel cassetto non ti fa giurista.
E aver senza andare all'estero, aver letto il Sole 24H che direi essere un buon giornale non ti fa economista.
Leggendo il Sole puoi orecchiare magari meglio qualcosa. Ma resti un ignorante. E' significativo che anni fa proprio il Sole avesse pubblicato un libretto "Come leggere il Sole 24h". Siccome nel complesso sono giornalisti seri, si resero perfettamente conto che il giornale non basta.
Vogliamo ravanare nel tempo? L'Ami du peuple di Marat ti pare che abbia consentito un dibattito sereno ed equilibrato? Ah, ma era estremista.
Il che non giustifica le cialtronate dei giornalisti nostrani, per l'amor di Dio.
Ma è, me think, radicalmente sbagliato pensare che il problema mostruoso del gap che esiste tra competenze necessarie per decidere in una società moderna e competenze concretamente conseguibili dai cives possa essere colmato da un ben fatto.
Disincanto del mondo. Non è proprio la stessa cosa.
Il problema è che la quantità di nozioni circolanti e rilevanti aumenta molto di più della capacità dell'uomo di assorbirle.Un esempio? Il Manuale dell'ingegnere della Hoepli. La prima edizione di fine '800 era un librino alto si e no un dito indice (in orizzontale); negli anni '70 il dorso era alto un palmo; oggi sono tre volumi ognuno con il dorso più alto di un palmo. E l'impostazione è sempre quella: una cosa per ingegneri, pratica pratcia, per avere sottomano le informazioni che servono nell'esercizio quotidiano della professione, magari tenendolo in tasca se sei in cantiere (con i tre volumi diventa difficile...).

Comunque, sarà pure una banalità questa osservazione, posso convenire. Ma data questa banalità su cui, proprio essendo una banalità, suppongo tu possa convenire, pensi che questo banale problema possa essere risolto ipotizzando un "La Repubblica" non petriniano e non ventoso?

Cioé, pensi seriamente che se La Repubblica fosse fatta meglio potrebbe colmare il gap conoscitivo in cui tutti noi sguazziamo ogni giorno e che ogni giorno si aggrava?

Ci si domanda da dove salti fuori Petrini.

Escludiamo che Petrini, Sofri e compagni siano spiegabili solo come dementi che per arcane ragioni hanno preso il sopravvento. Non sarebbe una spiegazione più soddisfacente che sostenere che essi sono i rappresentanti delle forze del male.

Io propongo una possibile lettura (che può essere certamente sbagliata, ma mi gusterebbe che su questo oggetto giungessero le eventuali osservazioni).
E cioé che, in particolare Petrini e gli ecologisti "spirituali", tentino di risolvere il problema del gap conoscitivo negandolo e cioé dicendo "se utilizzo una macchina -anche in senso figurato di macchina sociale- più semplice la posso capire e quindi non ne sarò schiavo".

Follie? Forse. Di certo poco concrete.
Ma ipotizzo che ci sia qualcosa, al fondo di questi ragionamenti, di simile al fastidio che provai quando passai da DOS a Windows. Prima mi pareva di capire più o meno cosa facesse il computer; dopo, con XP, non riuscivo nemmeno a capire con che logica bislacca venivano archiviati i file. Ho rimpianto a lungo DOS e ho fatto lunghe geremiadi che, poinfondo, XP non mi dava nulla di significativamente meglio di DOS.

Il problema esiste. Per partecipare significativamente alla vita democratica dovrei sapere un sacco di cose di cui non so assolutamente nulla. E allora cerco di creare categorie generali (il Buono, il Cattivo, la Multinazzionale) con cui cercare di leggere quel che mi sta intorno e DECIDERE.

La possiamo mettere anhe in termini più generali. Il sapere scientifico ci ha consentito di sapere un sacco di cose in più; ma poiché il sapere scientifico ha il pessimo vizio di tacere rigorosamente su quello che non sa (ed è la sua grande virtù), ci sono campi enormi in cui si è in una situazione di ignoranza peggiore di quella che poteva avere un uomo medievale. Perché costui un criterio per decidere (criterio falso, giusto, non importa: aveva un crierio) lo aveva.
Io no. (E, con tutto rispetto, nemmeno tu).

Voto Berlusconi o Prodi? Beh, non puoi dire: non ho elementi per decidere (perché questa è, in realtà, la situazione che tutti noi viviamo). E allora ti arrangi con quel che hai. Berlusconi è ladro e puttaniere? Suppongo che non sarà un buon governante (Nb: i fatti mi danno pure ragione).
Non che questa deduzione abbia la benché minima tenuta, sia chiaro. Ma non ho altro.

Oppure posso fare un'altra cosa. Leggo l'ultimo articolo della Lunardon sulla nullità in diritto del lavoro su ADL e mi incazzo come una biscia. Poi nello stesso numero leggo pure l'articolo sulle nullità di Tosi e corro dal medico affetto da orchite fulminante.

Ma almeno SO perché mi incazzo e perché non condivido una riga di quel che scrivono, a cominciare dal metodo.

Ma per potermi incazzare con la Lunardon e/o con Tosi non mi è bastato l'Avvocato nel cassetto.

Tomorrow I'll continue.


Il problema, probabilmente esisteva anche nell'800, ma oggi la forbice si è spaventosamente allargata.

Stefano | September 7, 2010 6:41 PM

Fretta, maledetta freetta.
Ok, mi incazzo (a ragion veduta) con la Lunardon.
Ma è solo un tassellino, piccino picciò.
Se scriverò qualcosa su 'sta faccenda delle nullità non avrò risolto i problemi del mondo, ma avrò portato il mio mattoncino.

Stefano | September 7, 2010 6:46 PM


Vogliamo "studiare" i sinistresi?
Magnifico.
Allora, però, sarà utile cercare di capire quali sono le esigenze che li spingono a dire certe cose.
Nessuno, nemmeno Petrini, parla senza una qualche ragione.
Qual'è la ragione che muove Petrini a parlare?
Perché bisogna distinguere tra il problema che taluno affronta e la soluzione che offre.
E non è nemmeno infrequente che le analisi siano di gran lunga più pregevoli delle soluzioni adottate.
Se vogliamo parlare di "cultura" NON possiamo adottare un atteggiamentodi tipo porcessuale. In un processo i motivi che spingono taluno ad agire sono del tutto irrilevanti. Quel che conta è solo il petitum immediato che sarà accoglibile o meno in funzione della sua rispondenza a determinati parametri. E quindi il discorso processuale, necessariamente, si sviluppa a prescindere dalle ragioni del chiedere.
Es. se Tizio agisce per l'accertamento di una avvenuta usucapione è irrilevante se lo faccia perché vuole onorare la memoria del nonno che per tanti anni coltivò quel campo o perché vuole fare un dispetto al vicino che, tornato dopo tanti anni dall'Argentina, ha avanzato pretese su quel pezzetto di terra che dal tempo nonno dell'attore sino all'attore, in perfetta malafede, ma ne vi ne clam, la famiglia dell'attore ha utilizzato per stenderci la biancheria.
Questo disinteresse per le ragioni e le domande fondamentali va benissimo nel processo. Non funziona o è gravemente limitativo se vogliamo fare "critica della cultura".
Dire che vi sono chiari elementi di conservatorismo in certi discorsi della sinistra è osservazione giustissima.
Ma perché dei presunti progressisti fanno discorsi conservatori se non francamente reazionari?
Fermarsi al "fanno discorsi reazionari, ergo anatema sit" mi pare francamente riduttivo. Anche perché
a) chi siamo per lanciare anatemi a chicchessia;
b) chi se ne frega di lanciare anatemi (W Paolo Sarpi).

Può essere, invece, interessante notare che TUTTA la sinistra è diventata conservatrice. E ciò non è avvenuto (ME THINK) perché Repubblica ha sciacquato il cervello alle masse, ma perché obbiettivamente vi è un interesse forte e serio a conservare certe cose.

Sai benissimo che non ho alcuna simpatia per quelli della FIOM. Ma è innegabile che oggi al sindacato si sta chiedendo di rinunciare a qualcosa che prima aveva (ad esempio, l'irresponsabilità contrattuale che, come insegna la nascita delle società a responsabilità limitata, è un privilegio da tutti ambito). Possiamo valutare questa richiesta di rinunciare a qualcosa come perfettamente ragionevole (e così credo che sia): ma, attenzione, a fronte di una richiesta di rinunciare a qualcosa chi non intende consentire a tale richiesta è un conservatore perché, appunto, vuole cosnervare qualcosa che già ha e che oggi gli si chiede di abbandonare.
Quando la sinistra grida in modo più omeno confuso "W la Costituzione" sta facendo un ragionamento conservatore: Berlusconi vorrebbe cambiare la Costituzione materiale (ci è già riuscito in parte) e formnale del Paese. La Sinistra NON vuole questo cambiamento (e me think, ha tutte le sacrosante ragioni per non volerlo). L'accusa alla Sinistra di essere conservatrice è, tuttavia, fondata.
Ora, se ignoriamo il perché la gente che tanto critichiamo è mossa a dire e/o fare certe cose rischiamo di fare, per dirla in processualese di legittimità, un bellissimo discorso rescindente, ma del tutto inutile sotto il profilo rescissorio.
Quando mi dici che il problema del disincanto del mondo ha più di un secolo (al di là del fatto che non stavo parlando del disincanto del mondo che è un problema diverso rispetto al gap conoscitivo, perché il disincanto del mondo attiene alla attribuzione di senso dell'esperienza, non alla sua leggibilità) liquidi il mio discorso dicendo, in buona sostanza, "E' una banalità".
Ok, è una banalità. Ma, proprio perché è una banalità allora l'omissione di questo ovvio pezzo del ragionamento diventa ancor più grave.
Se vogliuamo studiare i sinistresi rispetto al disinacanto del mondo dovremmo dire "Premesso che è diffuso un disincanto del mondo, e che il disincanto del mondo fa star male la gente, il sinistrese Pinco Pallino cerca di superare il disincanto del mondo proponendo (di mangiare peperonata di Asti, frapporsi tra le baleniere e le balene, fare un girotondo) etc etc.

Di nuovo PERCHE' (quali ragioni portano a) far sì che i giornali siano pieni di banalità? Perché i giornali non raccontano quello che fanno i parlamentari del PD?
Perché sono adepti del Male?
No, non considero che quel di cui si sta parlando è la comuncazione dei giornali di sinistra. Perché, dopo che abbiamo detto che sono filistei, ventosi, puzzoni e chi più ne ha più ne metta, non abbiamo ancora detto nulla sul perché questi sono portati a fare così.

Non potete dirmi contemporaneamente che bisogna enucleare quali sono le strutture produttive che reggono certi fenomeni sociali e al tempo stesso dirmi che è solo un problema culturale, che da qualche parte c'é un bug culturale che fa sì che i giornalisti di Rep siano insipienti.

Stefano | September 8, 2010 9:50 AM

Comincio dall'inizio, un po' per volta. Quando ho scritto che il problema della leggibilità del mondo è un problema vecchio e a riprova citavo Max Weber, non avevo la minima intenzione di dire che fosse una banalità: tutt'altro, è un problema vecchio e come tutti i problemi vecchi è serissimo, visto che con tutt'evidenza ancora non è stato risolto. C'è invece, secondo me, da chiedersi perché un tempo la sinistra riteneva che il rimedio a quel problema fosse l'educazione (l'istruzione universale) e oggi propende invece per il cazzeggio; perchè una volta la scelta era "diamo agli ignoranti gli strumenti per capire quello che succede" e oggi invece è "siccome non capiscono nulla, diamogli la merda".
Quanto ai giornali ecc.: se tu dici che nessun giornale può formare uno specialista, dici una cosa senz'altro vera: nessuno può diventar medico o avvocato leggendo un giornale; ma questo obiettivamente è un discorso un po' diverso da quello che facevo io. Io mi sono limitato a dire che contrariamente a quel che avevi scritto tu prima, non è vero che sui giornali non si possa "aiutare qualcuno a farsi le basi per capire qualcosa": si può benissimo spiegare chiaramente al layman, in mezza pagina, cosa sono gli Ogm o cos'è un contratto collettivo o il significato di una sentenza, senza menare il can per l'aia e magari indicando anche i riferimenti per saperne, se si vuole, qualcosa in più. Non solo si può benissimo farlo, ma lo si FA correntemente: si fa sul NYT, si fa sulla FAZ, lo si fa dovunque - tranne che da noi.
E' chiaro che la spiegazione del perchè i Petrini trionfano non consiste nel fatto che i giornali italiani fanno schifo: non solo non mi sono mai sognato di dire una cosa del genere, ma dico, tutto al contrario, che entrambi i fenomeni sono l'effetto della medesima causa. I due fenomeni mi interessano relativamente, è la causa che mi interessa davvero. Solo che non so ancora qual è.
Quanto al resto, anticipando solo un poco (ho bisogno di tempo per risponderti in dettaglio), nota che della "comunicazione" non ho parlato io, ne hai parlato tu; e io non dico affatto che la comunicazione dei giornali italiani sia IL problema, solo che secondo me è UN problema, mentre la pretesa incapacità o inettitudine a comunciare dei partiti di sinistra non lo è.

Luca | September 8, 2010 11:18 AM

Noto con maligna soddisfazione che stai convenendo con me sulla parte fondamentale del discorso :-)

Quanto agli accidentali.
No, un giornale non ti permette di saperne abbastanza degli OGM. Esempietto semplificante per capirsi.
Notizia 1. John Appleseed (XV) annuncia che è stato inventato un nuovo seme di melo che ha la capacità di risalire il corso dei fiumi da solo. Magnifica cosa, avremmo mele in abbondanza per tutti. Il seme effettivamente funziona (in ipotesi).
Notizia n.2 John Fearing annuncia che i meli ostacolano la crescita del celebre (ed insipido) mirtillo americano. John Fearing rappresenta la sua preoccupazione per l'impatto del melo OGM autorisalente i fiumi sui cespugli di mirtillo. Supponiamo che sia vero che dove crescono meli i mirtilli crescono poco e male.
Ora, per decidere se limitare l'utilizzo il nuovo seme di melo per preservare il mirtillo americano non bastano le due informazioni di cui sopra, ma è necessario capire QUANTO il melo ostacoli il mirtillo. Senza questa informazione la valutazione è necessariamente fallace.
Sapere QUANTO il melo ostacoli il mirtillo non lo ricavi da un giornale, ma da una laurea in biologia.
Non è poi vero che i giornali italiani non abbiano i loro "approfondimenti". Il punto è che sono radicalmente inadeguati.
Mi spieghi come fai a sintetizzare in una colonna di giornale il problema della efficacia del CCNL di diritto comune?
Ma se non capisci qeusta cosa, ogni discorso su Pomigliano e su Melfi diventa aria fritta.

Perchè una volta la scelta era "diamo agli ignoranti gli strumenti per capire quello che succede" e oggi invece è "siccome non capiscono nulla, diamogli la merda".
Complicato.
Però alcune cose si possono notare.
A) Prendere atto (o supporre di prendere atto) di quel che vuole la "ggente" è un derivato di quel che si legge in qualsiasi manualino di 50 pagine di marketing (tipo quelli che compri in autostrada). In effetti, se vuoi vendere, è poco conveniente cercare di cambiare la testa dei consumatori: dagli quello che vogliono costa decismente di meno (caso pratico: transigere o proseguire la causa: la prima opzione comporta perdere moolto più tempo a spiegare al cliente la svantaggiosità del proseguire la causa, più tempo che scrivere una conclusionalina piatta piatta).
Alcuni possono avere la capacità di fare investimenti per creare nuovi bisogni; ma in Italia parrebbe che non ci siano abbastanza soldi per farlo.
B) Voler elevare gli ignoranti è una ambizione eroica. Per varie ragioni, spesso piuttosto ben analzzate dagli scrittori reazionari, l'eroismo è stato espulso dal nostro mondo. Va pure aggiunto che quando si è voluto reintrodurre troppo il concetto eroico si son creati disastri. Ma resta che l'eroismo è più o meno vietato nel nostro mondo. Senza una tensione eroica, ti limiti ordinatamente a rispettare le idee altrui (nota: le idee! non le persone) e non ti azzardi assolutamente a mettere in discusssione le altrui chiavi di lettura.
C) Insomma, fare la cosa più comoda appare essere economicamente più vantaggioso e financo moralmente più degno (perché rispettoso). Difficile in un contesto del genere assumere l'eroico compito di elevare qualcuno.

Stefano | September 8, 2010 12:16 PM

Dopodiché, mi piacerebbe sapere dov'è che io o qualcun altro qui avrebbe manifestato indifferenza per le RAGIONI per le quali i sinistresi parlano come parlano e dicono quel che dicono. Mi correggerai se sbaglio, ma a me sembra, tutto al contrario, che la cosa davvero interessante è scoprire perché lo fanno.
Se lo facciamo - e a me, riscusami se lo dico, sembra proprio di averlo fatto fin dall'inizio - scopriremo non solo che molti sinistresi lo fanno perché mossi dalle migliori intenzioni personali - MOTIVI -(lottare contro la povertà, le ingiustizie, ecc.), e in secundis che lo fanno in quel modo (che è non solo del tutto inefficace a raggiungere quei goals, ma addirittura controproducente) perché indottivi da RAGIONI culturali e non. Ho parlato di ideologia perché quel concetto mi è sembrato particolarmente utile per analizzare il comportamento di persone che dicono di voler rovesciare un sistema con mezzi che lo rafforzano, e lo fanno esattamente perché ignorano (volontariamente) cos'è il sistema che dicono di voler combattere e come funziona. Puoi usare se vuoi altri concetti o strumenti, se preferisci, ma il punto secondo me è quello.
E a questo punto, la tua tesi - cioè che "Non potete dirmi contemporaneamente che bisogna enucleare quali sono le strutture produttive che reggono certi fenomeni sociali e al tempo stesso dirmi che è solo un problema culturale, che da qualche parte c'é un bug culturale che fa sì che i giornalisti di Rep siano insipienti" - si confuta da sola: NESSUN problema in generale, e in particolare nessun problema della sinistra ventosa nostrana, è mai SOLO culturale, e per converso dire che esiste un problema culturale non esclude affatto, ma anzi implica, che esistano certe strutture produttive che producono determinati assetti sociali e politici. Non so se mi sono spiegato: ma veramente, se non è chiaro dimmelo, perché vuol dire che non ho mai spiegato in quattro anni cosa vado facendo, o almeno quello che vorrei fare.
La parte su conservatori/progressisti/reazionari ecc., che peraltro mi sembra meno importante nell'economia del tuo discorso (un semplice excursus), è invece un tantino sofistica :)) Non si è "conservatori" solo perché si difende un certo assetto esistente e non si è "progressisti" solo perché lo si combatte: al contrario, sin da quando questi termini si sono affermati nella teoria politica, si sa benissimo che è la natura (progressiva o meno) dell'assetto che si difende o si attacca, e non il mero fatto che questo assetto sia già realizzato o meno, che definisce una parte come conservatrice o progressista.
Semmai, è interessante un altro fatto (notato da Hirschman in "Retoriche della reazione"): che, quando i progressisti difendono un certo assetto, lo fanno con gli stessi argomenti (futility, perversity, jeopardy e loro varianti) che in circostanze analoghe usano i conservatori. Ma è un altro discorso.

Luca | September 8, 2010 1:32 PM

Infine (so che questo è un punto marginale del tuo discorso e che nello scriverlo ti sei fatto trasportare dalla vis; ma comunque):
l'eroismo non è affatto "vietato nel nostro mondo"; è una caratteristica costante di ogni comportamento umano e la vedi dovunque e continuamente*. Perché tu scrivi una buona comparsa conclusionale quando una mediocre basterebbe (o magari, con certi giudici e certi clienti, andrebbe ancora meglio)? Perché l'artigiano fa un lavoro a regola d'arte quando il profano che gliel' ha commissionato non ne capisce nulla e lavorare un po' meno bene gli farebbe risparmiare un giorno di lavoro?
Suvvia, non cadiamo anche noi nella fallacia di credere, come i sinistresi nostrani, che l'unica molla degli esseri umani siano la viltà e la bassezza.

*Il che NON vuo dire che sia l'unica. Siamo capaci di eroismo e vigliaccheria, di opere angeliche e di opere bestiali, come diceva già l'oratio di Pico. Ne deriva ovviamente una conclusione fondamentale: che la 'natura umana' non può spiegare una ceppa.

Luca | September 8, 2010 2:03 PM

Luca, scrivendo che "dovrebbe essere chiaro che la risposta ai “saperi anti-moderni” e agli “anti-valori anti-umanisti” non possa consistere in una semplice riproposizione statica dei concetti "moderni" e "umanisti", intendo essenzialmente due cose:

1) che le SOLUZIONI adottate nel corso del novecento per fare fronte ai problemi sociali, economici, politici, non sono più utilizzabili. Non è possibile perseguire un programma marxista-leninista, perché quella strada non ha funzionato, e non è possibile riproporre le formule e i metodi adottati dalle social-democrazie europee prima degli anni '70-'80, perché il contesto storico e materiale è cambiato e dunque vanno studiate, inventate, fabbricate nuove soluzioni adatte al nuovo contesto.

2) che c'è il problema di uno iato aperto tra il pensiero e il 'sentire' attuali, da una parte, e i CONCETTI fondanti della modernità e dell'umanismo dall'altra, e che è appunto ciò che fa sì che Foucault abbia potuto concepire una "archeologia" delle scienze umane, come se queste fossero già niente più che un reperto del passato.

Questo iato è dovuto essenzialmente al fatto, noto, risaputo, spesso ricordato, che - oltre ad aver prodotto benessere, emancipazione e miglioramento delle condizioni di vita per molti- il progetto moderno ha avuto e continua ad avere anche esiti fatali e distruttivi.

Di fronte a questa constatazione è possibile prendere diverse strade:

a) dare per scontato che le categorie fondanti del progetto moderno sono compromesse e pertanto inutilizzabili, e dunque rifiutarle e sostituirle con le prime già a pronte portata di mano (che ovviamente sono quelle PRE-moderne)

b) pensare che gulag, regimi comunisti totalitari, dissesto ecologico etc. siano stati nient'altro che semplici incidenti di percorso, e quindi tenersi saldi sulle categorie 'moderne', cercando di imparare dagli errori fatti e cercando di rinnovarle per adattarle al contesto. E quindi sarebbe giusta la soluzione che tu dici ("ficcare nuovamente nelle teste dei nostri concittadini quella nozione o speranza novecentesca").

c) però c'è una terza strada, che è quella di prendere sul serio quella distanza, considerandola non come una negligenza da colmare 'ficcando nuovamente in testa' le cose ai cittadini, ma invece come l'espressione legittima di una crisi epocale, di una non avvenuta riconciliazione tra quelle categorie e i suoi esiti. E se il caso è questo, allora l'unica cosa che si può fare è riconoscere che quegli esiti alle pongono alle categorie moderne delle domande, e RICHIEDONO che ci si interroghi sulla loro attuale validità ed applicabilità, e sul modo in cui possono essere riviste, trasformate, reinventate, per non rischiare effettivamente di ripercorrere strade fatali già percorse (e CREDO che sia questo che Francesca intende quando afferma la necessità di "fabbricare un post-novecento"). Domande e interrogativi, beninteso, che allo stato attuale non possono che restare aperti, se non si vuole ricadere in una delle due strade già viste sopra.

LucaV | September 9, 2010 12:46 PM

Sul punto 1), d'accordo.
Sul punto 2): secondo me il concetto fondante della modernità (l'umanismo invece non so cosa sia, a meno che non sia un refuso per umanesimo) è l'idea che il mondo non è un dato eterno e immodificabile ma è un prodotto storico. Se questo è quel che intendi anche tu, allora parliamo un po' di questo 'iato'. Tu dici che "è dovuto essenzialmente al fatto, noto, risaputo, spesso ricordato, che - oltre ad aver prodotto benessere, emancipazione e miglioramento delle condizioni di vita per molti- il progetto moderno ha avuto e continua ad avere anche esiti fatali e distruttivi". Davvero? Io già non sono convinto della premessa - cioè che il progetto moderno avrebbe prodotto ecc. ecc. - ma la conclusione mi convince ancora meno. Non ci credo affatto che gli antimoderni attuali lo siano perché non gli piacciono i Gulag o Auschwitz, il Rwanda o l'inquinamento. Secondo me è the other way round: questi odiano la modernità per cavoli loro e per giustificare il loro odio tirano fuori quelle robe là.
Ma passiamo oltre.
Ammetto che la soluzione b) mi piace molto. E non capisco nemmeno tanto che differenza ci sia fra riprendere il progetto moderno, facendo tesoro degli errori passati e adattandolo ai problemi presenti, e magari futuri, da un lato, e "prendere sul serio quella distanza" dall'altro (e questo, anche ammesso e non concesso che sia stata la modernità a produrre quegli esiti). Va benissimo interrogarsi sulla modernità e i suoi esiti, riprendere, piegare e modificare i suoi concetti o categorie, come dici tu - se questo è quel che tu intendi, è esattamente quello che intendevo io con "ficcare nella testa" ecc.

Luca | September 9, 2010 10:47 PM

Insisto: e perché odiano la modernità?

E' vero che il Ruanda non è un prodotto necessario della modernità (nell'antichità facevano cose altrattanto orribili e con altrettanta determinazione: spargere sale sulle rovine non è un gesto esattamente filantropico).
Ma il mondo contemporaneo qualche problemuccio pare averlo creato, non foss'altro dal punto di vista quantitativo. P.es. l'inaridimento della Sicilia provocato dagli arabi con i loro stramaledetti aranci a partire dal X secolo è roba da ridere rispetto a quel che sta succedendo del lago Aral.

Stefano | September 9, 2010 11:58 PM

la parola "umanismo" si usa a volte per indicare genericamente le filosofie e visioni del mondo che riconoscono una centralità dell'uomo e del suo fare, contrapposta a quelle che le negano. In questo senso si distingue da "umanesimo", che indica specificamente il movimento culturale sfociato nel Rinascimento (questo almeno secondo il professor Mario Perniola, di cui ho frequentato qualche lezione di estetica parecchi anni fa).

LucaV | September 10, 2010 10:29 AM

Ah, ho capito, è una categoria perniolesca.

Della serie "profonde riflessioni sullo iato": link, dove peraltro una buona tara va levata a causa dell'idiozia del recensore, ma comunque.

Luca | September 10, 2010 11:02 AM

Luca, io sono anche d'accordo con te che i piccolo-borghesi che scrivono su Repubblica molto probabilmente odiano la modernità per cavoli loro e trovano dei pretesti per giustificare il loro odio.

Però aggiungo che una delle cose che consente all'antimodernismo per partito preso di esistere e di proliferare è il fatto che effettivamente ci sono motivi reali e ben giustificati per chiedersi se sia davvero il caso di proseguire nella strada aperta dalla 'modernità' oppure no, e nel caso, come.

E che non solo gli anti-moderni di Repubblica possono rischiare di diventare un diversivo nei confronti dell'approfondimento di questi altri motivi, ma che se non si affrontano questi altri motivi fino in fondo non ci si libererà mai nemmeno degli anti-moderni di Repubblica.

Sono stato un po' contorto, ma spero che il pensiero sia chiaro.

LucaV | September 10, 2010 12:13 PM

Che differenza c'è tra "riprendere il progetto moderno, facendo tesoro degli errori passati e adattandolo ai problemi presenti, e magari futuri", da un lato, e "prendere sul serio quella distanza"?

"A lungo abbiamo creduto che il progresso della morale andasse di pari passo con lo sviluppo della cultura. Il nazismo (...) ha polverizzato questa illusione: Buchenwald non è che a pochi chilometri da Weimar. A lungo, almeno dai tempi di Atene, siamo anche stati animati dalla convinzione che l'investigazione intellettuale dovesse sempre avanzare e (...) condurci ad aprire una dopo l'altra le porte del castello di Barbablù. Ma questa fede nel progresso oggi è vacillante: fose lo sviluppo della tecnica è una trappola e non una liberazione; forse l'ultima porta del castello di apre su realtà contrarie al nostro equilibrio mentale e alle nostre scarse riserve morali. L'ottimismo dei lumi ci è dunque proibito: ciò che (...) Steiner propone è una ridefinizione tragica della cultura."

(A. Finkielkraut, prefazione a "Nel Castello di Barbablù" di G. Steiner)

LucaV | September 10, 2010 12:33 PM

Chiarissimo. Io sono d'accordo, l'ho già scritto, che a volte Rep ecc. possono finire o finiscono per essere un mero diversivo. Come ho già detto, a me l'idea di studiare la 'modernità' e l'anti-modernità mi piace moltissimo.
Però prima chiariamoci almeno tra di noi. Cos'è 'modernità'? E' vero che la 'modernità', il 'progetto moderno' o quel che è si sono realizzati storicamente in modo tale "che effettivamente ci sono motivi reali e ben giustificati per chiedersi se sia davvero il caso di proseguire nella strada aperta dalla 'modernità'"? Perché a me pare una tesi che a prima vista fila, ma se uno cerca appena di chiarirla non fila più affatto.

Luca | September 10, 2010 12:40 PM

Ah, ecco, Steiner. OK, partiamo da lì.
Steiner fa appunto, in quel testo (bellissimo) l'esempio del signore tedesco che tornando a casa da una faticosa giornata di lavoro si riposa suonando al piano Schubert. Solo che quel colto signore tedesco lavora ad Auschwitz. Com'è possibile che la cultura, la benedetta cultura, l'amore del Bello non gli facciano percepire l'orrore di quello che quel signore concretamente FA?
Bene, la mia prima risposta è che l'idea che il progresso morale vada di pari passo con il progresso della conoscenza è un'idea senz'altro falsa e senz'altro smentita dai fatti, ma cionondimeno necessaria. In secondo luogo dico che non è un'idea moderna (lo stesso Finkielkraut dice che risale già ai Greci). In terzo luogo dico che l'inesattezza di quella idea è cosa ben più risalente dell'illuminismo o insomma della modernità (i colti ateniesi sterminavano gli innocentissimi Meli proprio come gli incolti spartani sterminavano gli innocentissimi Plateesi e per gli stessi motivi; e poi è un punto centrale della tragedia greca che la conoscenza non porta la felicità, vedi Edipo e i suoi guai). In quarto luogo dico che l'idea che la cultura in sé e l'amore del bello in se' siano fini BUONI da perseguire in splendido isolamento dal mutamento delle condizioni socio-politico-economiche non è un'idea illuminista, cioè moderna, ma romantica, cioè pre-illuministica o antilluministica e antimoderna, proprio perché (o almeno, anche perché) prescinde proprio dal punto fondamentale, che i valori di una società (tra cui appunto il Bello) sono anch'essi un prodotto storico umano. Dopo magari continuo, ma vorrei parlare di questo innanzitutto.

Luca | September 10, 2010 12:53 PM

[Ah, e a proposito di 'approfondimenti' non del concetto di modernità ma di quello di progresso, segnalo la 'discussione' in calce a questo post: link. Credo che ci dica qualcosa anche sul nostro discorso attuale, ma non ho ancora capito esattamente cosa]

Luca | September 10, 2010 1:10 PM

Non è un'idea illuminista, cioè moderna, ma romantica, cioè pre-illuministica

Ecco forse in questo tuo refuso c'é il nocciolo del problema. Il Romanticismo non è affatto pre illuminista.
Il Romanticismo non solo segue l'illuminismo cronologicamente, ma non è nemmeno concepibile senza l'illuminismo.
E ciò non perché i romantici, tra le altre, polemizzarono contro l'illuminismo e cioé perché si posero spesso in posizione antilluministica, ma perché il romanticismo è un riordino dello stesso aes rude dell'illuminismo.
Da questo riordino ne venne fuori una faccenda piuttosto diversa. Ma per dirla un po' a slogan, il romanticismo è fatto della stessa pasta dell'illuminismo.
Non puoi pensare ad un medievale "romantico". Il fatto che i romantici si sciogliessero a contemplare cattedrali romaniche non deve indurre in errore: il fatto che si fossero inventati un medioevo a loro misura non deve far pensare che Adelchi avesse una sensibilità anche solo avvicinabile alle cose (carine, del resto) che Manzoni gli ficca in bocca.

Me think che se non partiamo da questa credo abbastanza condivisa opinione (e cioé che il romanticismo sia il figlio dell'illuminismo e che ne sia il suo successore universale), creiamo una contrapposizione frontale tra progressisti e reazionari che spiega assai poco.
Per chiarezza: checché ne pensi Sirius Black, i figli sono diversi dai padri. Ma hanno parecchi tratti in comune.

Stefano | September 10, 2010 1:10 PM

Non è un refuso. Il termine è impreciso ma non ne avevo altri che si approssimassero altrettanto a quel che volevo dire. Quel che dici è tutto giusto naturalmente. Il romanticismo (di cui non nego né la fecondità né il valore, eh, sia chiaro: così come non mi sogno nemmeno di negare intelligenza e molte altre virtù ai grandi pensatori reazionari) è una reazione all'illuminismo e quindi nello stesso tempo ne discende e lo vuole superare (nela passato però).
E' per questo che dobbiamo chairire preliminarmente cosa intendiamo per 'modernità': c'è un senso in cui è moderno anche l'anti-modernismo romantico e postromantico, ma è sbagliato criticare la modernità illuminista (che è la sola vera 'modernità') in base ad argomenti che al più si attagliano alla modernità antimoderna (OK, lo so che sembra che abbia appena sniffato roba molto buona, ma vado solo di fretta... :))

Luca | September 10, 2010 1:19 PM

Ahm... credo che separare il romanticismo dalla modernità sia come voler separare l'acqua dalla farina del pane o viceversa, a tua scelta). Lo stesso vale per l'illuminismo.
Non sei fatto di roba buona.Semplicemente dici una cosa su cui non concordo assolutamente.
La modernità illuminista non è vera modernità più di quanto non lo sia il romanticismo.
La faccenda qua sta diventando di appetzioni personali. Mi piace quello spirito filantropico, attivo e pacatamente razionale dell'illuminismo. Ah, David, amore mio. Per l'amor di Dio: solo Friederich ha saputo esprimere col suo viandante quel più profondamente sono.
Ma qua siamo davvero ad una questione di gusti.

Stefano | September 13, 2010 7:54 PM

Pel resto, sostengo da mo' che che col 1829 (morte di Giuliani, giusto per recuperare due anni rispetto al 1827 -morte di Beethoven- come omaggio all'aver studiato un po' di chitarra classica ) la musica è finita. E non è un caso che l'ultimo grande, Rossini, proprio in quegli anni abbia chiuso baracca e burattini.
;-)

Stefano | September 13, 2010 7:57 PM

Non intendo separare il romanticismo dalla modernità; voglio dire che come esistono i moderni filomoderni, così esistono anche i moderni antimoderni. Se non ti piace, com'è legittimo, dire che la vera modernità è quella illuminista, benissimo: vorrà dire che ci limiteremo a riconoscere che esistono due modernità e che è sbagliato confonderle. Allora qual è la modernità con la quale abbiamo operato la famosa scissione? Qual è il novecento che non ritornerà?

Luca | September 13, 2010 9:51 PM

NON esistono 2 modernità almeno nella nostra dimensione!!
Sono due facce della stessa medaglia!

Stefano | September 14, 2010 2:37 PM

Va benone, allora non sono due modernità diverse ma due facce della stessa medaglia. Allora la domanda che ho fatto prima diventa: qual è la faccia della modernità con la quale abbiamo operato la famosa scissione? Qual è la faccia del novecento che non ritornerà?

Luca | September 14, 2010 3:17 PM

L'idea di una infinita progettabilità dell'organizzazione della civiltà umana in funzione di 'valori' qualsiasi.

Francesca | September 14, 2010 3:39 PM

OK. Questo credo di capirlo.
Mi rimane da capire un altro passaggio: quello che conduce dall'abbandono dell'idea che la storia è un progetto all'idea che la storia è solo un gioco che serve al divertimento dei pochi dotati del gusto squisito che serve ad apprezzare il gioco, cioè l'estetizzazione della politica ("plutôt la barbarie que l'ennui", "Bersani si è commosso! è stato un bel momento di televisione") oppure all'idea che la storia è una cosa tanto seria che solo pochi serissimi dignitosi Personaggi, in comunicazione intima e quotidiana con entità come il Destino dell'Occidente, la Sovranità, il Nomos della Terra, il Teologico ecc. la possono maneggiare senza pericolo (che sono due posizioni diverse ma equivalenti, mi sembra, e che comunque comunicano tra loro nel senso che la prima finisce per trapassare inevitabilmente nella seconda, come gli stadi estetico-etico-religioso di Kierkegaard).
Ah, poi ovviamente devo capire anche perché l'idea che la storia è un progetto ecc. non si può recuperare.

Luca | September 14, 2010 4:41 PM

@Francesca. Non è per niente carino demolirmi in due righe tutta una filippica che volevo farti sui valori e a cui ho pensato per circa tre ore in macchina. ;-)
@Luca. Boh, non so, ma i termini del problema mi sembrano mal posti. Intanto contesto l'idea "estetizzante" della politica.
"Bersani si è commosso" è il sospiro di sollievo di chi, ritenendo che tutto il problema della politica sia vincere le elezioni, e che ritenendo le commozioni di Bersani in TV (o di chiunque altro) siano determinanti per l'esito elettorale prossimo venturo, è felice perché Bersani (secondo lui) ha messo a segno un punto.
Sai benissimo che NON penso che la politica sia solo vincere le elezioni e che non credo che queste si vincano solo con le commozioni (anche se, al momento giusto, una lacrimuccia può sortire effetti impressionanti). Tuttavia, se la prospettiva è che Politica = Come vincere alle elezioni e Commozione = elezioni vinte riesco a spiegare l'entusiasmo per le commozioni bersaniane senza dover tirar in ballo una visione estetizzante della politica. Se tu frequentassi un po' di più la tua sezione (pardon, circolo), ti accorgeresti che 4/5 dei discorsi sono su come vincere le elezioni (interne, esterne, al CdA della bocciofila, non importa: vincere le elezioni, praticamente non si parla di altro).
Un tanto provoca problemi di orchite? Indubitabilmente (ne so qualcosa quando arrivano le mail del partito sulla elezione delle cariche dei circoli: nel mio siamo al ridicolo; siamo in 40 iscritti con circa 10/12 partecipanti, ma domani devo andare a discutere di rinnovi del direttivo; secondo te fa punti per il paradiso?).
Ma un tanto è un effetto perverso del meccanismo rappresentativo che aumenta i costi di vittoria avanti ai comizi elettoriali in modo spaventoso, con conseguente focalizzazione su questo problema a discapito di qualsivoglia altro problema. L'estetizzazione è solo l'ultimo rutto di due cretinetti.

Pochi dignitosi Personaggi. Eh, è il vecchio problema della Repubblica di Platone. Solo che oggi il problema è aggravato e non poco dal fatto che effettivamente la faccenda è maledettamente più complicata, e quindi la fuga verso il filosofo ha nuova e potente linfa.
Ma, anche qui, mi pare che il fenomeno sia spiegabile con cause più prossime (e quindi dotate di potere euristico maggiore) della "modernità".


Stefano | September 14, 2010 7:30 PM

Ah, dimenticavo: e non parlare male di Kierkegaard! Adoro Severino Cimitero.

Stefano | September 14, 2010 7:33 PM

Parlo di estetizzazione della politica nel senso che ho cercato di spiegare qui:
link
(Non che abbia importanza, ma ai due loschi figuri del "bel momento di television", cioè Santoro e Travaglio, non gliene può fregare di meno che Berlusconi perda; anzi, secondo me, s proprio dovessero scegliere tiferebbero per lui. A loro importa solo dell'odiens e di quello che può portarne, tra cui anche i "bei momenti di televisione")

Luca | September 15, 2010 12:04 AM

No, anzi, Santoro e Travaglio avrebbero i loro bei problemi prima di tutto economici (meno schei, miga brodo de fasioi) se Berlusconi perdesse le elezioni. Tuttavia sono abbastanza scafati ed esperti per riciclarrsi come oracoli della insufficenza del governo di sinistra che non è abbastanza di sinistra (già visto, no?).

Stefano | September 15, 2010 9:10 AM

Ma uno dei costi dell'armamentario antifascista è l'abolizione del diritto di cittadinanza dell'eroismo. Dire che fare bene il proprio lavoro di burocrate sia eroico è falso. E' meritorio, è nobile è bello ed è giusto: ma non è eroico
Non per nulla i discorsi di Gautier e poi di Bocca (che sarà tutto quello che vuoi, ma l'eroismo della SUA guerra partigiana se lo ricorda) ti innoridiscono. Perché è VERO che quei discorsi hanno portato a due guerre mondiali e a tutto il resto. Ma non sono falsi. Il problema "Che fare dopo Napoleone?" non è risolubile semplicemente dicendo "Non fare come Napoleone" (o, oggi, che fare dopo p.es. Slocum, Hillary e Amstrong).

Stefano | September 15, 2010 9:20 AM

Comunque. Credo sia importante cercare sempre le cause prossime e solo in caso di manifsta insufficenza di quetse andare a cause meno prossime e più generali.

Stefano | September 15, 2010 11:27 AM

Sono finito qui quasi per caso e mi ci sono trovato immerso. Trovo questa discussione davvero interessante. Vorrei aggiungere le mie curiosità ma sono passati mesi..
Così batto un colpo..C'è qualcuno? Luca, Stefano, LucaV?

paolo | December 21, 2010 6:00 PM

Ciao paolo. Ci siamo, ci siamo. Non sembra ma ci siamo.

Luca | December 21, 2010 6:08 PM

Dunque, vediamo dove cominciare.
Premetto che grosso modo mi allineo a certe posizioni di Stefano, ma voglio proseguire quest'indagine.
Sono arrivato qui da ricerche su economia, sviluppo, crescita, modernità, sostenibilità... poi mi è cascato l'occhio su slow food (le sue idee, proposte soluzioni) e relative critiche. Quindi il tuo libro.

Non l'ho letto. Ho passato solo in rassegna alcune recensioni, quanto basta per capire che sostanzialmente abbiamo opinioni simili.
Quindi, passando poi al tuo sito, ho trovato una critica più estesa ad una sinistra che sta passando dall'essere progressista a reazionaria, antimoderna, "decrescente".
Ecco, quello che non ho trovato (forse non ho ben cercato) è il perché di questo fenomeno, e quale possa essere una soluzione alternativa (progressista) reale.
Voglio dire, capisco le castronerie e le bislacche soluzioni dei Petrini di turno, ma la cosa che davvero mi interessa è il perché fenomeni di questo tipo abbiano un seguito.

Nei commenti dici:

"..I due fenomeni mi interessano relativamente, è la causa che mi interessa davvero. Solo che non so ancora qual è....

...Dopodiché, mi piacerebbe sapere dov'è che io o qualcun altro qui avrebbe manifestato indifferenza per le RAGIONI per le quali i sinistresi parlano come parlano e dicono quel che dicono. Mi correggerai se sbaglio, ma a me sembra, tutto al contrario, che la cosa davvero interessante è scoprire perché lo fanno.
Se lo facciamo - e a me, riscusami se lo dico, sembra proprio di averlo fatto fin dall'inizio - scopriremo non solo che molti sinistresi lo fanno perché mossi dalle migliori intenzioni personali - MOTIVI -(lottare contro la povertà, le ingiustizie, ecc.), e in secundis che lo fanno in quel modo (che è non solo del tutto inefficace a raggiungere quei goals, ma addirittura controproducente) perché indottivi da RAGIONI culturali e non..."

Ok, la lente è a fuoco, e la questione interessa entrambi.
La bozza che però mi offri (cioè che quelle persone lo fanno per MOTIVI e indotti da RAGIONI culturali) non mi dice molto.
Del tipo: criticare con i lumi della ragione l'ideologia nazionalsocialista, non è un impresa impossibile. Ma non mi dice niente sul perché si è giunti lì. E dire che Hitler aveva delle, a suo modo di vedere, buone intenzioni nate anche da ragioni culturali, ancora non mi spiega perchè milioni di tedeschi si sono ritrovati nazisti nel giro di pochi anni, e secoli dopo l'avvento dell'illuminismo. E si che fino ad un decennio prima si parlava di belle epoque. Mica avranno mangiato tutti patate avariate..

Questa è la provocazione banalizzata, ma credo tu mi abbia capito.
Provo a ragionarci

1) Gap conoscitivo e problema della leggibilità del mondo.
Concordo con Stefano. Trovo che quella forbice si stia nettamente allargando.
Esempio pratico: questione energia nucleare
non sai quanto tempo ed energie ho speso per cercare di capire se Nucleare-si Nucleare-no, senza impostazione "ideologica" ma attraverso un approccio razionale (per poi essere realmente incisivo nelle spiegazioni e quindi nelle decisioni). Ho una formazione ingegneristica e di fisica ne ho masticata. Conosco le reazioni che stanno dietro a questo processo, e mi diverte anche tradurre in esempi banali la fisica quantistica. Ma fatto ciò ho detto poco o nulla. Bisogna spiegare quali sono i pericoli (e già qua, per essere preciso, avrei bisogno di ulteriori conoscenze in campo medico). Smonto certe castronerie di una parte "ambientalista" e mostro però che esistono davvero problemi reali, e li indago. Fino a che punto? Non so se hai mai visto nelle librerie la quantità di libri NoNucleare/Si nucleare. E non è che una parte li scriva un elite illuminata e l'altra geni del male (in linea di massima sono tutte persone con una ben dimostrata formazione scientifica). E il problema per la salute umana è "solo" un problema del dibattito. C'è tutto l'aspetto riguardante la convenienza di questa scelta (qui entra in gioco anche la scienza(?) economica). Finanziamenti, costi, reali profitti, esternalità... Ah dimenticavo ci sono anche gli aspetti geopolitici sulla proliferazione nucleare..
Insomma, alla fine, per quanto mi ci sia messo, ne esco con molte più conoscenze (utili a smascherare certe idiozie, sia di una parte ambientalista, sia di una destra intransigente) e poi cosa decido? Forse mi affido a quei luminari che mi hanno convinto di più, ma è un tipo di fiducia apriori rispetto alle questioni reali con cui ho iniziato l'indagine. Del tipo, che persone sono, cosa li muove, hanno interessi, che scelte hanno fatto nella loro vita, che visione hanno del futuro e dello sviluppo.
Ecco, spesso, questo tipo di scelte sono legate alla domanda: che visione di futuro e di sviluppo hai?
Così se, in un ipotetico referendum, la Sinistra si schiera per il No (immagino con mille perplessità irrisolte) dovrà fare una comunicazione che da una parte spaventi e crei paure, dall'altra proponga uno sviluppo diverso, con immagini rassicuranti del sole, la terra i coniglietti ecc... E così pure la Destra punterà sulla paura per un tipo di sviluppo. Dirà "signori il petrolio sta finendo, dobbiamo renderci indipendenti, l'unica strada reale percorribile è il nucleare, sempre non vogliate perdere i vostri standard di vita attuali". Nessuno realmente, e mi sento di potertelo assicurare, riesce a gestire tutte queste variabili in discussione.

questo è un esempio, ma ne avrei in mente una caterva.
Quindi, tornando al problema della leggibilità del mondo, tu dici:
"...è un problema vecchio e come tutti i problemi vecchi è serissimo, visto che con tutt'evidenza ancora non è stato risolto..."
Ecco, io credo, che sia intrinsecamente irrisolvibile (lo so, suona grossa, ma la realtà che ho sotto gli occhi e una critica razionale mi indicano questo).
L'idea che in un futuro questo problema possa essere risolto, che possa esistere una simile età dell'oro, è tanto assurda quanto l'idea petriniana (o di chi sia) che sia esistita un'età dell'oro pre-moderna.

Se questa tesi è fatta vera, o ha buone ragioni per poterlo essere, già capisci perchè la sinistra si trova spaesata ad esempio nel suo modello di "istruzione universale". Ora capiamoci, non per questo si deve dare la merda, o non si debba migliorare la scuola, o investire nella pedagogia. Ma credo che tutto ciò sia molto più lento rispetto alla velocità dei cambiamenti nel mondo. Quindi, fino a che punto istruire? Ed esistono campi privilegiati? Conosco persone davvero brillanti con lauree in materie umanistiche che lavorano in piadinerie, gelaterie, centri commerciali, o non lavorano. O persone che nonostante un ottima laurea fanno lavori per i quali una superiore era più che sufficiente. Quindi di nuovo, fino a che punto? A questa domanda si è risposto aggiungendo pezzi: superiori, laurea, master, dottorato, post-dottorato. Se non esiste un sistema produttivo capace di accogliere quest'offerta, come si dice al mio amico laureato con lode in filosofia, che ora si arrabatta con lavoretti, che la sua istruzione era necessaria.
In questo mondo/modello, e forse da sempre, più che persone istruite, servono persone produttive.
Ora la questione è molto complicata, ma capisci possano esistere dubbi su come affrontare la cosa.
Infine, sulla "questione eroica", a mio avviso ciò che dici tu (luca) non esclude ciò che dice stefano. Mi spiego, l'eroismo, come dici, non è affatto "vietato nel nostro mondo", ed è riscontrabile in tutte le persone che cercano di fare bene il loro mestiere (che sia il lavoro, una passione, uno svago..).
La tensione eroica di cui parla stefano, io credo, è riferita alle "grandi questioni". Del tipo "Idee e relative politiche per metterle in atto". E qui si torna al problema precedente. Se io fatico a leggere il mondo e a farmi un'opinione, come posso adottare un atteggiamento eroico rispetto alla mia idea? E anche se peroro cause per me sacrosante (uguaglianza, sfruttamento ecc..), vista l'esperienza del secolo scorso fatico a fidarmi delle macro-ricette.

2) Passo successivo. Se questo è il contesto, se sono venuti a mancare i grandi blocchi/ideali, se la sinistra non è più Sinistra, cioè capace di dare le chiavi di lettura e pianificare un progetto politico credibile, ecco affiorare quella disgregazione della società di cui si parla. Ecco che le persone, perdendosi nel cercare di capire come vanno le cose, possano arrivare al disincanto e/o a idee "strampalate". Si affidano, a seconda delle loro possibilità e bagaglio culturale ai vari
-Dio, maghifattucchieredispensatori, filosofie orientali platoniche olistiche, letteratura e iniziative SLOW (tra cui il caro Petrini), letteratura varia (mi vengono in mente, fenomeni degli ultimi anni, Corona e Terzani), Sociologia/economia dei Bauman, Latouche, saggistica più scientifica (mi viene in mente Diamond, credo sia un buon esempio, ma anche i nobel AlGore-IPCC)-.
Lo so è un bel calderone, ma credo che sotto sotto esista un comune denominatore, una sorta di ripensamento di questa modernità e delle sue idee fondanti (mi dirai c'è sempre stato, si, ma credo ora sia arrivato anche alle "masse"). Chiaro poi che quando si tratta di proporre soluzioni ce nè di tutti i colori.
Così son d'accordo con stefano, cioè che si tenti di "risolvere il problema del gap conoscitivo negandolo (o ridiscutendolo) e cioé dicendo "se utilizzo una macchina -anche in senso figurato di macchina sociale- più semplice la posso capire e quindi non ne sarò schiavo".
Infine vorrei proporre una lettura (grossolana, ma mi piacerebbe discuterne) sul perchè questa sinistra (o certi sinistresi) sembra fare l'occhiolino ad atteggiamenti reazionari e anti-moderni. Al di là delle soluzioni più o MENO concrete proposte da questo Petrini o da quell'ecologista "spirituale", credo che una trama di fondo si possa evidenziare, un intento nel voler riconsiderare la Terra come nostra casa comune e referente della nostra condotta su di essa. Su questa base affrontare un discorso del tipo "non lo dico io che bisogna comportarsi in modo "morigerato" e responsabile, è la terra che mi dice che se non limito i miei consumi non ce ne sarà per gli altri (uguaglianza) e per i nostri figli". Insomma non più uno Stalinqualunque che raziona il cibo secondo "valori arbitrari" ma il pianeta che ha definite catteristiche non arbitrarie (le risorse sono X, la capacità di rinnovamento Y ecc...). Ora il discorso è molto complesso, le variabili alla luce di questa lettura sono molteplici e anche approci scientifici rischiano di fallare o allontanarsi dal loro intento. Uno dei più famosi e controversi (che non conosco) so essere quello dei Meadows "I 'nuovi' limiti dello sviluppo". Ma ad oggi so esistere diversi filoni di ricerca circa lo sfruttamento delle risorse, la capacità di carico, il rapporto fra l'uomo e gli ecosistemi, la ricchezza derivante da quest'ultimi e le perdite in caso di loro deterioramento et cetera.
Insomma credo che far chiarezza sulle possibilità, sulle conseguenze delle nostre scelte e del nostro vivere sia un passo importante per pensare al futuro.

paolo | December 27, 2010 10:28 PM

Guarda che io condivido quasi tutto quel che hai scritto. Per esempio, sono d'accordo che "La bozza che però mi offri (cioè che quelle persone lo fanno per MOTIVI e indotti da RAGIONI culturali) non mi dice molto" e infatti parlare di motivi e ragioni CULTURALI non solo non "dice molto", ma è senz'altro sbagliato. Io infatti, se non sbaglio, avevo parlato di "ragioni culturali e non" e di motivi "personali", insomma stavo facendo un discorso diverso (contrapponevo i motivi soggettivi alle ragioni oggettive). E' sicuramente sbagliato, e probabilmente stupido, contrapporre le ragioni culturali a quelle economiche, quando ormai è piuttosto evidente a chiunque abbia occhi per vedere che le une non sono indipendenti dalle altre e viceversa. Altrimenti il problema che tu giustamente poni più avanti (e cioè: a che pro studiare se poi l'unico lavoro che trovo è da pasticciere part time?) finisce per diventare irresolubile (e offrire il destro a boutades ignobili come quella del ministro Sacconi secondo cui la disoccupazione è colpa dei genitori italiani che hanno il mito del pezzo di carta e che hanno in disdegno il lavoro manuale).
Aggiungo che senz'altro esistono questioni
"tecniche" complesse che sfidano anche lo specialista e figuriamoci dunque il lettore del giornale; solo che rimane pur sempre una bella differenza fra un'informazione competente e esauriente, che sia in grado cioè di distinguere ciò che è ragionevolmente certo da ciò che è tuttora controverso, e magari riesca anche a spiegare in parole semplici le ragioni della controversia, e la pura e semplice disinformazione.
Prima di parlare del resto, mi rendo conto però di dover affrontare alcune questioni preliminari (è vero che la sinistra ha perso la bussola? è vero che la società si sta sfaldando?) per cui non so se avrò il tempo oggi. Spero che nel frattempo anche Stefano riesca a farsi vivo.
A dopo.

Luca | December 28, 2010 12:45 PM

Allora: la società si sta sfaldando? La risposta è: chiaramente no. Sono trecent'anni che i reazionari prima, i sociologi poi, ci continuano a ripetere che la società, la comunità, i legami sociali, tradizionali, di comunità, di villaggio ecc., si stanno spezzando, vanno scomparendo lasciando il posto a meri atomi legati solo dal cash nexus - eppure, guarda un po', la società è sempre viva e vegeta. Anzi, molti potrebbero sostenere persino che non è mai stata tanto viva come oggi. Let's face it: alcuni vecchi legami sono senz'altro spariti o vanno scomparendo, ma al posto loro ne sono nati o ne vanno nascendo altri, insieme a tante opportunità che un tempo nemmeno ci si sognava.
La sinistra (italiana) ha perso la bussola? In un certo senso sì, in un altro no, secondo me. Ha perso la capacità di parlare a tutti in nome di un'idea di futuro che sia nello stesso tempo razionale e appassionata (non voglio dire che un'idea di passato, o anche di conservazione del presente, non possa essere anch'essa razionale e appassionata, ma solo che non c'entra con la sinistra). Ma la può senz'altro riacquistare. Per farlo però deve per prima cosa smettere di fare da lacchè ad una coorte di intellettuali e pseudo-intellettuali di nessuna consistenza e nessuno standing e di scattare come un sol uomo sull'attenti alla più stupida delle loro parole d'ordine. E per riuscirci, la prima cosa da fare è da un lato, dimostrare come buona parte di queste parole d'ordine siano aria fritta e/o reazione, e d'altro lato, mostrare come, in quali circostanze, quando, dando retta a chi, la sinistra ha smesos di fare la sinistra e ha cominciato a fare i girotondi o la trombetta delle cazzate di scalfari, petrini e compagnia bella: insomma fare la storia di questo processo.
Questo, almeno, è il contributo che vorrei dare io.

Luca | January 4, 2011 8:26 PM

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