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September 20, 2010

La tirannia dei valori

Questo saggio del 1960 (nell'edizione Adelphi corredato di una introduzione dello stesso autore e di una postfazione di Franco Volpi tanto istruttiva quanto insopportabilmente apologetica) possiede tutte le grandi doti di sintesi e concentrazione estreme tipiche di Schmitt. Il tema è abbastanza sorprendente, non solo perché in genere gli interessi teorici di S. si erano appuntati su altri problemi, ma in particolare perché all'epoca il vecchio arnese era concentrato sui problemi di diritto internazionale a cui lo aveva portato il suo profondo odio per il nuovo sistema di relazioni internazionali frutto non solo della caduta dell'amato vecchio "regime di Westfalia" ma anche della predominanza, fra gli internazionalisti, delle teorie positivistiche di cui era massimo esponente la sua  bestia nera di sempre, cioè l'aborrito Hans Kelsen. Ma una ragione attuale forse spiega questo interesse eccentrico: i nuovi dibattiti suscitati dalle clausole "sociali" della nuova Costituzione della Repubblica Federale e dai quali S. era, per ovvie ragioni, ufficialmente escluso, potevano essere più liberamente affrontati da un'ottica di tipo filosofico-politico nella quale S. dimostra, una volta di più, una indubbia competenza.

Perché, si chiede S., si parla tanto dei valori? Una volta, osserva, le cose avevano dei valori, mentre le persone avevano dignità. Oggi invece anche la dignità è diventata un valore. Filosoficamente, i valori si caratterizzano per il loro stato: non esistono propriamente, ma hanno una validità: "il valore non è, ma vale" (p. 46). Questo fa sì che i v. tendono con grande forza alla realizzazione, dato che appunto l'essere validi equivale per essi all'esistenza. Nell'introduzione S. spiega che i valori nascono originariamente in ambito economico (teoria del valore, plusvalore ecc.) e che, una volta trasportati fuori da questo ambito, tendono fatalmente a degenerare. Ora, S. rifiuta di spiegare mediante il concetto marxista di ideologia il successo dei valori al di fuori della sfera economica (sarebbe troppo facile, spiega, dire che siccome la società borghese trasforma tutto in merce e denaro, nella mente degli ideologi tutto questo si rispecchia - in termini di falsa coscienza - come filosofia dei valori: p. 47-8). Allora la spiegazione di S. si tiene rigorosamente nell'ambito di una ricostruzione storico-filosofica. Rifacendosi ad alcune analisi di Heidegger, S. sostiene che la filosofia dei valori è nata come risposta alla "crisi nichilistica del XIX secolo", che a sua volta è un prodotto dell'emergere, sul piano culturale, della avalutatività tipica delle scienze naturali, che essendo fondate sul rapporto di causalità, sono intrinsecamente deterministiche (p. 49). Questo finiva col minacciare la libertà dell'uomo e la sua responsabilità. Di qui, cioè come tentativo di creare di nuovo una possiiblità di libertà e responsabilità dell'uomo, nasce la filosofia dei valori: un "surrogato positivistico del metafisico", come lo definisce S. non senza perfidia (p. 50). Il fatto è che i valori richiedono un atto di posizione (Setzung). Ma chi li pone, i valori? La risposta più chiara, ammette S., viene da Max Weber: la posizione dei valori corrisponde a una scelta assolutamente individuale, arbitraria e soggettiva. Tuttavia, se in questo modo l'uomo riafferma la sua libertà e responsabilità di fronte alla avalutatività della scienza, tuttavia questa "libertà puramente soggettiva" conduce inevitabilmente a un conflitto fra i valori, a una guerra di tutti contro tutti al cui confronto "persino l'atroce stato di natura" di Hobbes finisce col sembrare un idillio. [A chi si chiedesse legittimamente perché questa prospettiva spaventi tanto il vecchio sostenitore del decisionismo politico si può forse rispondere che in questo momento S. voleva accreditarsi, in quanto critico del nuovo regime post-Westfalia, come un fautore di una pace vera e dell'introduzione di limiti alla guerra e alle sue distruzioni: un intento che a quanto pare gli è riuscito benissimo] Il politeismo dei valori weberiano diviene una prospettiva apocalittica. Ma di fronte a questa ricostruzione soggettiva, aggiunge S., si sono subito affermati tentativi di fondare oggettivamente la filosofia dei valori. I massimi esponenti di questa corrente sono stati Scheler e Hartmann (p. 51). Ma quale che sia la scala valoriale costruita, resta comunque il fatto che un valore per essere tale deve pur sempre valere "per qualcosa o per qualcuno". Ora, il "pensare per valori" possiede una sua inesorabile logica interna. "Il carattere specifico del valore risiede infatti nell'avere non già un essere, ma soltanto una validità. Ne consegue che la posizione non è nulla se non si impone; la validità dev'essere di continuo attualizzata, cioè fatta valere, se non vuole dissolversi in mera parvenza. Chi dice valore vuole far valere e imporre. Le virtù si esercitano; le norme si applicano; gli ordini si eseguono; ma i valori vengono posti e imposti.  Chi ne sostiene la validità deve farli valere. Chi dice che valgono senza che ci sia nessuno a farli valere è un impostore" (p. 52-3). La filosofia dei valori è dunque una filosofia di "punti" (punti di "attacco"), perchè i valori hanno una natura posizionale che va dal più al meno; anche il valore supremo (mettiamo, Dio) all'interno di una scala di valori ha solo un valore posizionale. Ecco perché è possibile parlare di "trasvalutazione di tutti i valori": perchè in quest'ottica basta una semplice commutazione, dato che un punto di vista per sua natura è soggetto ad essere cambiato (p. 54). Qui un'osservazione linguistica (il fatto che molti filosofi dei valori, a partire già da Weber, usino il termine "punto di attacco", Angriffspunkt) offre a S. lo spunto per passare al suo ultimo tema, la tirannia dei valori. Termini come punto di vista o punto prospettico "sono fuorvianti e danno l'impressione di un relativismo, relazionismo e prospettivismo apparentemente illimitati, e con ciò di altrettanta tolleranza, legata a una sostanziale, benevola neutralità". Ma non appena si capisce che qui è propriamente di attacco che si tratta, ogni illusione cade. Qui sta il "fatale rovescio dei valori": "l'aggressività è connaturata alla natura tetico-ponente del valore, e continua ad essere prodotta dalla concreta attuazione del valore". Così anche l'ambivalenza dei valori diventa sempre più "virulenta" man mano che essi vengono "fatti valere da uomini concreti nei confronti di altri uomini altrettanto concreti" (p. 55-57). Questo tra l'altro dimostra (anche perché la pretesa di "neutralità" rispetto ai valori non è che la scimmiottatura della avalutatività della scienza) che introdurre dei valori 'oggettivi' non ha funzionato, né poteva funzionare, per sottrarre le scienze dell'uomo alla crisi nichilistica (anzi: anche l'avalutatività delel scienze può diventare un valore, magari un valore supremo, e nulla può impedire "di condannare come antiscientifica, antiprogressista e nichilistica l'intera filosofia dei valori", p. 60). Non basta, dice S., "occultare i soggetti e far tacere i portatori di valore" i cui concreti interessi sono anche il "punto di attacco" del valore. "Nessuno può valutare senza svalutare, rivalutare e valorizzare. Chi pone i valori si è già in tal modo contrapposto ai non-valori. Non appena il contrapporre e il far valere diventano davvero una cosa seria, la tolleranza e la neutralità illimitate dei punti di vista e dei punti di osservazione intercambiabili a piacere si ribaltano subito nel loro opposto, cioè in ostilità.  L'anelito del valore alla validità è irresistibile,  e il conflitto tra valutatori, svalutatori, rivalutatori e valoizzatori è inevitabile" (p. 59). Insomma, la filosofia dei valori diviene un'altra arma, un "nuovo aggeggio dell'arroganza" (p. 58). Ecco perchè già Hartmann parlava di una "tirannia dei valori": come potrebbe infatti la cosa andare diversamente? Non ha forse il valore superiore il diritto di affermarsi a spese di quelli inferiori, per non parlare dei non-valori? Questa finisce poi per essere, paradossalmente, una "realizzazione dei valori che distrugge i valori stessi". La tirannia dei valori altro non fa che esacerbare l'antica lotta delle convinzioni e degli interessi. Infatti, nella logica dei valori un prezzo non è mai troppo alto per affermare il valore superiore su quello inferiore, o il valore sul non-valore. Il fine giustifica sempre il mezzo: prima invece, quando "la dignità non era ancora un valore ma qualcosa di essenzialmente diverso", non era così, l'affermazione che il fine giustifica il mezzo era ancora un'eresia o uno scandalo. Scheler invece ha addirittura affermato che "la negazione di un valore negativo è un valore positivo": siamo alla giustificazione filosofica dell'annientamento dell'avversario. "La frase di Scheler consente di ripagare il Male con il Male, trasformando così la terra in un inferno, ma l'inferno in un paradiso dei valori" (p. 64). E qui S. mette la sua zampata: "la teoria dei valori festeggia i suoi autentici trionfi nel dibattito sulla questione della guerra giusta", perché quando la guerra si combatte tra valori l'unica possibilità è l'annientamento, e tutti i rimedi al pieno dispiegarsi della violenza bellica messi in campo dal vecchio ius publicum europeeum vanno a farsi benedire (p. 65).

Non so ancora quanto questo discorso abbia a che fare con le questioni della modernità, del novecento, del postmoderno di cui abbiamo spesso parlato su questo blog, ma sospetto che sia molto.

September 13, 2010

Moderni e Reazionari

LucaV: "Dunque, il problema non è - in sé e per sé - che ci si occupi di valori, ma piuttosto che il discorso sui valori in questo caso (nel caso dei "new conservatives" come in quello della "sinistra reazionaria") ha in realtà soltanto la funzione di distogliere l'attenzione dal discorso sull'economia. E a me pare che andare nella direzione opposta equivalga appunto a cercare di ricreare una connessione tra il discorso economico, quello politico e quello sui valori (o meglio, quello su determinati valori, dei quali l'uguaglianza è uno)".

Confesso che sentendomi tenuta a commentare questo non sono riuscita a liberarmi da una certa sensazione di sfinimento. E perché poi questa osservazione: "Perché anche se, correttamente, identifichiamo le priorità con le istanze materiali (per esempio, cibo, energia e trasporti), resta che comunque le scelte riferite a quelle istanze dovranno rispondere a dei criteri, e che quei criteri possono ispirarsi a determinati valori piuttosto che ad altri"?

Qui non si è mai parlato di priorità: il rapporto del 'politico' all' 'economico' di cui abbiamo discusso fino a 'sfinirci' - appunto - non è quello di 'criteri' vs 'priorità, di 'prima' e di 'dopo'. Queste contrapposizioni sono quelle che nascono precisamente nel momento in cui si compie l'operazione culturale di 'separare' le due cose, sono il prodotto di quella separazione. Non puoi "ricreare una connessione" nello stesso tempo in cui affermi che "resta comunque che le scelte riferite a quelle istanze dovranno rispondere a dei criteri, e che quei criteri possono ispirarsi a determinati valori piuttosto che ad altri", perché quel che 'resta comunque' è precisamente la 'dis-connessione', che è infatti necessaria preliminarmente, è pre-supposta, se le "scelte riferite a quelle istanze devono rispondere a dei criteri ispirati ai determinati valori"!!

E non abbiamo discusso la 'separazione' della musica dal suonare, della letteratura dalla lingua, dell'architettura dal costruire, della démarche de l'artiste dall'opera? Non abbiamo esaminato cosa succede quando la musica o l'architettura o la litteratura o la démarche de l'artiste rifiutano di essere messi alla prova del suonare, del costruire, della lingua o dell'opera prodotta?

"Ah già: ne viene fuori un povero suonare, un costruire miserabile, una lingua del gorgoglio intestinale, un'opera 'minima' e rachitica di cubi e di dead horses!".

Eh bien! quello è il meno! Quel che viene fuori davvero è una povera musica, una miserabile architettura, una letteratura di ignobili sospiri, una démarche de l'artiste di coiffeurs. In quell'altra 'separazione' non è una economia di precarietà o di impoverimento soltanto che viene fuori, sono precisamente quelli che chiami i "valori", è precisamente il "politico" quello che si disfa, che si riduce in 'giornalismo' e in 'sottoscrivi l'appello online' e in mélodramma de merde.

C'è poi un Badiou, uno che pensa, non un coiffeur, non un giornalista, che reagisce a questo. Ma cosa ne viene fuori? Che se ne vanno insieme il politico e l'economico, e non restano che le Verità con il loro guardiani, l'Essere con i suoi pastori.

Do you think I'm actually making this all up?

Leggiti un discorso "reazionario e conservatore". Passa oltre le stupidaggini "dalemiani vs. veltroniani", naturalmente. Osserva invece l'interessante dialettica di 'modernità' e di 'reazionario', leggi i commenti di Luca Sofri (questo in particolare). Considera questo capolavoro di commento:

"Scusate, sono io o questo passaggio è rivoltante davvero? “Stiamo parlando di ricchezza e potere, perché è di questo, innanzi tutto, che deve occuparsi la politica. E prima di ogni altro, non foss’altro per il nome che porta, il Partito democratico, respingendo al mittente la retorica sulla necessità di una sinistra che torni a parlare di valori, possibilmente in versi, e si accontenti di tutelare i diritti civili, l’ambiente, le donne e i bambini.” La grammatica è pure zoppicante, non riesco a trovare una proposizione principale… In definitiva, l’unica cosa che mi è venuta in mente è questo, leggendo il documento: http://www.youtube.com/watch?v=kVdVTVR-j0Q"

Mi pare che molto giustamente Sofri parli qui di "fascino antropologico-letterario" e di "distanza tra due psicologie del partito" (e va un po' a sapere quale geniale intuizione incomprensibile ai reazionari giustifichi il titolo "comunicare con le masse"): naturalmente mi fa ridere l'uso dei termini "antropologico-letterario" e "distanza psicologica" ma quel che conta è la DISTANZA, l'irriducibilità dei 'reazionari' e dei 'moderni'. (Per curiosità potete divertirvi a osservare con quanta cura Sofri definisca i termini 'reazionario' e 'conservatore' e con quanto sans-souci si serva invece di "antropologico-letterario" e di "disanza psicologica").

QUESTO mi pare il tuo tema, LucaV, questa 'distanza' irriducibile è il tuo problema, il problema del "politico".

Sta TUTTO all'interno della ziniztra.

September 6, 2010

Come criticare il capitalismo - (2)

Ho letto i commenti di Francesca, LucaV e Stefano qui e qui e - non lo dico per piaggeria - non solo ho imparato un sacco di cose che non immaginavo nemmeno, ma per la prima volta ho anche avuto un'idea di come il lavoro che da anni stiamo facendo sul blog può apparire ai lettori. Solo che in molti casi alle domande che ha fatto LucaV io non so proprio cosa rispondere. Ad esempio, quando scrive

 in realtà una gran parte o forse la maggior parte dei post di questo blog (...) è dedicato al commento di zambardinate, repubblicate, petrinate e affini. E inoltre, ho l'impressione - Luca mi può anche smentire, ma secondo me è così - che molto spesso la critica non vada molto oltre il verificare la corrispondenza tra le dichiarazioni del Petrini di turno e una qualche *formula* di interpretazione (ad esempio, appunto le categorie marxiane di "socialismo reazionario", "socialismo piccolo-borghese", etc.). Questo andava anche bene per iniziare, ma se si RESTA lì è un discorso del tutto astratto, e in quel caso siamo proprio noi che restiamo ingabbiati in formule e automatismi

mi viene il dubbio che abbia ragione (almeno quanto alle cose che scrivo io). Io ci provo, ad andare oltre; ma che ci riesca, non lo so davvero. Ma questo è un dubbio mio personale e poco importante. Veniamo ai punti davvero significativi (secondo me).

Così, quando LucaV scrive

E' vero che Marx e Engels hanno speso un numero considerevole di pagine del “Manifesto” ad analizzare e criticare le varie forme di socialismo ‘reazionario’, ‘utopista’, ‘conservatore’, etc., però ne hanno spese anche di più - e Marx ne ha spese MOLTISSIME di più nelle altre sue pubblicazioni - ad analizzare e criticare il modo di produzione capitalistico e la politica degli stati borghesi del suo tempo. Questo per dire che secondo me per ‘difendere’ il marxismo (l'umanismo, il liberalismo, l'illuminismo) e dunque per capire cosa queste cose possono essere OGGI, non è sufficiente contrastare i 'socialismi reazionari' odierni, ma è necessario mettersi al passo con i tempi anche nella comprensione dell'antagonista "principale"; ossia: cosa fanno e come si comportano la ‘destra’ e il ‘capitale’ oggi nel mondo, in relazione con le attuali trasformazioni tecnologiche, produttive, sociali, geo-politiche, etc. etc.? Siamo in grado di fornire di questi fenomeni una lettura plausibile in alternativa alle formulette banalizzanti che oggi tengono campo? I deficienti che pensano che basti pronunciare la parolina “neoliberismo” per capire tutto di come vanno le cose puntano involontariamente il dito su un’evidenza, e cioè che dagli anni ‘70 ad oggi, a livello di organizzazione della struttura materiale e di assetti di potere QUALCOSA è successo, e che dunque, capire CHE COSA sia un’esigenza primaria (come emerge chiaramente anche dal lavoro di studiosi seri come Krugman, Castells, Boltanski e Chiapello...). A me sembra che, sebbene tutto questo sia molto chiaro in linea di principio, in realtà nella pratica vada un po' perso, e che che il dispiegamento di attenzione critica nei confronti della "sinistra reazionaria" vada generalmente a scapito di un approfondimento critico sull’altro versante. E questo, temo, potrebbe rischiare di dare come esito quello di non essere in grado di contrapporre all’attuale degenerazione nient’altro che il rilancio di un generico schematismo riformista o progressista che potrebbe essere totalmente inadeguato a capire cosa realmente sta succedendo e cosa fare,

io credo che di risposte ce ne sarebbero tante. Ometto la più ovvia: che la mia ammirazione per Marx non implica affatto che il sottoscritto pretenda di saper fare quello che ha fatto Marx. E ometto anche un'altra risposta, meno scontata, che cioè l'obiettivo di questo blog è la critica della cultura, non del capitalismo, benché la cultura di cui si parla sia appunto la cultura del capitalismo (qualunque cosa quest'ultimo sia). Ma forse posso partire da un altro punto. Infatti sempre Luca ha scritto anche quanto segue:

va bene, la volontà di combattere la corruzione è quello che in teoria destra e sinistra dovrebbero o potrebbero avere in comune, ma la sinistra in più ha la responsabilità di occuparsi ANCHE dello sfruttamento, altrimenti che sinistra è?

A me pare che questo argomento - lo sfruttamento - richieda un chiarimento preliminare. Sappiamo tutti che Marx una teoria dello sfruttamento ce l'aveva: cioè, non si limitava a indicare col dito il Padrone e lo Sfruttatore e la Multinazionale e il Cattivo, ma spiegava qual era il meccanismo, la dinamica, che produceva lo sfruttamento e insieme tutto l'insieme dei rapporti sociali. E si è trattato della materia alla quale ha dedicato la maggior parte del suo tempo e delle sue energie. Bene, noi ce l'abbiamo una teoria analoga? Perché , senza una teoria dello sfruttamento, parlare di sfruttamento significa parlare a vanvera. L'esistenza di ingiustizia, povertà, penuria e al contempo di ricchezze vistose e ostentate non significa affatto che ci sia 'sfruttamento' - non almeno finché non siamo in grado di spiegare come si producono l'una e l'altra e perché la loro compresenza sia necessaria alla riproduzione degli attuali rapporti sociali. Io credo che noi una teoria del genere non ce l'abbiamo: né possiamo riutilizzare quella di Marx, perché sfortunatamente la teoria dello sfruttamento di Marx si basa su premesse errate (la dottrina del valore) e non funziona. Ma allora che senso ha parlare proprio di sfruttamento?  Perché invece non parlare di cose come eguaglianza, giustizia, libertà dal bisogno? O tornare magari a parlare delle diadi 'novecentesche' menzionate da Francesca,

lavoro/capitale, destra/sinistra, tradizione/emancipazione, arte/natura ect ?

Va da se' che a mio parere un discorso analogo vale anche per la critica del 'Capitalismo'. Qui mi sembra che sia LucaV sia Stefano (benché da due posizioni dissimili) diano per scontato che una cosa come il 'Capitalismo' non solo esista, ma che si sappia benissimo e con precisione cosa sia.  A me invece pare che una cosa sia il 'capitalismo' americano e un'altra ben diversa quello cinese, una cosa quello italiano e un'altra ben diversa quello inglese o tedesco o francese o sudafricano o vattelapesca. E se vogliamo parlare del neoliberismo, a cui en passant Stefano sembra attribuire un qualche ruolo causale nella crescita dell'illegalità o dei comportamenti opportunistici in Italia: dico, ma qualcuno l'ha davvero visto, anche da lontano con un telescopio, il 'neoliberismo' in Italia?

Per concludere su questo punto: l'unica cosa di cui sono davvero sicuro (lo so, non è una grande scoperta), è che la 'cultura' italiana della 'sinistra', quella dei Sofri, degli Scalfari, dei Petrini ecc., non è 'alternativa' o critica a un emerito piffero, sfruttamento, capitalismo o neoliberismo che sia, ma è assolutamente e perfettamente organica al sistema attuale.

Quando poi LucaV scrive che "dovrebbe essere chiaro che la risposta ai “saperi anti-moderni” e agli “anti-valori anti-umanisti” non possa consistere in una semplice riproposizione statica dei concetti "moderni" e "umanisti"", mi sembra che sia in sintonia con quel che scrive Francesca in un altro punto, cioè che "il Novecento è finito e non tornerà". Ora, se con 'Novecento' ad esempio intendiamo "la nozione o speranza che la Storia si fabbrica" - che per l'appunto mi sembra una descrizione illuminante di cosa esattamente manca o è stato espressamente rimosso nelle idee dei reazionari de sinistra nostrani, a cominciare dai Petrini e quelli come lui -, be', perché sarebbe finita e non dovrebbe più tornare? Anzi, se c'è un programma POLITICO che mi sembra promettente, sarebbe proprio quello di ficcare nuovamente nelle teste dei nostri concittadini quella nozione o speranza novecentesca. In ogni caso, il punto non mi è del tutto chiaro [A proposito, a un certo punto mi sembra che Francesca si contraddica: quando dice che il Novecento non tornerà e in un altro punto scrive "Dunque prendiamo il "post-novecento" dal ripostiglio o piuttosto dalla poubelle della storia GIA' fabbricata: la prendiamo nel PRE-novecento (e dunque ci candidiamo a riprodurre il NOVECENTO stesso che pourtant ci facciamo un punto d'honore di execrare)". Immagino che il Novecento che ci si candida a riprodurre qui sia il Novecento delle guerre mondiali, dei totalitarismi, dei gulag e dei campi di sterminio, e non quello che vuole fabbricare la storia?]

Veniamo adesso all'importanza dei sinistresi attuali. Premesso che non mi sogno nemmeno di negare che un conto sono i Foucault e i Baudrillard e i Marcuse, e magari anche i Negri e gli Zizek, pur con tutti i loro limiti, e un altro conto e ben diverso i Sofri jr, i Petrini e gli Scalfari, qui la risposta più vera e più onesta è che nessuno da solo può seguire tutti i filoni di ricerca aperti in questo blog (lo dico senza immodestia, anche perché non è merito mio). Io di certo non ne sono capace. Per far fare un salto vero al lavoro, come giustamente ripete da tanto tempo Francesca, occorre in primis un lavoro collettivo (quale in fondo il blog volva essere fin dall'inizio, anche se poi per ragioni  varie non lo è stato) e in secundis un lavoro fatto fuori dal blog. Idee? Suggerimenti? Candidature?

Aggiungo solo un paio di altre cose. Ha ragione Stefano quando scrive che dai Foucault ecc. non c'è filiazione diretta o automatica ai Petrini ecc. Questo però nessuno si è mai sognato di dirlo. Del resto, il problema a cui lui subito dopo accenna (cioè la necessità di capire fenomeni complessi anche con le magre risorse di cui ciascuno è dotato) è un fenomeno tanto poco nuovo che ne parlava già Max Weber ne La scienza come professione, dove lo chiamava "disincanto del mondo" (e altrove "razionalizzazione"). Sono poi d'accordo con Francesca quando scrive (1) che dedicare attenzione ai Foucault ecc. significa appunto evitare di applicare automatismi e semplificazioni e (2) che non è possibile nessuna "critica del capitalismo" "se prima non togliamo di messo quella piccola borghesia 'di sinistra' che sta a Dorian Gray come Berlusconi al suo ritratto, come un parassita al suo ospite". A questo proposito, Stefano obietta che la piccola borghesia 'ventosa' non impedisce a nessuno di parlare o di incidere sul dibattito pubblico, e invece a suo avviso quel che conta è la comunicazione. Bene. Ma non pensa Stefano che la 'comunicazione' di cui parla qui sia non già quella dei partiti di sinistra (di cui non a caso si dice sempre che "non sanno comunicare") ma quella degli "specialisti" della comunicazione? Se la 'comunicazione' italiana è satura di piccoli borghesi ventosi che sono convinti di sapere essi soli, loro, cosa sia 'politica' e cosa 'opposizione', questo diventa eccome un problema per la politica vera: per quella di sinistra, almeno. Così, ad es., la storia dei papiri faraonici citata da Francesca è illuminante: di due anni di opposizione parlamentare del PD non ha parlato nessun giornale, né di destra (ovviamente) né di sinistra e - aggiungo io - nemmeno il giornale ufficiale del PD (!); tanto che il PD per disperazione finisce per pubblicarne una sintesi di 12 pagine. A quel punto alcuni giornali (mica tutti) se ne accorgono e dicono "ah, però, bravini, qualcosa l'hanno fatta davvero, certo che però non sanno comunicare": ma non passa mica per l'anticamera del cervello a nessuno che a comunicare ci dovrebbe pensare, chissà, vuoi vedere, il 'mondo della comunicazione', a cominciare dai giornali. Già, com'è che del lavoro in aula parlamentare se ne fottono tutti quanti, i piccoli borghesi 'ventosi' che infestano i giornali italiani? Forse perché hanno deciso da tempo che la Politica non si fa nelle aule e nelle commissioni (quella è roba da manovali o da tecnici), ma si fa per strada, in piazza o in redazione? Cioè che la Politica non è la politica, ma è lo spettacolo? Ora, se le cose stanno così (e a me pare proprio che stiano così) non è questo per l'appunto un caso di piccola borghesia ventosa che impedisce a chi vuole fare la politica vera di incidere realmente? Questo E' un problema, ma un bel problema davvero. Ed è un problema sicuramente nostro, ma probabilmente non universale. Perché quel che Stefano aggiung dopo (cioè che "non esiste giornale al mondo che possa aiutare qualcuno a farsi le basi per capire qualcosa. E'il logos giornalistico  cheintrinsecamente è inadatto a ciò. E i giornalisti sono per definizione degli ignoranti") è sbagliato: non solo all'estero esistono giornali che aiutano chi lo vuole a farsi un'opinione informata di un argomento qualsiasi (yep, anche di quelli complicati e difficili), ma non esiste un 'logos giornalistico' o un destino scritto nel DNA che obbliga i giornalisti ad essere cialtroni. Sono i nostri giornalisti che hanno voluto e vogliono essere cialtroni, e lo sono diventati dopo un lungo e tenace sforzo esercitato in primo luogo su se stessi.

Ho paura, per finire, che per non peccare dell'"astrattezza" da cui giustamente ci mette in guardia LucaV bisogna precisamente non trascurare i dati concreti della cultura, dell'ideologia o della civiltà (a seconda di quale concetto preferite) che abbiamo di fronte. Tra questi dati rientrano senz'altro i sinistresi italiani contemporanei, e quindi andranno studiati anche loro. Ma cosa vieta, mi chiedo, di leggere e studiare ANCHE i loro ignorati antecessori, i Marcuse i Foucault eccetera, e ancora più indietro, ai reazionari dell'Otto e Novecento (da Maistre a Heidegger), ai socialisti e tutto il resto? Quello che ci serve davvero per fare questo benedetto salto in avanti è una cosa sola: un programma di lavoro. Dalla teoria alla praxis, come si diceva una volta!