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Il saccheggio dell'intelligenza

Uno si aspetterebbe che un libro così - scritto da un professore di diritto comparato e da un'antropologa giuridica - fosse pieno di esempi parlanti e di dati significativi. Ma invece è molto deludente da questo punto di vista. Non che dagli altri punti di vista sia meglio.

La tesi fondamentale è presto spiegata: la rule of law   (un concetto un po' difficile da tradurre: gli autori propongono "regime di legalità") secondo i due autori è fondamentalmente un costrutto ideologico, uno strumento retorico che serve ad occultare il, e a guadagnare consensi al, saccheggio. Ma per cominciare, che cos'è il saccheggio? Non è chiaro, mancando una definizione precisa. Si può dire che il s. è per gli autori ogni trasferimento di ricchezza dai meno ai più abbienti, sia che detto trasferimento avvenga pacificamente o in modo violento, contro la legge o nel rispetto di questa. Non ci vuol molto a capire che, partendo da una definizione del genere, si arriverà presto o tardi un po' dovunque si voglia, per es. a sostenere che tutta la civiltà giuridica occidentale (dai Romani a Sir Edward Coke) si basa sul saccheggio: e infatti, Mattei e Nader sostengono appunto che il diritto occidentale (ma solo quello occidentale, a quanto pare) ha a suo fondamento la santità della proprietà privata, cioè  l'assunzione a paradigma eterno e immodificabile di una distribuzione dei beni estremamente squilibrata ed ingiusta.

Tutto il resto è in sostanza un dettaglio. Sui dettagli ci sarebbe peraltro molto da dire. Per esempio, la teoria per cui il modello di common law americano si estende ai paesi in via di sviluppo per via del prestigio del ceto giuridico (avvocati, giudici e professori americani, nel loro complesso) USA, che ovviamente non è tesi nuova dato che riprende la teoria della circolazione dei modelli giuridici elaborata dal maestro di Mattei, Rodolfo Sacco, è indubbiamente interessante, ma sembra alquanto centrifuga rispetto al tema del libro. O ci si potrebbe soffermare su alcuni obiter dicta preoccupanti (come "oggi, ad esempio, l'"imposizione" del burqa, la circoncisione femminile o altre asserite violazioni dei diritti umani servono a giustificare un'ulteriore ondata di sacccheggio occidentale", p. 130), come pure su alcune sciocchezze su Israele o sulla crisi dei bond argentini o, anche, sulla recente crisi dei subprime. Ma non è importante, perché la sostanza sta altrove.

Il principale difetto del libro, che spiega di per sé tutte le residue manchevolezze, consiste infatti nel pretendere di buttare via, assieme agli abusi, anche i meriti del regime di legalità, insomma nel voler buttare anche il bambino assieme all'acqua sporca. Questo conduce gli autori all'interno di inestricabili grovigli di contraddizioni. Nulla ad esempio imporrebbe di dimenticare che, se davvero in alcuni casi la rule of law, e il diritto in genere, sono serviti (strumentalmente) ad operare gravissime ingiustizie e autentici crimini, la stessa condanna di queste ingiustizie e di questi crimini viene e di necessità non può non venire proprio dall'applicazione del concetto di rule of law. In effetti, a intervalli regolari, gli autori si ricordano che la rule of law, oltre alla tutela del regime vigente, fornisce anche le armi più efficaci alla critica e al rovesciamento di quel regime: che insomma, come dicono Mattei e Nader, il diritto è di per se'  "ambiguo" e può essere adoperato per ogni scopo, desiderabile e indesiderabile, per opprimere ma anche per liberare. Ma poi regolarmente se ne dimenticano, presi come sono dall'intento di "demistificare alcuni tabù, tra cui quello della desiderabilità per se dell'esperienza storica fin qui conosciuta come regime di legalità" (p. 240). E' come se una specie di raptus spingesse inesorabilmente gli autori a dimenticare buonsenso e spirito critico al solo scopo di ripetere, in maniera goffa e noiosa, i soliti atti d'accusa contro la civiltà occidentale e il dominio occidentale,  nonché beninteso contro i Valori occidentali (il solito Illuminismo, qui visto prevalentemente dal punto di vista dell'accettazione dei rapporti di produzione vigenti), che da moltissimi anni tutti ripetono, se non in modo più intelligente, a volte però con toni più vivi e risentiti, e magari anche più sinceri, dei nostri due autori. Alla fin fine quel che rimane alla memoria di questo libro è sostanzialmente la denigrazione della democrazia (contraddittoriamente ridotta al 'mito delle elezioni') e dei diritti umani (mero slogan che autorizza il saccheggio o l'intervento militare) nonchè del 'professionalismo giuridico' (che non si vede proprio perché mai, poveraccio, debba venire condannato così in blocco), senza dimenticare i famosi 'Asian values' già notoriamente irrisi da Amartya Sen molti anni fa: insomma, la solita deprimente melassa di 'multiculturalismo' da due lire tanto alla moda.

Gli autori avevano senz'altro la capacità di scrivere un libro assai meno scontato e assai meno inutile di questo: per esempio, avrebbero potuto dimostrare come le nostre grandi parole di libertà, democrazia, uguaglianza ecc. siano costantemente avvilite e disapplicate qui da noi. Ma di qui a dire che si tratta di parole che non hanno alcun valore, e soprattutto alcun valore universale, ce ne corre.

Ecco perché gli autori finiscono per dire tutto e il contrario di tutto: cioè, per es., che il regime di legalità è uno strumento per agevolare il saccheggio ma che, da quando a quegli slogan si rifanno anche gli oppositori del saccheggio, i Cattivi (gli USA, il WTO, l'FMI ecc.) preferiscono dimenticarsi la rule of law, e che in questo modo il saccheggio ne viene "facilitato" (ma allora...?); che la dinamica dello sfruttamento viene spiegata come un fenomeno che da un lato servirebbe ad ampliare i mercati dei produttori occidentali, e dall'altro lo farebbe impoverendo i compratori dei paesi poveri; che una teoria politico-economica cinica (quella del 'mercato dei voti' di Buchanan)  sarebbe essa stessa, senza mediazione, e non si sa né perché né percome, la 'causa' del "capovolgimento del rapporto fra il processo politico e il mercato dominato da privati": p. 157 - chissà le facce che staranno facendo Marx ed Engels, se mai là dove stanno ora arrivano libri del genere); che i megastudi legali transnazionali sarebbero in grado di per sé di portare alla vittoria gli interessi di cui sono difensori (il che, oltre ad essere quotidianamente contraddetto dall'esperienza di chiunque abbia a che fare con le Corti, trascura anche il fatto che questi studi non solo fanno un sacco di lavoro pro bono, ma sovente vengono ingaggiati dai 'saccheggiati' contro i 'saccheggiatori'); o la singolare pretesa che "chi intende seriamente indagare le cause della povertà, non accusa i paesi poveri di non saper svolgere i compiti più semplici" (p. 140), dal che logicamente si deduce che chi intende seriamente studiare un problema deve escludere a priori una delle possibili risposte; e così fino a scrivere bestialità dal tono surrealmente oracolare come "la retorica del regime di legalità impedisce a molti di comprendere che, nella struttura dello sviluppo capitalista, i ricchi sono ricchi perché i poveri sono poveri" (p. 215) e affidarsi, per rimediare, alla solita redistribuzione (fatta non si sa né da chi, né come, nè in base a quali criteri).

(U.MATTEI-L.NADER, Il saccheggio, Milano, B. Mondadori, 2010)

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