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The Interpreter

Si tratta di un thriller insolito, in cui l’intrigo è al servizio dei due personaggi principali e dei loro problemi, anziché il contrario – anche perché il loro problema personale è strettamente intrecciato al cuore dell’intrigo. Che è presto descritto: il dittatore dell’immaginario stato africano del Matobo, Edmond Zuwanie (un personaggio di fantasia chiaramente modellato sul presidente dello Zimbabwe Mugabe), dopo aver eliminato, nella scena iniziale, uno dei suoi principali oppositori (Xhola, ucciso assieme al suo amico e alleato bianco Simon Broome), progetta di recarsi a New York, all’ONU, per un geniale azzardo. Mentre i suoi nemici (Francia in primis) cercano di portarlo dinanzi alla Corte dell’Aja, lui intende montare un finto attentato ai propri danni, da sventare all’ultimo momento, all’interno del Palazzo di Vetro: in questo modo, la linea di difesa di Zuwanie (=i suoi oppositori sono in realtà dei terroristi) ne sarà convincentemente provata e la sua credibilità rafforzata. In più, a New York i suoi killer potranno, nel frattempo, far fuori anche l’altro principale capo dell’opposizione (Kuman Kuman), che vive appunto in esilio a New York.

Il piano però comincia a scricchiolare perché una interprete dell’ONU (Silvia Broome*, sorella di Simon) casualmente ascolta due persone parlare del progettato attentato a Zuwanie in una lingua africana che lei conosce benissimo (dato che, come apprenderemo in seguito, Silvia proviene appunto dal Matobo). Silvia collega immediatamente l’attentato al fratello e a Xhola, e cerca subito di mettersi in contatto con un amico, il fotografo francese Philippe, per sapere cosa stia succedendo; ma non avendo ricevuto risposta, e avendo intuito di essere lei stessa in pericolo, racconta tutto alla polizia. Vengono immediatamente attivati i Servizi segreti, che cominciano a investigare il caso per verificare l’attendibilità della minaccia. In un primo momento, l’agente incaricato di seguire la vicenda (Tobin Keller**) non crede a Silvia; ma successivamente comprende che la donna non sta mentendo, ma semplicemente non vuole parlare di alcune cose. In realtà Silvia vuole proteggere suo fratello, che lei teme sia in qualche modo coinvolto nell’attentato. Inoltre, Silvia ha dovuto nascondere alcune parti del suo passato per poter lavorare all’ONU, nella cui missione di promuovere la pace nel mondo crede profondamente.  Il passato di Silvia (che ha perduto i genitori e la sorella minore, uccisi da una mina posta dall’esercito di Zuwanie; che per breve tempo si è dedicata alla lotta armata assieme a Xhola e al fratello; che è stata legata sentimentalmente a Xhola finché il colore della sua pelle non è divenuto un problema politico; che ha rapidamente abbandonato la guerriglia e l’Africa, persuasa che le vere armi fossero “le parole, e la compassione”, il che tuttavia ha comportato la rottura coll’amatissimo fratello) viene fuori un po’ alla volta, grazie all’ostinazione e insieme alla sensibilità del poliziotto Tobin. Il quale, a sua volta, ha in comune con Silvia un gravissimo lutto: ha da pochi giorni perso la moglie, uccisa in un incidente stradale.

 

Piano piano, con molta delicatezza, Tobin riesce a ottenere la fiducia di Silvia; e quando alla fine lei, dopo aver appreso da Philippe (che si suicida, avendo involontariamente causato la morte di Xhola e Simon) la morte del fratello e del suo antico amore, e dopo essere sopravvissuta a ben due attentati (nel primo dei quali perde la vita Kuman Kuman), decide in preda alla disperazione di farsi giustizia da sola uccidendo il dittatore, sarà proprio Tobin, che nel frattempo ha sventato  il finto attentato e scoperto l’intrigo, a convincerla a non premere il grilletto: Zuwanie sarà processato all’Aja, e Silvia tornerà in Africa.

Il problema personale, che affligge i due protagonisti, è duplice. Innanzitutto, si tratta di cercare di sopravvivere ad un grave lutto. Tobin è immerso nel dolore per la morte della moglie – anche se questo non gli impedisce di svolgere il suo lavoro con estrema abilità – e non riesce a superarlo. Silvia crede invece che i morti debbano essere “lasciati andare”, ed è questo il senso dell’usanza africana che racconta a Tobin (“Noi non nominiamo i morti”). L’altro problema, che è strettamente connesso con l’intrigo ‘pubblico’ del film, è cosa fare dei colpevoli. Un’altra usanza africana, raccontata da Silvia, consiste nel far scegliere ai familiari della vittima di un omicidio se lasciar morire o salvare il colpevole: nel primo caso, si pensa che la famiglia avrà giustizia, ma vivrà per sempre nel lutto; nel secondo caso, la famiglia riconoscerà che il  mondo non è giusto, ma potrà superare il rancore e vivere in pace. Tobin in un primo momento dichiara che, in un caso simile, non salverebbe l’uomo che ha causato l’incidente in cui sua moglie è morta; ma alla fine riconosce che la soluzione giusta è l’altra (mentre in quel momento Silvia, che sta puntando la pistola alla testa di Zuwanie, è convinta che il colpevole vada ucciso). Si tratta, come si vede, di un problema assai difficile, e il film lascia in sospeso la questione di quale sia la scelta migliore (i due protagonisti decidono di non uccidere il dittatore, che tuttavia verrà processato). E la gravità e difficoltà della questione aleggiano sul film dandogli una profondità, una intensità davvero rare nel genere del thriller. La regia è esemplare per sobrietà e ritmo e la sceneggiatura è estremamente incisiva; in particolare, è rara e toccante  la delicatezza di toni con cui il rapporto tra i due protagonisti viene seguita dall’ostilità e diffidenza iniziali alla profonda amicizia della fine. Gli attori, incluso il cameo di Pollack nella parte del capo di Tobin, sono tutti ottimi, e i due protagonisti (Kidman e Penn)  straordinari per sensibilità e riserbo.

 The Interpreter (USA 2005), regia S. Pollack

 

*Nicole Kidman

**Sean Penn

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