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Pellicani e la genesi del capitalismo

Luciano Pellicani, Saggio sulla genesi del capitalismo,
alle origini della modernità
, Milano, SugarCo edizioni, 1988.
(II edizione, Marco, 2006)
di Adriano Torricelli
Ho scoperto e acquistato questo testo (tra l’altro proprio nella sua prima edizione, cui ha fatto seguito nel 2006 l’edizione Marco) in modo del tutto casuale su una bancarella di Milano. Il volume ha subito attratto la mia curiosità poiché, già dal titolo, mi era chiaro che concerneva tematiche che, nel mio piccolo, avevo a lungo studiato e dibattuto. Il tema trattato è quello della genesi del capitalismo, ovvero – per estensione – delle peculiarità della storia europea che tale forma di organizzazione economico-sociale ha prima inventato e poi diffuso nel resto del mondo.
Qui avanti vorrei proporre una sintesi riepilogativa dei concetti espressi in questo lungo saggio, facendo presente preliminarmente come esso si basi essenzialmente sulla contrapposizione tra l'esperienza delle societa statalistiche e chiuse prevalenti nel mondo extraeuropeo, e quella delle società occidentali o europee in cui, al contrario, sin dai periodi più antichi la dimensione privata e l'iniziativa personale goderono di una relativa libertà di espressione. Proprio per tale ragione – sostiene l'autore – queste ultime poterono a un certo punto dare vita a un tipo di organizzazione socio-economica, quale quella moderna, radicalmente basata sulla libertà individuale e sul predominio del privato sul pubblico, nonché, a livello economico, su un processo di crescita costante (affluent society).
Ma andiamo con ordine. Quanto al capitalismo, possiamo dire che secondo Pellicani esso sia, nella sua essenza, il risultato del pieno dispiegamento della logica del mercato. Dove vi sono mercati quindi, vi è – almeno potenzialmente – anche capitalismo. Ma quali fattori fanno sì che dalla potenza si passi all’atto? Ovvero, quali ragioni o meccanismi fanno in modo che l’economia nel suo complesso si converta ai criteri e alle esigenze del mercato, determinando così la scomparsa o comunque un fortissimo ridimensionamento delle forme di produzione orientate al consumo da una parte e del dominio del pubblico (politico) sul privato (economico) dall’altra?
Perché ciò accada è necessario che i membri della classe che vive attraverso i commerci accumulino grandi quantità di capitale finanziario. Se ciò avviene difatti, anche il resto dell’economia verrà con ogni probabilità gradualmente conformata alla logica del mercato. Questo perché, attraverso le proprie ricchezze, i proprietari di grandi capitali finanziari avranno facilità ad acquisire fette sempre più consistenti della produzione sociale, convertendole poi a un tipo di produzione finalizzata agli scambi commerciali.
A proposito della genesi del capitalismo, Marx si chiedeva dove e come avesse avuto origine l’accumulazione di quelle ingenti somme di danaro che sole possono avviare la grande produzione capitalistica, da lui peraltro concettualmente distinta da quella delle libere città-stato medievali, a suo modo di vedere ancora fondamentalmente orientate – nonostante la natura già squisitamente commerciale della loro economia – al sostentamento materiale dei produttori, piuttosto che all’accumulazione di capitale finanziario.
È la sua, in sostanza, una tesi discontinuistica in merito alla nascita del capitalismo, in quanto vede tale nascita come un fenomeno temporalmente coincidente con la nascita dei moderni stati nazionali, fondamentalmente distinto quindi (nonostante il riconoscimento di alcuni elementi di continuità con essa) dall’economia urbana medievale.
Molto diversa da quella marxista è la posizione di Pellicani. A ben vedere difatti – egli spiega – il problema dell’accumulazione originaria dovrebbe essere rovesciato rispetto al modo in cui lo aveva posto Marx: non ci si deve tanto chiedere difatti, come o perché una tale accumulazione abbia avuto luogo, bensì al contrario come e perché non abbia avuto luogo!
Infatti, se è vero che – come si è detto – i mercati portano in se stessi il germe della rivoluzione capitalistica, ovvero della conversione dell’economia sociale alla logica del libero mercato, e se è vero del pari che più o meno in tutte le società umane essi assolvono un compito socialmente indispensabile, il vero interrogativo riguarderà i fattori che hanno fatto sì che – con la sola eccezione (conosciuta) delle città-stato medievali o al limite dell’Atene classica – un tale passaggio o una tale conversione, pur tanto “naturali”, non siano mai avvenuti. Non si tratterà più quindi – quantomeno innanzitutto – di comprendere le dinamiche che hanno portato alla formazione del capitale originario, ma di comprendere al contrario quelle che l’hanno impedita. Non a caso, l’analisi positiva di Pellicani ha inizio non dalle civiltà occidentali (all’interno delle quali il capitalismo è sorto), ma da quelle dispotiche e asiatiche (in cui ciò non è avvenuto né, almeno secondo l’analisi dell’autore, sarebbe potuto avvenire). Egli parte dunque da ciò che è più lontano dall’oggetto specifico della sua indagine, per avvicinarvisi poi gradualmente e per differenza.
Per Pellicani insomma, comprendere la genesi del capitalismo significa innanzitutto definire quali fattori vi si siano opposti, onde poter poi comprendere meglio le ragioni per le quali – in contesti assolutamente eccezionali e in assenza evidentemente di tali fattori – ciò è potuto avvenire.
Richiamandosi a una lunga tradizione di pensiero, egli divide il proprio discorso in alcune sezioni: la prima riguardante gli stati dispotici orientali (oggetto, oltre che della speculazione di Marx, anche di quella di un altro celebre pensatore, Wittfogel, che approfondendo il discorso sul modo di produzione asiatico formulò il concetto di “civiltà idrauliche”); la seconda riguardante gli stati guidati da un’oligarchia politica (della quale, in Occidente, furono un chiaro esempio le città-stato greche e romane); la terza riguardante il periodo dell’anarchia feudale (che caratterizzò sia la storia europea medievale, sia – anche se in forma diversa – alcuni periodi della storia giapponese); la quarta riguardante infine il capitalismo (periodo successivo, per ragioni per lui ben definite, alla fase feudale).
Negli stati dispotici asiatici, spiega l’autore, l’accumulazione originaria non poté avere luogo perché l’economia di mercato era strettamente controllata dall’alto, ovvero dal Sovrano e dalle élite funzionariali a lui direttamente sottoposte.
Lo stesso chiaramente accadeva anche per i settori più specificamente produttivi dell’economia, di carattere prevalentemente agricolo. In Oriente, ad esempio, non si sviluppò mai il feudalesimo propriamente detto. E ciò dal momento che in realtà, in tali contesti, i feudatari furono sempre prima di tutto funzionari di stato: non cioè veri proprietari delle terre su cui esercitavano la propria autorità ma affidatari delle stesse per conto del sovrano, come tali tenuti a rispettarne le decisioni, nonché almeno teoricamente obbligati a versare l’intero surplus in esse prodotto nelle casse dello stato, impossibilitati quindi ad acquisirlo come proprietà personale.
Allo stesso modo, anche i mercanti furono almeno tendenzialmente controllati dall’alto e obbligati a rendere conto delle proprie attività e dei propri guadagni a funzionari di grado superiore.
In grazia del suo potere dispotico insomma (che negava l’idea stessa della proprietà privata e dell’autonomia in campo economico) il sovrano poteva, attraverso vasti e capillari apparati burocratici che ne costituivano la lunga mano, esercitare sui membri delle classi mercantili pressioni molto forti, impedendo così un libero dispiegamento di quella logica del profitto che pure, in qualche modo, già conoscevano. Infine – anche se, ovviamente, ciò accadeva solo in casi estremi – il re poteva decidere di requisire i proventi delle attività mercantili, qualora ritenesse che, data la loro eccezionalità e il potere sociale che poteva derivarne ai possessori, minacciassero in qualche modo la sua personale autorità.
Per tali ragioni, nei grandi stati dispotici extraeuropei, i mercati – pur esistendo e rivestendo anzi un ruolo economico e sociale di grande importanza – non poterono mai dare vita a quell’accumulazione di base che, sola, può determinare la graduale affermazione di un’economia di tipo capitalistico. In tali stati difatti non solo i mercati, ma più in generale l’economia, rimasero sempre fondamentalmente – dove più e dove meno – imbrigliati dalla politica, ovvero dalla sfera dei poteri pubblici e dalle prerogative dirigistiche del sovrano. In essi dunque, non avrebbe mai potuto sorgere una società integralmente basata sulla concorrenza privata, quale quella che del tutto eccezionalmente si sarebbe sviluppata in Europa a partire dal tardo medioevo.
Del resto, anche nel nostro continente, nel quale pure sin dai tempi più remoti esisté una forma di proprietà (specificamente occidentale ed europea) molto più garantita rispetto al Vicino oriente dalle ingerenze dei poteri pubblici, e in cui l’iniziativa economica fu perciò sin dall’inizio meno compressa e più libera di esprimersi, lo sviluppo di una società radicalmente aperta e privatistica, nella quale cioè la dimensione privata fosse in qualche modo preponderante o comunque su una posizione paritaria rispetto a quella pubblica, non fu un evento per nulla scontato e pacifico, bensì al contrario il prodotto accidentale di un’evoluzione lunghissima e tortuosa.
Veniamo dunque all’Europa. Una delle forme più arcaiche di organizzazione sociale e politica europea (peraltro, non esclusiva di tale storia) fu quella delle città-stato. Organismi basati sul dominio militare di una minoranza di proprietari terrieri armati, i cittadini, esse erano guidate da una ristretta élite nobiliare cui spettava in sostanza il compito di prendere decisioni riguardanti la vita dell’intera comunità. Nonostante queste disparità politiche tuttavia, in tali organizzazioni ogni cittadino a pieno titolo era proprietario di un lotto di terra che lo rendeva economicamente autosufficiente. La classe nobiliare dunque, pur godendo di vasti poteri decisionali, non aveva reali possibilità di asservimento economico sul resto della cittadinanza.
Proprio per questo, anche se si deve parlare di sistemi “oligarchici”, è bene sottolineare come essi fossero basati su gerarchie di carattere più politico che economico (e ciò anche se, ovviamente, i membri della nobiltà si distinguevano di solito dal resto della popolazione per una maggiore ricchezza). Se una classe di espropriati e sfruttati esisteva, essa era quella (del tutto subalterna) degli schiavi, individui privi di qualsiasi diritto, che componevano peraltro una fetta spesso maggioritaria della popolazione.
Ma l’interrogativo cui dobbiamo rispondere nell’ambito della nostra ricerca riguarda il perché anche in tali realtà, nelle quali pure sussistevano libertà e garanzie personali decisamente maggiori che nel Vicino Oriente, e in cui inoltre i mercati acquisirono spesso (come dimostra ad esempio la storia greca, peraltro non solo ateniese) un ruolo economico assolutamente non secondario, il capitalismo non riuscì mai a decollare.
I fattori all’origine di questa mancata trasformazione furono essenzialmente di due tipi, strettamente interconnessi tra loro: da una parte, vi fu il fatto che in tali organizzazioni (come del resto in tutte le società precapitalistiche) la dimensione politica o pubblica, nonostante le libertà di cui si è parlato, detenesse pur sempre una notevole capacità di influenzare e limitare la spinta individuale verso il profitto economico (e ciò – tra l’altro – dal momento che, in linea di nuovo con i caratteri tipici delle società agricole precapitalistiche, le attività di scambio e in genere affaristiche, fossero guardate con un fondo di sospetto e di riprovazione da gran parte della popolazione).
Dall’altro lato, vi fu poi il fatto che, per vari ordini di ragioni, la produzione per il mercato rimase sempre decisamente minoritaria rispetto a quella per il consumo (a tale proposito, si deve osservare come, nel corso più o meno di tutta la storia antica, l’autosufficienza domestica o comunque cittadina rimase l’ideale economico di base). La debolezza delle attività commerciali conseguente a tale dato, fu il secondo fattore che rese difficile se non impossibile l’accumulazione dei grandi capitali necessari e indispensabili alla conversione capitalistica della società. Infine, non è superfluo osservare come una tale debolezza strutturale dei mercati rendesse agevole alla sfera politica esercitare su di essi il proprio controllo, con il risultato – una volta di più – di impedirne un pieno dispiegamento.
Solo con la nascita delle città-stato medievali, ovvero di organismi radicalmente separati e indipendenti dalle campagne e la cui economia era quindi, per forza di cose, pressoché esclusivamente basata sulle attività di mercato, una tale conflittualità ebbe termine. Essendo infatti la maggior parte dei membri delle città esponenti della classe mercantile, o comunque individui legati a filo doppio ai suoi interessi, un simile atteggiamento non solo non avrebbe più avuto alcun senso ma sarebbe stato addirittura in contraddizione con le aspirazioni materiali e ideali della cittadinanza, dalla quale peraltro provenivano elettivamente i membri delle istituzioni di governo.
Ma perché sorgessero organismi politici di questo tipo – nota Pellicani – era prima di tutto necessario che una nuova e particolare organizzazione, quella feudale, ponesse i presupposti politico-istituzionali necessari al suo sviluppo.
Le ragioni della nascita di questo strano tipo di organizzazione – dice l’autore – rimangono tuttora un mistero. A questo proposito egli, dimostrando di non voler nemmeno tentare di giustificare una tale anomalia storica, afferma che “nella parte occidentale [dell’Impero romano] lo Stato – per ragioni che permangono tuttora oscure, malgrado le innumerevoli ricerche – andò in pezzi, per lasciare il posto a un assetto se non unico, certo eccezionale” (pag. 158).
L’Impero romano non fu difatti né il primo né l’ultimo impero ad andare in frantumi e a ‘feudalizzarsi’ nel corso della storia, ma solo nel suo caso la frantumazione politica fu tanto radicale da dare vita a una società in pratica del tutto priva di strutture centralistiche, ovvero a un universo caratterizzato da una pressoché totale anarchia istituzionale, nonché – come inevitabile conseguenza di un tale assetto – da una profonda decadenza economica.
Il declino delle istituzioni statali infatti, si portò dietro quello delle infrastrutture necessarie ai traffici, e con esse quello dei traffici stessi. Di rimando, dal momento che lo stato si alimentava in gran parte attraverso le entrate fiscali provenienti da tali attività, il loro collasso finì per aggravare ulteriormente la sua situazione. Gradualmente, l’economia divenne sempre più rurale e – soprattutto – feudale, mentre le città rimasero quasi completamente tagliate fuori dalla vita economica e politica, divenendo realtà del tutto marginali e periferiche.
Eppure – sottolinea Pellicani – proprio l’isolamento in cui esse vennero a trovarsi costituì a lungo andare il principale punto a loro favore. Contrariamente infatti a quanto sosteneva Henri Pirenne (cfr. pag. 179), non fu la rinascita dei traffici a ‘fare’ le città, bensì le città a ‘fare’ la rinascita dei traffici, in conseguenza della fortissima autonomia di cui goderono a causa della divisione e dell’anarchia politiche dilaganti. Tale situazione permise difatti loro di sviluppare liberamente e in tutte le loro declinazioni (politiche, economiche e culturali) le potenzialità insite nelle attività di mercato, base naturale della loro vita economica.
Dalle città-stato del periodo medievale sorse dunque il capitalismo. In tali realtà – sottolinea l’autore – esso si sviluppò pienamente in tutti i suoi presupposti essenziali: dalla libera concorrenza all’accumulazione indefinita della ricchezza finanziaria, dal calcolo razionale del profitto alla ricerca di sempre nuovi sbocchi commerciali.
Né – egli sottolinea in polemica con vari autori, tra i quali gli stessi Marx e Weber – si può dire che gli stati nazionali abbiano creato il capitalismo, e ciò anche se sarebbe altrettanto assurdo negare la poderosa spinta in avanti che, attraverso le proprie strutture politiche e militari e sulla base dell’alleanza sistematica tra stato e borghesia di cui si è già parlato, essi diedero al suo sviluppo. Infatti, nonostante l’apporto positivo dato da tali strutture alla sua crescita e affermazione a livello mondiale, una tale forma di organizzazione economica era comunque sorta secoli prima nell’Italia tardo-medievale, all’interno di piccole e isolate società urbane nelle quali lo spirito imprenditoriale che un tempo era stato del mondo greco-romano aveva avuto modo di rinascere, supportato però per la prima volta da raffinati strumenti di calcolo e di pianificazione economica e da istituzioni e concezioni molto più favorevoli al suo sviluppo!
Ma, oltre al discorso puramente genetico, se ne impone un altro, di carattere più squisitamente valutativo. Pellicani non nasconde difatti di considerare quella capitalistica come la migliore forma di società possibile, quantomeno tra quelle finora esistite.
Il punto, mi pare, non sono i mercati in se stessi, bensì piuttosto i vari portati legati alla loro presenza. Ovviamente, tali portati o conseguenze non si trovano solo nelle società capitalistiche, ma più in generale in tutti i contesti nei quali un’economia di mercato si sia effettivamente sviluppata e, quantomeno in un certo grado, nella misura in cui ciò sia avvenuto. È ovvio tuttavia, come il capitalismo, dando a tale tipo di organizzazione economica un valore fondante per la società, porti al massimo livello le implicazioni legate alla loro presenza.
Tali implicazioni del resto, non sono di natura meramente economica, ma trasversali a tutti gli aspetti dell’esistenza sociale. Dal punto di vista economico, si ha la nascita della affluent society, ovvero di un mondo nel quale vari ordini di fattori (dalla concorrenza di mercato, che spinge a una sempre maggiore produttività e alla ricerca di sempre nuovi sbocchi commerciali, allo spirito antitradizonalista, che favorisce la ricerca e il progresso tecnico-scientifico) determinano un incremento della ricchezza prodotta e quindi del benessere sociale.
Un altro elemento a favore di questo tipo di società consiste nel fatto che, almeno in una certa misura, non precluda a nessun individuo la possibilità di affermazione personale, tanto nel campo economico quanto in tutti gli altri settori della vita sociale, quale che ne sia la classe di appartenenza. Più di altre società insomma, quella capitalistica è una società meritocratica, nella misura in cui la competizione e più in generale il rispetto della libertà individuale danno a tutti i cittadini l’opportunità (fatte salve alcune differenze di partenza, ovviamente non facili da superare…) di emergere e, soprattutto, di estrinsecare le proprie qualità e le proprie vocazioni personali, senza preclusioni legate a visioni predefinite e inamovibili delle cose.
A questo proposito, Pellicani parla di spinta eterogenetica riguardo al moderno mondo capitalista, in contrasto con le tendenze ortogenetiche che caratterizzano invece quello precapitalistico. Egli non nega infatti che anche al di fuori del primo siano presenti e in un certo grado incoraggiate la ricerca e lo spirito inventivo. Allo stesso tempo però, sottolinea come – in tali contesti, comunque fondamentalmente conservativi – tali attitudini siano più o meno sempre incanalate verso la tradizione o comunque riconciliate con essa, perdendo in tal modo le proprie originarie potenzialità di rivoluzionamento delle tradizioni stesse.
Del pari, non si può dire che la società asiatiche non siano meritocratiche. Anzi, l’autore sottolinea più volte nei suoi efficaci scorci storici, come in esse il merito personale prevalga spesso sulla stirpe. E ciò tra l’altro per una ragione ben precisa: il fatto che il sovrano non abbia interesse a che si formi un’aristocrazia funzionariale e militare stabile, capace cioè di tramandare di padre in figlio le proprie prerogative istituzionali, rischiando così di vedere limitati i propri poteri. Proprio per questo, laddove abbia forza sufficiente per farlo, egli preferisce fare in modo che vi sia un ricambio costante tra i membri delle élite funzionariali, ovvero che individui sempre nuovi ricoprano le cariche istituzionali dello stato, in particolare quelle più alte, impedendo così la nascita di dinastie di potere all’interno di esso. Non è dunque raro leggere che, nei grandi imperi asiatici, anche persone di bassissima estrazione sociale (oltre che, ovviamente, di grandi capacità personali) siano giunti fino ai ranghi più alti della scala sociale.
E tuttavia, di nuovo, un tale tipo di meritocrazia rimane pur sempre legata a una logica conservativa, ortogenetica. Essa mira cioè, a conservare il sistema piuttosto che a modificarlo, pur avendo come fine anche quello di migliorarne l’efficienza e di conservarne più salde possibile le fondamenta.
La moderna società occidentale, insomma, si distingue da tutte le altre per alcuni attributi essenziali, intrinsecamente buoni, quali la laicità, l’individualismo (ovvero la preminenza della dimensione personale e privata rispetto a quella comunitaria, e soprattutto l’emancipazione dei cittadini dalla sudditanza incondizionata dai poteri pubblici), il dinamismo, la spinta inesausta verso il superamento di ciò che è dato e la problematizzazione del reale.
Ma – ci fa notare giustamente Pellicani, proprio nelle ultime pagine del suo saggio – questa libertà può anche trasformarsi in un boomerang ritorcendosi contro i suoi stessi beneficiari, qualora essi perdano il senso della più elementare solidarietà umana e sociale.
È un po’ – mutatis mutandis – quel che accadde all’Impero romano, nel quale “nessuno a partire dal II secolo a.C., poté più avere il diritto di comandare perché era evaporata la fede comune e con essa ogni principio di legittimità. […] La lotta di classe si convertì in guerra di classe, che si concluse con l’instaurazione di uno “Stato ortopedico”, sempre più coattivo e sempre più burocratico […]” (pag. 300). Allo stesso modo, oggi, viviamo il paradosso per il quale “tutto diventa lecito perché tutto è in linea di principio discutibile (e in linea di fatto discusso) e il pluralismo dei valori, tipico della Modernità, può convertirsi in “anarchia” dei valori”. Anche oggi dunque, come già alcuni secoli fa, “la lotta di classe può convertirsi in guerra di classe se viene a mancare il consenso sui valori fondamentali” (pag. 354).
Il libro si conclude infine con una drammatica domanda: “Non è forse una civiltà basata sulla critica e sull’autocritica destinata a distruggere la fede in se stessa e nei suoi valori?” (pag. 355). Domanda che, a mio avviso, ricorda quella con cui si chiude un altro importante saggio, la Storia economica e sociale dell’Impero romano, scritto parecchi decenni prima dal grande storico russo Michail Rostovtzeff, il quale – riflettendo sul declino della civiltà romana – si chiedeva: “è possibile estendere una civiltà elevata alle classi inferiori senza degradare il contenuto di essa e diluirne la qualità fino all’evanescenza? Non è ogni civiltà destinata a decadere non appena comincia a penetrare nelle masse?”.

Commenti

Grazie ad Adriano per l'invio della recensione.
Informo altresì chi fosse interessato a leggere la versione integrale (cioè, una recensione lunga quasi quanto il testo di Pellicani...:)) che potrà trovarla a questo indirizzo:
link

Luca | December 23, 2009 12:23 PM

...perché hai tolto il commento di Francesca?!...
In ogni caso, mi premeva di precisare che - secondo me - Pellicani non dice esattamente che "il motore del capitalismo sono le istituzioni" (cito una tua mail). Piuttosto dice che il capitalismo sorge da un particolare assetto istituzionale, quello feudale, ma che si distingue da tutte le altre forme di organizzazione economica per il fatto di essere "autopropulsivo", cioè mosso dall'interno e non dall'esterno (dalla dimensione politica e istituzionale).
Mi sembra inoltre, ma chiedo conferma, che la sua teoria "istituzionalista" (come la chiamo io....) abbia delle affinità con quella di Karl Polanyi, che peraltro Pellicani non cita MAI (è uno dei pochi pensatori che non cita...) Per antrambi infatti - sempre se ricordo e ho capito bene Polanyi - l'economia è una variabile all'interno di un contesto più ampio, da cui dipende.... Sbaglio?

Adriano | December 23, 2009 11:19 PM

Ho tolto io stessa il mio 'commento' - purtroppo troppo tardi - perché era idiota, imbecille e sopratutto ingiusto.
Anzi te ne chiedo scusa.

Non che anche adesso, rileggendo le prime dieci righe, non mi venga la come-si-chiama (la 'chair de poule'), più sul libro di Pellicani che sulla tua recensione. Solo che avrei dovuto, e anzi dovrei, o star zitta o spiegarmi: ululare di disperazione e invocare la benevolenza gli dei è stato una cosa da deficienti, se pure - ti assicuro! - non per disprezzo ma al contrario per istinto 'protettore' (allez! mi sto mettendo ancora più nei guai, hélas).

Solo che dove trovare il tempo che il tuo laborioso studio merita, anche solo perché è un laborioso studio? E proprio in questi giorni?
E anche solo da DOVE cominciare?

per esempio: "l'organizzazione socio-economica moderna radicalmente basata sulla libertà individuale e sul predominio del privato sul pubblico, nonché, a livello economico, su un processo di crescita costante"

questa sola frase che sembra descrivere in modo serenamente indicativo una cosa a tutto tondo in piena luce: davvero non ti accorgi che ogni parola è una stilizzazione, per non dire una caricatura? Davvero puoi ridurre la "modernità" a quello? Davvero "libertà individuale" può essere messa in quella relazione con "privato"? davvero è chiaro cosa distingua il "privato" e il "pubblico"? Davvero la "crescita costante" caratterizza il "livello economico", davvero abbiamo una idea così chiara di "crescita" o di "livello economico"?

Oppure: "capitalismo, possiamo dire che secondo Pellicani esso sia, nella sua essenza, il risultato del pieno dispiegamento della logica del mercato"
NO KIDDING? E' chiaro o ovvio cosa sia la LOGICA del 'mercato'? Che sia chiara l'ESSENZA del capitalismo, e che sia quella?

E questa cosa?: "la produzione per il mercato rimase sempre decisamente minoritaria rispetto a quella per il consumo". A te è davvero chiaro questo assurdo guazzabuglio?

Un saggio, e una recensione di esso, non dovrebbe piuttosto esaminare come e se queste cose prese per DATE stiano in piedi, piuttosto che DARLE - appunto - e mettersi a cercare o inventare una narrazione per inserirle nella storia, precisamente in una narrazione? Non vedi che la povertà di quelle cose DATE si trasmette alla narrazione, avvelena e contorce la narrazione, la disfa, invece che il contrario? Non vedi che la capacità del discorso di corrodere gli assunti DATI finisce per corrodere sé stessa, lasciando intatti e (ri)mettendo sui troni le cose DATE?

Francesca | December 24, 2009 9:28 AM

Ciao Francesca, trovo condivisibili le tue critiche di "imprecisione", ma credo di poterle a mia volta (sempre se non mi è sfuggito qualcosa) rimandare alla fonte del mio discorso, cioè a Pellicani.
Tanto per fare un esempio, il mercato (a questo avevo pensato anch'io) non è mai "libero", ma sempre per forza di cose imprigionato nelle proprie regole. Un gioco senza regole è una guerra, non un'attività pacifica!
Quello su cui tuttavia voleva soffermarsi Pellicani, e che volevo dire anch'io, è come le attività di mercato diventino a un certo punto e in un particolare contesto storico la realtà predominante (se non unica) della vita economica. E osservare come un tale tipo di sviluppo "naturale" dell'economia dal consumo al mercato, sia inibito la maggior parte delle volte da una lunga serie di fattori istituzionali, elencati nel suo scritto nonché (seppure uteriormente sfrondati e semplificati!) nel mio.
Inoltre, devi considerare che questa espressione da te giustamente criticata ("l'organizzazione socio-economica moderna radicalmente basata sulla libertà individuale e sul predominio del privato sul pubblico, nonché, a livello economico, su un processo di crescita costante") l'ho aggiunta io di fretta per preparare questa versione ridotta della mia già ridotta sintesi, non deve stupire quindi il fatto che sia molto imprecisa ma bisogna ricordarsi che ha una funzione meramente introduttiva.
Le osservazioni da te fatte di seguito sono interessanti ma esulano dal discorso dell'autore!
Una cosa non capisco però, nel tuo intervento, e cioè perché ritieni contradditoria o comunque un guazzabuglio la mia affermazione secondo la quale "la produzione per il mercato [nel mondo antico e asiatico] rimase sempre decisamente minoritaria rispetto a quella per il consumo"!?

Adriano | December 24, 2009 7:04 PM

Adriano, "produrre per il mercato" (ammesso che l'espressione abbia un senso, e che sappiamo quale) vuol dire "produrre per il consumo", anchè perché non si capisce per cos'altro si potrebbe produrre qualcosa se non per il consumo. Probabilmente volevi dire "produrre per l'autoconsumo"?

Luca | January 9, 2010 7:21 PM

Si, ovviamente, produrre per il consumo significa nel mio discorso produrre per il "consumo diretto", cioè per l'autoconsmo (utilizzare i propri prodotti in prima persona)...

Adriano | January 9, 2010 8:17 PM

Per inciso, ho acquistato per Natale - mi sono regalato - un libro di storia moderna (Ago/Vidotto; Laterza, edizione 2006, rinnovata di recente con l'aggiunta di alcuni capitoli, specificamente pensata per le università...) E' un testo agile e piacevole e (guarda guarda) nel capitolo dedicato all'espansione mondiale europea (13) affronta il tema delle differenze tra civiltà europea e resto del mondo... e devo dire che in sostanza (seppure in modo ancora più sintetico di quel che ho fatto io) avanza le medesime tesi di Pellicani! Beninteso, non credo che Ago e Vidottosi ispirino direttamente a lui, ma ad altri autori (in primis a Erik Jones) che la pensano come lui... Insomma, una conferma di più di quel che ho scritto nel testo, cioè che l'autore non avanza tesi particolarmente originali, anche se lo fa in modo chiaro e tutto sommato convincente.

Adriano | January 10, 2010 1:09 AM

Scusa, Adriano, QUALI tesi di Pellicani sono condivise da Ago-Vidotto?

Luca | January 10, 2010 9:43 PM

pag. 163:
"Le origini della supremazia europea stanno in una diversità legata alle strutture economiche, ai diritti di proprietà e allo sviluppo delle tecnologie.
In europa mercanti e artigiani non furono ostacolati nelle loro attività. E solo l'Europa vide il sorgere dei liberi comuni, sovrani nei commerci e nelle manifatture, diversi e antagonisti del mondo feudale e dell'economia chiusa che li circondava. Anche altrove, come in Asia, non mancarono dinamici centri mercantili, ma non raggiunsero mai quell'autonomia e capacità di iniziativa che consentì alle città europee di dar vita ad una nuova civiltà e alle strutture del capitalismo commerciale.
In europa, inoltre, la tutela dei diritti di proprietà garantiva l'accumulazione e la possibilità di godimento delle ricchezze, costituendo così un incentivo al risparmio e agli investimenti. [...] La possibilità di esercitare una proprietà piena e assoluta sui beni mobili e immobili era in stretto rapporto con lo sviluppo di un mercato libero e competitivo e con strutture atte a operare in esso, come le banche e le compagnie commerciali. Questi aspetti, che erano specifici dell'Occidente europeo, non avevano le stesse possibilità di sviluppo nei grandi imperi asiatici (India, Cina, Impero ottomano), dove la proprietà non era mai piena, il possesso dei beni era sottoposto al mutevole gradimento del sovrano e la ricchhezza accumulata e tesaurizzata era una sollecitazione alla confisca e al prelievo arbitrario."

Come vedi si enunciano gli stessi fattori (essenzialmente istituzionali) enunciati nello scritto di Pellicani (e non solo in esso...): proprietà privata occidentale vs proprietà statale non occidentale e non europea, possibilità (o meno) di investimenti sicuri e grandi accumulazioni di capitale, i liberi comuni indipendenti (europei medievali) come causa ultima della genesi del capitalismo, ecc...
Implicitamente poi, mi pare, si sposa anche la tesi per la quale una forma di proprietà privata realmente garantita (non sottoposta cioè agli arbitrari e alle confische del sovrano e dello stato) porti per sua natura, quantomeno sui tempi lunghi, alla nascita dell'economia di mercato.

Adriano | January 13, 2010 12:32 AM

A me pare invece che i due autori che citi menzionino molte altre cause: infatti parlano di "diversità legata alle strutture economiche, ai diritti di proprietà e allo sviluppo delle tecnologie" :))
In sostanza, fanno un riassunto delle varie spiegazioni escogitate negi ultimi due secoli per il vecchio problema della ricchezza/povertà delle diverse nazioni. E in questo senso, btw, secondo me hanno sicuramente ragione.
Invece diffido delle spiegazioni unilaterali o semplificanti, tipo quella che "il capitalismo è nato per motivi istituzionali", che in genere sono dovute solo a una certa dose di ignoranza. Ad es., a parte che la tua frase "una forma di proprietà privata realmente garantita (non sottoposta cioè agli arbitrari e alle confische del sovrano e dello stato) porti per sua natura, quantomeno sui tempi lunghi, alla nascita dell'economia di mercato" non ha molto senso (è come dire "avere tre lati e tre angoli porta per sua natura, almeno sui tempi lunghi, alla nascita di un triangolo", con la rilevante differenza che cosa sia un triangolo è chiaro a tutti, cosa sia l'"economia di mercato" invece molto meno), il testo che citi dimentica che non dappertutto in Occidente la proprietà era "piena" ed "assoluta". Chiunque conosca un po' il diritto inglese, ad es., sa bene che il diritto di proprietà in Inghilterra NON è né pieno né assoluto (per dire, i diritti sugli immobili hanno di roma durata limitata); eppure questo non ha impedito all'Inghilterra di essere, guarda guarda, la prima "economia di mercato" o "capitalista" o "industriale" (e su ognuno di questi aggettivi, bada bene, potremmo parlare per giorni) del mondo.

Luca | January 13, 2010 10:22 AM

Rispondo brevemente:

riguardo alla tua prima critica, è vero che i due autori parlano di "differenza economiche, tecnologiche e istituzionali", ma è anche vero che nel suo libro Pellicani (a torto o a ragione) dimostra come i fattori economici e tecnologici siano in massima parte il risultato della struttura istituzionalmente aperta delle società europee del periodo immediatamente precapitalistico!

Anche la tua affermazione secondo la quale: "la tua frase "una forma di proprietà privata realmente garantita (non sottoposta cioè agli arbitrari e alle confische del sovrano e dello stato) porti per sua natura, quantomeno sui tempi lunghi, alla nascita dell'economia di mercato" non ha molto senso (è come dire "avere tre lati e tre angoli porta per sua natura, almeno sui tempi lunghi, alla nascita di un triangolo" " non mi sembra troppo giusta. Parli infatti come se le condizioni da me citate implicassero già per sé l'esistenza di una società di mercato: cosa assolutamente non è vera, come dimostra ad esempio il fatto, nonostante nel mondo antico greco e romano la proprietà privata fosse sostanzialmente già garantita, non vi si sviluppò mai una società capitalistica, nonostante alcune tendenze in tal senso (peraltro non esclusive del mondo antico occidentale)!

Interessanti invece le tue affermazioni che "nessuno sappia con esattezza cosa sia la società di mercato" e che "il diritto di proprietà in Inghilterra NON è né pieno né assoluto".
Su questo secondo punto però, ipotizzo che tutto sommato il diritto inglese abbia acquisito presto un carattere razionale e obiettivo che ha impedito o cmq limitato fortemente quindi il fenomeno delle requisizioni arbitriarie della ricchezza privata da parte del Sovrano, tipico invece di un dispotismo di tipo asiatico (pensa tra l'altro alla sua precoce Monarchia parlamentare...). Anche dunque, se la proprietà terriera era per così dire "a tempo" - ma sia chiaro che ipotizzo!!! - i grandi proprietari poterono egualmente accumulare capitali finanziari da reinvestire in seguito in nuove imprese economiche. La vivacità del pensiero civile e tecnologico poi, fece il resto, dando un grosso contributo allo sviluppo borghese e capitalistico del mondo inglese!

Adriano | January 16, 2010 2:01 AM

...scusa gli errori di battitura, ma visto l'ora ho scritto molto di fretta!

Adriano | January 16, 2010 2:04 AM

Ah! Comincio col levarmi da solo 10000000 punti per aver scritto quella cazzata sui triangoli. Hai ragione: che l'esistenza di diritti di proprietà piena e garantita conducano necessariamente alla nascita di un'economia di mercato non solo non è affatto una tautologia, ma è anzi una cazzata. Ora non mi metto a sottolineare che tuttavia questo è esattamente quel che avevi scritto tu, perché secondo me il vero problema di ricerche come quella di Pellicani è un altro. Provo a spiegarmi.
Che cos'è il 'capitalismo', tanto per cominciare? Con esattezza nessuno lo ha mai spiegato. Eppure dalla definizione dipende molto (quasi tutto) delle conclusioni che poi si vanno a raggiungere. Faccio un esempio: per Weber (almeno, il Weber dell' "Etica protestante"), 'capitalismo' vuol dire fondamentalmente disciplinamento razionale (anzi, razionalistico) della brama di guadagno; per L. Brentano, viceversa, il capitalismo non è uno spirito o tendenza, ma è un sistema economico trainato dalla ricerca del massimo guadagno e opposto al sistema economico feudale; per Sombart infine è "un'organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, due diversi gruppi di popolazione, i proprietari dei mezzi di produzione, che contemporaneamente hanno la direzione e costituiscono i sggetti economici, e i lavoratori nullatenenti (come oggetti economici), e che è dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico". Non è un caso, credo, che questi autori raggiungano conclusioni abbastanza differenti.
Se per es. tu dici per Pellicani il capitalismo è "il risultato del pieno dispiegamento della logica del mercato" questo vuol dire, come lo leggo io, che c'è capitalismo solo dove (i) esiste il 'mercato' e (ii) la sua 'logica' è pienamente dispiegata. Al posto di una incognita sola, adesso ne abbiamo due. Ma vuol dire anche che dove non c'è 'mercato', o comunque questo (qualunque cosa sia) non è 'pienamente sviluppato' secondo la sua 'logica' (qualunque cosa siano), non c'è il capitalismo. Io non ho idea (nella tua recensione questo non c'è) se Pellicani abbia spiegato da qualche parte cosa vogliano dire tutte queste belle cose. Eppure è diffiicle discutere seriamente di una tesi del genere se non sappiamo di che 'mercato' stiamo parlando. Prendiamo per es. la Cina odierna. Se per 'mercato' intendiamo un sistema di scambi tra operatori in cui la proprietà dei mezzi di produzione è attribuita ai privati, allora in Cina oggi un mercato non c'è. Se invece ci accontentiamo di definire il mercato come il luogo degli scambi sanciti e tutelati dal diritto, allora in Cina oggi il mercato c'è.
In altre parole, per aversi un 'mercato', conta la rule of law (la certezza del diritto) oppure conta l'esistenza di titoli di proprietà privata? La cosa è complicata anche dal fatto che secondo taluno (non senza serie ragioni) l'una cosa non si dà senza l'altra. E dal fatto che 'proprietà' significa un sacco di cose diverse a seconda delle diverse culture giuridiche (la proprietà inglese non è la proprietà romanistica, quest'ultima è diversa dalla proprietà del diritto germanico antico, per non parlare dell'influsso che i diversi modelli di 'famiglia' hanno sul modello di proprietà. Btw, osservo che i maggiori problemi incontrati da pensatori diversissimi come Marx e Nozick derivano proprio dall'aver trascurato il fatto che il diritto di proprietà non è un monolito).
E che senso ha allora la frase frequentemente ripetuta per cui in Cina (o un tempo in URSS) esisteva un capitalismo (sia pure 'di Stato')? Esistono tanti tipi di capitalismo?

Scrivo questo solo per dare un'idea delle difficoltà che incontra chiunque voglia affrontare seriamente il compito gigantesco di attribuire senso a questo vastissimo dibattito. Nel quale, secondo me, è difficile orientarsi perchè sin dall'inizio si sono confusi due filoni di ricerca che invece andrebbero nettamente distinti. Da un lato, c'è la domanda: che cos'è lo sviluppo? Perché c'è stato in Occidente e non altrove? Dall'altro lato, c'è la domanda: che cos'è stato lo sviluppo capitalistico occidentale, quali fattori lo hanno prodotto? Capisci che la prima domanda implica che il fenomeno visto in Occidente è replicabile anche altrove, magari in forme diverse, e questa è l'indagine propria dell'economia dello sviluppo. La seconda domanda invece è una ricerca di storia, e riguarda questioni che sono proprie ed esclusive della storia del solo Occidente. Nel primo caso ha senso 'stupirsi' del perché lo sviluppo c'è stato solo in Occidente, nel secondo caso invece no (perché la ricerca è appunto sulle peculiarità della storia occidentale).
Oggi come oggi, una ricerca del tipo di quella di Pellicani mi sembra del tutto
sterile.

Luca | January 16, 2010 11:21 AM

.... discorso molto chiaro nella sua disarmante ricchezza di spunti e conseguente oscurità! :-)))

Mi verrebbe da dare migliaia di risposte e da fare altrettante domande...

Mi limito a dire queste cose: la proprietà privata non è rigorosamente necessaria per il capitalismo, è necessario però che vi sia un ordinamento giuridico certo e non arbitrariamente modificabile da qualcuno per i propri interessi o il proprio capriccio (e magari, scusa la natura aleatoria del concetto, anche equo...) che permetta ai vari agenti economici di competere tra loro secondo leggi condivise; insomma deve esserci una lotta ad armi pari, cosa per la quale è necessario che via sia un'autorità superiore e imparziale o comunque una condizione di equilibrio tra i competitori. Solo questo tipo di situazione infatti, permette di evitare l'arbitrio e la "concorrenza sleale" (che però esiste sempre in qualche modo o misura: la concorrenza perfetta infatti non è che un ideale astratto - come insegnano gli economisti!) Dove regna incontrastato il principio dell'arbitrio infatti, il mercato non è più possibile perché manca la base stessa che lo rende possibile: la concorrenza egualitaria.
Insomma è vero, sono più importanti la razionalità e il diritto della proprietà privata.
Ma mi chiedo, al tempo stesso: se i competitori "competono", lo fanno bene o male in vista di un vantaggio privato, quindi in base a una logica privatistica - a prescindere dalla definizione che della proprietà viene data nei diversi contesti sociali e storici (quindi questo discorso - immagino - varrà anche per la Cina odierna!)
In questo senso, nonostante tutti gli infiniti distinguo del caso, credo che i concetti di mercato e di Capitalismo (pur nella loro relativa indefinizione) siano tutto sommato abbastanza definiti perché se ne possa parlare con relativa tranquillità... intellettuale.
Sul "capitalismo di Stato", è una definizione molto approssimativa, anzi quasi un'espressione di pura suggestione dal momento che può significare cose molto diverse e anche opposte tra loro.
Si può usare per dire che lo stato aiuta in modo consistente lo sviluppo capitalistico e i suoi capitalisti, sostenendoli e avendone in cambio il vantaggio di una maggiore solidità e prosperità (alcuni esempi esempi: il Mercantilismo classico, ma anche il sostegno dello stato italiano alle grandi aziende come la FIAT...); ma si può usare anche, come nel caso degli stati del Socialismo reale o delle monarchie ellenistiche, per dire che lo Stato **è** l'economia, cioè che la dirige in modo implacabile.
In questa seconda accezione l'espressione è però estremamente ambigua e paradossale: se non vi è iniziativa privata (quantomeno libera e indipendente) come può infatti esservi capitalismo!? Forse si intende dire che uno stato compete con gli altri e che quindi l'aspetto privatistico si sposta interamente sul piano della competizione internazionale, mentre all'interno dei suoi confini l'economia rimane pubblica. E può essere anche il caso della Cina odierna, almeno da certi punti di vista, anche se stanti così le cose mi pare si possa parlare in sostanza di UNA FORMA ESASPERATA DEL MERCANTILISMO EUROPEO DEL XVII SECOLO!

Infine, un'ultima osservazione: forse in realtà la cosa che distingue recisamente l'Europa dal resto del mondo, non è la presenza di una struttura sociale aperta all'iniziativa privata e all'accumulazione della ricchezza privata (fenomeno che si ripresenta in vari contesti, seppure in forme molto diverse e quasi mai integrali... si pensi al fenomeno delle città stato mercantili, che troviamo in molte le regioni del mondo: dall'Arabia, a Novgrod!)
Forse la cosa che diede all'Europa la possibilità di staccarsi e distinguersi dal resto del mondo, fu la *Rivoluzione industriale* e la conseguente capacità di riversare sui mercati enormi quantità di prodotti, con la conseguenza di creare enormi accumulazioni di ricchezza e una separazione sempre più netta tra proprietari e lavoratori, etc. etc.
Insomma, se ci fossimo fermati alle città stato medievali e rinascimentali, la storia europea probabilmente non ci sarebbe apparsa tanto eccezionale e unica. Solo a partire dalla Rivoluzione industriale e dalla impressionante crescita della ricchezza che la caratterizzò, avremmo dunque iniziato a distinguerci, individuando poi a posteriori ed erroneamente nella rinascita urbana la causa originaria della nostra eccezionalità storica successiva. E ciò anche se tale eccezionalità si dovette in ultima analisi SOLO alla rivoluzione industriale.
A questo punto, seguendo questa pista, dovremmo chiederci: COSA HA FATTO SI CHE SOLO L'EUROPA CONOSCESSE IL FENOMENO DELL'INDUSTRALIZZAZIONE, OVVERO DELLA SCOPERTA E DELL'APPLICAZIONE IN SEDE PRODUTTIVA DELLE TECNICHE CHE VI FURONO A BASE!?
Ovviamente io sarei portato a dire la nascita della borghesia e della società aperta da essa generata.... ma se questa in realtà NON fu una prerogativa europea, bensì un fatto diffuso in gran parte del mondo (seppure sotto vesti giuridiche molto diverse, come osservi tu), allora questa spiegazione non potrebbe bastare a rendere conto della genesi della Rivoluzione industriale...

Adriano | January 17, 2010 1:47 AM

Per Adriano. Una semplice (e tardiva) precisazione. Scrivi che Pellicani non cita ma Polanyi. Ti correggo: ho verificato la mia edizione della Sugarco. E Polanyi viene citato. Non solo nelle note a pie' di pagina, ma anche nel corpo del libro (es pag 224). Conoscendo (discretamente) il Professore della LUISS e le sue opere, mi pareva strano che non facesse alcun riferimento alle opere dello studioso ungherese.

francesco | September 7, 2010 8:56 PM

Domanda di carattere bibliografico: ma la seconda edizione Marco del libro di Pellicani riproduce fedelmente la prima, SugarCo, oppure ci sono aggiunte e variazioni? Grazie in anticipo per la risposta.

Paolo | May 27, 2011 12:36 PM

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