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Il nuovo PGT di Milano

A fine luglio il Comune di Milano pubblica sul proprio sito il nuovo PGT per la città, Piano di Governo del Territorio, redatto dallo studio di architettura Metrogramma.

 

Non è ben chiaro se sia il testo definitivo, che verrà presentato in Consiglio Comunale, oppure una pubblicazione in anteprima, in attesa di commenti.

 

Di certo è un malloppo di 380 pagine, che vanno a sostituire l’altro malloppo del 2006 (gli atti PG 111621 del 7/2/2006 – Documento di Piano, Piano dei Servizi, Piano delle Regole) divenuto lettera morta.

 

La grafica è ineccepibile, curatissima: ma andiamo alla ricerca della ciccia.

 

Giusto per non mettermi subito a leggere riga per riga tutte le 380 pagine, cerco dapprima la normativa di riferimento.

 

Scorro l’indice e…le pagine di normativa sono 14 (!), le ultime 14 pagine!!

 

Mi domando cosa si dica nelle precedenti 366.

 

E allora tocca leggere.

 

L’incipit e l’intero primo capitolo sono disarmanti, il testo inizia così:
“Per leggere e analizzare i processi urbani di un’area metropolitana come quella milanese è necessario utilizzare diversi e talvolta complessi strumenti di indagine, che impegnano differenti discipline e specificità: la geografia, la sociologia, la storia, l’economia, la statistica, l’archeologia, l’architettura, l’ingegneria.”(pag.10)
Perbacco! Che sia l’urbanistica la disciplina che si cela dietro tali complessi strumenti di indagine?!?
Proseguiamo e scopriamo che:
“Tale studio ha fatto emergere un carattere essenzialmente contemporaneo del territorio (?), complesso (ovviamente) e ricco, che ha suggerito una strategia capace di immaginare temi progettuali essenziali (ancora?) da mettere in relazione agli obiettivi politici di partenza.”(pag.10)
Cioè, il territorio –essenzialmente contemporaneo- ha votato la Moratti alle ultime amministrative?!?
Il testo è una continua ripetizione di complesso, specifico, cruciale, identità:
“…evidenzia un’identità molteplice della struttura urbana che appare come uno straordinario caleidoscopio denso di spunti di criticità e opportunità. Tale complessità la si può mettere in relazione con la necessità di sottolineare sempre di più, quale antidoto alla genericità della città e in particolare della periferia, le identità e le specificità dei quartieri e delle zone di cui il tessuto urbano è costituito.
Milano appare improvvisamente, secondo questa lettura, una città a tutti gli effetti polifonica.”(pag.16)
Straziata dal primo capitolo, passo al secondo “Obiettivi e Strategie”, sperando, invano, di trovarvi conforto.
Non paghi di 43 pagine introduttive, infarcite di banali teorie urbanistiche, di parole sconnesse e ripetute un’infinità di volte e di imbarazzante vuoto concettuale, anche il secondo capitolo inizia ribadendo che “La complessità di Milano si manifesta attraverso le molteplicità di parti che ne costituiscono e ne descrivono l’essenza. Una città fatta di città, identità e potenzialità…”
Gli obiettivi politici sono 3:
1.      La città attrattiva
2.      La città vivibile
3.      La città efficiente
Come il PGT intenda perseguire e raggiungere gli obiettivi non sarà chiaro in nessuna delle 380 pagine del testo.
Chiarissimo invece  è che Milano è colma di criticità e peculiarità (pag. 48), che talvolta si declinano in criticità peculiari (pag.48).
Il capitolo 3 è un capolavoro e andrebbe riportato parola per parola, trascrivo alcuni paragrafi:
“La strategia che il Piano di Governo del Territorio adotta per garantire lo sviluppo sostenibile di Milano è quella di muoversi all’interno di quel materiale che abbiamo definito all’inizio di questa relazione progettuale come “vuoto urbano”, con il preciso obiettivo di restituire allo stesso quel valore aggregativi, collettivo, di socializzazione e di ricchezza per i cittadini, rendendolo uno spazio flessibile, capace di ridefinirsi continuamente e di rapportarsi immediatamente con lo spazio fisico della città.
Il piano mette dorsale dell’area milanese, sia urbana che estesa al territorio metropolitano (e qui spero sia un refuso perché la costruzione della frase mi è oscura più delle altre).
La città pubblica è l’insieme di tutti quegli spazi accessibili e fruibili dalla collettività. S’intende per spazio pubblico e quindi per città pubblica l’aggregazione non solamente di grandi parchi, piazze e viali “topologicamente” definiti o definibili, ma anche quei luoghi ove si sostanziano i comportamenti collettivi e socializzanti (in grassetto nel testo e grande ovvietà). Da questo punto di vista, vengono compresi nella definizione di città pubblica anche i grandi spazi di servizio, dagli aeroporti alle stazioni, dagli stadi ai centri sportivi, dai teatri ai musei. E anche spazi residuali della contemporaneità, dai parcheggi agli interscambi, dagli svincoli agli spazi tecnici delle infrastrutture, dai ponti ai sottopassi.”(pag.94)
Povero milanese contemporaneo, una volta si andava in piazza Duomo o in Galleria, oggi si è relegati nei sottopassi!
Ma il testo continua:
“E’ quindi il sistema dei vuoti urbani nel Documento di Piano che garantisce l’interesse pubblico nella determinazione della forma urbana futura: la trama del verde, i nuovi varchi e percorsi pedonali, la rete delle infrastrutture, i nuovi luoghi centrali dei quartieri (una piazza, un polo funzionale, un’attrezzatura di servizio, una chiesa, un sistema di commercio di vicinato).”(pag.94)
La pagina successiva riporta in un copia incolla, speriamo involontario, gli stessi periodi già letti nel capitolo 2.
Si vuole una nuova città a rete, una rete flessibile, una città  tangenziale e trasversale, policentrica e polifonica, complessa, critica e peculiare, fatta di centralità diffuse.
E poi ci sono gli “epicentri”, nuovo concetto urbanistico introdotto da questo documento:
“Il termine Epicentro è utilizzato in modo figurato per spiegare l’effetto “ad eco” di una trasformazione urbana sul tessuto non interessato direttamente da tale sviluppo. Se ne dà un’accezione positiva rispetto all’utilizzo comunemente fatto del termine.
Il governo del territorio, in un’ottica d’interesse pubblico, ha il dovere di far corrispondere ad ogni sviluppo strategico un beneficio per tutta la città. Nel nostro caso interessa non la definizione in sé (ah no?), bensì la “metafora figurativa” che la definizione scientifica sottende (apperò). Ci aiuta a spiegare il ruolo di un progetto strategico di sviluppo urbano rispetto alle parti di città preesistenti e non interessate direttamente da tale trasformazione. E’ una metafora utile a misurare l’indotto trasferito alla città in rapporto alla distanza dal luogo di nuovo sviluppo. Se infatti una trasformazione o riqualificazione urbana viene concepita sin dal principio in modo “aperto” può estendere il suo valore, in termini d’interesse pubblico e di miglioramento qualitativo, in modo direttamente proporzionale, a tutta la città.” (pag.106)
Poi avvengono veri miracoli geometrici, che nulla hanno da invidiare alla quadratura del cerchio: il progetto dei cosiddetti Raggi Verdi:
“I raggi verdi sono percorsi lineari, prevalentemente alberati. Percorsi radiali che dalle mura spagnole, lungo direttrici radiali, mettono in connessione il nucleo antico della città di Milano con la struttura a rete degli epicentri  e con i parchi di cintura intorno alla città.

Il progetto prevede 8 raggi verdi più 2 …il nono raggio è costituito dalla Cerchia dei Bastioni che misura di circonferenza circa 18 km lineari. Il decimo dal sistema ciclabile circolare “filo rosso”,…” (pag.113)
Il quarto capitolo è dedicato alle grandi opere pubbliche ed “enuncia con forza il passaggio da principi astratti di natura prevalentemente urbanistica (Epicentri, Raggi Verdi, parchi Periurbani) a precisi temi progettuali a questi sottesi.
Gli scenari esplorati corrispondono, invece, ad una delle molteplici possibilità ad essi connesse.” (???) (pag.188)
Vi lascio i nomi dei grandi progetti:
1.      Passeggiata dei bastioni
2.      Rambla circolare dei viali
3.      Filo rosso
4.      Circle line del ferro
5.      Arco verde giardini lombardi
6.      Ponti verdi
7.      Rotonde per l’arte
8.      Collana verde
9.      West park
10.  Grande parco del Lambro
11.  Interquartiere
12.  Ronda sud
13.  Vie d’acqua
14.  Parchi delle cascine
15.  Nuovi boulevard
Il quinto capitolo dà la città in cifre e quantifica gli obiettivi del PGT.
Tolta la città consolidata, si scopre che, ancora una volta, gli ambiti di trasformazione urbana (poi meglio descritti nel sesto capitolo) sono gli scali ferroviari, le caserme e le cascine, per un totale di 5.548.482 mq.
Inoltre, le aree regolate da provvedimenti in itinere (accordi di programma, PII, PPE, varianti PRG, B2, zone C non attuate, zone D non attuate) valgono per ben 24.059.674 mq!
E sono tutti interventi per cui le norme attuative di questo documento non si applicano.
Ma come e dove trovare i soldi per realizzare quanto finora esposto?
Il primo strumento è la perequazione urbanistica, che sembra la gallina dalle uova d’oro ma nei fatti si sta rivelando impraticabile (vedi esperienza monzese); il secondo strumento è il paternariato pubblico e privato, ovvero formule di concessione/gestione da parte di privati di spazi di proprietà del comune per la realizzazione di beni di club; rientra nella categoria del paternariato anche la pianificazione complessa [i famosi PII, così descritti a pagina 106: “Per anni lo sviluppo delle aree strategiche a Milano è avvenuto attraverso processi che partivano dallo studio di un’area e da un’analisi di quelle che erano le esigenze e le potenzialità di quella realtà locale circoscritta.
Inoltre la trasformazione urbana, nel maggiore dei casi, avveniva all’interno del perimetro dell’ambito strategico in questione (per esempio seguendo il perimetro di una proprietà o di uno strumento attuativo come i PII) e raramente guardando ad un progetto di scala urbana di più ampio respiro. Questo ha fatto sì che si sviluppassero in modo autonomo una serie di trasformazioni con logica interna e autoreferenziale.” Ma che, a pag. 335, diventano strumento “in cui, a fronte di una valorizzazione dell’operatore privato, l’amministrazione ottiene la realizzazione di importanti dotazioni territoriali nell’ambito di un processo negoziale.”
Insomma, l’urbanistica milanese si riconferma fatta di PII, altroché.
L’ultimo strumento sono le sponsorizzazioni, la pubblicità, le donazioni, il cui impiego funziona solo per interventi di riqualificazione di micro aree a verde, assimilabili da aiuole.
“Al fine di minimizzare l’impegno finanziario di costruzione e gestione della città pubblica a carico dell’amministrazione è opportuno promuovere l’impiego integrato di tali strumenti considerando con attenzione le loro diverse potenzialità in ragione delle specificità delle opere pubbliche o di interesse collettivo che si intende realizzare e in grado di promuovere il massimo coinvolgimento degli operatori.”
Ovvero: il comune di Milano non ha i soldi per realizzare manco una delle grandi opere pubbliche descritte, ma se gli operatori privati danno prova di buona volontà (e fede, speranza e carità) forse qualcosa di buono si potrebbe fare.
Forse.
Intanto la Biblioteca Europea (BEIC) non è più in bilancio e mai ci sarà (e questo PGT si guarda bene dal nominarla).

Raggiunta pagina 366, si apre l’ultimo capitolo, quello normativo: 14 pagine norme di attuazione per 365 pagine di “buoni propositi”.

 

(Anna Diana Debernardi)

Commenti

Ciao addb!

a me, il dato che più lascia perplesso, è questo:

link

ossia la rappresentazione della suddivisione amministrativa del territorio (peraltro, se non sbaglio, comprendente i Comuni appartenenti alla nuova Provincia di Monza e Brianza). Quanti PRG (PGT) sono?

alessandro | September 8, 2009 12:26 PM

C'entra poco, ma parlando di eccessive suddivisioni amministrative, accadono anche cose come questa:
link

Insomma, addb, questo è un PGT che non è un PGT ma un elenco di 'buoni' (?) propositi.

Luca | September 8, 2009 12:52 PM

i pgt sono stati istituiti dalla legge regionale 12/2005 e sono comunali.
ogni comune deve dotarsi di pgt.
l'obiettivo dei pgt è l'identificazione di obiettivi di pubblica utilità (la città pubblica --> opere pubbliche): il problema è che un documento comunale tutela sicuramente gli interessi locali, ma può tutelare interessi a più vasta scala?

poi il pgt non è uno strumento operativo, non è conformativo dei diritti edificatori, quindi che valore hanno le aree destinate alla trasformazione?
giuridicamente cosa comportano quegli elaborati grafici?
secondo la legge, non è obbligatorio redigere il documento di piano con planimetrie allegate, eppure ogni dp finora presentato ha gli elaborati grafici: quelle campiture a scala dettagliata non hanno effetto giuridico sul regime degli immobili? ahi ahi.


addb | September 8, 2009 1:45 PM

Ed invece Luca è uno splendido esempio di cosa volevo dire!!! Queste sono proprio le cose che ci si dovrebbe prefiggere di risolvere, ossia coniugare e assecondare i diversi interessi in campo.
Non mi addentro su questioni tecniche lombarde, che non conosco (la materia è di quelle a legislazione concorrente... ma anche no), ma quel --->"La città pubblica è l’insieme di tutti quegli spazi accessibili e fruibili dalla collettività. S’intende per spazio pubblico e quindi per città pubblica l’aggregazione non solamente di grandi parchi, piazze e viali “topologicamente” definiti o definibili, ma anche quei luoghi ove si sostanziano i comportamenti collettivi e socializzanti" è a mio avviso significativo.
Perchè continua ad esserci questa dicotomia pubblico-privato, quasi a dire che le funzioni dell'abitare, o del commercio, o del produrre non siano esse stesse socializzanti?

alessandro | September 8, 2009 4:08 PM

....e non sai che la carta per stampare tutto cio' e' stato fatto tagliando gli alberi promessi ad Abbado.

..che citta' di mer, Milan....
proprio una citta' di mare.

Ma la maggioranza sembra contenta cosi'.
Che gente di mare, navigata.

Falloppio | November 29, 2009 2:39 PM

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