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September 14, 2009

The Original Affluent Society

Del celebre articolo di Sahlins (apparso per la prima volta, in francese e in forma abbreviata, nel 1968) vi ho già citato le prime due pagine. Scopo dell’A. è dimostrare che non è vero che i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico vivessero in perpetua penuria e in condizioni gravemente disagiate rispetto alle civiltà agricole che seguirono.

La premessa del discorso di S. è già esposta nella prima pagina: occorre distinguere tra abbondanza/povertà da una parte, e alto/basso tenore di vita dall’altra. Sulla seconda endiadi non c’è molto da dire: i cacciatori-raccoglitori avevano un livello di vita basso, molto basso anche secondo S. Ma la prima distinzione non coincide affatto con la seconda: ha invece a che fare col rapporto fra gli scopi, o bisogni, degli individui e i loro mezzi. Quindi, chi ha pochi bisogni e mezzi limitati, ma sufficienti a soddisfare i primi, è ricco almeno quanto chi ha molti mezzi, ma bisogni grandi e numerosi.

Il pregiudizio contro i paleolitici, dice S., forse risale già al Neolitico. Ma di certo, da Adam Smith in poi, è un tratto distintivo del pensiero borghese.   

Eppure, dice S., non c’è niente di strano a sostenere che i Paleolitici fossero “ricchi”, dato che

Le moderne società capitaliste, per quanto riccamente fornite, si dedicano alla proposizione della scarsità. L’inadeguatezza dei mezzi economici è il principio primo delle persone più ricche del mondo… Il sistema di mercato-industriale istituisce la scarsità, in una maniera completamente senza paralleli e ad un grado da nessun’altra parte nemmeno approssimato.

Le ragioni di tutto questo non sono chiare, per il momento (S. accenna a alcune teorie sociologiche del consumismo, ma non vi insiste troppo). E continua:

Quella sentenza di ‘vita ai lavori forzati’ è stata inflitta soltanto a noi. La scarsità è la condanna emessa dalla nostra economia – così come l’assioma della nostra Economia: l’applicazione di mezzi scarsi a fini alternativi per ottenere la massima soddisfazione nelle circostanze date. Ed è precisamente da questo ansioso punto di vista che guardiamo indietro ai cacciatori. Ma se l’uomo moderno, con tutti i suoi vantaggi tecnici, non ha ancora quanto gli basta, che possibilità può avere questo selvaggio nudo con  i suoi striminziti arco e freccia? Dopo aver equipaggiato il cacciatore con impulsi borghesi e strumenti paleolitici, è inevitabile che giudichiamo la sua situazione disperata.”

Il fatto è che lo scopo dei cacciatori era “finito”, cioè la loro “salute”, e arco e freccia bastavano a quello scopo. Su questo ritorneremo.

Gli antropologi di solito denigrano i cacciatori paragonandoli in malafede ai neolitici. La tesi classica è che dovevano lavorare molto di più di agricoltori e allevatori per guadagnarsi da vivere. Su questa  teoria si concentra S. per gran parte del saggio. Altri punti (come la maggiore produttività del lavoro neolitico in termini di consumo energetico) vengono affrontati solo molto brevemente  e non troppo brillantemente (a p. 6).

Prima però S. si sofferma su alcune questioni di metodo. Innanzitutto, critica la fiducia che i teorici classici accordano ai rapporti sulle popolazioni di cacciatori attualmente esistenti (tipo i Boscimani, gli Aborigeni australiani, gli Ona o gli Yahgan). Questo tipo di argomento è criticato da S. perché i cacciatori odierni tendono a vivere in ambienti degradati, con risorse ridotte in gran parte dalla concorrenza/vicinanza delle popolazioni più ‘progredite’, e di conseguenza non possono essere usate, se non con molta cautela, per inferirne come effettivamente vivessero i cacciatori del Paleolitico. Invita altresì alla diffidenza nei confronti  delle relazioni di viaggio ottocentesche, perché anch’esse frutto di personaggi obnubilati dai pregiudizi atavici.

L’articolo entra nel vivo a p. 9.

Per rovesciare il tradizionale pregiudizio, peraltro, S. non esita a servirsi proprio dei resoconti etnografici del passato e di quelli del presente. E comincia da un aspetto sorprendente del problema dell’abbondanza: quello delle cose di uso quotidiano “a parte cibo e acqua”. E qui risulta che i cacciatori  vivono in grande abbondanza: essi

sono comparativamente liberi dalla pressione materiale... Vivono in una sorta di abbondanza materiale perché hanno adattato gli strumenti del vivere ai materiali che si trovano in abbondanza presso di loro e che possono essere liberamente presi da ciascuno”.

In altre parole, in quello che S chiama il “settore della non-sussistenza”, l’abbondanza è tale che i cacciatori tendono a non possedere più di un esemplare di ogni utensile, il che “è una indicazione di fiducia nei propri mezzi”.

Ovviamente, ciò presuppone che “la normale quota di cose consumabili (nonché il numero dei consumatori) sia posto culturalmente a un livello modesto”. A questo punto la questione è: perché i cacciatori  si accontentano di così pochi possessi – perché per loro è un principio, non una sfortuna”. E’ così perchè i cacciatori sono tanto provati dalla fatica di procacciarsi da vivere che non hanno più tempo per altro, come recita la vulgata? Ma come vedremo, in realtà il successo delle tattiche dei cacciatori è tale che “per metà del tempo la gente sembra non sapere cosa fare”. D’altronde, il presupposto di questo successo è il continuo movimento dei cacciatori. E allora è quest’ultimo punto che spiega il perchè di così pochi possessi materiali: “del cacciatore si dice giustamente che per lui la ricchezza è un peso”, e così essi tendono a possedere solo ciò che possa venire facilmente trasportato: “il valore supremo è la libertà di movimento”. Di qui, dice S., l’evidente negligenza dei cacciatori rispetto ai propri beni.

Si è quindi tentati di dire, scrive argutamente S., che egli sia

l’uomo non economico. Almeno quanto ai beni non di sussistenza, egli è il contrario di quella caricatura standard immortalata in ogni manuale di economia, pagina 1. I suoi bisogni sono scarsi e i suoi mezzi (in paragone) abbondanti”.

E non è che i cacciatori abbiano “limitato” o “represso” i propri bisogni: è che

l’Uomo Economico è una costruzione borghese... Non è che i cacciatori-raccoglitori abbiano ridotto i propri ‘impulsi’ materialistici*: essi semplicemente non hanno mai fatto un’istituzione di questi... Noi tendiamo a pensare dei cacciatori-raccoglitori come poveri perché essi non hanno nulla; ma faremmo meglio a pensare di loro per quella ragione come liberi”.

Lasciamoci adesso alle spalle i parafernalia e passiamo alla sostanza: la sussistenza. La tesi di S. è che i cacciatori-raccoglitori

lavorano meno di quanto facciamo noi, e, piuttosto che un continuo lavoro, al ricerca di cibo è intermittente, l’ozio abbondante, e c’è una maggiore quantità di sonno durante il giorno a testa per anno di qualunque altro tipo di società”.

Come vedete, si tratta di una tesi che non si può certo accusare di ambiguità. Vediamo ora come S. la dimostra.

I principali studi etnografici attuali utilizzati da S. (in effetti, gli unici) sono due: uno sugli aborigeni dell’Arnhem Land in Australia, e uno sui Boscimani. Il primo ha analizzato gli aborigeni (una ventina di individui) per due settimane (!), il secondo i Boscimani (una quarantina) per quattro settimane (!). Difficile non concludere, già a prima vista, che si tratta di “evidenze” parecchio limitate. Ma proseguiamo.

I dati comprendono attività come la caccia, la raccolta di piante, la preparazione dei cibi e la riparazione delle armi. Ebbene, i dati sugli aborigeni dimostrano, dice S., che la gente “non lavora certo duramente”. Si tratta di 4 o 5 ore al giorno, e non continuative. In effetti, l’impressione è che i cacciatori tendano a sottoutilizzare, più che a sfruttare al massimo, il lavoro e le risorse disponibili (un punto che, nello stesso libro, S. analizza più diffusamente in un altro famoso saggio sul “modo di produzione domestico”). Potrebbero, in altre parole, produrre molto di più di quanto non facciano. In ogni caso, il loro lavoro non è fisicamente molto impegnativo, né la loro dieta monotona o insufficiente (al contrario, la variano spesso, e mangiano circa 2.130 calorie al giorno). E quanto al tempo libero? Dormono molto... In effetti, sembra che nel loro ‘tempo libero’ non facciano quasi altro. In altre parole, conclude allegramente S.,

l’insuccesso degli abitanti dell’Arnhem Land nel ‘costruire cultura’ non deriva certo dalla mancanza di tempo, ma dall’eccesso di ozio”. 

Quanto ai Boscimani, i dati sono analoghi, anzi per certi versi più sorprendenti. Intanto, ogni Boscimano che lavori è in grado di sostenere 4 o 5 persone. ne deriva

che la raccolta di cibo dei Boscimani è più efficiente che l’agricoltura francese nel periodo anteriore alla II GM, quando più del 20 percento della popolazione era occupata a nutrire il resto”.

Nella popolazione, a lavorare è all’incirca il 60 percento, ma questi “lavoratori effettivi” lavorano solo per il 36 percento del tempo. Ne segue che, per ogni lavoratore adulto, il lavoro occupa all’incirca 2 giorni e mezzo alla settimana, per una media di circa sei ore al giorno. Il resto è ozio, dice S. (Aggiungo che qualche pagina dopo, S. nel riassumere “relazioni su cacciatori-raccoglitori del presente etnografico.... suggeriscono una media di 3/5 ore per lavoratore adulto al giorno nel settore della produzione di cibo”, che dà un totale di 21/35 ore alla settimana).

Fico, no? Però emergono subito alcune incongruenze, perché, parlando delle donne Boscimane, si scopre subito che, di questi giorni di ozio, varie ore al giorno se ne vanno in

routine di cucina, come cucinare, schiacciare le noci, raccogliere il legno, attingere l’acqua”.

Se ne deduce che “preparazione del cibo” non comprenda l’attività di cucina vera e propria, oppure che i dati non sono omogenei. Ma a prescindere da questo – cioè: dando anche per buoni i dati esposti da S. – la domanda è: tutto questo supporta la conclusione che

da se’ sole, le relazioni sugli abitanti dell’Arnhem Land e i Boscimani muovono uno sconcertante, se non decisivo attacco contro la trincea della posizione teorica tradizionale”?  

I dubbi sono più che legittimi. Qui espongo solo un paio di argomenti tra i molti possibili.

Il primo è abbastanza banale. Prendiamo un normale paese occidentale, diciamo l’Italia. Stabiliamo la percentuale della forza lavoro occupata, e vediamo la normale giornata lavorativa.   Calcolando i giorni festivi e le ferie, credo che non sbaglieremo di molto se diciamo che l’Italiano lavora circa 4 giorni alla settimana. Dunque di più (1 giorno e mezzo in più) rispetto ai cacciatori-raccoglitori. Ma per ottenere un tenore di vita ben superiore. (D’altronde, qui si evince che il totale delle ore lavorate pro capite in Italia ammonta a circa 1620 ore/anno: pertanto, se calcoliamo settimane di 5 gg. lavorativi e 30 gg di ferie/festività varie all’anno, e quindi 283 gg. lavorativi, il totale è di 5,7 ore al dì).

Ma il punto più importante è ancora un altro. Perchè diamine dovremmo prendere in considerazione solo l’attività lavorativa strettamente volta alla sussistenza, cioè a produrre e preparare il cibo? Noi facciamo molte altre cose (costruire case, mobili, vestiti, apparecchi di ogni genere, quadri, libri, musica, medicine, insegnamento, ecc.) che S. non prende nemmeno in considerazione (per la verità, alcune di queste cose le fanno certamente anche i cacciatori-raccoglitori, solo che S. non ne parla, il che è un’altra delle ragioni che falsano il confronto). Se d’altronde facciamo il confronto negli stessi termini in cui imposta la questione S., cioè con riferimento solo al tempo effettivamente dedicato alla raccolta e alla preparazione del cibo, dovremmo giungere alla conclusione che noi italiani (e sto parlando degli italiani!) dedichiamo a queste attività un tempo irrisorio, ben inferiore a quello dei Boscimani e degli aborigeni: calcoliamo infatti il tempo di lavoro annuo di agricoltori e allevatori (che in Italia ammontano ad un totale del 4,2% di occupati sul totale  delle persone occupate), aggiungiamo il tempo che tutti quanti dedichiamo alla cucina (benché questo, come si è visto, non sia  esattamente compreso nei dati di S.), dividiamo per il numero degli occupati e ne ricaveremo pochissime ore alla settimana. So what?

Ora non vorrei tuttavia forzare troppo l’argomento di S. Il suo punto fondamentale  è che non è vero che i cacciatori-raccoglitori abbiano/avessero una vita orrendamente stressante dal punto di vista della fatica, che non vivano/vivessero sempre in strettezze, costretti a un continuo movimento alla ricerca di un cibo gramo, come la visione tradizionale ritiene. In particolare, S. sostiene che non è vero che il cacc.-racc. debba/dovesse lavorare più duramente degli agricoltori primitivi

(“il neolitico non ha visto alcun particolare miglioramento rispetto al paleolitico nell’ammontare di tempo richiesto per lavoratore nella produzione della sussistenza; probabilmente, con l’avvento dell’agricoltura, la gente ha dovuto lavorare di più”).

Può darsi che questo sia vero, anche se sull’entità e sul valore delle prove addotte si può avere qualche riserva (senza contare che nello stesso testo di S. si trovano estratti di relazioni etnografiche da cui risulta che i periodi di penuria non mancano affatto, anzi). Ma che il tenore di vita dei cacc.-racc. sia estremamente basso rispetto al nostro non c’è alcun dubbio, e la tesi che essi lavorino meno di noi è insostenibile. In altri termini, la tesi dell’”abbondanza” di cui i cacc.-racc. del Paleolitico (ammesso e non concesso che le poche tribù di cac.-racc. attuali siano rappresentative del Paleolitico) godevano non sembra tanto solida quanto è indubbiamente brillante e provocatoria.

Tanto più che non mancano altre contraddizioni anche più gravi, come vedremo. La tesi sottostante alla ricerca di S., e che discende da Polanyi, è che

la nostra umiliante schiavitù verso il materiale, che tutta la cultura umana è disegnata per mitigare, è stata deliberatamente resa più rigorosa

dal capitalismo, mentre la vita dei cacc.-racc. è tale da rendere evidente che per loro “non c’è davvero nulla di cui preoccuparsi”. Una vita felice, libera dal terrore e dall’ansia del possesso, dell’accumulo, del profitto, perchè in primo luogo libera dal timore di non trovare oggi o domani quanto basta per la sussistenza. In realtà, dice S., questo timore è artificiale ed ha origini culturali e storiche ben precise. In altre parole, la scarsità (insufficienza dei mezzi per la vita) è un prodotto culturale. Ci siamo?

S. analizza poi la prodigalità del cacc.-racc., che è sempre dovuta al fatto che essi non sembrano preoccuparsi minimamente per il domani. E’ stupidità o fiducia dovuta all’esperienza che il cibo si trova sempre? L’argomento di S. al riguardo (“[questo atteggiamento] deve avere qualche base oggettiva, perchè se i cacc.-racc. davvero avessero favorito la gola rispetto al buon senso economico, non sarebbero mai sopravvissuti per diventare i profeti di questa nuova religione”) sembra alquanto azzardato, visto lo scarso successo competitivo dei cacc-racc. rispetto ad altri modi di produzione...

L’altro problema è più interessante: il fatto che i cacc.-racc. non predispongano scorte. Certo la cosa non è per loro tecnicamente impossibile. La risposta che i cacc.-racc. danno alle domande al riguardo è sempre la stessa: le scorte sono “inutili” perchè il domani sarà come oggi e non c’è ragione di preoccuparsi. S. obietta che questa spiegazione

è probabilmente buona fin dove arriva, ma probabilmente incompleta. Un calcolo economico più complesso e sottile sembra all’opera- effettuato però da una aritmetica sociale estremamente semplice. I vantaggi delle scorte alimentari devono essere confrontate coi ritorni decrescenti della raccolta entro il raggio di un luogo determinato. Una tendenza incontrollabile a ridurre la capacità di portata locale è per i cacciatori au fond des choses: una condizione fondamentale della loro produzione e causa principale del loro movimento. Lo svantaggio potenziale dell’accumulo è che esso propone la contraddizione fra ricchezza e mobilità. finirebbe coll’ancorare il campo ad un’area presto priva di fonti naturali di cibo. Così immobilizzati dal loro stock accumulato, essi potrebbero soffrire in confronto con un po’ di caccia e raccolta altrove, dove la natura ha, per così dire, accumulato considerevoli scorte per conto proprio... Ma questo pregevole calcolo ... sarebbe espresso in una opposizione binaria molto più semplice, posta in termini sociali come ‘amore’ e ‘odio’...La attività tecnicamente neutrale di accumulare cibo diviene moralmente qualcosa di ancora diverso, ‘tesoreggiare’. Il cacciatore efficiente che accumula cibo riesce a costo della propria stima, oppure lo dà via a costo del proprio (superfluo) sforzo. Di fatto, un tentativo di accumulare cibo può soltanto ridurre la produzione complessiva di una banda di caccia, perchè chi non ha successo si accontenterebbe di starsene al campo e di vivere con quel che viene ammassato dai più prudenti. L’accumulo di cibo, quindi, può essere tecnicamente fattibile, e tuttavia economicamente indesiderabile e socialmente impossibile”.

Teniamo a mente questo importante passaggio.

L’ultimo capitolo di S. è dedicato a quelli che, secondo lui, sono i veri problemi dei cacc.-racc. Non si tratta per lui della scarsa produttività del lavoro, bensì della “imminenza dei ritorni decrescenti”.

Un modesto numero di persone di norma prima o poi riduce le risorse alimentari entro un raggio conveniente dal campo. Dopo, essi possono restare solo se assorbono un aumento nei costi reali o un declino nei ritorni reali: aumento dei costi se scelgono di andare a cercare sempre più lontano, declino nei ritorni se si accontentano di vivere delle raccolte ridotte o dei cibi inferiori nel raggio più vicino.. la soluzione, ovviamente, è andarsene altrove. Così la prima e decisiva contingenza della caccia-raccolta: essa richiede movimento per mantenere la produzione in termini vantaggiosi”. 

Questo ovviamente si riflette anche in altri settori:

la manifattura di strumenti, abiti, utensili, o ornamenti, per quanto facili a farsi, diviene senza scopo quando questi divengono più un peso che una comodità. L’utilità cade rapidamente ai margini della portabilità. la costruzione di vere case diviene similmente assurda se esse dovranno poi essere rapidamente abbandonate. Di qui le concezioni estremamente ascetiche del cacciatore riguardo al benessere materiale”.

La stessa cosa va detta delle limitazioni demografiche: la stessa politica viene praticata al livello delle persone.

I termini sono, freddamente: ritorni decrescenti al margine della portabilità, equipaggiamento minimo necessario, eliminazione dei duplicati, eccetera – vale a dire, infanticidio, senilicidio, continenza sessuale per la durata dell’allattamento, ecc., pratiche per cui molti popoli raccoglitori sono ben noti. La presunzione che tali mezzi siano dovuti all’incapacità di mantenere più persone è probabilmente vera – se ‘mantenere’ viene inteso nel senso di trasportarle più che di nutrirle... Un gruppo locale diviene vulnerabile ai ritorni decrescenti... in proporzione alla sua dimensione (ceteris paribus). Nella misura in cui la gente riesce nella produzione locale, e mantiene una certa stabilità fisica e sociale, le loro pratiche malthusiane sono appunto crudelmente coerenti. I moderni cacc-racc., lavorando il loro ambiente assai inferiore, passano gran parte dell’anno in piccolissimi gruppi largamente distanziati gli uni dagli altri. Ma piuttosto che il segno della sottoproduzione, il salario della povertà, questa struttura demografica è meglio compresa come il costo di vivere bene... Precisamente in questo quadro diviene possibile la ricchezza [affluence]. Mobilità e moderazione pongono i fini dei cacciatori entro la portata dei loro mezzi tecnici. Un modo di produzione sottosviluppato è così reso altamente efficiente. La vita del cacciatore non è così dura come sembra da fuori”.  

Qui, onestamente, sembra che l’amore per la propria tesi abbia effettivamente trasportato S. oltre i limiti del ragionevole. La struttura sociale, le abitudini, la cultura dei cacc.-racc. sono tutte strettamente vincolate a un problema economico fondamentale: il loro modo di produzione non può garantire la sussistenza di più di tot persone per più di tot giorni l’anno nello stesso luogo. Questo problema economico fondamentale, che lo stesso S. lumeggia con esattezza, non si vede perchè non lo si debba chiamare col proprio banalissimo nome, quello della scarsità (dei mezzi ai fini). Non possono permettersi di accumulare scorte o di cibarsi o ornarsi o vestirsi o coprirsi  oltre un certo limite? Chiamano il di più “superfluo” e “tesaurizzazione” e lo valutano negativamente. Ma la cosa singolare è che a uno studioso pur acuto e brillante come S. sfugga proprio il fatto che quella chimera, quella creazione ideologica della moderna borghesia, deliberatamente creata allo scopo di umiliare l’uomo moderno e indurlo a buttare a mare l’atavica libertà per accettare le costrizioni dell’industria, cioè la famosa “scarsità”, sia ciononostante così presente nella vita concreta dei cacc.-racc. del paleolitico e di oggi da dettare, fin nei più minuti particolari, la loro strategia di vita, le loro abitudini e la loro cultura. 

Pur di mantenere il punto, tuttavia, S. è disposto ad arrivare ancora più in là.  

 L’ammontare di lavoro (per capita) aumenta con l’evoluzione della cultura, e l’ammontare di riposo decresce”.

Come si è visto, questa affermazione, nei termini in cui la imposta S. (= ammontare di lavoro per ottenere la sussistenza alimentare)  è insostenibile. In ogni caso, dice S., non è affatto vero che la penuria di cibo fosse tipica di quel modo di produzione. Che dire allora, chiede S., del giorno d’oggi?

1/3 o 1/5 dell’umanità sembra che vada a letto affamata tutti i giorni. Nell’Età della Pietra la frazione deve essere stata inferiore. Questa è l’età della fame senza precedenti. Ora, nell’epoca della più grande potenza tecnica, il morire di fame è una istituzione... l’ammontare di fame cresce relativamente e assolutamente con l’evoluzione della cultura”.

La conclusione di S. è che, per la forza delle circostanze, i cacc.-racc. hanno un basso standard di vita (io direi piuttosto: il loro modo di produzione non consente loro che un basso standard di vita). Ma i loro bisogni materiali, cioè i loro scopi, sono normalmente soddisfatti senza difficoltà. La civiltà, con l’incamminarsi sulla strada dell’agricoltura, ha portato a due processi contraddittori: uno ha arricchito l’uomo, l’altro lo ha impoverito.  L’aspetto progressivo, dice S., è quello tecnologico. L’agricoltura ha consentito non solo all’umanità di prosperare al di sopra del mero livello delle risorse naturali, ma di mantenere un alto grado di ordine sociale. ma si è trattato di una strada in cui “per ogni passo avanti verso la sua destinazione il viaggiatore retrocede di due”. Le comunità si arricchiscono, ma al loro interno si  creano

discriminazioni nella distribuzione della ricchezza e differenziazioni nello stile di vita. I popoli più primitivi del mondo hanno pochi beni, ma non sono poveri. La povertà non è una certa limitazione nella quantità dei beni, né è solo una relazione tra mezzi e fini; soprattutto è una relazione tra persone. La povertà è uno stato sociale. Come tale è l’invenzione della civiltà”.

Come vedete, qui S. decide improvvisamente di abbandonare la sua precedente definizione di lavoro (ricchezza= adeguatezza dei mezzi ai bisogni) per adottarne una relazionale (si è poveri solo in confronto ai propri simili). Si tratta di una linea argomentativa che, a prescindere dalla sua discutibilità intrinseca (su che basi farò mai questo confronto, se non in base alla quantità di beni – non necessariamente materiali - che due persone hanno a  disposizione?) non ha nessuna connessione con quanto precede, ed anzi in parte la contraddice (se confronto il capo di una tribù di cacc-racc. con il più povero dei cittadini europei, per es., prendendo in considerazione non solo i tanto disprezzati ‘beni materiali’ – è chiaro che qui non c’è confronto: il povero europeo ha cose che il capo non si sogna neppure -  ma cose come la salute, la longevità, l’istruzione, ho paura che il mio risultato non coinciderebbe con  le conclusioni di S.).

Ma anche se non concordiamo con le conclusioni di S., e in particolare con questi ultimi giochi di prestigio che buttano a mare ogni seria investigazione della realtà del produrre, non si può non ammirare uno studioso che interroga le fonti e i dati, insomma la realtà, alla ricerca di una risposta alle domande più radicali che esistano, e che per farlo va dritto alla radice del problema, cioè al buon vecchio modo di produzione. Peccato solo che di questa grande e interessantissima indagine, il ‘marxismo’ e la ‘sinistra’ successivi abbiano ricavato solo le due paginette dense di raffinate scempiaggini perpetrate dall’ineffabile Jean Baudrillard in La societé de consommation (cap. I), in cui si buttano nella spazzatura  tutte le cose veramente interessanti del saggio di S. (l’analisi del modo di produzione di caccia-raccolta e del modo in cui questo influisce sulla cultura, le istituzioni e la società delle tribù) – pensate che B. arriva a dire, dei cacc.-racc., che tra essi “non vi è l’apparato produttivo né di ‘lavoro’: essi cacciano e raccolgono, si potrebbe dire ‘a piacere’, e dividono tutto fra loro”: in altre parole, abbiamo fatto nel paleolitico il celebre salto dal regno della necessità a quello della libertà, e non ce ne eravamo accorti! – per ricavare le seguenti profonde considerazioni: “Nell’economia del dono e dello scambio simbolico, una quantità debole e sempre finita di beni è sufficiente a creare una ricchezza generale, poichè essi passano costantemente dagli uni agli altri. La ricchezza non è fondata sui beni ma sullo scambio concreto fra le persone. Essa è dunque illimitata, perché il ciclo dello scambio è senza fine”.

Uno scambio senza produzione, un’economia senza beni, senza lavoro e senza fatica: il resto lo conosciamo già.

*notate l’aggettivo.

 

September 8, 2009

Il nuovo PGT di Milano

A fine luglio il Comune di Milano pubblica sul proprio sito il nuovo PGT per la città, Piano di Governo del Territorio, redatto dallo studio di architettura Metrogramma.

 

Non è ben chiaro se sia il testo definitivo, che verrà presentato in Consiglio Comunale, oppure una pubblicazione in anteprima, in attesa di commenti.

 

Di certo è un malloppo di 380 pagine, che vanno a sostituire l’altro malloppo del 2006 (gli atti PG 111621 del 7/2/2006 – Documento di Piano, Piano dei Servizi, Piano delle Regole) divenuto lettera morta.

 

La grafica è ineccepibile, curatissima: ma andiamo alla ricerca della ciccia.

 

Giusto per non mettermi subito a leggere riga per riga tutte le 380 pagine, cerco dapprima la normativa di riferimento.

 

Scorro l’indice e…le pagine di normativa sono 14 (!), le ultime 14 pagine!!

 

Mi domando cosa si dica nelle precedenti 366.

 

E allora tocca leggere.

 

L’incipit e l’intero primo capitolo sono disarmanti, il testo inizia così:
“Per leggere e analizzare i processi urbani di un’area metropolitana come quella milanese è necessario utilizzare diversi e talvolta complessi strumenti di indagine, che impegnano differenti discipline e specificità: la geografia, la sociologia, la storia, l’economia, la statistica, l’archeologia, l’architettura, l’ingegneria.”(pag.10)
Perbacco! Che sia l’urbanistica la disciplina che si cela dietro tali complessi strumenti di indagine?!?
Proseguiamo e scopriamo che:
“Tale studio ha fatto emergere un carattere essenzialmente contemporaneo del territorio (?), complesso (ovviamente) e ricco, che ha suggerito una strategia capace di immaginare temi progettuali essenziali (ancora?) da mettere in relazione agli obiettivi politici di partenza.”(pag.10)
Cioè, il territorio –essenzialmente contemporaneo- ha votato la Moratti alle ultime amministrative?!?
Il testo è una continua ripetizione di complesso, specifico, cruciale, identità:
“…evidenzia un’identità molteplice della struttura urbana che appare come uno straordinario caleidoscopio denso di spunti di criticità e opportunità. Tale complessità la si può mettere in relazione con la necessità di sottolineare sempre di più, quale antidoto alla genericità della città e in particolare della periferia, le identità e le specificità dei quartieri e delle zone di cui il tessuto urbano è costituito.
Milano appare improvvisamente, secondo questa lettura, una città a tutti gli effetti polifonica.”(pag.16)
Straziata dal primo capitolo, passo al secondo “Obiettivi e Strategie”, sperando, invano, di trovarvi conforto.
Non paghi di 43 pagine introduttive, infarcite di banali teorie urbanistiche, di parole sconnesse e ripetute un’infinità di volte e di imbarazzante vuoto concettuale, anche il secondo capitolo inizia ribadendo che “La complessità di Milano si manifesta attraverso le molteplicità di parti che ne costituiscono e ne descrivono l’essenza. Una città fatta di città, identità e potenzialità…”
Gli obiettivi politici sono 3:
1.      La città attrattiva
2.      La città vivibile
3.      La città efficiente
Come il PGT intenda perseguire e raggiungere gli obiettivi non sarà chiaro in nessuna delle 380 pagine del testo.
Chiarissimo invece  è che Milano è colma di criticità e peculiarità (pag. 48), che talvolta si declinano in criticità peculiari (pag.48).
Il capitolo 3 è un capolavoro e andrebbe riportato parola per parola, trascrivo alcuni paragrafi:
“La strategia che il Piano di Governo del Territorio adotta per garantire lo sviluppo sostenibile di Milano è quella di muoversi all’interno di quel materiale che abbiamo definito all’inizio di questa relazione progettuale come “vuoto urbano”, con il preciso obiettivo di restituire allo stesso quel valore aggregativi, collettivo, di socializzazione e di ricchezza per i cittadini, rendendolo uno spazio flessibile, capace di ridefinirsi continuamente e di rapportarsi immediatamente con lo spazio fisico della città.
Il piano mette dorsale dell’area milanese, sia urbana che estesa al territorio metropolitano (e qui spero sia un refuso perché la costruzione della frase mi è oscura più delle altre).
La città pubblica è l’insieme di tutti quegli spazi accessibili e fruibili dalla collettività. S’intende per spazio pubblico e quindi per città pubblica l’aggregazione non solamente di grandi parchi, piazze e viali “topologicamente” definiti o definibili, ma anche quei luoghi ove si sostanziano i comportamenti collettivi e socializzanti (in grassetto nel testo e grande ovvietà). Da questo punto di vista, vengono compresi nella definizione di città pubblica anche i grandi spazi di servizio, dagli aeroporti alle stazioni, dagli stadi ai centri sportivi, dai teatri ai musei. E anche spazi residuali della contemporaneità, dai parcheggi agli interscambi, dagli svincoli agli spazi tecnici delle infrastrutture, dai ponti ai sottopassi.”(pag.94)
Povero milanese contemporaneo, una volta si andava in piazza Duomo o in Galleria, oggi si è relegati nei sottopassi!
Ma il testo continua:
“E’ quindi il sistema dei vuoti urbani nel Documento di Piano che garantisce l’interesse pubblico nella determinazione della forma urbana futura: la trama del verde, i nuovi varchi e percorsi pedonali, la rete delle infrastrutture, i nuovi luoghi centrali dei quartieri (una piazza, un polo funzionale, un’attrezzatura di servizio, una chiesa, un sistema di commercio di vicinato).”(pag.94)
La pagina successiva riporta in un copia incolla, speriamo involontario, gli stessi periodi già letti nel capitolo 2.
Si vuole una nuova città a rete, una rete flessibile, una città  tangenziale e trasversale, policentrica e polifonica, complessa, critica e peculiare, fatta di centralità diffuse.
E poi ci sono gli “epicentri”, nuovo concetto urbanistico introdotto da questo documento:
“Il termine Epicentro è utilizzato in modo figurato per spiegare l’effetto “ad eco” di una trasformazione urbana sul tessuto non interessato direttamente da tale sviluppo. Se ne dà un’accezione positiva rispetto all’utilizzo comunemente fatto del termine.
Il governo del territorio, in un’ottica d’interesse pubblico, ha il dovere di far corrispondere ad ogni sviluppo strategico un beneficio per tutta la città. Nel nostro caso interessa non la definizione in sé (ah no?), bensì la “metafora figurativa” che la definizione scientifica sottende (apperò). Ci aiuta a spiegare il ruolo di un progetto strategico di sviluppo urbano rispetto alle parti di città preesistenti e non interessate direttamente da tale trasformazione. E’ una metafora utile a misurare l’indotto trasferito alla città in rapporto alla distanza dal luogo di nuovo sviluppo. Se infatti una trasformazione o riqualificazione urbana viene concepita sin dal principio in modo “aperto” può estendere il suo valore, in termini d’interesse pubblico e di miglioramento qualitativo, in modo direttamente proporzionale, a tutta la città.” (pag.106)
Poi avvengono veri miracoli geometrici, che nulla hanno da invidiare alla quadratura del cerchio: il progetto dei cosiddetti Raggi Verdi:
“I raggi verdi sono percorsi lineari, prevalentemente alberati. Percorsi radiali che dalle mura spagnole, lungo direttrici radiali, mettono in connessione il nucleo antico della città di Milano con la struttura a rete degli epicentri  e con i parchi di cintura intorno alla città.

Il progetto prevede 8 raggi verdi più 2 …il nono raggio è costituito dalla Cerchia dei Bastioni che misura di circonferenza circa 18 km lineari. Il decimo dal sistema ciclabile circolare “filo rosso”,…” (pag.113)
Il quarto capitolo è dedicato alle grandi opere pubbliche ed “enuncia con forza il passaggio da principi astratti di natura prevalentemente urbanistica (Epicentri, Raggi Verdi, parchi Periurbani) a precisi temi progettuali a questi sottesi.
Gli scenari esplorati corrispondono, invece, ad una delle molteplici possibilità ad essi connesse.” (???) (pag.188)
Vi lascio i nomi dei grandi progetti:
1.      Passeggiata dei bastioni
2.      Rambla circolare dei viali
3.      Filo rosso
4.      Circle line del ferro
5.      Arco verde giardini lombardi
6.      Ponti verdi
7.      Rotonde per l’arte
8.      Collana verde
9.      West park
10.  Grande parco del Lambro
11.  Interquartiere
12.  Ronda sud
13.  Vie d’acqua
14.  Parchi delle cascine
15.  Nuovi boulevard
Il quinto capitolo dà la città in cifre e quantifica gli obiettivi del PGT.
Tolta la città consolidata, si scopre che, ancora una volta, gli ambiti di trasformazione urbana (poi meglio descritti nel sesto capitolo) sono gli scali ferroviari, le caserme e le cascine, per un totale di 5.548.482 mq.
Inoltre, le aree regolate da provvedimenti in itinere (accordi di programma, PII, PPE, varianti PRG, B2, zone C non attuate, zone D non attuate) valgono per ben 24.059.674 mq!
E sono tutti interventi per cui le norme attuative di questo documento non si applicano.
Ma come e dove trovare i soldi per realizzare quanto finora esposto?
Il primo strumento è la perequazione urbanistica, che sembra la gallina dalle uova d’oro ma nei fatti si sta rivelando impraticabile (vedi esperienza monzese); il secondo strumento è il paternariato pubblico e privato, ovvero formule di concessione/gestione da parte di privati di spazi di proprietà del comune per la realizzazione di beni di club; rientra nella categoria del paternariato anche la pianificazione complessa [i famosi PII, così descritti a pagina 106: “Per anni lo sviluppo delle aree strategiche a Milano è avvenuto attraverso processi che partivano dallo studio di un’area e da un’analisi di quelle che erano le esigenze e le potenzialità di quella realtà locale circoscritta.
Inoltre la trasformazione urbana, nel maggiore dei casi, avveniva all’interno del perimetro dell’ambito strategico in questione (per esempio seguendo il perimetro di una proprietà o di uno strumento attuativo come i PII) e raramente guardando ad un progetto di scala urbana di più ampio respiro. Questo ha fatto sì che si sviluppassero in modo autonomo una serie di trasformazioni con logica interna e autoreferenziale.” Ma che, a pag. 335, diventano strumento “in cui, a fronte di una valorizzazione dell’operatore privato, l’amministrazione ottiene la realizzazione di importanti dotazioni territoriali nell’ambito di un processo negoziale.”
Insomma, l’urbanistica milanese si riconferma fatta di PII, altroché.
L’ultimo strumento sono le sponsorizzazioni, la pubblicità, le donazioni, il cui impiego funziona solo per interventi di riqualificazione di micro aree a verde, assimilabili da aiuole.
“Al fine di minimizzare l’impegno finanziario di costruzione e gestione della città pubblica a carico dell’amministrazione è opportuno promuovere l’impiego integrato di tali strumenti considerando con attenzione le loro diverse potenzialità in ragione delle specificità delle opere pubbliche o di interesse collettivo che si intende realizzare e in grado di promuovere il massimo coinvolgimento degli operatori.”
Ovvero: il comune di Milano non ha i soldi per realizzare manco una delle grandi opere pubbliche descritte, ma se gli operatori privati danno prova di buona volontà (e fede, speranza e carità) forse qualcosa di buono si potrebbe fare.
Forse.
Intanto la Biblioteca Europea (BEIC) non è più in bilancio e mai ci sarà (e questo PGT si guarda bene dal nominarla).

Raggiunta pagina 366, si apre l’ultimo capitolo, quello normativo: 14 pagine norme di attuazione per 365 pagine di “buoni propositi”.

 

(Anna Diana Debernardi)

September 4, 2009

Economia di Sussistenza

Ecco una definizione: "A subsistence economy is an economy in which a group attempts to produce no more output per period than they must consume in that period in order to survive".

Si direbbe che 'a group' scelga di non consumare più di quanto serva a sopravvivere, e che di conseguenza scelga di non produrre più di quello.

Ma le cose funzionano 'al contrario': in una economia di sussistenza la produzione è determinata da certi vincoli in modo tale che essa basta al solo consumo che permette di sopravvivere (di sussistere). 

Pensateci un po': nel senso della seconda definizione la sola "scelta" possibile è insomma quella di sopravvivere.

Sembrerebbe un minor shift di significato, ma è esattamente il genere di shift di significato che denuncia una ideologia al lavoro.  La prima definizione è una ideologia consumistica nel senso proprio: ignora totalmente, o assume come data, o come regolabile a piacere, la produzione.

E come da tutte le ideologie, derivano anche da questa un sacco di interessanti mascheramenti delle condizioni reali dell'esistenza:

1) "produco solo quanto basta alla sopravvivenza, e dunque ho un sacco di tempo libero da dedicare alla coltivazione di interessi spirituali".  Ma nel senso della seconda definizione, poiché produrre basta alla sola sopravvivenza, produrre assorbe tutto il tempo disponibile. 

2) "produrre solo quanto basta alla sopravvivenza permette di circoscrivere lo spazio dedicato alla produzione alle 'filiere corte', ai "kilometri zero", ect".  Ma naturalmente se la produzione è solo determinata dalla produttività 'naturale' (tasso di riproduzione di piante e animali, processi biologici, ect), diciamo un carciofo ogni 100 mq (questa è una misura di 'produttività'), allora lo spazio della produzione tende ad allargarsi fino a che, data quella misura, l'estensioni basti alla sopravvivenza. (Pensate agli animali, anche mammiferi umani, che migrano per centinaia o migliaia di Km, ect).

3) "produrre solo quanto basta alla sopravvivenza elimina la divisione del lavoro". Il che è falso perché intervenire sui vincoli della produzione, che sono 'naturali', implica che qualcuno si dedichi al rapporto con le forze naturali (sacerdoti, ect ect). Oppure, ad esempio che qualcuno si dedichi all'estensione dello spazio della produzione (rapinare i vicini, per esempio), o alla difesa del proprio.

4) "produrre solo quanto basta alla sopravvivenza abolisce il commercio". Il che è falso perché al contrario il commercio si sviluppa precisamente per 'produrre' quanto basta alla sopravivenza, per esempio in sostituzione di, o ad integrazione della 'rapina'. (Da cui la perla di saggezza: il commercio è una rapina legalizzata).

5) "produrre solo quanto basta alla sopravvivenza abolisce le gerarchie sociali", il che è falso a causa di 3) qui sopra, e perché per esempio serve qualcosa, e alla fine qualcuno, che stabilisce chi sopravvive e chi no dati in vincoli della produzione, o chi sposta questi vincoli rapinando chi, o commerciando cosa con chi, o che tutti o alcuni del gruppo si trasferiscano dove, eventualmente a scapito di chi, ect.

Fermiamoci qui perché si potrebbe continuare a lungo. E del resto basterebbe consultare la storia.

Il punto è che qualsiasi ideologia ignori la produzione è una ideologia consumistica.

 

 

 

 


 

 

 

September 3, 2009

Starlettes de Kermesse

"Le tecniche promozionali non distruggono lo spazio della discussione e della critica, esse mettono in circolazione le autorità intellettuali,

demoltiplicano i riferimenti, i nomi e le celebrità, esse confondono i punti di riferimento rendendo equivalenti la paccotiglia e i capolavori, uguagliando il superficiale e il serio. Proprio quando esse non cessano di portare alle nuvole delle opere di seconda categoria, esse minano l’antica gerarchia aristocratica delle opere intellettuali, mettono sullo stesso piano i valori universitari e i valori mediatici. Mille pensatori, diecimila opere contemporanee che non si possono mancare: si può certo sorridere, resta che in questo modo è ingranato un processo sistematico di desacralizzazione e di rotazione accelerata delle opere e degli autori . […]

In questo senso il marketing del pensiero compie un lavoro democratico; anche se consacra regolarmente delle ‘starlettes de kermesse’, esso dissolve le figure assolute del sapere e delle attitudini di reverenza immutabili a beneficio di uno spazio di interrogazione certamente più confuso ma più largo, più mobile, meno ortodosso.”

Gilles Lipovetsky, “L’Empire de l’éphémère”,  1987.

Assistente : « C’è di là una starlette de kermesse, un pupazzo ridicolo, un coso, un Berluboubou »

Intello : “Ah benissimo!, portamelo qua, lo mettiamo nel corso di filosofia!”

 

Intello: “Sapete, quel filosofo palloso, la gente regolava l’orologio sulle sue passeggiate. E un giorno scrive tutta una masturbazione che intitola “Critica della Ragioneria Pura”. Ma in realtà c’era questa che non gliela dava, e dunque ne fece la Critica della Ragioniera Pura”.

Pubblico: “Ammazza! Che messa in circolazione delle autorità intellettuali! Che rotazione delle opere e degli autori. Bravo!”

Intello: “Allora, Berluboubou, che ne dici? Ti piacciono le ragioniere pure?”

Berluboubou: “Siete dei comunisti! Nessun rispetto per le ragioniere, che sono Madri di Famiglia, Buone Cattoliche...”

Intello: “Che stronzo!, eh? Non è un bello stronzo questo Berluboubou? Un bell’applauso per Berluboubou!”

Pubblico: “Clap clap clap clap clap clap clap clap”

Vent’anni di Palme d’Oro e di Cazzate d’Argento, e un giorno:

Assistente: “Ehm, c’è di là il Critico Optimo Maximo”

Intello: “Beh? Digli di ripassare, i premi li ho già tutti”

Assistente: “Ah. Dice che è urgente”

Intello: “Che Palle, ma che palle! Vabbé fallo passare”

COM: “Salve Altissimo. C’è un problema”

Intello: “Lo so, lo so quella cosa della Telefonia dello Spirito era un po’ troppo difficile”

COM: “Ehm, no. Il fatto è che il pupazzo, il Berluboubou ha indici d’ascolto più alti dei tuoi”.

Intello: “Ma è mostruoso! Ma come è possibile? Ma che pecoroni, che paese di merda! E’ la fine! Assistente! Trovami il gladio e la corazza, dobbiamo correre a difendere la Cultura e la Democrazia!

Assistente: “E dove sono il gladio e la corazza”?

Intello: “Che ca%%o posso saperne? Sei scemo? Chiedi a Veltroni, è lui il sacerdote della Memoria, no?

Assistente: “Cultura e Democrazia non si trovano e hanno lasciato detto che se ti avvicini ti fulminano sul posto. E il gladio lo ha usato Serra per fare la Satira. Però sono avanzati due orecchini che sono un amore. Ma abbiamo trovato la corazza sul campo di battaglia glorioso della Mostra del Romanzo Rosa! Eccola!”

Intello: “Ma come questa? Questa è la corazza?”

Assistente: “Beh, hai solo 50 o 70 Kg di sovrappeso.  La satira è un po’ iper-calorica, dopo tutto”.

Intello: “Fa niente! La Libertà di Stampa è in pericolo!!! Adesso parlo alle Pecore, al Popolo, al Pubblico, alla Gente, insomma”

Intello: “La prima via all'in su è quella della coscienza individuale verso il possesso dell'Assoluto ed è questa la strada indicata nella Fenomenologia…”

Pubblico: …….

Intello: “La seconda via all'in giù è quella dell'Assoluto che attraverso gli stadi dialettici dello sviluppo logico di Idea (con la corrispondente dottrina della Logica) - Natura (studiata dalla Filosofia della Natura) - Spirito (descritto nella Filosofia dello Spirito) si manifesta come Spirito soggettivo nell'individuo e, da questo punto coincidendo con la prima via giunge, passando attraverso lo Spirito oggettivo, su se stesso, gonfio di realtà, come Spirito assoluto."

Pubblico: “Ma che dici? Guarda che non  fa ridere!”

 

Berluboubou: “Comunisti! Intellettualini!”

Pubblico: “Bravo! Clap clap clap. Bravo!”

 

Intello: “Ma siete gente di merda! Non vedete che difendo per voi la Libertà di Stampa? Non vedete che questo Berluboubou non sa neanche che è la Critica della Ragion Pura?"

Pubblico: “Guarda che è RagionIERA!! Ma che stai dicendo? RagionIERA, non Ragion!

Pubblico: “E’ vecchia! L’hai raccontata 20 anni fa!”

Intello: “Ma quello va con le starlettes de kermesse”!