« Piccolissima introduzione alle Nozze di Figaro | Home | Void coefficient of reactivity »

Seminario sulla Teoria Generale di Keynes- (6)

Il settimo capitolo (bello ma difficile) comincia con la constatazione che il risultato del precedente – la necessaria uguaglianza di risparmio e investimento – non è riconosciuta da molti. Siccome, dice K., tutti concordano nel definire risparmio l’eccedenza del redidto sui consumi, e siccome non ci sono grosse discussioni su ciò che costituisce il consumo, ne segue che le differenze interpretative devono derivare o dal concetto di investimento o da quello di reddito. Quanto all’investimento, K sostiene che la nozione comune di investimento coincide grosso modo con quella di investimento netto data in precedenza nella GT. Quanto al reddito, K trova che sia la propria definizione nel Trattato della moneta, sia la definizione di D.H. Robertson sono assai simili a, e compatibili con, la GT. Il concetto di “risparmio forzato”, viceversa, è assai vago, e secondo K difficilmente estensibile alle situazioni di disoccupazione (originariamente, dice K rifacendosi a una ricerca di Hayek, il concetto di “risparmio forzato” era stato elaborato da Bentham per i casi in cui la quantità di moneta aumentava in un contesto di piena occupazione: in tal caso, il reddito non si può aumentare “e quindi un investimento aggiuntivo che si verifichi in conseguena dell’aumento della qauntità di moneta provoca una frugalità forzata ‘a spese del tenor di vita nazionale e dlela giustizia nazionale’”).

Secondo K, l’idea che risparmio e  investimento possano differire si spiega “mediante l’illusione ottica derivata dal considerare le relazioni fra un singolo depositante e la sua banca come operazioni unilaterali, invece di considerarle come operazioni bilaterali quali sono realmente”.  In realtà, “nessuno può risparmiare senza acquisire un’attività, sia questa contante o un credito o beni capitali; e nessuno può acquistare un’attività che prima non possedeva se non si produce un’attività di ugual valore, oppure se qualcun altro non cede un’attività di ugual valore precedentemente posseduta”. La credenza che “la creazione di  credito da parte del sistema bancario permetta di realizzare un investimento senza un corrispondente risparmio ‘genuino’ è dovuta soltanto all’isolare una delle conseguenze dell’aumento del credito bancario, escludendo le altre”. Pertanto “la vecchia opinione che il risparmio provoca semrpe l’investimento, benché incompleta e ingannevole, è formalmente più corretta della nuova opinione alla moda, che possa esistere un risparmio senza investimento o un investimento senza risparmio ‘genuino’. L’errore sta nella deduzione plausibile che quando un individuo risparmia, egli aumenti di un eguale ammontare l’investimento complessivo. E’ vero che quando un individuo risparmia egli aumenta la propria ricchezza; ma la conclusione che aumenti egualmente la ricchezza complessiva non tiene conto della possibilità che un atto individuale di risparmio possa esercitare reazioni sul risparmio di qualcun altro e quindi sulla ricchezza di qualcun altro”. La “conciliazione dell’identità fra risparmio e investimento con l’apparente ‘libero arbitrio’ dell’individuo di risparmiare ciò che crede indipendentemente da ciò che altri investono” dipende dal fatto che spesa e risparmio sono decisioni bilaterali. E’ impossibile, per es., che tutti allo stesso momento risparmino una data somma: “qualsiasi tentativo del genere... influirà sui redditi in tal modo che il tentativo si renderà inattuabile da se stesso”. Ne segue che è altrettanto impossibile  che la collettività nel suo insieme risparmi di meno dell’ammontare dell’investimento corrente, poiché un tentativo in tal senso eleverà necessariamente i redditi ad un livello al quale le somme che gli individui scelgono di risparmiare raggiungano una somma esattamente uguale all’ammontare dell’investimento”. Non è nulla di diverso dalla verità che la libertà di ognuno di variare a piacere la quantità di moneta posseduta si concilia con la necessità che la quantità totale di moneta equivalga alla quantitò di moneta creata dal sistema bancario: infatti, la quantità di moneta che si decide di detenere non è indipendente dai redditi né dai prezzi delle cose (es. titoli) che costituiscono alternative alla detenzione di moneta: i redditi e i prezzi “variano necessariamente fino a quando il complesso delle somme di moneta che gli individui decidono di detenere al nuovo livello dei redditi e dei prezzi a cui si è così giunti, ha eguagliato la quantità di moneta creata dal sistema bancario. Questa è in realtà la proposizione fondamentale della teoria monetaria”. Ed entrambe queste proposizioni “derivano semplicemente dal fatto che non vi può essere un compratore senza venditore o un venditore senza compratore”. mentre un singolo individuo può tranquillamente trascurare questo fatto, ciò è impossibile quando si considera la domanda complessiva. Questa è la differenza fondamentale fra microeconomia (in cui “ammettiamo che variazioni della domanda di un individuo non influiscano sul suo reddito”) e macroeconomia.

Scrivi un Commento