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Seminario sulla Teoria Generale di Keynes - (5)

Ed eccoci al sesto capitolo, che contiene alcune famose definizioni.

Keynes comincia col reddito. In un periodo qualunque, un imprenditore venderà prodotti finiti per una somma A. Nello stesso periodo avrà acquistato da altri imprenditori prodotti finiti per una somma A1.  E alla fine del periodo si troverà in possesso di una serie di impianti e di altri beni (scorte di semilavorati o di prodotti finiti) di valore G. Quindi, la formula sarebbe A+G-A1.

Però, una parte di questa somma va attribuita non all’attività svolta nel periodo, ma ai beni capitali posseduti dall’imprenditore all’inizio del periodo. Per calcolare il reddito prodotto, va dedotto anche questo  valore, “in un certo senso conferito dai beni capitali ereditati dal periodo precedente”.

Ci sono, dice K, due metodi per calcolare questa deduzione: uno ha riguardo alla produzione, l’altro al consumo. G è il risultato sia delle spese compiute dall’imprenditore per mantenere e migliorare il capitale, sia dal deprezzamento degli impianti stessi in seguito al loro impiego nella produzione. Questo deprezzamento non vi sarebbe statos e l’imprenditore avesse deciso, anziché di impiegarli nella produzione,  di mantenerli e migliorarli spendendo all’uopo  B’: in tal caso, il valore degli impianti sarebbe G’. A questo punto, la differenza fra G’ e B’ e il valore conferito dai beni capitali alla produzione misura ciò che è stato sacrificato per produrre A. In simboli, sarà (G’-B’)-(G-A1) = U, dove U è il costo delle utilizzazioni di A (cioè il  sacrificio richiesto dalla produzione di A). Il costo dei fattori di A, cioè le somme pagate dall’imprenditore ad altri fattori di produzione in cambio dei loro servizi per la produzione di A, sarà F. Infine, il costo primo della produzione di A sarà la somma di F e di U, cioè del costo dei fattori e del costo delle utilizzazioni. Allora, il reddito dell’imprenditore nel periodo considerato  è l’eccedenza del valore dei suoi prodotti finiti venduti nel periodo sul costo primo. E siccome il reddito di tutti gli altri membri della collettività è uguale al costo dei fattori dell’imprenditore, cioè è uguale a F, il reddito complessivo sarà A-U.

Questa definizione, dice K, è scevra di qualunque ambiguità. Inoltre, essa è la quantità di importanza causale nel determinare l’occupazione, dato che l’imprenditore cerca di massimizzare l’eccedenza di questa quantità  sulla spesa per gli altri fattori.

La domanda effettiva, aggiunge K, è “il reddito o ricavo aggregato che gli imprenditori si aspettano di conseguire dal volume di occupazione corrente che essi decidono di offrire... La funzione di domanda aggregata esprime la relazione fra diverse quantità ipotetiche di occupazione e i ricavi attesi dalle rispettive produzioni, e la domanda effettiva  è il punto della domanda aggregata che diviene effettiva perché, in rapporto con le condizioni di offerta, corrisponde al livello di occupazione che rende massima l’aspettativa di profitto dell’imprenditore”.

A questo punto, K affronta l’altro procedimento di calcolo della deduzione, che guarda al consumo anziché alla produzione e che conduce alla definizione di reddito netto: qui si tratta di sottrarre da A-U anche le perdite involontarie degli impianti (es., variazioni dei valori di mercato, obsolescenza, eventi casuali). Qui siamo nell’ambito del concetto commercialistico di ammortamento – termine che peraltro K non utilizza – e questo tipo di costi supplementari K lo designa con V. Il reddito netto è dunque A-U-V. Tuttavia, secondo K i modi di determinare l’ammontare di V sono vari e non riconducibili ad unità, ed in ultima analisi arbitrari; pertanto, l’opinione di Hayek, secondo cui i concetti di risparmio e investimento sarebbero indeterminati, è corretto solo se riferito ai corrispondenti concetti netti: perché il reddito (e dunque risparmio e  investimento) in se e per se è invece un concetto perfettamente univoco. D’altronde, il reddito netto ha rilievo “solo agli effetti delle decisioni riguardanti il consumo” e per di più assieme ad altri fattori; dunque, per l’analisi dell’occupazione si può trascurare.

Abbiamo dunque visto che il reddito è A-U. Adesso definiamo risparmio e  investimento. Il risparmio è l’eccedenza del reddito sulla spesa per consumi. Siccome A1 è il valore di ciò che un imprenditore acquista da un altro imprenditore per produrre, ne deriva che Σ (A-A1) è la definizione di consumo; per semplicità, A-A1. A sua volta, l’investimento corrente è l’eccedenza di A-U (reddito) rispetto ad A-A1 (consumo), cioè A1–U (aumento di valore dei beni capitali causato dall’attività produttiva del periodo). Ne segue che le due quantità – risparmio e investimento – “sono necessariamente uguali, poiché ciascuna di esse è pari all’eccedenza del reddito sul consumo”. In breve (i simboli li aggiungo io):

Y=C+I  cioè: reddito= valore della produzione= consumo + investimento

S=Y-C cioè: risparmio= reddito-consumo, e quindi

S=I cioè: risparmio= investimento.

La suddetta  equivalenza “deriva dal carattere bilaterale delle negoziazioni fra il produttore da una parte e il consumatore o l’acquirente di beni capitali dall’altra. Il reddito sorge dall’eccedenza del valore ricavato dal produttore nella vendita della produzione sul costo delle utilizzazioni; ma ovviamente tutta la produzione deve essere stata venduta ai consumatori o ad altri imprenditori; e l’investimento corrente  di ciascun imprenditore è uguale all’eccedenza del valore dei beni capitali acquistati da altri imprenditori sul suo costo delle utilizzazioni. Quindi, a livello globale, l’eccedenza del reddito sul consumo, che si chiama risparmio, non può esser diversa dall’aumento di valore dei beni capitali, che si chiama investimento; e analogamente per il risparmio netto e l’investimento netto. In  sostanza il risparmio ha carattere semplicemente residuale. Le decisioni di consumare e le decisioni di investire determinano congiuntamente i redditi. Perché le decisioni di investire si realizzino, esse debbono o ridurre il consumo o accrescere il reddito. Quindi l’atto dell’investimento in se stesso non può che accrescere di un ammontare corispondente quelr esiduo o margine che si chiama risparmio”.  

Potrebbe darsi, aggiunge K, che i singoli fossero “così ostinati nelle loro decisioni... da non permettere l’esistenza di un punto di equilibrio al quale potessero aver luogo negoziazioni”. In questo caso, i termini descritti non sarebbero più applicabili: “la produzione non avrebbe più un valore definito di mercato e i prezzi oscillerebbero continuamente tra zero e l’infinito”. Ma di  fatto questo non accade: si raggiunge “un equilibrio al quale l’incentivo ad acquistare è uguale all’incentivo a vendere”.   Per chiarezza, dice poi K, è meglio ragionare in termini di decisioni di consumare o astenersi dal consumare anzichè in termini di decisioni di risparmiare. Le decisioni di risparmiare non sono determinabili se non con riferimento a quelle di consumare e di investire. Pertanto, “alla propensione a risparmiare sarà d’ora innanzi sostituito il concetto della propensione al consumo”.

Commenti

Non capisco una cosa, perchè mai K neghi l'esistenza di una cosa come la propensione al risparmio, nel momento in cui io sottoscrivo un fondo pensione o anche più semplicemente un "Piano di Accumulo del Capitale" decido di risparmiare una quota del mio reddito e in quel caso le mie scelte di consumo saranno conseguenza della mia propensione al risparmio.
Capisco che questo sia un caso di decisione a lungo termine poco gradite ai semplificatori di K ma è comunque un caso reale di propensione al risparmio non residuale.

pietro | May 6, 2009 9:26 PM

"residuale" o "marginale" non significa "irrilevante" o "superfluo" o "di poca importanza": significa differenziale.
Dunque "risparmio" = differenza reddito-consumo, o "residuo" o "margine" del reddito non consumato.

E questo 'residuo' è al contrario importantissimo, precisamente perché risparmio e investimento – "sono necessariamente uguali, poiché ciascuna di esse è pari all'eccedenza del reddito sul consumo".

Ma questa identità contabile risparmio=investimento dell'eccedenza del reddito sul consumo NON si realizza semplicemente perché è un'identità contabile: si realizza attraverso un sistema dinamico sociale che si chiama "sistema finanziario" che prende il "risparmio" e lo 'trasforma' in "investimento". Se per qualche ragione questo sistema dinamico non funziona, o si mette a oscillare, o fa qualcuna delle cose che i sistemi dinamici sono soggetti a fare, e l'investimento si riduce, allora l'identità contabile S=I si realizza con il fatto che S si riduce, e cioè in definitiva con il fatto che il reddito si riduce, finché insomma quella 'eccedenza' o 'margine' si riduca al valore (ridotto) dell'investimento.

Bisogna almeno provare a pensare che tutto NON è 'polemica', e che tutti NON scelgono le parole nel vocabolario inquinato della 'polemica'. Non solo "equilibrio" non significa "armonioso", non solo "marginale" non significa "senza importanza", ma anche "in the long run we are all dead" (che d'altra parte non è nella General Theory ma nel Treatise on Money e si riferisce a tutt'altra faccenda) NON significa "il futuro non ha importanza", ma esattamente il contrario: non si può ci si infischiare del presente o del futuro contando sul fatto che tutto torni alla normale "in the long run".

E guarda che succede: uno butta via i due o tre decenni della sua vita in cui può provare il piacere intenso della comprensione di qualcosa di importanza, o di contribuire a questa comprensione, sprecandoli ad accumulare un repertorio di pose e di frasi 'polemiche' su un malinteso che basterebbero poche ore a dissipare, a litigare ferocemente con gli uni o a sedurre gli altri, così che a 50 o 60 anni tutta la sua vita, le sue amicizie e le sue inimicizie, il suo linguaggio e i suoi gusti o - se sei un 'gironalista' - la sua professione sono ormai sclerotizzati in una smorfia figée per sempre...

I always wonder: what do you people do for FUN?

Francesca | May 7, 2009 7:41 AM

chiedo scusa ma la frase specifica che non capisco è letteralmente "Le decisioni di risparmiare non sono determinabili se non con riferimento a quelle di consumare e di investire." perchè nella mia normale concezione della gestione economica familiare e in quella di moltissime persone comuni di mia conoscenza le dicosioni di consumare sono conseguenza di una concreta propensione al risparmio ben determinata e cosciente, che fa rinunciare a consumi che sarebbero ampiamente compatibili con il proprio reddito in base al desiderio di una vecchiaia più dignitosa.

pietro | May 7, 2009 12:54 PM

"marginale" non significa NEANCHE 'incosciente' o 'senza riflettere'.

"mettere da parte per vecchiaia più dignitosa" = decisione di consumare (più tardi)

"rinunciare a consumi che sarebbero ampiamente, ect" = decisione di consumare (meno)

PERICOLO: "la gestione economica familiare" non 'scala' alla decisione di politica economica, la quale non è una 'somma' di gestioni economiche familiari.

Scuse non richieste, non necessarie. Conosco anch'io persone comuni del tuo pianeta.

Francesca | May 7, 2009 1:22 PM

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