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April 27, 2009

Seminario sulla Teoria Generale di Keynes- (4)

Nel capitolo 5, Keynes analizza appunto il ruolo delle aspettative come “determinante della produzione e dell’occupazione”. Comincia con l’affermazione che “ogni produzione ha los copo finale di soddisfare un consumatore”. Siccome però intercorre del tempo fra il momento in cui l’imprenditore sostiene dei costi per produrre e il momento in cui il consumatore acquista il prodotto, l’imprenditore non ha altra scelta che “lasciarsi guidare” dalle proprie aspettative circa l’importo che i consumatori saranno disposti a pagare per il suo prodotto.

Ora, ci sono due tipi di aspettative, assai diverse fra loro (tanto, dice K, che ci sono imprenditori specializzati nell’una o nell’altra): le aspettative a breve termine (cioè, quelle sul prezzo che ci si può attendere di ricavare dai prodotti finiti), e a lungo termine (quelle sul ricavo futuro che deriverà dall’aggiungere alcuni beni ai propri impianti esistenti). K afferma che il comportamento del singolo imprenditore nel decidere la propria produzione giornaliera (= “il più breve intervallo dopo cui l’impresa è libera di rivedere la propria decisione relativa al volume di occupazione offerta”) dipende dalle sue aspettative a breve, mentre sia le scelte di ampliamento di impianti sia quelle di vendite a distributori dipendono dalle aspettative a lungo termine da parte di terzi.  Inoltre, i risultati effettivamente conseguiti dall’imprenditore “avranno rilievo nei riguardi dell’occupazione solo in quanto provochino una modificazione delle aspettative successive”. Ogni volta che un’impresa deve prendere una decisione, quel che conta sono le sue aspettative correnti su costi e  ricavi futuri.

A loro volta, i mutamenti delle aspettative producono i loro pieni effetti sull’occupazione solo dopo un tempo considerevole. Se l’aspettativa permane per un periodo di tempo sufficientemente lungo da far sì che “in nessun settore si abbia, all’ingrosso, un’occupazione diversa da quella che ci sarebbe stata se le nuove condizioni di aspettativa fossero esistite sempre”, in tal caso vi è l’occupazione di lungo periodo corrispondente a quel tipo di aspettativa. A quel che pare, può darsi che le aspettative mutino tanto frequentemente da non dare tempo  al livello effettivo di occupazione di raggiungere il livello di lungo periodo corrispondente allo stato dell’aspettativa. Ma supponiamo, dice K, che l’aspettativa rimanga indisturbata abbastanza a lungo, e che il livello di ocpcuaizone di lungo epriodo corrispondente all’aspettativa si superiore al precedente. Che succederà nella transizione da un livello all’altro? All’inizio, muterà solo il volume di lavoro “nei primi stadi dei nuovi processi di produzione”, mentre la produzione di beni di consumo e l’occupazione negli “stadi avanzati” di produzione resteraanno più o meno invariati. In altre parole, all’inizio l’aumento dell’ccupazione sarà modesto, ma crescerà via via. Possono anche e facilmente verificarsi degli scostamenti , per cui si arrivi progressivamente a un livello di occupazione e di produzione di beni di consumo superiori a quello corrispondente alla nuova posizione di lungo periodo: in tal caso, ci sarà un successivo aggiustamento (con una riduzione che riconduca alla posizione di lungo periodo). E viceversa: se il nuovo livello di l.p. è inferiore al vecchio, l’occupazione  durante la fase di transizione può cadere al di sotto di quello che sarà il nuovo livello di l.p. Così, dice K., il semplice mutamento delle aspettative “può produrre un’oscillazione avente una forma analoga ad un movimento ciclico”. E nel mondo reale le cose sono ancora più complicate, dato che le aspettative mutano continuamente, ancor prima che la precedente abbia esaurito i propri effetti, sicchè “i meccanismo economico è mosso in qualsiasi momento da un certo numero di attività che in parte si sovrappongono le une alle altre e che traggono la prorpia esistenza da vari stati di aspettativa originati nel passato”.

In che msura questo rileva nel discorso di K? Il fatto è che il livello dell’occupazione dipende non solo dalle aspettative correnti, ma anche da quelle passate: infatti, le decisioni passate (basate sulle aspettative precedenti) sono “incorporate” negli impianti esistenti, sulla cui base l’imprenditore prende le sue decisioni attuali. Per semplicità, K decide di omettere, nel resto dell’analisi, il riferimento alle aspettative a breve, visto che queste vengono modificate gradualmente e di continuo, e inoltre sono grandemente influenzate dai risultati passati (anche per ragioni di economia: “gli imprenditori basano giustamente le proprie aspettative sul presupposto che i risultati conseguiti più di recente rimangano per il futuro, salvo in quanto esistano ragioni precise per attendere un mutamento”). Tuttavia, nel caso di beni durevoli, “le aspettative a breve termine dei produttori sono basate sulle aspettative correnti a lungo termine degli investitori, e queste seconde, per loro natura, non possono essere modificate a brevi intervalli alla luce dei risultati conseguiti”: di conseguenza, le apettative a lungo termine non possono essere tralasciate.

April 6, 2009

Seminario sulla Teoria Generale di Keynes- (3)

Il secondo libro della Teoria generale si apre col capitolo sulla scelta delle unità (uno dei problemi che, scrive JMK, lo avevano “più ostacolato nello scrivere questo libro” – gli altri due essendo il ruolo delle aspettative nell’analisi economica, e la definizione di “reddito”, che seguiranno). Dice JMK che “è evidente che la nostra analisi quantitativa deve potersi esprimere senza impiegare espressioni quantitative indeterminate; e infatti, appena si compie un tentativo in tal senso, diviene chiaro, come spero di mostrare, che è molto meglio fare a meno di esse”. Tra questi concetti, la cui definizione pone difficoltà secondo K “insolubili”, rientrano il prodotto reale netto e il livello generale dei prezzi: concetti che si possono usare in sede di descrizione storica o statistica, ma non nell’analisi economica.

Dire che il prodotto netto odierno è maggiore, ma il livello dei prezzi è più basso, di un anno o dieci anni fa, è pressappoco come dire che la regina Vittoria fu, come regina, migliore della regina Elisabetta, ma non più felice come donna; proposizione non priva di significato né di interesse, ma inadatta a fornire materia per il calcolo differenziale”. 

L’ipotesi di lavoro di K. è che “quando si parla, a scopi descrittivi o di confronto approssimato, di un aumento della produzione ci si deve basare sul presupposto generale che il volume di occupazione applicato a  certi dati impianti sia un indice soddisfacente del volume della produzione risultante, supponendo che le due quantità aumentino e diminuiscano assieme, sebbene in misura non esattamente proporzionale.”  Quindi K propone di usare, a proposito della teoria dell’occupazione, due sole unità: il valore monetario e il volume di occupazione. Il primo è già omogeneo, e il secondo può esser reso tale prendendo come base un’ora di lavoro “comune” e “ponderando un’ora di lavoro speciale secondo la sua remunerazione; ossia un’ora di lavoro speciale remunerato al doppio dei saggi speciali conterà per due unità”.  L’unità di lavoro è l’unità in cui si misura il volume di occupazione, e l’unità di salario è la remunerazione monetaria di una unità di lavoro. Dunque se E è la somma di salari e stipendi, W l’unità di salario e N il volume di occupazione, allora E=NW.

Nelle due pagine successive K fa un’interessante excursus microeconomico in cui propone di considerare l’efficienza variabile del lavoro applicato agli impianti non come una qualità del lavoro (che pertanto non diverrebbe sempre meno produttivo, ma resterebbe omogeneo) ma come una qualità degli impianti stessi (la cui attitudine ad impiegare lavoro è decrescente col variare della produzione); K suggerisce (i) che questa sia la causa principale dell’aumento de prezzo di offerta al crescere della domanda, e (ii) e che questo sia il modo più corretto di spiegare perchè gli aumenti di guadagno derivanti dall’aumento di produzione “vanno soprattutto a favore dei proprietari degli impianti e non dei lavoratori più efficienti”.

Tutte le condizioni dell’offerta possono spiegarsi perfettamente utilizzando le due unità di cui sopra mediante la funzione di offerta complessiva “senza far riferimento alla quantità di prodotto”, sia per l’attività economica a livello complessivo sia a livello di singola impresa o ramo d’imprese. Infatti, la funzione di offerta aggregata è Zrr (Nr) dove Zr è il ricavo (al netto del costo delle utilizzazioni) la cui aspettativa susciterà un’occupazione Nr . Se questo livello di occupazione genera una produzione Or tale che Orr (Nr) , allora la curva ordinaria di offerta sarà:

p=Zr+Ur(Nr)/Or = φr (Nr)+ Ur(Nr)/ψr (Nr) – dove Ur(Nr) è il costo previsto delle utilizzazioni; il che ha il vantaggio che si può fare la somma delle Nr  in un modo che è invece impossibile per Or , perché “Σ Or non è una quantità numerica”.