Seminario sulla Teoria Generale di Keynes- (1)
Un capitolo a settimana, più o meno, credo che ce la dovremmo fare.
Il testo integrale (in inglese) lo si può trovare qui. Peraltro, in italiano è stato ottimamente tradotto di recente dalla UTET a modico prezzo (12 euri) insieme a alcuni altri testi importanti di JMK (per cui vale senz’altro la pena). In ogni caso, cercherò per quanto possibile di riassumere il testo di K nei miei post, in modo che se ne possa ricavare tutto quanto c'è nell'originale.
Nel I capitolo, K ci spiega di aver intitolato “Teoria generale” la sua teoria per indicare chiaramente il contrasto tra la sua teoria, che è appunto generale, alla teoria ‘classica’ (termine con cui K precisa di voler indicare, “forse con un solecismo”, non solo Ricardo e i suoi predecessori, ma anche i suoi continuatori e perfezionatori, vale a dire i marginalisti, fino a Marshall, Edgeworth e Pigou) che, viceversa, secondo K si applica solo ad un caso speciale, le cui caratteristiche tra l’altro “si dà il caso che non rientrino tra quelle dell’economia nella quale noi effettivamente viviamo, col risultato che il suo insegnamento è fuorviante e disastroso se cerchiamo di applicarlo ai fatti dell’esperienza”.
Il capitolo II ci spiega quali sono le assunzioni della teoria ‘classica’. Comincia col dirci che
gran parte dei trattati sulla teoria del valore e della produzione sono primariamente interessati alla distribuzione di un dato volume di risorse impiegate tra usi differenti e con le condizioni che, ipotizzando l’impiego di tale quantità di risorse, determinano i loro relativi compensi e i valori relativi dei loro prodotti... Ma la teoria pura di cosa determini l’impiego effettivo delle risorse disponibili è di rado stata esaminata in gran dettaglio. Dire che non sia stataesaminata affatto sarebbe, ovviamente, asurdo... Intendo dire, non che l’argomento sia stato tralasciato, ma che la teoria fondamentale sottostante è stata ritenuta così semplice e ovvia da ricevere, al massimo, una semplice menzione.
I postulati dell’economia ‘classica’ sono due.
Il primo è che il salario è uguale al prodotto marginale del lavoro, anche se questa uguaglianza “può essere disturbata” se la concorrenza e il mercato non sono perfetti.
Il secondo postulato è che l’utilità del lavoro quando è impiegato un dato volume di lavoro è uguale alla disutilità marginale di quella quantità di impiego (dove disutilità significa “ogni tipo di ragione che possa indurre un uomo, o un gruppo di uomini, a non lavorare piuttosto che accettare un salario che per loro abbia unìutilità inferiore ad un certo minimo”).
Ciò, dice K, è compatibile sia con la disoccupazione ‘frizionale’ (cioè le “varie inesattezze di agigustamento che impedisocno il continuo pieno impiego... cosicchè ci sarà sempre in una società non statica una certa proporzione di risorse disoccupate ‘fra un lavoro e l’altro’”) e con quella ‘volontaria’ (cioè al rifiuto dovuto alle ragioni più varie – legali, sindacali, personali – “di accettare un compenso corrispondente al valore del prodotto attribuibile alla sua produttività marginale”). Queste, si noti, per la teoria ‘classica’ sono i soli due tipi di disoccupazione ammessi (come si vedrà, la teoria ‘classica’ non ammette l’esistenza di una disoccupazione ‘involontaria’).
Il primo postulato, dice K, ci dà la domanda di lavoro, il secondo l’offerta di lavoro; e ne segue che, per la teoria ‘classica’, ci sono solo quattro modi per accrescere l’impiego:
a) un miglioramento nell’organizzazione o nella preveggenza per ridurre la disoccupaizone ‘frizionale;
b) una riduzione della disutilità marginale del lavoro, così da ridurre la disoccupazione ‘volontaria’;
c) un aumento della “produttività marginale fisica del lavoro nelle industrie che producono i beni-salario” (espressione di Pigou che indica i beni dal cui prezzo dipende l’utilità del salario monetario);
d) un aumento del prezzo dei non-beni-salario in confronto ai beni-salario, accompagnato da uno spostamento nella spesa dei non percettori di salario dai beni-salario ai non-beni-salario.
Ci siamo fin qui? Ora K si chiede: ma è vera questa rappresentazione, visto che “la popolazione in genere lavora raramente quanto vorrebbe sulla base del salario corrente” (cioè, che al salario dato c’è sempre qualcuno che vorrebbe lavorare, ma non trova impiego)? La teoria ‘classica’ risponde che questa situaizone è dovuta al fatto che i lavoratori, tacitamente o espressamente, hanno convenuto di non accettare di lavorare per un salario inferiore a quello corrente, e che se invece i lavoratori accettassero un salario inferiore, tutti troverebbero occupazione. Quindi non si tratta di disoccupazione involontaria. A ciò però K muove due obiezioni, di cui la seconda, egli dice, è fondamentale.
La prima obiezione è che non è così che funziona l’atteggiamento dei lavoratori dinanzi al salario. K afferma invece che generalmente i lavoratori si oppongono ad una riduzione del salario nominale, ma non ad una riduzione del salario reale (così, si oppongono a che il salario venga ridotto da X sterline a x-1 sterlina, ma non se il prezzo dei beni-salario aumenta mentre il salario rimane invariato). I ‘classici’ non si sono accorti che, se il lavoro è funzione non del solo salario reale, ma anche di quello nominale, la loro teoria crolla e non c’è modo di determinare il volume di effettivo impiego in base ai soli salari reali, e che in tal modo l’offerta di lavoro si sposta ad ogni mutamento dei prezzi. Inoltre, aggiunge K, non pare che la riduzione di lavoro nelle depressioni economiche (come quella del ’32 in USA) sia spiegabile con un atteggiamento ostinato dei lavoratori, o con una riduzione della produttività del lavoro.
Segue una parentesi non semplicissima. Dice K che sarebbe interessante vedere delle statistiche sui rapporti tra cambiamenti nei salari reali e nei s. nominali. C’è da attendersi che, in caso di cambiamenti limitati a una particolare industria, i cambiamenti vadano nella stessa direzione. Invece, in caso di cambiamento nel livello generale dei salari, K pensa che i mutamenti sarebbero normalmente in direzioni opposte (cioè, salari reali che calano e nominali che aumentano, e viceversa). “Questo perché, nel breve periodo, salari nominali in calo e salari reali crescenti sono entrambi, per ragioni indipendenti, inclini ad accompagnare una diminuzione dell’occupazione; infatti il lavoro è più pronto ad accettare tagli salariali quando l’occupazione è in calo, e tuttavia i salari reali inevitabilmente crescono nelle stesse circostanze per via del crescente ricavo marginale per un dato capitale quando il prodotto diminuisce”.
Dopodiché, prosegue K, se fosse vero che il salario reale corrente è il minimo sotto il quale non vi sarebbe occupazione aggiuntiva in nessun caso, non ci sarebbe mai disoccupazione involontaria. “Ma supporre che questo sia invariabilmente il caso è assurdo. Perché più lavoro di quanto non sia attualment eoccupato è normalmente disponibile al salario nominale corrente, anche se il prezzo dei beni-salario è in aumento e, quindi, il salario reale è in calo. Se questo è vero, l’equivalente in beni-salario del salario monetario corrente non è un’accurata indicazione della disutilità marginale del lavoro, e il secondo postulato è infirmato”.
La seconda obiezione, molto più importante, osserva che il secondo postulato discende dall’idea che i salari reali dipendono dalle negoziazioni dei lavoratori con le imprese, anche se di fatto quel che lavoratori e imprese negoziano sono i salari nominali. In altri termini, si suppone che si possa sempre ridurre i salari reali accettando una riduzione dei salari nominali (o viceversa), così da “portare i salari reali in conformità con la disutilità marginale della quantità di occupazione offerta dalle imprese a quel salario.” Se questo non è vero, allora il secondo postulato è invalido.
Ora, l’assunzione in questione è piuttosto strana per la teoria classica, da cui ci si dovrebbe semmai attendere che un mutamento dei salari nominali (essendo questi l’elemento principale dei costi di produzione) dovrebbe essere accompagnato da un mutamento analogo dei prezzi, lasciando così inalterati sia il salario reale sia la disoccupazione.
Questa obiezione sarà sviluppata nel resto del libro: “può non esistere alcun espediente mediante il quale il lavoro nel suo complesso possa ridurre il suo salario reale a una cifra data concludendo accordi monetari con le imprese... Cercheremo di dimostrare che sono essenzialmente altre forze a determinare il livello generale dei salari reali... Sosterremo che c’è stato un fondamentale equivoco quanto al modo in cui a questo riguardo l’economia in cui viviamo effettivamente funziona”. Successivamente, K aggiunge che è del tutto ragionevole che i lavoratori si concentrino sui salari nominali anziché su quelli reali. In un particolare settore dell’economia, la riduzione dei salari nominali si risolve in una riduzione dei salari reali relativamente ad altri gruppi di lavoratori, sicché “l’effetto dell’accordo da parte di un gruppo di lavoratori è quello di proteggere il proprio salario reale relativo. Il livello generale dei salari reali dipende dalle altre foze del sistema economico”. La conseguenza è che “per fortuna, i lavoratori, benché inconsapevolmente, sono istintivamente economisti più ragionevoli della scuola classica... Ogni sindacato farà resistenza ad un taglio nei salari nominali, per quanto piccolo. Ma giacché nessun sindacato si sognerebbe di far sciopero ogni volta che c’è un aumento del costo della vita, essi non sollevano l’ostacolo ad ogni aumento dell’occupaizone complessiva che viene loro attribuita dalla scuola classica”.
Nel quarto paragrafo del capitolo K dà la seguente definizione di disoccupazione involontaria (che sarà seguita, in un ulteriore capitolo, da una definizione leggermente diversa): “Gli uomini sono involontariamente disoccupati se, in caso di un piccolo aumento nel prezzo dei beni-salario in rapporto al salario nominale, sia l’offerta aggregata di lavoro che intende lavorare per il salario nominale corrente, sia la domanda aggregata di esso a quel salario sono maggiori della quantità di occupazione esistente”.Si noti che questa definizione implica che il secondo postulato della teoria classica può trovare applicazione solo quando non esiste la disoccupazione involontaria, cioè quando si ha il ‘pieno impiego’. Entro quei limiti, la teoria classica è perfettamente valida. Ma non ha senso usarla laddove la disocc. inv. esiste. E qui c’è uno dei passaggi polemici più famosi del libro: “I teorici classici assomigliano a geometri euclidei in un mondo non euclideo i quali, scoprendo che nell’esperienza rette apparentemente parallele spesso si incontrano, rimproverano alle linee di non restare diritte come solo rimedio alle loro sfortunate collisioni. Invece, in realtà, non c’è rimedio salvo che gettar via l’assioma delle parallele e elaborare una geometria non euclidea. Qualcosa di simile è richiesto oggi in economia. Dobiamo gettar via il secondo postulato della dottrina classica ed elaborare il comportamentodi un sistema in cui la disocc. inv. nel senso stretto è possibile”.
A questo punto K afferma tuttavia che il primo postulato resta vero, e che pertanto, dati una certa organizzazione, un certo ammontare di capitale e una certa tecnica, salari reali e reddito (e quindi l’occupazione) sono correlati, sicché “un aumento dell’occupazione può solo avvenire assieme a un declino del tasso dei salari reali”: “se l’occupazione aumenta, allora, nel breve periodo, il compenso per unità di lavoro in termini di beni-salario deve, in generale, declinare e i profitti dovranno crescere”. Perché questo? Dice K che si tratta solo del contrario della familiare osservazione che nel breve periodo l’industria lavora con rendimenti decrescenti, “cosicché il prodotto marginale nelle industrie che producono i beni-salario (che determina i salari reali) necessariamente diminuisce mentre l’occupazione aumenta”. Però, una volta eliminato il secondo postulato, ne segue che un declino dell’occupazione, benché sia necessariamente legato al fatto che i lavoratori ricevano una maggior quantità di beni-salario, non è necessariamentee dovuta al fatto che essi domandino una maggiore quantità di detti beni, e la loro disponiiblità ad accettare salari nominali inferiori non è necessariamente un rimedio alla disoccupazione.
Ci aspetta ora una sezione famosa, quella sulla c.d. ‘legge di Say’. I classici si sono basati sulla teoria (alquanto indefinita, dice subito K) che “l’offerta crea la sua propria domanda”, cioè che “il complesso dei costi di produzione deve necessariamente essere speso in aggregato, direttamente o indirettamente, nell’acquistare il prodotto”. Nelle parole di Mill (non traduco):What constitutes the means of payment for commodities is simply commodities. Each person’s means of paying for the productions of other people consist of those which he himself possesses. All sellers are inevitably, and by the meaning of the word, buyers. Could we suddenly double the productive powers of the country, we should double the supply of commodities in every market; but we should, by the same stroke, double the purchasing power. Everybody would bring a double demand as well as supply; everybody would be able to buy twice as much, because every one would have twice as much to offer in exchange. [Principles of Political Economy, Book III, Chap. xiv. § 2.]
Aggiunge K che da questa teoria è stato ricavato l’importante corollario che “ogni atto individuale di astensione dal consumo necessariamente conduca a, e equivalga a, far sì che il lavoro e i beni in tal modo liberati dal rifornire il consumo verranno investiti nella produzione di beni capitali”. E’ vero che questa teoria – concede K – non è mai esposta così “crudamente” da Marshall o Pigou, però è sottostante alla intera teoria classica, che senza di essa “collasserebbe”. “Il pensiero contemporaneo è ancora profondamente immerso nella nozione che se la gente non spende il suo denaro in un modo lo spenderà in un altro”, e questo nonostante il fatto che l’evidenza contemporanea vada chiaramente in senso opposto. Forse perché (a parte l’applicabilità della teoruia alle economie alla Robinson Crusoe) “la conclusione che i costi della produzione sono sempre coperti in aggregato dai ricavi derivanti dalla domanda, ha grande plausibilità, poiché è difficile distinguerla da un’altra, apparentemente simile proposizione che è indubitabile, cioè che il reddito derivato in aggregato da tutti gli elementi della comunità occupati in un’attività produttiva necessariamente ha un valore esattamente equivalente al valore del prodotto”. Allo stesso modo, è naturale supporre che l’atto di un individuo, “con cui quello si arricchisce senza apparentemente togliere nulal a nessun altro, deve anche arricchire la comunità nel suo insieme; cosicché ... un atto di risparmio individuale inevitabilmente conduce ad un atto parallelo di investimento. Perché, ancora una volta, è indubitabile che la somma degli incrementi netti di ricchezza degli individui deve essere esattamente uguale all’incremento aggregato netto della ricchezza della comunità”. Dove sta l’errore? E’ una “illusione ottica”, che fa sembrare la stessa “due attività essenzialmente differenti”. Si suppone infatti, sbagliando, che “ci sia un nesso che unisce le decisioni di astenersi dal consumo presente con le decisioni di provvedere a un consumo futuro; laddove i motivi che determinano queste non sono collegate in alcun modo semplice con i motivi che determinano le prime”. Quindi, conclude K, il ‘postulato delle parallele’ della teoria classica è “l’assunzione dell’uguaglianza tra il prezzo di domanda del prodotto in complesso e il suo prezzo di offerta”, da cui tutto il resto della teoria dipende.
Così, da ultimo, appare che la teoria classica dipende non da due, ma da tre assunzioni che stanno o cadono insieme:
(1) che il salario reale è uguale alla disutilità marginale dell’occupazione esistente;
(2) che non c’è una cosa come la disoccupazione involontaria nel senso stretto;
(3) che l’offerta crea la sua propria domanda nel senso che il prezzo di domanda aggregata è uguale al prezzo di offerta aggregata per tutti i livelli di produzione e di occupazione.
Commenti
Forse non è chiarissima a tutti l'affermazione di K sul primo postulato:
"un aumento dell’occupazione può solo avvenire assieme a un declino del tasso dei salari reali”
In realtà la cosa è abbastanza semplice. Siccome nel breve periodo si lavora con tecnologie date, i rendimenti saranno decrescenti, il che vuol dire che ogni unità aggiuntiva di lavoro produrrà un incremento sempre minore dell'output P:
ΔP1 > ΔP2 > ΔP3 > ΔP4… > ΔPn.
Siccome la retribuzione dei fattori produttivi (in questo caso, trattandosi di lavoro, il salario) corrisponde al suo prodotto marginale, se questo diminuisce, diminuirà anche il salario.
Grazie.
A John Maynard ultimamente prudono un po' troppo le orecchie.