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March 23, 2009

Seminario sulla Teoria Generale di Keynes - (2)

Nel terzo capitolo, Keynes comincia con alcune definizioni. le somme che l’imprenditore paga ai fattori della produzione per un certo volume di occupazione si chiama costo dei fattori, mentre quelle che paga ad altri imprenditori per quel che da loro deve acquistare, più il sacrificio consistente nell’utilizzare anziché lasciare inoperosi gli impianti, si chiama costo delle utilizzazioni. L’eccedenza del valore della produzione sulla somma di questi due costi è il reddito dell’imprenditore (e di converso, il costo dei fattori costituisce, per i proprietari dei fattori, il loro reddito), che si può anche chiamare ricavo di quel volume di occupazione. Quindi, il costo dei fattori più il profitto dell’imprenditore sono il reddito totale derivante dall’occupazione fornita dall’imprenditore. Il profitto è la quantità che l’imprenditore cerca di massimizzare quando decide l’occupazione da offrire.

A sua volta, il prezzo complessivo di offerta del prodotto ottenuto con un dato volume di occupazione è l’aspettativa dle ricavo che rende conveniente all’imprenditore offrire quella occupazione. Ne segue che, ad un dato stato della tecnica, il volume complessivo dell’occupazione (sia in una impresa, sia in un settore, sia nell’intera economia)  dipende dal ricavo che ci si aspetta di ottenere. Così la relazione tra il prezzo di offerta complessivo (Z) del prodotto derivante dall’impiego di N lavoratori è la funzione Z=φ(N), che è la funzione di offerta aggregata. Analogamente, la relazione tra il ricavo (D) che gli imprenditori prevedono di conseguire impiegando N lavoratori, è la funzione D=f(N), che è la funzione di domanda aggregata.

Se per un certo valore di N gli imprenditori prevedono che D sia maggiore di Z, gli imprenditori tenderanno ad aumentare l’occupazione oltre N, fino al punto in cui Z=D. Allora il volume di occupazione sarà dato dal punto di intersezione tra la funzione di domanda aggregata e quella di offerta aggregata. Il valore di D in quel punto si chiamerà domanda effettiva. Questa, dice K, è “la sostanza” della teoria dell’occupazione che il resto del libro sviluppa.

Invece la dottrina classica implica un’ipotesi speciale, perché la tesi “l’offerta crea la prorpia domanda” (cioè la ‘legge di Say’) significa che f(N) e φ(N) siano uguali per qualsiasi valore di N, cioè per qualunque livello di produzione ed occupazione, e che quando Z aumenta in relazione ad un aumento di N, aumenti in misura corrispondente anche D. La teoria classica, insomma, “postula che il prezzo o ricavo complessivo di domanda si adegui sempre al prezzo complessivo di offerta”: “la domanda effettiva, invece di avere un solo valore di equilibrio, è una serie infinita di valori tutti ugualmente ammissibili; e il volume di occupazione è indeterminato, salvo che per il limite superiore dato dalla disutilità marginale del lavoro”. Così la legge di Say “equivale alla proposizione che non vi è alcun ostacolo alla piena occupazione”.

Dopodiché, K fa un breve riassunto della teoria dell’occupazione che sarà svolta in seguito, anche se avverte che essa non sarà ancora “pienamente intelligibile”. Ecco i passaggi.

1) Quando l’occupazione aumenta, aumenta il reddito reale complessivo.

2) La psicologia della collettiva è tale che “quando aumenta il reddito reale complessivo, aumenta anche il consumo complessivo, ma non tanto quanto aumenta il reddito”. Il consumo, insomma, aumenta in misura inferiore rispetto all’aumento del reddito.

3) Quindi, se gli imprenditori destinassero per intero la maggiore occupazione a soddisfare la maggior domanda per il consumo immediato, subirebbero una perdita.

4) Per mantenere costante un certo volume di occupazione, occorre quindi che si realizzi un volume di investimento corrente sufficiente ad assorbire l’eccedenza della produzione sull’importo che la collettività decide di consumare a quel livello di occupazione.

5) In mancanza di questi investimenti, i ricavi delle imprese saranno inferiori a quanto è necessario per indurli ad offrire quel dato volume di occupazione.

6) Quindi, data la “propensione al consumo della collettività” (vedi il punto 2), il livello di equilibrio dell’occupazione(=livello al quale gli imprenditori non hanno stimoli né ad accrescere né a ridurre l’occupazione) dipenderà dal volume di investimento corrente.

7) Questo volume di investimento a sua volta dipende dall’ “incentivo ad investire”, il quale ultimo dipende dalla relazione tra l’efficienza marginale del capitale e l’insieme dei tassi di interesse su prestiti di scadenze e rischio diversi..

Cosa ne deriva? Ne deriva che esiste UN SOLO livello di occupazione di equilibrio; questo livello non sarà mai superiore alla piena occupazione (=il salario reale non può essere inferiore alal disutilità marginale del lavoro). La brutta notizia è che “in generale non vi è ragione di attendersi che esso sia uguale alla piena occupazione”: di norma, il livello di occupazione di equilibrio è un equilibrio in cui alcune risorse non sono occupate. La piena occupazione si verifica solo in un caso speciale, quando la propensione al consumo e l’incentivo ad investire stanno in una relazione particolare, che corrisponde ai postulati e che è in un certo senso la relaizone ottima.

K. riassume la sua teoria come segue:

I) il reddito dipende dall’occupazione N

II) la relazione tra il reddito totale e la spesa prevedibile in consumi D1 dipende dalla propensione al consumo, e  siccome questa è costante nel breve periodo, il consumo dipende dal reddito totale e quindi (vedi I) dal livello di occupazione.

III) N a sua volta dipende dalla domanda effettiva (D) che è la somma di 2 quantità: la spesa prevedible in consumi (D1) e la spesa prevedibile in investimenti  (D2)

IV) Siccome D1+D2=D= φ(N), e siccome D1 è una funzione di N (vedi 2) che scriviamo χ(N), ed è dipendente dalla propensione al consumo, allora φ(N)- χ(N)= D2.

V) Pertanto il volume di occupazione in equilibrio dipende (i) dalla funzione di offerta complessiva φ, (ii) dalla propensione al consumo χ, e (iii) dal volume dell’investimento D2. “Questa è l’essenza della teoria generale dell’occupazione”. 

VI) Per ogni valore di N esiste una corrispondente produttività marginale del lavoro nelle industrie che producono i beni-salario, “ed è questa che determina il salario reale”. La proposizione V è soggetta alla condizione che N non può superare il valore in cui il salario reale diviene uguale alla disutilità marginale del lavoro. Perciò non tutte le variazioni di D sono compatibili col presupposto temporaneo che i salari monetari siano costanti; per giungere a “un’enunciazione completa della nostra teoria” occorrerà pertanto eliminare questo presupposto.

VII) Per la teoria classica, per cui D= φ(N) per tutti i valori di N, l’occupazione è in equilibrio per tutti i valori di N salvo che per il valore massimo: sarà la concorrenza a spingere verso questo valore massimo, al quale soltanto ci potrà essere un equilibrio stabile.

VIII)Quando N aumenta, D1 aumenterà, ma non tanto quanto D, cioè tanto maggiore è N, tanto maggiore sarà la differenza tra Z e D1. In altre parole, se la propensione al consumo rimane invariata, N non può crescere se contemporaneamente non cresce D2 così da colmare la differenza crescente fra Z e D1. Così (salvo che nel caso speciale dell’economia classica) “il sistema economico si può trovare in equilibrio stabile con N ad un livello inferiore alla piena occupazione  e precisamente al punto in cui domanda complessiva e offerta complessiva si intersecano.

Quest’analisi, dice K, “ci offre una spiegazione del paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza”. L’insufficienza della domanda effettiva impedisce che si raggiunga la piena occupazione. E paradossalmente, “quanto più ricca è la collettività, tanto maggiore tenderà ad essere il divario fra la sua produzione effettiva e quella potenziale, e tanto più palesi e stridenti saranno quindi i difetti del sistema economico”. Una collettività ricca, infatti, tenderà a consumare di più del suo reddito, sicché “un volume molto modesto di investimenti basterà ad assicurare un’occupazione piena”. In una collettività “potenzialmente ricca”, invece, se l’incentivo ad investire è debole, essa sarà costretta “a ridurre la propria produzione effettiva; fino a quando, nonostante la sua ricchezza potenziale, essa sarà divenuta tanto povera che l’eccedenza della produzione sul consumo sia discesa abbastanza per corrispondere alla debolezza dell’incentivo ad investire”. Peggio ancora: non solo la propensione marginale al consumo è inferiore in una comunità ricca, ma, siccome il capitale ivi già accumulato è maggiore, vi saranno minori opportunità di investimento, a meno che il tasso d’interesse scenda abbastanza rapidamente (questioni che K analizzerà nel libro IV).

K conclude con una breve nota di storia delle teorie economiche. Dice che “l’idea che si possa traquillamente trascurare la domanda aggregata è fondamentale nell’economia ricardiana, che rimane la base di ciò che ci è stato insegnato per più di un secolo”. Malthus aveva provato ad opporsi, ma non essendo riuscito a fornire un modello soddisfacente, fu ignorato. L’idea che la domanda effettiva possa essere insufficiente “poté sopravvivere furtivamente nel mondo sotterraneo di Karl Marx, di Silvio Gesell e del maggiore Douglas”.

March 16, 2009

Seminario sulla Teoria Generale di Keynes- (1)

Oggi iniziamo un progetto nuovo: un seminario in cui leggere e esaminare uno dei libri di economia più famosi che siano mai stati scritti: la General Theory of Employment, Interest and Money di J.M.Keynes. Non è solo un testo scientifico cruciale (e di particolare attualità), ma anche un libro letterariamente di grandissimo valore, con passaggi (basti pensare alla celeberrima chiusa) citatissimi e memorabili.
Un capitolo a settimana, più o meno, credo che ce la dovremmo fare.

Il testo integrale (in inglese) lo si può trovare qui. Peraltro, in italiano è stato ottimamente tradotto di recente dalla UTET a modico prezzo (12 euri) insieme a alcuni altri testi importanti di JMK (per cui vale senz’altro la pena). In ogni caso, cercherò per quanto possibile di riassumere il testo di K nei miei post, in modo che se ne possa ricavare tutto quanto c'è nell'originale.

Nel I capitolo, K ci spiega di aver intitolato “Teoria generale” la sua teoria per indicare chiaramente il contrasto tra la sua teoria, che è appunto generale, alla teoria ‘classica’ (termine con cui K precisa di voler indicare, “forse con un solecismo”, non solo Ricardo e i suoi predecessori, ma anche i suoi continuatori e perfezionatori, vale a dire i marginalisti, fino a Marshall, Edgeworth e Pigou) che, viceversa, secondo K si applica solo ad un caso speciale, le cui caratteristiche tra l’altro “si dà il caso che non rientrino tra quelle dell’economia nella quale noi effettivamente viviamo, col risultato che il suo insegnamento è fuorviante e disastroso se cerchiamo di applicarlo ai fatti dell’esperienza”.

 

Il capitolo II ci spiega quali sono le assunzioni della teoria ‘classica’. Comincia col dirci che
gran parte dei trattati sulla teoria del valore e della produzione sono primariamente interessati alla distribuzione di  un dato volume di risorse impiegate tra usi differenti e con le condizioni che, ipotizzando l’impiego di tale quantità di risorse, determinano i loro relativi compensi e i valori relativi dei loro prodotti... Ma la teoria pura di cosa determini l’impiego effettivo delle risorse disponibili  è di rado stata esaminata in gran dettaglio. Dire che non sia stataesaminata affatto sarebbe, ovviamente, asurdo... Intendo dire, non che l’argomento sia stato tralasciato, ma che la teoria fondamentale sottostante è stata ritenuta così semplice e ovvia da ricevere, al massimo, una semplice menzione.  

I  postulati  dell’economia ‘classica’ sono due.

Il primo è che il salario è uguale al prodotto marginale del lavoro, anche se questa uguaglianza “può essere disturbata” se la concorrenza e il mercato non sono perfetti.

Il secondo postulato è che l’utilità del lavoro quando è impiegato un dato volume di lavoro è uguale alla disutilità marginale di quella quantità di impiego (dove disutilità significa “ogni tipo di ragione che possa indurre un uomo, o un gruppo di uomini, a non lavorare piuttosto che accettare un salario che per loro abbia unìutilità inferiore ad un certo minimo”).

Ciò, dice K, è compatibile sia con la disoccupazione ‘frizionale’ (cioè le “varie inesattezze di agigustamento che impedisocno il continuo pieno impiego... cosicchè ci sarà sempre in una società non statica una certa proporzione di risorse disoccupate ‘fra un lavoro e l’altro’”) e con quella ‘volontaria’ (cioè al rifiuto dovuto alle ragioni più varie – legali, sindacali, personali – “di accettare un compenso corrispondente al valore del prodotto attribuibile alla sua produttività marginale”).  Queste, si noti, per la teoria ‘classica’ sono i soli due tipi di disoccupazione ammessi (come si vedrà, la teoria ‘classica’ non ammette l’esistenza di una disoccupazione ‘involontaria’).

Il primo postulato, dice K, ci dà la domanda di lavoro, il secondo l’offerta di lavoro; e ne segue che, per la teoria ‘classica’, ci sono solo quattro modi per accrescere l’impiego:

a) un miglioramento nell’organizzazione o nella preveggenza per ridurre la disoccupaizone ‘frizionale;

b) una riduzione della disutilità marginale del lavoro, così da ridurre la disoccupazione ‘volontaria’;

c) un aumento della “produttività marginale fisica del lavoro nelle industrie che producono i beni-salario” (espressione di Pigou che indica i beni dal cui prezzo dipende l’utilità del salario monetario);

d) un aumento del prezzo dei non-beni-salario in confronto ai beni-salario, accompagnato da uno spostamento nella spesa dei non percettori di salario dai beni-salario ai non-beni-salario.

Ci siamo fin qui? Ora K si chiede: ma è vera questa rappresentazione, visto che “la popolazione in genere lavora raramente quanto vorrebbe sulla base del salario corrente” (cioè, che al salario dato c’è sempre qualcuno che vorrebbe lavorare, ma non trova impiego)? La teoria ‘classica’ risponde che questa situaizone è dovuta al fatto che i lavoratori, tacitamente o espressamente, hanno convenuto di non accettare di lavorare per un salario inferiore a quello corrente, e che se invece i lavoratori accettassero un salario inferiore, tutti troverebbero occupazione. Quindi non si tratta di disoccupazione involontaria. A ciò però K muove due obiezioni, di cui la seconda, egli dice, è fondamentale.

La prima obiezione è che non è così che funziona l’atteggiamento dei lavoratori dinanzi al salario. K afferma invece che generalmente i lavoratori si oppongono ad una riduzione del salario nominale, ma non ad una riduzione del salario reale (così, si oppongono a che il salario venga ridotto da X sterline a x-1 sterlina, ma non se il prezzo dei beni-salario aumenta mentre il salario rimane invariato). I ‘classici’ non si sono accorti che, se il lavoro è funzione non del solo salario reale, ma anche di quello nominale, la loro teoria crolla e non c’è  modo di determinare il volume di effettivo impiego in base ai soli salari reali, e che in tal modo l’offerta di lavoro si sposta ad ogni mutamento dei prezzi. Inoltre, aggiunge K, non pare che la riduzione di lavoro nelle depressioni economiche (come quella del ’32 in USA) sia spiegabile con un atteggiamento ostinato dei lavoratori, o con una riduzione della produttività del lavoro.

Segue una parentesi non semplicissima. Dice K che sarebbe interessante vedere delle statistiche sui rapporti tra cambiamenti nei salari reali e nei s. nominali. C’è da attendersi che, in caso di cambiamenti limitati a una particolare industria, i cambiamenti vadano nella stessa direzione. Invece, in caso di cambiamento nel livello generale dei salari, K pensa che i mutamenti sarebbero normalmente in direzioni opposte (cioè, salari reali che calano e nominali che aumentano, e  viceversa). “Questo perché, nel breve periodo, salari nominali in calo e  salari reali crescenti sono entrambi, per ragioni indipendenti, inclini ad accompagnare una diminuzione dell’occupazione; infatti il lavoro è più pronto ad accettare tagli salariali quando l’occupazione è in calo, e tuttavia i salari reali inevitabilmente crescono nelle stesse circostanze per via del crescente ricavo marginale per un dato capitale quando il prodotto diminuisce”.

Dopodiché, prosegue K, se fosse vero che il salario reale corrente è il minimo sotto il quale non vi sarebbe occupazione aggiuntiva in nessun caso, non ci sarebbe mai disoccupazione involontaria. “Ma supporre che questo sia invariabilmente il caso è assurdo. Perché più lavoro di quanto non sia attualment eoccupato è normalmente disponibile al salario nominale corrente, anche se il prezzo dei beni-salario è in aumento e, quindi, il salario reale  è in calo. Se questo è vero, l’equivalente in beni-salario del salario monetario corrente non è un’accurata indicazione della disutilità marginale del lavoro, e il secondo postulato è infirmato”.

La seconda obiezione, molto più importante, osserva che il secondo postulato discende dall’idea che i salari reali dipendono dalle negoziazioni dei lavoratori con le imprese, anche se di fatto quel che lavoratori e imprese negoziano sono i salari nominali. In altri termini, si suppone che si possa sempre ridurre i salari reali accettando una riduzione dei salari nominali (o viceversa), così da “portare i salari reali in conformità con la disutilità marginale della quantità di occupazione offerta dalle imprese a quel salario.” Se questo non è vero, allora il secondo postulato è invalido.

Ora, l’assunzione in questione è piuttosto strana per la teoria classica, da cui ci si dovrebbe semmai attendere che un mutamento dei salari nominali (essendo questi l’elemento principale dei costi di produzione) dovrebbe essere accompagnato da un mutamento analogo dei prezzi, lasciando così inalterati sia il salario reale sia la disoccupazione.

Questa obiezione sarà sviluppata nel resto del libro: “può non esistere alcun espediente mediante il quale il lavoro nel suo complesso possa ridurre il suo salario reale a una cifra data  concludendo accordi monetari con le imprese... Cercheremo di dimostrare che sono essenzialmente altre forze a determinare il livello generale dei salari reali... Sosterremo che c’è stato un fondamentale equivoco quanto  al modo in cui a questo riguardo l’economia in cui viviamo effettivamente funziona”. Successivamente, K aggiunge che è del tutto ragionevole che i lavoratori si concentrino sui salari nominali anziché su quelli reali. In un particolare settore dell’economia, la riduzione dei salari nominali si risolve in una riduzione dei salari reali relativamente ad altri gruppi di lavoratori, sicché “l’effetto dell’accordo da parte di un gruppo di lavoratori è quello di proteggere il proprio salario reale relativo. Il livello generale dei salari reali dipende dalle altre foze del sistema economico”.  La conseguenza è che “per fortuna, i lavoratori, benché inconsapevolmente, sono istintivamente economisti più ragionevoli della scuola classica... Ogni sindacato farà resistenza ad un taglio nei salari nominali, per quanto piccolo. Ma giacché nessun sindacato si sognerebbe di far sciopero ogni volta che c’è un aumento del costo della vita, essi non sollevano l’ostacolo ad ogni aumento dell’occupaizone complessiva che viene loro attribuita dalla scuola classica”.

Nel quarto paragrafo del capitolo K dà la seguente definizione di disoccupazione involontaria (che sarà seguita, in un ulteriore capitolo, da una definizione leggermente diversa): “Gli uomini sono involontariamente disoccupati se, in caso di un piccolo aumento nel prezzo dei beni-salario in rapporto al salario nominale, sia  l’offerta aggregata di lavoro che intende lavorare per il salario nominale corrente, sia la domanda aggregata di esso a quel salario sono maggiori della quantità di occupazione esistente”.
Si noti che questa definizione implica che il secondo postulato della teoria classica può trovare applicazione solo quando non esiste la disoccupazione involontaria, cioè quando si ha il ‘pieno impiego’. Entro quei limiti, la teoria classica è perfettamente valida. Ma non ha senso usarla laddove la disocc. inv. esiste. E qui c’è uno dei passaggi polemici più famosi del libro: “I teorici classici assomigliano a geometri euclidei in un mondo non euclideo i quali, scoprendo che nell’esperienza rette apparentemente parallele spesso si incontrano, rimproverano alle linee di non restare diritte come solo rimedio alle loro sfortunate collisioni. Invece, in realtà, non c’è rimedio salvo che gettar via l’assioma delle parallele e elaborare una geometria non euclidea. Qualcosa di simile è richiesto oggi in economia. Dobiamo gettar via il secondo postulato della dottrina classica ed elaborare il comportamentodi un sistema in cui la disocc. inv. nel senso stretto è possibile”.  

A questo punto K afferma tuttavia che il primo postulato resta vero, e che pertanto, dati una certa organizzazione, un certo ammontare di capitale e una certa tecnica, salari reali e  reddito (e quindi l’occupazione)  sono correlati, sicché “un aumento dell’occupazione può solo avvenire assieme a un declino del tasso dei salari reali”: “se l’occupazione aumenta, allora, nel breve periodo, il compenso per unità di lavoro in termini di beni-salario deve, in generale, declinare e i profitti dovranno crescere”. Perché questo? Dice K che si tratta solo del contrario della familiare osservazione che nel breve periodo l’industria lavora con rendimenti decrescenti, “cosicché il prodotto marginale nelle industrie che producono i beni-salario (che determina i salari reali) necessariamente diminuisce mentre l’occupazione aumenta”.   Però, una volta eliminato il secondo postulato, ne segue che un declino dell’occupazione, benché sia necessariamente legato al fatto che i lavoratori ricevano una maggior quantità di beni-salario, non è necessariamentee dovuta al fatto che essi domandino una maggiore quantità di detti beni, e la loro disponiiblità ad accettare salari nominali inferiori non è necessariamente un rimedio alla disoccupazione.   

Ci aspetta ora una sezione famosa, quella sulla c.d. ‘legge di Say’. I classici si sono basati sulla teoria (alquanto indefinita, dice subito K) che “l’offerta crea la sua propria domanda”, cioè che “il complesso dei costi di produzione deve necessariamente essere speso in aggregato, direttamente o indirettamente, nell’acquistare il prodotto”. Nelle parole di Mill (non traduco):

 

What constitutes the means of payment for commodities is simply commodities. Each person’s means of paying for the productions of other people consist of those which he himself possesses. All sellers are inevitably, and by the meaning of the word, buyers. Could we suddenly double the productive powers of the country, we should double the supply of commodities in every market; but we should, by the same stroke, double the purchasing power. Everybody would bring a double demand as well as supply; everybody would be able to buy twice as much, because every one would have twice as much to offer in exchange. [Principles of Political Economy, Book III, Chap. xiv. § 2.]

Aggiunge K che da questa teoria è stato ricavato l’importante corollario che “ogni atto individuale di astensione dal consumo necessariamente conduca a, e equivalga a, far sì che il lavoro e i beni in tal modo liberati dal rifornire il consumo verranno investiti nella produzione di beni capitali”. E’ vero che questa teoria – concede K – non è mai esposta così “crudamente” da Marshall o Pigou, però è sottostante alla intera teoria classica, che senza di essa “collasserebbe”. “Il pensiero contemporaneo è ancora profondamente immerso nella nozione che se la gente non spende il suo denaro in un modo lo spenderà in un altro”, e questo nonostante il fatto che l’evidenza contemporanea  vada chiaramente in senso opposto. Forse perché (a parte l’applicabilità della teoruia alle economie alla Robinson Crusoe) “la conclusione che i costi della produzione sono sempre coperti in aggregato dai ricavi derivanti dalla domanda, ha grande plausibilità, poiché è difficile distinguerla da un’altra, apparentemente simile proposizione che è indubitabile, cioè che il reddito derivato in aggregato da tutti gli elementi della comunità occupati in un’attività produttiva necessariamente ha un valore esattamente equivalente al valore del prodotto”.  Allo stesso modo, è naturale supporre che l’atto di un individuo, “con cui quello si arricchisce senza apparentemente togliere nulal a nessun altro, deve anche arricchire la comunità nel suo insieme; cosicché ... un atto di risparmio individuale inevitabilmente conduce ad un atto parallelo di investimento. Perché, ancora una volta, è indubitabile che la somma degli incrementi netti di ricchezza degli individui deve essere esattamente uguale all’incremento aggregato netto della ricchezza della comunità”. Dove sta l’errore? E’ una “illusione ottica”, che fa sembrare la stessa “due attività essenzialmente differenti”. Si suppone infatti, sbagliando, che “ci sia un nesso che unisce le decisioni di astenersi dal consumo presente con le decisioni di provvedere a un consumo futuro; laddove i motivi che determinano queste non sono collegate in alcun modo semplice con i motivi che determinano le prime”.  Quindi, conclude K, il ‘postulato delle parallele’ della teoria classica è “l’assunzione dell’uguaglianza tra il prezzo di domanda del prodotto  in complesso e il suo prezzo di offerta”, da cui tutto il resto della teoria dipende.

 

Così, da ultimo, appare che la teoria classica dipende non da due, ma da tre assunzioni che stanno o cadono insieme:

(1)   che il salario reale è uguale alla disutilità marginale  dell’occupazione esistente;

(2)   che non c’è una cosa come la disoccupazione involontaria nel senso stretto;

(3)   che l’offerta crea la sua propria domanda nel senso che  il prezzo di domanda aggregata è uguale al prezzo di offerta aggregata per tutti i livelli di produzione e di occupazione.

 

March 8, 2009

L'alveo culturale ed etico degli Esuli

LucaV ci dice: «Quello che mi interessa capire è proprio come si è passati dalla coscienza 'di classe', le organizzazioni, le sezioni e le cellule al vago vibrante "qualcos'altro"», e poi ci spiega: «[mi piacerebbe] ma potrebbe anche essere una delle tante cose che mi piacerebbe fare che per mancanza di tempo e di metodo forse non farò mai... :-(».

Prima di tutto vorrei segnalare che ho proposto una tesi, non affermato un fatto. Intendo dire che, in quanto tesi, quella è da studiare, non da assumere come data, meno che mai da accettare come tale. Deve essere messa in discussione, e deve esserlo storicamente. Spero che questo sia chiaro almeno a chi interesserebbe farlo.

Ma mi domando: qual è la natura di questo «interessa capire» che sarebbe un «piacere» ma per il quale «non si ha tempo» e «non si ha un metodo»? Perché un interesse che si prova nei sensi non crea o non produce il suo metodo e il suo tempo?

Vediamo.

Ilvo Diamanti vi produce un ritratto dello stato d'animo di un gruppo sociale al quale da il nome: «Esuli»

Uno di questi scrive:

«DESIDERO perfezionare la descrizione tipologica che Ilvo Diamanti fornisce a proposito del quesito: dove sono finiti i voti del PD? .. Mi sento un corpo estraneo in un paese che non mi piace e che non avverto come mio alveo culturale ed etico»

Naturalmente qui la 'classe', per non parlare della 'coscienza' di classe, proprio non esiste. Non solo nelle parole del tizio, che parla infatti di 'tipologia' e di 'alveo culturale ed etico', anzi di 'mio alv.cult.etico, ma anche in Diamanti, che in effetti applica una tecnica; applica quella meccanica convenzionale di 'segmentazione tipologica' che produce 'baby boomers', 'generation X', ect, scovando un 'tipo' al quale attribuisce un nome coquet: gli «Esuli». Non credo che sia lo scopo, ma en passant potete notare che è esattamente quello che farebbe uno 'scienziato della comunicazione' che studia la readership di un quotidiano o rivista...

Dunque la questione posta da Pietro col suo consueto garbo di umiliato: «il concetto di classe è un ferrovecchio, ect», e che corrisponde alla tesi della 'irrilevanza della classe al fine della determinazione dell'identità', questione tutta interna alla cultura post-moderna, è di quelle da studiare. Come è diventata un ferrovecchio?

Scrive l'esule: « Il PD ha sacrificato l'identità socialista in questo paese e questo è intollerabile»

L'«identità», (e l'«anima», ect), questa porcheria che vi avvelena: il tipo parla di «mio» alveo etico&culturale proprio mentre 'precisa' una «tipologia», non immaginando affatto che la 'cultura', quando è viva, non definisce o eternizza una «identità» ma al contrario combatte ferocemente quel processo di sclerotizzazione.

Gli «Esuli», mica «sconfitti» o «falliti» o «sfigati»: Furio Camillo o Temistocle? I Fratelli Rosselli? Ovidio Naso? «Esuli»: non è gratificante?

Vediamo come continua questo esule: «pretendo di votare un soggetto politico che risponda al mio modello».

L'Esule ha un suo alveo culturale ed etico e un suo modello: come può non avere delle pretese?

Aspetta che un soggetto politico si manifesti per soddisfare delle pretese

A me pare la definizione di «berlusconismo»: un soggetto politico soddisfa delle pretese. (Variante: una linea editoriale e persino grafica gratificante risponde e ad un modello e ad un alveo culturale ed etico che identifica una tipologia di readership).

«Ma vuoi mettere il mio modello, il mio alveo culturale ed etico? E' questo che ci distingue! Il mio modello è nobile, il loro ignobile!»

Come diavolo si produce quel 'modello'? E' direttamente ispirato in sogno dai superi? E' prodotto da una ghiandola linfatica? E se c'è un processo che produce quel modello, perché esso non produce un soggetto politico? Perché non produce 'metodo e tempo'?

Cosa impedisce all'Onda «travolgente» di travolgere, appunto, di costringere i Baricco a venire ad ascoltare una lezione in piazza, invece di mandare 'fotografie e slogans' alla redazione del quotidiano? Cosa vi impedisce di chiedere al Presidente di un liceo o il Decano della facoltà l'uso dell'anfiteatro per tenere dei seminari? Cosa vi impedisce di farlo in un café o in un pub? Cosa vi impedisce di farlo in piazza? Cosa vi impedisce di chiedere al Sindacato di celebrare il 1 maggio con una serie di lezioni e seminari sulla crisi economica, sul problema della trasformazione dei valori in prezzi in Marx, su n'importe quoi invece che celebrare la liturgia del 'concerto'? Cosa vi impedisce di chiedere al 'soggetto politico' di darvi l'uso della sua sezione? Cosa vi impedisce di reperire e ricostruire una biblioteca con i volumi degli Editori Riuniti sui problemi della pianificazione e del commercio internazionale socialista, cercando nei banchetti di libri usati? Cosa soprattutto vi impedisce di fare la spesa e di andare a parlare con gli immigrati, e di considerarli NON come comparse nel vostro psicodramma personale di 'esuli' con modello incorporato, ma come i futuri italiani, il futuro soggetto politico? Di farvi insegnare come funziona e come non funziona l'auto-produzione? Quelli fanno le ronde e voi non potete fare, non avete tempo per questo?

Non ditemi vi prego che bisogna aspettare che Baricco e Scalfari abbiano re-inventato la nozione ottocentesca di 'cultura' come pedagogia, e che si siano auto-proclamati Pedagoghi, per farlo!!!!

Vi immaginate che, abbattuto il modo di produzione capitalista, una 'tipologia' di bombi-kilombi, che in 50 costituirebbero 52 comitati per redigere una carta di 200 articoli ispirati ai più solenni dei Principi solo per decidere come usare l'acqua calda, dividendosi in 53 'anime' e convocando congressi e producendo mozioni e insultandosi fra quelli che vorrebbero aprire il robineto a destra e quelli a sinistra, eleggendo 12 commissari incaricati di verificare che l'apertura del robinetto sia conforme ai Valori della Pace Fra i Popoli, istituendo 4 tribunali per sorvegliare il lavoro dei commissari; immaginate che da questi, neanche uno dei quali si domanderebbe come riscaldarla, l'acqua, tanto per cominciare; immaginate che da questi verrebbe non dico la redazione di un piano socialista dell'economia, ma solo due pomodori auto-prodotti?

(Naturalmente, LucaV, nessuna valutazione personale o cose del genere: mi servo soltanto di quelle espressioni, perché basterebbero a scrivere un testo teatrale, intendo con ciò un'azione drammatica che basterebbe da sola a evocare questo: la cultura come fatto creativo di 'metodo e di tempo' sentito 'nella carne' come urgenza e come tensione nelle cose e nella vita materiale, agita da persone in carne e ossa immerse in quella tensione, e invece la cultura come surrogato, come decorazione, ecc., che permetta di accomodarsi a quelle tensioni. Un arredamento che si può fare in qualsiasi 'stile': il pathétique mélo, il cinico, il post- o il pre- o il néo- o l'off-questo&quello, la rabbia incendiaria e tutto il resto di quel bric-à-brac).