D. SASSOON, Mussolini and the rise of Fascism, London, 2007
Questo breve libro (143 pagine di testo) è meno una storia di un evento (la marcia su Roma e l'assunzione del potere di Mussolini) che una riflessione sulle cause che hanno condotto ad esso. Non contiene, come era prevedibile del resto, grosse novità; quel che è abbastanza interessante sono le conclusioni che questo insigne storico, che tanti anni di studio ha dedicato alla storia dell'Italia moderna e contemporanea, raggiunge.
Il punto di partenza della riflessione - un punto ben noto, che risultava evidente già agli stessi scrittori fascisti - è che la benché minima manifestazione del potere dello Stato sarebbe bastata a spazzar via il movimento fascista, e a ridicolizzare la marcia su Roma, senza la minima difficoltà.
La domanda quindi è: perché il Re non firmò il decreto, preparato da Facta, che dichiarava lo stato d'emergenza (e che avrebbe quindi consentito di usare le truppe per disperdere i fascisti)?
Ma il fatto è, scrive Sassoon, che all'epoca quel che a noi oggi sembra evidente (=dare il potere a Mussolini era l'inizio della dittatura) non lo era affatto. La decisione di nominare Mussolini a capo del governo "fu accettata da virtualmente la totalità dell'establishment politico inclusa la stampa liberale" e semmai sorprendente fu l'assenza quasi totale di "movimenti di massa" (p. 133). "Non molti - inclusi i fascisti - compresero quel che stava realmente accadendo: che un nuovo regime stava nascendo, che presto non ci sarebbero state più elezioni, e non più libertà di stampa. la maggioranza nel campo liberale non vedeva alcun motivo urgente (e nessun vantaggio politico) per opporsi a Mussolini. Se avesse fallito, sarebbe stato suo il fallimento, mentre essi avrebbero mietuto i vantaggi. Erano stati pronti a tollerare numerosi atti di violenza, e presto furono pronti ad accettare incisive limitazioni di diritti e libertà, perché ogni limitazione in se stessa era difendibile, e poteva sempre essere considerata temporanea e dovuta a circostanze speciali" (p. 134).
Il volgersi dell'establishment politico verso la violenza è esaminato in modo profondo da Sassoon. "Nella storia reale, non ci sono miracoli. Tutto quel che accade è sempre in qualche modo connesso con quel che è accaduto prima. Mussolini non avrebbe potuto fare la storia se non fosse stato fatto dalla storia, se i processi molteplici che avevano portato all'unificazione dell'Italia e assicurato la sopravvivenza dello Stato italiano fino alla prima Guerra Mondiale non fossero stati svelati durante la guerra e la crisi politica che seguì. E la crisi, come scrisse Gramsci, fu un interregno tra la vecchia società e la nuova che lottava per nascere - un periodo in cui 'una grande varietà di sintomi morbosi appare'. Mussolini fu uno di questi." (p. 142-143).
La verità è che, per il Re, come per la classe politica liberale che aveva governato l'Italia dall'Unificazione fino allora, a Mussolini non c'erano alternative. "La vera questione, allora, non è perché il Re non firmò, ma perchè avrebbe dovuto firmare" (p. 130). La debolezza della classe politica liberale è ritratta in modo formidabile; al di là di dettagli anche interessanti ma non nuovi su Facta (che scrive lettere alla moglie in cui lamenta il peso della carica e che non vede l'ora di essere rimosso dall'incarico) o sull'inanità degli sforzi del vecchio Giolitti, l'unico politico con coraggio e idee chiare, ma completamente isolato dall'opposta inerzia e ostilità degli unici partiti di massa (il socialista e il popolare) che avrebbero potuto e dovuto fare fronte con lui.
Secondo Gobetti, i liberali erano incapaci di riformare il paese perché erano solo in carica, ma non "al potere": in altre parole, non avevano una vera passione per la libertà. Ma la realtà, dice Sassoon, era ancora peggiore. "Il principale fallimento del liberalismo italiano fu che non fu mai capace di creare un ambiente economico favorevole alle classi medie, che erano state tenute al di fuori di qualunque centro di potere, fosse politico, burocratico o culturale. Esse si sentivano sottorappresentate e sottovalutate. Non erano legate alla democrazia, perché l'unica che conoscevano sembrava proteggere gli interessi dei ricchi. Infatti pochi in Italia erano legati alla democrazia: non i liberali tradizionali (sebbene usassero la parola 'democrazia' appena possibile), né i nazionalisti, né i fascisti, né i massimalisti, né i comunisti, e neppure i cattolici" (p. 124-125).
La conclusione è triste e merita di essere meditata anche per il futuro. Sassoon muove dalle reazioni inglesi alla nascita del fascismo. "Churchill e Trevelyan erano ben lungi dall'essere simpatizzanti del fascismo, ma, benché per poco tempo, erano pronti ad accettare il governo fascista e la presa del potere di Mussolini come 'inevitabile'. Come molti spesso fanno, organizzarono i fatti a loro disposizione secondo una narrazione a loro familiare, una che li aveva sostenuti nella loro fede che l'Inghilterra aveva prodotto una forma di stato e un impero che era l'invidia del mondo, e che non poteva essere fcilmente esportata. L'Italia si era rivelata uno stato 'fallito' che non poteva essere governato nel modo tradizionale. Poteva o cadere nel caos completo o riemergere rinvigorita tramite un capo forte e un nuovo regime. Se la scelta era caos o risurrezione, le persone ragionevoli avrebbero scelto la seconda - come fecero Trevelyan e Churchill, e il mondo in generale. Mentre la dittatura fascista veniva stabilita un passo alla volta, ogni passo poteva essere difeso a sé stante, senza riferimento al contesto politico o storico più ampio. Molti italiani accettavano questo schema. Per loro l'Italia di Mussolini non era peggiore di quel che l'aveva preceduta. La vita continuava ad essere facile o difficile, ma la politica aveva poco a che farci. Che importa se non si può più votare, quando non ne segue nessuna differenza visibile? Che importa se la stampa è imbavagliata, se non si leggono i giornali? Perlomeno adesso c'era un capo che diceva loro di essere fieri di essere italiani, e prometteva un brillante futuro. E se il futuro fosse stato uguale al passato, pochi ne sarebbero stati delusi, dato che i più si attendevano poco dalla classe politica che decideva dei loro destini. Solo quando il regime condusse il paese in una nuova guerra, e domandò sacrifici per i quali non erano pronti, la maggioranza degli italiani si volse contro il fascismo. Una guerra che non si vince non è mai popolare" (p. 141-142).