Al mio ammiratore anonimo sembra essere balenata l'idea che, per il fatto che non faccio il rumore considerato sufficiente, non vuol dire che io sia per i libbbberisti massacratori di bambini o contro i lavoratori.
Questo non ha nessuna importanza in sé, ma per il fatto che lo ha indotto a sottopormi un saggio intitolato “
Anti-Blanchard, una critica al modello macroeconomico dominante”, di Emiliano Brancaccio, invece della solita dose di Sturm und Drang ad altissimo volume.
Per prima cosa siano ringraziati i Superi se, qualunque sia la qualità di questo saggio, fosse anche il più cervellotico, si propone una discussione, un 'discorso', a partire da una 'critica al modello macroeconomico dominante' e non dal contenuto della panza o da questa o quella indignazione morale. Basterebbe fermarsi qui, che è tutto quello che si vuole, in fondo: non per forza che questa critica sia giusta (nel senso di 'corretta') o definitiva: se anche fossero sbagliati i risultati di questa critica, il fatto della critica, il fatto di un discorso e non di una esibizione, questo fatto non può essere sbagliato.
Potete fermarvi qui ed esaminare per conto vostro, con i vostri compagni, amici e professori, il saggio di Brancaccio
Ma metto lo stesso qualche osservazione ('wonkish').
Per prima cosa il “modello anti-conflittualista” nega un insieme di cose attribuite al 'modello dominante': per esempio che “una riduzione dei salari e quindi dei prezzi [sia] sufficiente ad accrescere la domanda e la produzione”, che “per uscire da una crisi una politica espansiva non sia indispensabile”, che ci sia “un tasso naturale di disoccupazione” al di la del quale una politica espansiva non aumenta l'occupazione ma solo il livello generale dei prezzi (produce cioè non beni aggiuntivi ma solo prezzi più alti). Questo modello dominante viene definito in diversi luoghi “neoclassico” o “neoclassico-liberista”, e in un luogo si dice “durante la crisi degli anni Trenta, gli economisti neoclassici... ect”.
Qui conviene fare un po' d'ordine, più che altro mentale (cioè al solo scopo di capire meglio il modello conflittualistico di Brancaccio e quel che dirò fra un momento).
Per prima cosa per 'neoclassica' si dovrebbe intendere la sintesi neoclassica dell'economia Keynesiana e dei modelli di equilibrio (in particolare micro-economici) che è in opposizione all'economia classica. Perché mai si 'dovrebbe' intendere la sintesi neoclassica? Perchè la 'teoria neoclassica' punto e basta NON contiene e neanche sospetta l'idea di macro-economia o di curve AD-AS, di cui parleremo fra un attimo. Una interpretazione 'neoclassica'-punto-e-basta del modello AD-AS, e non si sa perché il 'modello dominante' sarebbe questa interpretazione, è un po' come l'interpretazione classica della meccanica quantistica, che non verrebbe mai in mente alla fisica 'dominante'. Inoltre se si critica il 'modello dominante', allora questo è proprio la sintesi neoclassica. Propongo dunque che nel seguito, laddove si dice 'neoclassico' nel saggio di Brancaccio (e non mi spiego perché non dica semplicemente 'dominante', tranne che nel subtitolo) e in questo post, si intenda 'sintesi neoclassica'. Se questo è accettato, allora nella crisi degli anni Trenta gli economisti neoclassici non esistevano neanche, l'idea che bastasse ridurre i salari per ricondurre alla piena occupazione era l'ipotesi classica, smontata da Keynes nel primo capitolo della General Theory, e non è affatto nella sintesi neoclassica, la quale sintesi neoclassica, in accordo con Keynes, afferma al contrario che il sistema macroeconomico può benissimo essere in un equilibrio stabile corrispondente alla sottoutilizzazione di risorse e soprattutto di occupazione.
Le prime due affermazioni, dunque “una riduzione dei salari riconduce alla piena occupazione” e “non occorre una politica espansiva per uscire da quel tipo di crisi” NON appartengono alla sintesi neoclassica. Questo pasticcio di nomi ed etichette, completamente inutile perché bastava come ho detto parlare di 'modello dominante', è un grave problema perché, forse per criticare nel modello dominante una affermazione che questo modello dominante NON fa, cioè forse nel preoccuparsi troppo di dare un nome 'inviso' al modello dominante chiamandolo neoclassico e finendo per attribuirgli le affermazioni associate a quel nome, invece di quelle associate a quel che FA, il critico commette quello che a me pare un grave errore di base (e non credo che sia casuale perché si ripete più avanti, come vedremo).
Ripeto l'affermazione 'dominante' che si intende negare:
“una riduzione dei salari e quindi dei prezzi è sufficiente ad accrescere la domanda e la produzione”.
In un altro luogo scrive “le variazioni dei prezzi provocano mutamenti … nella domanda aggregata, e quindi nella produzione”. In un altro ancora “secondo Blanchard esiste una relazione inversa tra prezzi domanda e produzione”.
Ora, tutto questo viene affermato discutendo la SOLA curva di Domanda Aggregata, il che lo porta ad affermare che se, come ha dimostrato Keynes e come è vero, la diminuzione dei prezzi NON fa aumentare la Produzione, allora la curva di Domanda non può essere decrescente.
E questo è strabiliante: notate nelle tre affermazioni qua sopra come ci sia un “e della produzione”, nella prima, un “e quindi della produzione”, nella seconda, e “relazione inversa di domanda e produzione” nella terza. Ma naturalmente la curva di Domanda aggregata stabilisce una relazione inversa (nel modello 'dominante', che poi è quello keynesiano) fra prezzi e quantità DOMANDATA, ma non basta DA SOLA a dire NULLA sulla produzione, la quale è determinata simultaneamente dalla curva di domanda aggregata e da quella dell'OFFERTA aggregata (anche nel modello 'conflittualistico', come vedremo più avanti). Il tizio sembra dire:
“se la curva di domanda aggregata è decrescente, allora un punto su quella curva dovrebbe muoversi LUNGO la curva di domanda 'indiscesa' al diminuire dei prezzi, e dunque la PRODUZIONE dovrebbe aumentare. Se così non è allora la curva non è decrescente”. (Questo 'ragionamento' è illustrato dalle due figure in alto in questa immagine)
Questo è veramente grave, ed è un errore tipico degli studenti del primo anno alla prima lezione al primo capitolo, che confondono lo spostamente “lungo” la curva con lo spostamento “della” curva!! Cosa autorizza a dire 'domanda e produzione', 'domanda e quindi produzione' senza considerare la curva di offerta?
Naturalmente se il punto 'scende lungo la curva AD', e se la quantità in ascissa che corrisponde alla posizione del punto è la PRODUZIONE (e non semplicemente la quantità domandata), questo vuol dire che l'intersezione della curva AD con quella di OFFERTA aggregata si muove 'lungo' la curva AD, e cioè che la curva di offerta trasla a destra, cioè che l'OFFERTA aumenta. Ma questo ovviamente non succede in una crisi. (Figura in basso a sinistra in questa immagine, che a differenza delle precedenti mostra il ruolo della curva AS). Se dunque vedete che la diminuzione del prezzo non aumenta la produzione è un grave errore concluderne che la curva AD è verticale, laddove si tratta del fatto che la curva AS non si muove. Ed è anzi proprio questa la ragione percui la depressione è un equilibrio stabile di disoccupazione o sottoproduzione: se il prezzo scende la quantità DOMANDATA aumenta (la curva AD è decrescente), ma quella OFFERTA diminuisce!.
L'aumento di DOMANDA aggregata necessaria a uscire dalla crisi è una traslazione a destra dell'intera curva AD, e questo non avviene, nella teoria keynesiana e nella sintesi NEOCLASSICA, senza un intervento espansivo. E questo a causa di tutt'altro, in particolare della 'liquidity preference' introdotta proprio da Keynes, cioè la indisponibilità dei risparmiatori, che preferiscono gli assets 'liquidi' ('hoarding' di risparmi), a investire nella produzione generando domanda di beni capitali.
Dunque ecco un primo risultato veramente strano: per negare afermazioni che il 'modello dominante' NON fa, 'che basti ridurre i salari per tornare alla piena occupazione' e 'che non sia necessaria l'espansione fiscale', si butta via la spiegazione keynesiana e neoclassica del perchè, al contrario, non basti ridurre i salari e occorra l'espansione fiscale, introducendo un grave errore che è tecnico, non di 'interpretazione'!, e che al contrario NON spiega perché non basti ridurre i salari e occorra l'espansione fiscale. Amazing.
Veniamo alla cosa interessante: l'idea che non esista un tasso 'naturale' di disoccupazione e che dunque non ci sia bisogno di pensare che l'intervento espansivo al di là di quella 'soglia naturale' si risolva in sola inflazione.
Anche qui bisogna un po' precisare i termini: per “naturale” non si intende una cosa tipo 'il tempo di gestazione nella femmina dell'homo sapiens'. Si intende 'il tasso di occupazione oltre il quale un'ulteriore espansione produce inflazione' (semplifico un po' la definizione di NAIRU). Dunque l'Anti-Blanchard afferma: l'inflazione non segue per forza oltre un dato tasso di occupazione noto come 'naturale' nel senso qui sopra.
Per far questo si serve dello stesso modello di Blanchard, ma introduce due ipotesi: che la curva AD sia verticale, e che il parametro di conflittualità 'z' sia una variabile esogena endogena.
Anche qui è strabiliante: prima di tutto la spiegazione della verticalità della curva AD usa il pasticcio che ho descritto qui sopra e che non funziona per i motivi che ho detto, più la liquidity trap intesa come 'la produzione non dipende dal tasso di interesse'. Questo è vero soltanto per diminuzioni del tasso di interesse sotto una certa soglia (per l'appunto in liquidity trap), ma non lo è affatto per aumenti di quel tasso o al di sopra di quella soglia. Dovrei spiegare quest'ultima affermazione che ho appena fatto (e lo farò se qualcuno vuole), ma non occorre perchè comunque, nel modello conflittualistico, nel SUO modello, l'ipotesi di verticalità della curva AD è irrilevante là dove ne parla, e non ne parla dove potrebbe e dove, se lo facesse, si imbatterebbe in un altro errore molto grave che lo renderebbe inutile.
D'altra parte il parametro di conflittualità 'z' è esogeno anche nel modello 'di Blanchard' 'conflittualistico', cioè il suo valore NON è determinato, nel modello di Blanchard 'conflittualistico', da nessun'altra combinazione degli altri parametri. Nel caso del modello di Blanchard, l'autore parla infatti di 'introduzione di legislazione contro i licenziamenti arbitrari' o di 'rilassamento delle leggi anti-monopolio' come esempi di 'conflittualità', i quali sono interventi esogeni, ma parlando del modello 'conflittualistico', come vedremo fra un attimo, dice "supponiamo che i lavoratori si iscrivano a un sindacato più combattivo aumentando 'z'", che anch'esso un intervento esogeno: in altre parole, 'z' è una variabile indipendente del modello.
Dunque come 'funziona'? Vediamo la figura 16 a pagina 53.
A partire dal punto E abbiamo un intervento espansivo, uno spostamento verso destra della curva AD, come nel modello 'dominante'. Al nuovo punto E' corrisponde un aumento della produzione da Y a Y' e del livello generale dei prezzi da P a P'.
Dice l'Autore (a pag 54): “la novità fondamentale è che in questo diverso ambito teorico la AD è verticale, [segue mumbo jumbo sul perché lo è], l'aumento di P non ha alcun effetto depressivo sulla domanda di merci e quindi sulla produzione”.
Ma naturalmente potete far passare per E una curva AD decrescente come vi pare e traslarla a destra passante per E' ottenendo esattamente lo stesso incremento da Y a Y' e da P a P' (vedere la figura in basso a destra in questa immagine). La ragione è che come vedete il punto va da E a E' lungo la curva di OFFERTA AS dove interseca successivamente E ed E'. L'affermazione “l'aumento di P non ha alcun effetto depressivo sulla domanda di merci e quindi sulla produzione” contiene di nuovo come se niente fosse un 'quindi della produzione', ma anche a prenderla sul serio è contemporaneamente vera (non ha alcun effetto depressivo sulla produzione) e cervellotica (non ne ha uno depressivo sulla domanda), è comunque balorda e non ha niente a che vedere con la verticalità di AD. Non ha effetto depressivo sulla produzione perchè al contrario un aumento di P aumenta la produzione (la curva AS è crescente), e non ne ha uno depressivo sulla domanda perché se non mi sbaglio la domanda l'abbiamo appena aumentata 'imperio nostro' con una manovra espansiva spostando l'intera curva AD a destra, talmente tanto l'abbiamo aumentata che nonostante l'aumento dell'offerta Y anche P è aumentato (e l'ampiezza dell'aumento d P dipende SOLO dalla curva di OFFERTA, data una traslazione verso di destra di AD, comunque questa sia inclinata) . L'unica 'novità fondamentale' è il totale fraintendimento del suo stesso modello, e in particolare questo grave errore ripetuto più volte di far dipendere domanda E PRODUZIONE dalla SOLA AD..
Il punto “E'”, dice l'Autore a questo punto, è stabile e l'aumento di Y è permanente. Su questo nessun economista del tipo sintesi neoclassica o 'dominante' ha alcuna obiezione – a parte il fatto che loro sanno almeno come funziona davvero - ma a condizione che l'OFFERTA sia elastica, cioè NON verticale, come è in effetti disegnato nella stessa figura 16. Che l'OFFERTA sia elastica corrisponde infatti alla situazione della quale Keynes scriveva “gli impianti, gli uomini e il loro ingegno, la fertilità del suolo, la capacità di produrre è intatta ma sottoutilizzata” a causa di un deficit di domanda inteso come si deve: non che il punto su una AD data sia troppo alto (prezzi troppo alti), ma che l'intera curva AD sia troppo a sinistra (domanda insufficiente per TUTTI i prezzi).
In poche parole qui c'è una descrizione sbagliata di una espansione che nessun modello 'dominante' nega, e quando dico descrizione sbagliata parlo dell'espansione esattamente come rappresentata in Fig-16, del suo stesso modello 'conflittualistico' nel quale la verticalità di AD è irrilevante.
Quel che c'è di interessante è quel che segue con la fig. 17, dove interviene la conflittualità (pag 55: “Supponiamo che i lavoratori decidano di iscriversi a un sindacato pià combattivo e rivendicativo e che quindi 'z' aumenti”).
Riferendosi alla Fig. 17 si afferma: “i lavoratori spingono i salari monetari W verso l'alto”. [Se le imprese] “scaricano gli aumenti salariali sui prezzi … di conseguenza la AS trasla verso l'alto e il livello dei prezzi aumenta da P a P'. Ovviamente ciò determinerà un rialzo ulteriori dei salari, qundi ancora dei prezzo, e coì via”.
Questo è un vero pasticcio.
Cominciamo da questa traslazione di AS verso l'alto: questo avviene per le ragioni OPPOSTE a quelle che dice l'Autore, non quando gli aumenti di W sono 'scaricati' su P, ma quando gli aumenti di W sono superiori a quelli di P. Se i 'sindacati combattivi' ottengono questo, infatti, le imprese hanno ancora una scelta oltre che ridurre il 'markup'; quella di produrre di meno (per ridurre gli altri costi variabili) o di fermare del tutto la produzione, quando W è superiore al reddito marginale, cioè proprio a P. In poche parole si ha una contrazione dell'OFFERTA, ed è precisamente questo il significato di una 'traslazione della AS verso l'alto' (che in realtà è verso sinistra).
A questo punto l'ipotesi di verticalità di AD introdotta dall'Autore gioca contro di lui: se la domanda è anelastica (AD verticale), infatti, la contrazione della OFFERTA (traslazione verso sinistra o, che è lo stesso, verso l'alto di AS) provoca un uleriore aumento di P verso P', cioè 'rincorsa inflazionistica dei prezzi' secondo il SUO modello, mentre se l'AD è decrescente la contrazione dell'OFFERTA provoca un aumento più contenuto di P ma a costo di una riduzione di Y.
Invece lo 'scarico degli aumenti salariali sui prezzi P' corrisponde esattamente al caso in cui la curva AS NON trasla da nessuna parte, se l'autore non se ne accorge è perché dimentica che P nel modello AD-AS, nel SUO stesso modello, è il livello GENERALE dei prezzi, di TUTTI i prezzi, delle merci E DEI SALARI. Il caso in cui W aumenta come P è già 'contenuto' nell'aumento di P dovuto all'espansione descritta in precedenza, e la AS non si sposta da nessuna parte.
Con questo l'Autore non ha comunque indirizzato il problema del tasso naturale di disoccupazione: nel modello 'dominante' questa condizione (la produzione non può più aumentare perché tutta la capacità nelle combinazioni produttive possibili è già utilizzata) è quello che corrisponde a Y (produzione) dove l'OFFERTA è anelastica (la curva AS è verticale). In questo caso una espansione (tralsazione verso destra) della curva AD della domanda provoca soltanto un aumento dei prezzi ma non di Y (figura a sinistra in questa immagine), appunto perché la curva AS è verticale, cioè non esiste una capacità inutilizzata di produzione, per quanto ci siano disoccupati.
Oppure, a domanda costante, un aumento di W superiore a P sposta la curva anelastica di OFFERTA a sinistra (contrazione), aumentando P e contemporaneamente diminuendo Y (figura a destra in
questa immagine).
In definitiva l'intera discussione ha lo scopo di dare una giustificazione 'scientifica' all'idea che l'aumento dei salari reali (W/P) non è limitato da nessuna anelasticità dell'offerta, e che essi possono dunque aumentare senza che si crei inflazione semplicemente impedendo alle imprese di 'scaricare' i maggiori costi di produzione sul prezzo delle merci e facendoli assorbire loro nella riduzione del 'markup'. Il conflitto di classe è lo strumento per ottenere ciò. Per fare questo prende il modello 'di Blanchard' e introduce due novità 'fondamentali': che la curva AD sia verticale, novità totalmente irrilevante nella sua stessa discussione, e che il parametro 'z' di conflittualità sia esogeno endogeno, il che non è una novità perchè già contenuto nel modello 'di Blanchard' è falso perché è esogeno anche nel suo modello. Ottiene la 'dimostrazione' dell'assunto semplicemente introducendo un grave errore, facendo traslare 'verso l'alto' la curva AS (riduzione dell'offerta) quando le imprese 'scaricano' i maggiori costi di produzione sul prezzo delle merci, e tenendola ferma nel caso opposto. Cioè il modello 'di Blanchard' non è neanche sfiorato da questa 'critica', e si è semplicemente ottenuto di dare una rappresentazione ingenua con curve e grafici dell'idea ingenua che i maggiori salari reali possano semplicemente essere compensati da minore markup, e che basti il 'conflitto' per questo. Ma questa deferenza verso curve e grafici gli è costata non solo errori gravi, ma soprattutto la totale incomprensione della critica di Keynes all'economia classica.
Tutto questo induce forse a stabilire che la 'conflittualità' dei lavoratori è inutile o peggio dannosa? MANCO PER NIENTE. Semplicemente riporta la conflittualità nell'ambito dove TUTTI gli autori keynesiani e post-keynesiani, per non parlare di Marx che comunque non ha NIENTE a che vedere col modello AD-AS, la hanno collocata: quello dalla PRODUZIONE (e nel caso di Marx: l'organizzazione sociale della produzione). Ogni qual volta la produzione si contragga, o sia anelastica (AS si sposta verso sinistra, o è verticale) ne risentono l'occupazione e i salari contemporaneamente. Non serve a niente rivendicare W maggiori di P se le imprese possono contrarre la produzione di conseguenza (e stranamente a nessuno importa di questo). La sciocchezza è 'scegliersi' la 'conflittualità' che più ci piace o ci riesce meglio, invece che quella che serve: l'espansione fiscale FINANZIABILE senza mangiarsi il futuro (ricordo che l'espansione fiscale della AD è un deficit che si aggiunge al debito, difficile se il debito è già spaventoso) e soprattutto l'elasticità dell'OFFERTA, che è un problema di produttività multi-fattore.
Su modelli più seri di questo, e sulla critica della sintesi neoclassica consiglio J.E King, “A history of post-keynesian economics since 1936”, che contiene fra le altre cose un'antologia del pensiero 'critico' keynesiano e post-keynesiano italiano (Sraffa e altri), sparito dalla sinistra italiana dopo la sua svolta 'creativa' negli anni '70..
Saluti