Ben detto
<<La Repubblica>> era ormai diventata una specie di club, consapevole delle preferenze dei suoi lettori, e badava a non scuoterli dalla pigrizia, preoccupandosi piuttosto di rassicurarli sul loro primato morale e intellettuale, e proponendosi di guidarli in un mondo secolarizzato, in cui la propensione ai consumi veniva generosamente <<sdoganata>>. (...)
Ezio Mauro, in un colloquio con Dario Laruffa, dichiarava: <<L'identità, il carattere del giornale è qualcosa che la gente compra al mattino: c'è un rapporto di appartenenza strettissimo>>. E ancor più perspicuamente: <<La vera domanda da fare non è più: con chi stai? ma: chi sei? Oggi possiamo prendere una posizione, domani un'altra ma la prendiamo a partire da chi siamo>>. Nel negare che il suo sia un giornale-partito, Mauro dice: <<posso scambiare con i lettori informazioni su qualsiasi cosa [...] la politica non può definire da sola i nostri rapporti con i lettori [...] posso inseguirlo nei suoi schemi e bisogni culturali, nelle sue abitudini, nei suoi stili comportamentali>>. Ciò ha motivato la critica del fuoriuscito Antonio Polito, per il quale <<la Repubblica>> <<più che un giornale-partito è un giornale-prodotto>>. In realtà, è un giornale-partito, nel senso moderno del termine, proprio perché insegue e asseconda i lettori nel loro stile di vita.
E' impressionante la sopravvenuta incapacità dei quotidiani di spostare un solo voto. Ogni giornale ha il suo lettore-tipo, che si aspetta, in quel reciproco legame di appartenenza che <<la Repubblica>> fieramente rivendica, di non essere scosso nelle sue convinzioni. Egli vuole sentirsi intelligente rilevando che l'opinionista gli ha espresso l'opinione che lui già possedeva.
Interi generi giornalistici sono diventati inutili nel quotidiano targettizzato. La recensione per esempio. Spesso ci si domanda come mai sia caduta in disuso. La recensione è un giudizio a tutto tondo, e dunque richiede di partire dall'osservazione di un oggetto senza sapere pregiudizialmente cosa se ne penserà al termine dell'esame. E' nella sua natura produrre un corto circuito intellettuale, mettere in crisi la certezza del lettore. Ma questa, dal punto di vista aziendalistico, sarebbe una condotta assurda. Come offrire pantaloni sportivi al proprio target di uomini d'affari che cerca abiti firmati.
Così la recensione è stata sepolta a vantaggio della segnalazione, che pure qualche volta prova a camuffarsi da recensione. ma nell'articolo c'è nulla più che lo spazio di un riassunto e il parere fulminante e apodittico che strizza l'occhio al lettore avveduto (come il lettore targettizzato della <<Repubblica>> ritiene di essere) e rimanda al comune patrimonio di gusti e conoscenze che rende inutile un'analisi approfondita. Il lettore, in quelle pagine, cercherà solo di sapere cosa si deve leggere per continuare a vivere non troppo problematicamente l'affiliazione al giornale da cui si sente rappresentato.
(R. BASSETTI, Contro il target, Torino, Bollati Boringhieri, 2008, p. 51-52)
Il libro contiene molte stupidaggini, e anche qui sopra la descrizione della vicenda di Rep enfatizza secondo me a torto l'importanza del passaggio dalla gestione Scalfari a quella Mauro (anche nel 1976, il giornale romano era la stessa cosa che è oggi: solo che allora sembrava una cosa nuova, originale, magari rivoluzionaria, oggi no). Ma la sostanza di questo passo è giustissima.