L'ideologia della destra/sinistra italiana
M. FINI, Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’antimodernità, Venezia, Marsilio, 2002
Un libro del genere si raccomanda per una ragione: è raro trovare una prova più limpida di come le idiozie più caratteristiche della “sinistra” italiana siano tali e quali quelle della destra. E per un’altra: è una specie di antologia ragionata, per di più di ridottissime dimensioni, delle scempiaggini più diffuse nella “sinistra” (e destra) italiana.
La tesi di partenza è: l’Occidente ha un vizio di base, una “tabe totalitaria”, la “distinzione manichea tra Bene e Male” e la “pretesa prometeica di aumentare continuamente il Bene a spese del Male”: pretesa prometeica e distinzione manichra perché “in realtà bene e Male sono due facce della stessa medaglia e concrescono insieme, tanto più grande è il Bene, tanto più grande sarà il Male”. Ovviamente, se sono due facce di una medaglia, allora distinguerli è giusto; ma soprattutto, è tutto da dimostrare che aumentando il bene si accresca necessariamente anche il male.
La tabe totalitaria poi si sviluppa nella convinzione che il nostro “modello” è il migliore, è il Bene, e che dunque bisogna esportarlo e imporlo anche agli altri ad ogni costo.
“Il movimento”, scrive M.F., “ha inizio con la Rivoluzione Industriale” (e come sbagliarsi?). C’è una differenza fondamentale, dice, fra il capitalismo ante (“capitalismo commerciale”) e post (“industrialismo”) Riv. Ind. “Il primo opera sull’esistente, su una domanda che c’è già. Si limita a trasferire beni e risorse già esistenti da un luogo all’altro e quindi poco cambia. L’industrialismo prima dilata enormemente l’offerta di beni esistenti – per es. tessuti – producendo su scala e a minor prezzo ciò che in precedenza era fatto artigianalmente. In un secondo tempo, col progredire della scienza tecnologicamente applicata, produce beni nuovi, stimola e inventa bisogni che prima nessuno sapeva di avere e di cui, per la verità non aveva mai sentito il bisogno. L’industrialismo, a differenza del <<capitalismo commerciale>> non si limita a trasferire beni, li crea. E una volta che li ha creati ha la necessità di commerciarli”.
Siete arrivati sin qui? Bene, vuol dire che siete sopravvissuti ai “bisogni di cui non si sentiva il bisogno” e sarete dunque in grado di apprezzare come merita la tesi che, prima della Riv. ind., non si producevano beni (ci si limitava a trasferire beni da un luogo all’altro). Si vede che, nell’antichità o nel Rinascimento, per avere una camicia di lino bisognava che Tizio la togliesse a Caio, e il pane che mangiava Mevio doveva essere materialmente levato di bocca a Sempronio (lasciate perdere che, una volta mangiato il pane o consumata la camicia, bisognava pure che qualcuno macinasse nuovamente il grano e impastasse e infornasse nuovamente il pane, o coltivasse il lino, lo filasse ecc., perché non oso immaginare cosa risponderebbe Fini).
Viene il turno della globalizzazione: che ha effetti molto più devastanti del colonialismo (quest’ultimo infatti “si limitava a conquistare territori e a rapinare materie prime di cui spesso gli indigeni non sapevano che farsi, ma poiché le comunità dei colonizzatori e dei colonizzati rimanevano separate e divise poco cambiava per questi ultimi che continuavano a vivere secondo le proprie tradizioni, storia, costumi, socialità, economia”). Non vi sarà sfuggita la frequenza con cui F. usa l’espresisone “poco cambia”: infatti il tipo è ossessionato dal cambiamento. E la descrizione della vita coloniale è tutto un programma (a parte che non è affatto vero che le tradizioni e i costumi rimanevano intatti, è veramente degno di F. ignorare lo stato di soggezione morale e fisica in cui i colonizzati erano tenuti, e i drammatici effetti che il rapporto coloniale produceva La cosa d’altronde non sorprende: F. è del tutto indifferente alle disuguaglianze, come apparirà più chiaro dal prosieguo).
”Il colonialismo economico, invece, non conquista territori ma mercati – e ne ha una urgenza assoluta perché, per quanto il mondo industrializzato continui a produrre sempre nuove e meravigliose inutilità, i suoi sono sostanzialmente saturi – e per farlo deve omologare gli abitanti del Terzo Mondo alla nostra way of life”. Non commentiamo quelle “inutilità” e concentriamoci sulla sostanza: l’Occidente deve conquistare altri mercati perché i suoi sono “sostanzialmente saturi”. Sarà vero? Chi ha letto l’articolo di Krugman sul commercio internazionale tradotto qui ricorderà che, ad es. per gli USA, la percentuale delle esportazioni/importazioni sul PIL è piuttosto bassa, il che significa che il commercio internazionale per gli USA non è affatto una “urgenza assoluta” e che non è vero che il mercato interno di quella nazione sia “sostanzialmente saturo” (va da sé che l’argomento richiederebbe qualche integrazione per economie più piccole, come ad es. il Belgio o l’Olanda, in cui la percentuale del commercio estero sul PIL è molto più alta). E che dire delle importazioni? Quando importiamo pomodori dal Marocco, uva dal Cile o scarpe dalla Corea, stiamo conquistando un nuovo mercato per una urgenza assoluta di evadere dal nostro mercato saturo? Vabbe’.
Ora, quindi, gli abitanti del Terzo Mondo, oltre che dei morti di fame (“perché le loro esportazioni non riescono a compensare il deficit alimentare che si è creato con l’abbandono delle economie di sussistenza su cui avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni”) diventano “degli sradicati, eccentrici rispetto alla propria stessa cultura”, e non gli resta che una consolazione: la religione. Di qui il fondamentalismo. Lasciando perdere per ora il fondamentalismo, concentriamoci sul mito dell’economia di sussistenza. Nella forma pura, nessuna economia del genere è mai esistita (perché alcuni beni sono sempre stati importati, e per altre ragioni), ma anche quelle che ci si avvicinavano, erano enormemente inefficienti e poco produttive. La convinzione contraria è puramente mitologica, e in F. si abbina ad altre grottesche idee sulle economie preindustriali, che vedremo appresso.
In Africa, prosegue F., ora si sta male perché, mentre prima degli anni Sessanta c’era “autosufficienza alimentare”, oggi invece, che l’Africa è integrata nel commercio mondiale, “il cibo non va dove ce n’è bisogno, va dove c’è il denaro per acquistarlo... I poveri del Terzo Mondo sono costretti a vendere alle bestie occidentali il cibo che potrebbe sfamarli”. F. non arriva a chiedersi cos’è che costringe i poveri agricoltori dell’Africa a vendere i loro prodotti ai biechi occidentali (ma vedrete che saranno senz’altro le Kattive Multinazzzionali): se se lo fosse chiesto, si sarebbe risposto che lo fanno per guadagnare di più di quanto non facessero prima, e che quel guadagno si tradurrà in maggiore, e non in minore, benessere. Ma naturalmente il giochetto è semplice: basta trasformare la vendita in un atto forzoso, e dimenticarsi che se ne ricava un guadagno, per trasformare l’esportazione in una spoliazione. Solo che lo stesso ragionamento varrebbe anche per le esportazioni occidentali (anche i televisori tedeschi o i tulipani olandesi non vanno a chi ne ha bisogno, ma a chi ha il denaro per acquistarlo); peggio ancora, varrebbe a fortiori per il commercio tout court, anche domestico. La conclusione obbligata dovrebbe essere dunque che la miseria dell’Africa non dipende affatto dalle sue esportazioni; ma figuratevi se F. ci arriva..
Sempre sull’Africa, F. sostiene un altro tipico stereotipo: quello per cui, prima del colonialismo, il continente non avrebbe praticamente conosciuto guerre; e notate come lo dice: “Il nero, è un istintivo, un <<bambinone>>... non un violento. Siamo noi che lo abbiamo reso com’è oggi, in Ruanda e altrove”. La sentite la solita vecchia solfa? Noi, noi, sempre noi. Ieri era nostro il merito, oggi è nostra la colpa, ma al centro del palcoscenico ci siamo sempre noi: l’idea che anche gli altri facciano le loro scelte, decidano di sé e del proprio destino, e di noi (e di quelli come MF in particolare) se ne freghino, nemmeno lo sfiora.
Poi c’è un lungo capitolo sulla “mondializzazione”, che sarebbe il versante diciamo politico-militare della globbbbalizzzzazzzzione. La tesi è la solita, trita e ritrita, dell’antiamericanismo da salotto nostrano (ben noto in particolare dagli scritti di D. Zolo, un altro dei figliastri “di sinistra” di quel nazistone di Carl Schmitt): gli USA egemonici, la creazione aberrante di una “giustizia dei vincitori”sub specie di tribunali internazionali speciali, ecc. Fini ci aggiunge di suo una visione particolare della guerra: “le guerre è meglio che non ci siano, ma se vengono fatte è bene rispettarne il verdetto, perché anch’esse hanno una loro logica e una loro ecologia, e andare ad alterarle significa quasi sempre creare guai peggiori di quelli che si volevano evitare”. Illustrazione: la guerra in Bosnia la stavano vincendo i serbi, perché cavolo è intervenuta la NATO? E ancora: “l’intervento militare americano in Bosnia aveva sancito il principio che i popoli fuori dall’area occidentale avevano perso il diritto di fare la guerrae di filarsi da sé la propria storia”. Qui notate innanzitutto la logica: se la guerra è lecita, e anzi è bene rispettarne il verdetto quale che sia, allora non esiste alcun motivo per criticare l’intervento straniero, e dunque anche di quello americano, in Bosnia (anche quella infatti è guerra, e ha una sua logica ed ecologia, e anch’essa produce i suoi verdetti). ma capite benissimo che l’obiettivo è un altro. Si comincia con i diritti umani (“una categoria giuridica nuova di zecca”), in nome dei quali si ha l’assurda pretesa di abbattere “il principio di diritto internaizonale, fino allora mai messo in discussione, dell’intangibilità della soranità nazionale e del divieto di ingerirsi militarmente negli affari di uno Stato sovrano”. A dir la verità il principio, così come il diritto di ingerenza, non è affatto nuovo, e a precise condizioni esiste eccome nel diritto internazionale. Ma soprattutto, non ha molto senso criticare il nuovo ordine internazionale perché consente il diritto di ingerenza e contemporaneamente elogiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: le guerre sono sempre state motivate ad capocchiam, e quindi anche con l’ingerenza negli affari interni altrui, da che mondo è mondo.
Ci si avvicina ancor più al cuore del problema con il passo sui talebani, che all’occidente stanno tanto antipatici, ma a F. no. Leggete qua: “E’ che il regime del mullah Omar rappresentava per l’America e l’Occidente l’Orrore allo stato puro. Non per le atrocità di cui può essersi macchiato che non sono diverse, né tantomeno più gravi di quelle commesse dall’alleata Arabia Saudita.. o ancor più dall’alleata Turchia... Perché era veramente l’<<altro da sé>>, l’alieno, il mostro. Osava proporre, nell’era della modernità trionfante, avanzante e conquistante, una sorta di <<Medioevo sostenibile>>, cioè una società regolata sul piano del costume da leggi arcaiche, risalenti al VII secolo arabo-musulmano, non del tutto aliena però dal far proprie alcune mirate e limitate conquiste tecnologiche. L’ingenuo sogno del mullah Omar è ben rappresentato dal dipinto con cui aveva fatto decorare una parete della camera da letto della sua cosiddetta villa, sette stanze in tutto: un immenso prato verde attraversato da un’autostrada, con qualche rada ciminiera sullo sfondo. Un’Arcadia un po’ ritoccata. Perché una cosa il mullah l’aveva capita o intuita: che come certi elementi del modello occidentale entrano in una società tradizionale, come quella afgana, questa ne viene irrimediabilmente disgregata, distrutta e ridotta alla msieria più nera, materiale e morale.In quest’ottica va vista la distruzione materiale degli apparecchi televisivi e il verboten alla musica occidentale. Utopia? Follia? Delirio? Può darsi, ma avrebbero dovuto essere gli afgani a deciderlo... Il mullah rappresentava, agli occh degli americani e degli europei l’ideologicamente intollerabile, uno che poteva diventare anche molto pericoloso se quella sua visione pauperista del mondo, contraria in modo radicale alla modernità, avesse fatto proseliti. per questo è stato spazzato via”. Lasciamo stare le molte altre cose storicamente discutibili o idiozie patenti del discorso, e concentriamoci sull’immagine del “modello occidentale” che, come un morbo inesorabile, distrugge tutto quello che tocca. O lo si accetta in blocco, o lo si rifiuta in blocco: e occidente, qui, vuol dire non solo tecnologia, progresso, ricchezza, ma vuol dire anche democrazia, libertà, laicità, tolleranza, uguaglianza fra i sessi, ecc.: dato che solo un cretino (e di certo non gli abitanti del Terzo Mondo, i quali guardacaso, non appena gli viene data mezza possibilità di esprimersi, scelgono proprio quelle cose là, declinate ovviamente in mille modi diversi) può affermare che a tutto questo è preferibile un “sogno pauperista” e un “Medioevo sostenibile”, si nasconde tutto questo sotto termini anodini e ambigui come “modernità” e poi si confronta quest’ultima col medioevo sostenibile e il sogno pauperista. Trucchetti da imbonitore.
Siamo al clou. Il pericolo non viene solo dall’esterno dell’Occidente, si trova anche all’interno. Il cittadino occidentale è “divorato dall’angoscia, dalla nevrosi, dalla depressione, dall’anomia, in misura maggiore del più disperato abitante di un tugurio terzomondista. Perché in questo modello di sviluppo, basato sull’ossessiva proiezione nel futuro, invece che sulla ricerca dell’armonia in ciò che già c’è, l’uomo non può mai raggiungere un punto di equilibrio e di pace.” Nei tuguri terzomondisti non c’è il tempo materiale di avere nevrosi, depressioni, angosce: è già poco il tempo a disposizione per cercare di tirare avanti in qualche modo. No?
Mica è finita. Il prossimo bersaglio è l’economia. Si parte da Polanyi (ovviamente letto male) e dalla embeddedness, per proseguire in questo modo stupefacente: “Si afferma che le leggi economiche sono come le leggi della natura e che opporvisi è quindi stolido: si combinano guai peggiori di quelli che si volevano evitare. Il che è ovvio se al centro di un sistema noi mettiamo l’economia, come fanno sia i liberisti sia i marxisti”. Dal che si deduce che per i marxisti le leggi dell’economia sono leggi naturali: il che può dire solo uno che non conosce Marx (e manco i “liberisti”). Si prosegue così: “Ma questo vale per qualsiasi cosa si prenda come punto di riferimento e se ne faccia un centro e un assoluto. Se io metto al centro del sistema la religione, le norme etiche diventeranno altrettanto ineludibili di quelle naturali, se vi metot uno spillo, tutto quanto dovrà in qualche modo ruotarvi intorno”: geniale, no? “In qualche modo”, e con questa bella formuletta abbiamo appunto risolto il problema... Senza contare che con questa cazzata del “mettere al centro” Polanyi non c’entra niente. Prosegue imperterrito: “per quanto possa sembrare oggi strano, per secoli e millenni al centro del sistema non c’è stata l’economia”. E ce lo spiega con uno degli excursus più disastrosi che io abbia mai letto. Sentite: “In un sistema che ha al centro l’economia è basilare il concetto di produttività marginale del lavoro (...) Che cosa sarebbe successo in un’economia tradizionale, preindustriale, se su un campo in cui vivevano dieci persone si fossero accorti che otto erano sufficienti non solo per mantenere tutti ma anche per realizzare un discreto guadagno sul mercato mentre il lavoro di due era, in pratica, improduttivo? Avrebbero cacciato a pedate nel sedere quei due dicendogli di andarsi a cercare impieghi più produttivi? Nient’affatto. Si sarebbero divisi il lavoro in dieci, approfittando del maggior tempo libero per andare all’osteria, a giocare a birilli, a corteggiare la futura sposa”. Come si vede, F. non sa di cosa sta parlando, e confonde una questione di produttività con una di distribuzione del reddito. E inoltre si fa un’idea grossolanamente errata delle società preindustriali: “Per quegli uomini e quelle donne, una volta sssicurato il fabbisogno essenziale, erano più importanti i legami affettivi, emotivi, sentimentali, esistenziali che li univano sulla stessa terra che un eventuale guadagno da realizzare sul mercato. perché al centro di quelle società, com’è ancora oggi nelle realtà del Terzo Mondo non completamente devastate dal nostro modello, non c’era l’economia, c’era l’uomo. E infatti anche la disoccupazione, questo incubo delle società attuali, è un prodotto della Rivoluzione industriale. Non esisteva nel mondo contadino”. Qua andiamo per ordine, perché veramente ce n’è per tutti:
i) ”una volta assicurato il fabbisogno essenziale”: al fabbisogno essenziale ben pochi ci arrivavano. Gran parte della popolazione delle società preindustriali era denutrita, in maniera più o meno grave (v., per tutti, R. Sarti, Vita di casa, Laterza, 1999; Cipolla, Storia economica dell’Europa preindustriale, Il Mulino, 2002, p. 109, 186 ss.). Inoltre, per assicurarsi anche solo quel minimo di sussistenza, bisognava lavorare a ritmi bestiali, oggi quasi inconcepibili (salvo, appunto, nelle società del Terzo Mondo “non completamente devastate dal nostro modello”): e proprio perché quella famosa parolaccia, la produttività, da cui dipendono i redditi e quindi anche la quota del prodotto che va al lavoro, era bassissima. Di conseguenza, di tempo per dedicarsi alla vita affettiva, emotiva, sentimentale ce n’era pochino: anche perché i redditi erano talmente bassi, che in molte parti d’Europa, e per molti e lunghi periodi, una notevole fetta della popolazione non poteva permettersi alcun legame affettivo, e in molti luoghi ai poveri veniva addirittura vietato il matrimonio (v. ancora il libro della Sarti, e Cipolla, p. 181 ss.).
ii) “al centro non c’era l’economia, c’era l’uomo”: dipende quale uomo (il maschio, il nobile, il possidente?). Perché invece oggi al centro della nostra vita – dove si comincia a lavorare più tardi, si smette di lavorare più presto, si lavora meno ore e in condizioni più salubri che mai in tutta la storia dell’uomo ( v. ad es. Cipolla, p. 87) - c’è chiaramente l’economia, nevvero.
iii) “non esisteva la disoccupazione”: una bestialità simile è da IgNobel. Non solo la disoccupazione nelle società preindustriali esisteva eccome (e solo un ignorante patentato che non abbia letto l’Odissea, il Lazarillo de Tormes, o se è per questo il Gatto con gli stivali, non abbia mai visto un quadro del Pitocchetto o di Le Nain, o non abbia mai letto un libro di storia -per es. ancora il Cipolla, pp. 320 ss. e passim-, può presumere di negarlo), ma raggiungeva proporzioni inimmaginabili. Tra l’altro, se il problema del mondo moderno è il fatto che si lavora troppo, non è un tantinello contraddittorio imputargli anche la disoccupazione? Misteri.
Poi si passa alla Meccanizzazione del Mondo, ovvero al “trionfo del principio che <<deve essere realizzato tutto ciò che la tecnologia può realizzare>>”, e “l’uomo viene subordinato ad esigenze economiche e tecnologiche, che in qualche modo lo trascendono”. Illustrazione: quando si dice “bisogna stimolare i consumi” si dice, secondo F., una cosa aberrante. “Non siamo più nemmeno uomini, siamo consumatori”; prosegue con un dotto excursus nel quale (p. 58) cita come posizione di Adam Smith una posizione (“nel sistema mercantile l’interesse del consumatore è quasi costantemente sacrificato a quello del produttore”) che viceversa è dei mercantilisti e che Smith attaccava, e considera come prova della tesi per cui “si consuma per produrre” una frase di Smith che dice il contrario (“Il consumo è l’unico fine e scopo di ogni produzione”), per finire in una conclusione surreale: “La tendenza è infatti che noi non si consumi nemmeno più per produrre ma si produca senza consumare” (prova: le limitazioni alla circolazione delle auto nei centri maggiori). Che dire? Meglio mantenere un dignitoso silenzio.
Siamo al commiato. Il mondo globalizzato sconta la perdita delle identità, in quanto “l’omologaizione è una conseguenza ovvia della globalizzazione e della mondializzazione”: è tutto ovvio per F. Tutti pericoli che nelle società preindustriali non c’erano. “Il mondo preindustriale era caratterizzato dalle piccole dimensioni e, entro certi limiti, dalla stabilità”: stabilità di “istituzioni, famiglia, ruoli, rapporti umani, oggetti, paesaggio” e “l’uomo di allora conosceva tutti ed era da tutti conosciuto. Si sapeva chi fosse e quanto valesse e finiva per saperlo lui stesso”. Era “un’armonia complessiva, dove ogni uomo, per povero e marginale che fosse, aveva una parte, un posto, un ruolo e un senso (o credeva di averlo, il che fa lo stesso)”: tutto ahimé irrimediabilmente spezzato dalla Rivoluzione industriale. La quale, assieme all’Illuminismo, ha commesso tre “errori psicologici” gravi:
1) ha proclamato il diritto all’uguaglianza senza poterlo effettivamente garantire, ed anzi aumentando le disuguaglianze: all’interno dei paesi ricchi, e tra paesi ricchi e paesi poveri (“ci sono le statistiche a dimostrarlo”: ricordate che F non ha MAI dubbi) nonché le “disparità in temrini di stili di vita e di considerazione sociale”. Non che prima non ci fosse la disuguaglianza: ma prima era “codificata e legittimata”, non era colpa tua se nascevi sellaio e quell’altro nasceva conte; oggi invece, se quello diventa una rockstar e tu fai il portinaio, ti senti un fallito. Il fatto che i “sellai” di oggi vivano immensamente meglio di quelli di allora, per F è irrilevante: quel che conta è che oggi si prova frustrazione, invidia e odio, e una volta invece (a sentir lui) no.
2)In più il protestantesimo, “con la sua mitizzazione del lavoro” ha “avuto la dabbenaggine di considerare il povero un dannato da Dio”: e qui bisogna ammettere che il celebre libro di Weber, mal letto e mal capito, ha determinato una quantità di idee bislacche sul protestantesimo, e questa non è che una fra le tante (il protestantesimo non afferma affatto una cosa del genere); invece secondo F. “la morale medievale aveva metabolizzato con grande sapienza la povertà” (lirici passaggi sullo scemo del villaggio e sul mendico che erano in un “rapporto privilegiato” con Dio: una bella consolazione indubbiamente).
3)sancendo il “diritto alla ricerca della felicità” per tutti ha fatto sì che “a livello di massa questo è stato introiettato come un diritto ad essere felici. pensare che l’uomo abbia un <<diritto alla felicità>> significa renderlo, ipso facto, infelice. La sapienza antica era invece consapevole che la vita è innanzitutto fatica e dolore, per cui tutto ciò che vi sfugge è grasso che cola”. Naturalmente il diritto alla ricerca della felicità non significa affatto questo, e anche la tesi che la “massa” lo interpreti come pensa F è tutto da dimostrare. Ma il pensiero di dover dimostrare qualcuna delle sue affermazioni avesse sorpreso F., non avrebbe mai scritto questo libro: un doppio peccato, quindi.