« September 2008 | Home | November 2008 »

October 16, 2008

L'ideologia della destra/sinistra italiana

M. FINI, Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’antimodernità, Venezia, Marsilio, 2002

 

Un libro del genere si raccomanda per una ragione: è raro trovare una prova più limpida di come le idiozie più caratteristiche della “sinistra” italiana siano tali e quali quelle della destra. E per un’altra: è una specie di antologia ragionata, per di più di ridottissime dimensioni, delle scempiaggini più diffuse nella “sinistra” (e destra) italiana.

La tesi di partenza è: l’Occidente ha un vizio di base, una “tabe totalitaria”, la “distinzione manichea tra Bene e Male” e la “pretesa prometeica di aumentare continuamente il Bene a spese del Male”: pretesa prometeica e distinzione manichra perché “in realtà bene e Male sono due facce della stessa medaglia e concrescono insieme, tanto più grande è il Bene, tanto più grande sarà il Male”. Ovviamente, se sono due facce di una medaglia, allora distinguerli è giusto; ma soprattutto, è tutto da dimostrare che aumentando il bene si accresca necessariamente anche il male.

La tabe totalitaria poi si sviluppa nella convinzione che il nostro “modello” è il migliore, è il Bene, e che dunque bisogna esportarlo e imporlo anche agli altri ad ogni costo.

Il movimento”, scrive M.F., “ha inizio con la Rivoluzione Industriale” (e come sbagliarsi?). C’è una differenza fondamentale, dice, fra il capitalismo ante (“capitalismo commerciale”) e post (“industrialismo”) Riv. Ind. “Il primo opera sull’esistente, su una domanda che c’è già. Si limita a trasferire beni e risorse già esistenti da un luogo all’altro e quindi poco cambia. L’industrialismo prima dilata enormemente l’offerta di beni esistenti – per es. tessuti – producendo su scala e a minor prezzo ciò che in precedenza era fatto artigianalmente. In un secondo tempo, col progredire della scienza tecnologicamente applicata, produce beni nuovi, stimola e inventa bisogni che prima nessuno sapeva di avere e di cui, per la verità non aveva mai sentito il bisogno. L’industrialismo, a  differenza del <<capitalismo commerciale>> non si limita a trasferire beni, li crea.  E una volta che li ha creati ha la necessità di commerciarli”.

Siete arrivati sin qui? Bene, vuol dire che siete sopravvissuti ai “bisogni di cui non si sentiva il bisogno” e sarete dunque in grado di apprezzare come merita la tesi che, prima della Riv. ind., non si producevano beni (ci si limitava a trasferire beni da un luogo all’altro). Si vede che, nell’antichità o nel Rinascimento, per avere una camicia di lino bisognava che Tizio la togliesse a Caio, e il pane che mangiava Mevio doveva essere materialmente levato di bocca a Sempronio (lasciate perdere che, una volta mangiato il pane o consumata la camicia, bisognava pure che qualcuno macinasse nuovamente il grano e impastasse e infornasse nuovamente il pane, o coltivasse il lino, lo filasse ecc., perché non oso immaginare cosa risponderebbe Fini).

Viene il turno della globalizzazione: che ha effetti molto più devastanti del colonialismo (quest’ultimo infatti “si limitava a conquistare territori e a rapinare materie prime di cui spesso gli indigeni non sapevano che farsi, ma poiché le comunità dei colonizzatori e dei colonizzati rimanevano separate e divise poco cambiava per questi ultimi che continuavano a vivere secondo le proprie tradizioni, storia, costumi, socialità, economia”). Non vi sarà sfuggita la frequenza con cui F. usa l’espresisone “poco cambia”: infatti il tipo è ossessionato dal cambiamento. E la descrizione della vita coloniale è tutto un programma (a parte che non è affatto vero che le tradizioni e i costumi rimanevano intatti, è veramente degno di F. ignorare lo stato di soggezione morale e fisica in cui i colonizzati erano tenuti, e i drammatici effetti che il rapporto coloniale produceva La cosa d’altronde non sorprende: F. è del tutto indifferente alle disuguaglianze, come apparirà più chiaro dal prosieguo).

Il colonialismo economico, invece, non conquista territori ma mercati – e ne ha una urgenza assoluta perché, per quanto il mondo industrializzato continui a  produrre sempre nuove e meravigliose inutilità, i suoi sono sostanzialmente saturi – e per farlo deve omologare gli abitanti del Terzo Mondo alla nostra way of life”. Non commentiamo quelle “inutilità” e concentriamoci sulla sostanza: l’Occidente deve conquistare altri mercati perché i suoi sono “sostanzialmente saturi”. Sarà vero? Chi ha letto l’articolo di Krugman sul commercio internazionale tradotto qui ricorderà che, ad es. per gli USA, la percentuale delle esportazioni/importazioni sul PIL è piuttosto bassa, il che significa che il commercio internazionale per gli USA non è affatto una “urgenza assoluta” e che non è vero che il mercato interno di quella nazione sia “sostanzialmente saturo” (va da sé che l’argomento richiederebbe qualche integrazione per economie più piccole, come ad es. il Belgio o l’Olanda, in cui la percentuale del commercio estero sul PIL è molto più alta). E che dire delle importazioni? Quando importiamo pomodori dal Marocco, uva dal Cile o scarpe dalla Corea, stiamo conquistando un nuovo mercato per una urgenza assoluta di evadere dal nostro mercato saturo? Vabbe’.

Ora, quindi, gli abitanti del Terzo Mondo, oltre che dei morti di fame (“perché le loro esportazioni non riescono a compensare il deficit alimentare che si è creato con l’abbandono delle economie di sussistenza su cui avevano vissuto, e  a volte prosperato, per secoli e millenni”) diventano “degli sradicati, eccentrici rispetto alla propria stessa cultura”, e non gli resta che una consolazione: la religione. Di qui il fondamentalismo. Lasciando perdere per ora il fondamentalismo, concentriamoci sul mito dell’economia di sussistenza. Nella forma pura, nessuna economia del genere è mai esistita (perché alcuni beni sono sempre stati importati, e per altre ragioni), ma anche quelle che ci si avvicinavano, erano enormemente inefficienti e poco produttive. La convinzione contraria è puramente mitologica, e in F. si abbina ad altre grottesche idee sulle economie preindustriali, che vedremo appresso.

In Africa, prosegue F., ora si sta male perché, mentre prima degli anni Sessanta c’era “autosufficienza alimentare”, oggi invece, che l’Africa è integrata nel commercio mondiale, “il cibo non va dove ce n’è bisogno, va dove c’è il denaro per acquistarlo... I poveri del Terzo Mondo sono costretti a vendere alle bestie occidentali il cibo che potrebbe sfamarli”. F. non arriva a chiedersi cos’è che costringe i poveri agricoltori dell’Africa a vendere i loro prodotti ai biechi occidentali (ma vedrete che saranno senz’altro le Kattive Multinazzzionali): se se lo fosse chiesto, si sarebbe risposto che lo fanno per guadagnare di più di quanto non facessero prima, e che quel guadagno si tradurrà in maggiore, e non in minore, benessere. Ma naturalmente il giochetto è semplice: basta trasformare la vendita in un atto forzoso, e dimenticarsi che se ne ricava un guadagno, per trasformare l’esportazione in una spoliazione. Solo che lo stesso ragionamento varrebbe anche per le esportazioni occidentali (anche i televisori tedeschi o i tulipani olandesi non vanno a chi ne ha bisogno, ma a chi ha il denaro per acquistarlo); peggio ancora, varrebbe a fortiori per il commercio tout court, anche domestico. La conclusione obbligata dovrebbe essere dunque che la miseria dell’Africa non dipende affatto dalle sue esportazioni; ma figuratevi se F. ci arriva..

Sempre sull’Africa, F. sostiene un altro tipico stereotipo: quello per cui, prima del colonialismo, il continente non avrebbe praticamente conosciuto guerre; e notate come lo dice: “Il nero, è un istintivo, un <<bambinone>>... non un violento. Siamo noi che lo abbiamo reso com’è oggi, in Ruanda e altrove”. La sentite la solita vecchia solfa? Noi, noi, sempre noi. Ieri era nostro il merito, oggi è nostra la colpa, ma al centro del palcoscenico ci siamo sempre noi: l’idea che anche gli altri facciano le loro scelte, decidano di sé e del proprio destino, e di noi (e di quelli come MF in particolare) se ne freghino, nemmeno lo sfiora.

Poi c’è un lungo capitolo sulla “mondializzazione”, che sarebbe il versante diciamo politico-militare della globbbbalizzzzazzzzione. La tesi è la solita, trita e ritrita, dell’antiamericanismo da salotto nostrano (ben noto in particolare dagli scritti di D. Zolo, un altro dei figliastri “di sinistra” di quel nazistone di Carl Schmitt): gli USA egemonici, la creazione aberrante di una “giustizia dei vincitori”sub specie di tribunali internazionali speciali, ecc. Fini ci aggiunge di suo una visione particolare della guerra: “le guerre è meglio che non ci siano, ma se vengono fatte è bene rispettarne il verdetto, perché anch’esse hanno una loro logica e una loro ecologia, e andare ad alterarle significa quasi sempre creare guai peggiori di quelli che si volevano evitare”. Illustrazione: la guerra in Bosnia la stavano vincendo i serbi, perché cavolo è intervenuta la NATO? E ancora: “l’intervento militare americano in Bosnia aveva sancito il principio che i popoli fuori dall’area occidentale avevano perso il diritto di fare la guerrae di filarsi da sé la propria storia”. Qui notate innanzitutto la logica: se la guerra è lecita, e anzi è bene rispettarne il verdetto quale che sia, allora non esiste alcun motivo per criticare l’intervento straniero, e dunque anche di quello americano, in Bosnia (anche quella infatti è guerra, e ha una sua logica ed ecologia, e anch’essa produce i suoi verdetti).  ma capite benissimo che l’obiettivo è un altro. Si comincia con i diritti umani (“una categoria giuridica nuova di zecca”), in nome dei quali si ha l’assurda pretesa di abbattere “il principio di diritto internaizonale, fino allora mai messo in discussione, dell’intangibilità della soranità nazionale e del divieto di ingerirsi militarmente negli affari di uno Stato sovrano”.  A dir la verità il principio, così come il diritto di ingerenza, non è affatto nuovo, e a precise condizioni esiste eccome nel diritto internazionale. Ma soprattutto, non ha molto senso criticare il nuovo ordine internazionale perché consente il diritto di ingerenza e contemporaneamente elogiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: le guerre sono sempre state motivate ad capocchiam, e quindi anche con l’ingerenza negli affari interni altrui, da che mondo è mondo.

Ci si avvicina ancor più al cuore del problema con il passo sui talebani, che all’occidente stanno tanto antipatici, ma a F. no. Leggete qua: “E’ che il regime del mullah Omar rappresentava per l’America e l’Occidente l’Orrore allo stato puro. Non per le atrocità di cui può essersi macchiato che non sono diverse, né tantomeno più gravi di quelle commesse dall’alleata Arabia Saudita.. o ancor più dall’alleata Turchia... Perché era veramente l’<<altro da sé>>, l’alieno, il mostro. Osava proporre, nell’era della modernità trionfante, avanzante e conquistante, una sorta di <<Medioevo sostenibile>>, cioè una società regolata sul piano del costume da leggi arcaiche, risalenti al VII secolo arabo-musulmano, non del tutto aliena però dal far proprie alcune mirate e limitate conquiste tecnologiche. L’ingenuo sogno del mullah Omar è ben rappresentato dal dipinto con cui aveva fatto decorare una parete della camera da letto della sua cosiddetta villa, sette stanze in tutto: un immenso prato verde attraversato da un’autostrada, con qualche rada ciminiera sullo sfondo. Un’Arcadia un po’ ritoccata. Perché una cosa il mullah l’aveva capita o intuita: che come certi elementi del modello occidentale entrano in una società tradizionale, come quella afgana, questa ne viene irrimediabilmente disgregata, distrutta e ridotta alla msieria più nera, materiale e morale.In quest’ottica va vista la distruzione materiale degli apparecchi televisivi e il verboten alla musica occidentale. Utopia? Follia? Delirio? Può darsi, ma avrebbero dovuto essere gli afgani a  deciderlo... Il mullah rappresentava, agli occh degli americani e degli europei l’ideologicamente intollerabile, uno che poteva diventare anche molto pericoloso se quella sua visione pauperista del mondo, contraria in modo radicale alla modernità, avesse fatto proseliti. per questo è stato spazzato via”. Lasciamo stare le molte altre cose storicamente discutibili o idiozie patenti del discorso, e concentriamoci sull’immagine del “modello occidentale” che, come un morbo inesorabile, distrugge tutto quello che tocca. O lo si accetta in blocco, o lo si rifiuta in blocco: e occidente, qui, vuol dire non solo tecnologia, progresso, ricchezza, ma vuol dire anche democrazia, libertà, laicità, tolleranza, uguaglianza fra i sessi, ecc.: dato che solo un cretino (e di certo non gli abitanti del Terzo Mondo, i quali guardacaso, non appena gli viene data mezza possibilità di esprimersi, scelgono proprio quelle cose là, declinate ovviamente in mille modi diversi)  può affermare che a tutto questo è preferibile un “sogno pauperista” e un “Medioevo sostenibile”, si nasconde tutto questo sotto termini anodini e ambigui come “modernità” e poi si confronta quest’ultima col medioevo sostenibile e il sogno pauperista. Trucchetti da imbonitore.

Siamo al clou. Il pericolo non viene solo dall’esterno dell’Occidente, si trova anche all’interno. Il cittadino occidentale è “divorato dall’angoscia, dalla nevrosi, dalla depressione, dall’anomia, in misura maggiore del più disperato abitante di un tugurio terzomondista. Perché in questo modello di sviluppo, basato sull’ossessiva proiezione nel futuro, invece che sulla ricerca dell’armonia in ciò che già c’è, l’uomo non può mai raggiungere un punto di equilibrio e di pace.” Nei tuguri terzomondisti non c’è il tempo materiale di avere nevrosi, depressioni, angosce: è già poco il tempo a  disposizione per cercare di tirare avanti in qualche modo. No?

Mica è finita. Il prossimo bersaglio è l’economia.  Si parte da Polanyi (ovviamente letto male) e dalla embeddedness, per proseguire in questo modo stupefacente: “Si afferma che le leggi economiche sono come le leggi della natura e che opporvisi è quindi stolido: si combinano guai peggiori di quelli che si volevano evitare.  Il che è ovvio se al centro di un sistema noi mettiamo l’economia, come fanno sia i liberisti sia i marxisti”. Dal che si deduce che per i marxisti le leggi dell’economia sono leggi naturali: il che può dire solo uno che non conosce Marx (e manco i “liberisti”). Si prosegue così: “Ma questo vale per qualsiasi  cosa si prenda come punto di riferimento e se ne faccia un centro e un assoluto. Se io metto al centro del sistema la religione, le norme etiche diventeranno altrettanto ineludibili di quelle naturali, se vi metot uno spillo, tutto quanto dovrà in qualche modo ruotarvi intorno”: geniale, no? “In qualche modo”, e con questa bella formuletta abbiamo appunto risolto il problema... Senza contare che con questa cazzata del “mettere al centro” Polanyi non c’entra niente. Prosegue imperterrito: “per quanto possa sembrare oggi strano, per secoli e millenni al centro del sistema non c’è stata l’economia”. E ce lo spiega con uno degli excursus più disastrosi che io abbia mai letto. Sentite: “In un sistema che ha al centro l’economia è basilare il concetto di produttività marginale del lavoro (...) Che cosa sarebbe successo in un’economia tradizionale, preindustriale, se su un campo in cui vivevano dieci persone si fossero accorti che otto erano sufficienti non solo per mantenere tutti ma anche per realizzare un discreto guadagno sul mercato mentre il lavoro di due era, in pratica, improduttivo? Avrebbero cacciato a pedate nel sedere quei due dicendogli di andarsi a cercare impieghi più produttivi? Nient’affatto. Si sarebbero divisi il lavoro in dieci, approfittando del maggior tempo libero per andare all’osteria, a giocare a birilli, a  corteggiare la futura sposa”. Come si vede, F. non sa di cosa sta parlando, e confonde una questione di produttività con una di distribuzione del reddito. E inoltre si fa un’idea grossolanamente errata delle società preindustriali: “Per quegli uomini e quelle donne, una volta sssicurato il fabbisogno essenziale, erano più importanti i legami affettivi, emotivi, sentimentali, esistenziali che li univano sulla stessa terra che un eventuale guadagno da realizzare sul mercato. perché al centro di quelle società, com’è ancora oggi nelle realtà del Terzo Mondo non completamente devastate dal nostro modello, non c’era l’economia, c’era l’uomo. E infatti anche la disoccupazione, questo incubo delle società attuali, è un prodotto della Rivoluzione industriale. Non esisteva nel mondo contadino”.  Qua andiamo per ordine, perché veramente ce n’è per tutti:

i) ”una volta assicurato il fabbisogno essenziale”: al fabbisogno essenziale ben pochi ci arrivavano. Gran parte della popolazione delle società preindustriali era denutrita, in maniera più o meno grave (v., per tutti, R. Sarti, Vita di casa, Laterza, 1999; Cipolla, Storia economica dell’Europa preindustriale, Il Mulino, 2002, p. 109, 186 ss.). Inoltre, per assicurarsi anche solo quel minimo di sussistenza, bisognava lavorare a ritmi bestiali, oggi quasi inconcepibili (salvo, appunto, nelle società del Terzo Mondo “non completamente devastate dal nostro modello”): e proprio perché quella famosa parolaccia, la produttività, da cui dipendono i redditi e quindi anche la quota del prodotto che va al lavoro, era bassissima. Di conseguenza, di tempo per dedicarsi alla vita affettiva, emotiva, sentimentale  ce n’era pochino: anche perché i redditi erano talmente bassi, che in molte parti d’Europa, e per molti e lunghi periodi, una notevole fetta della popolazione non poteva permettersi alcun legame affettivo, e in molti luoghi ai poveri veniva addirittura vietato il matrimonio (v. ancora il libro della Sarti, e Cipolla, p. 181 ss.).

ii) “al centro non c’era l’economia, c’era l’uomo”: dipende quale uomo (il maschio, il nobile, il possidente?). Perché invece oggi al centro della nostra vita – dove si comincia  a lavorare più tardi, si smette di lavorare più presto, si lavora meno ore e in condizioni più salubri che mai in tutta la storia dell’uomo ( v. ad es. Cipolla, p. 87) - c’è chiaramente l’economia, nevvero.

iii) “non esisteva la disoccupazione”: una bestialità simile è da IgNobel. Non solo la disoccupazione nelle società preindustriali esisteva eccome (e solo un ignorante patentato che non abbia letto l’Odissea, il Lazarillo de Tormes, o se è per questo il Gatto con gli stivali, non abbia mai visto un quadro del Pitocchetto o di Le Nain, o non abbia mai letto un libro di storia  -per es. ancora il Cipolla, pp. 320 ss. e passim-, può presumere di negarlo), ma raggiungeva proporzioni inimmaginabili. Tra l’altro, se il problema del mondo moderno è il fatto che si lavora troppo, non è un tantinello contraddittorio imputargli anche la disoccupazione? Misteri.

Poi si passa alla Meccanizzazione del Mondo, ovvero al “trionfo del principio che <<deve essere realizzato tutto ciò che la tecnologia può realizzare>>”, e “l’uomo viene subordinato ad esigenze economiche e tecnologiche, che in qualche modo lo trascendono”. Illustrazione: quando si dice “bisogna stimolare i consumi” si dice, secondo F., una cosa aberrante. “Non siamo più nemmeno uomini, siamo consumatori”; prosegue con un dotto excursus nel quale (p. 58) cita come posizione di Adam Smith una posizione (“nel sistema mercantile l’interesse del consumatore è quasi costantemente sacrificato a quello del produttore”) che viceversa è dei mercantilisti e che Smith attaccava, e considera come prova della tesi per cui “si consuma per produrre” una frase di Smith che dice il contrario (“Il consumo è l’unico fine e scopo di ogni produzione”),  per finire in una conclusione surreale: “La tendenza è infatti che noi non si consumi nemmeno più per produrre ma si produca senza consumare” (prova: le limitazioni alla circolazione delle auto nei centri maggiori). Che dire? Meglio mantenere un dignitoso silenzio.

Siamo al commiato. Il mondo globalizzato sconta la perdita delle identità, in quanto “l’omologaizione è una conseguenza ovvia della globalizzazione e della mondializzazione”: è tutto ovvio per F.  Tutti pericoli che nelle società preindustriali non c’erano. “Il mondo preindustriale era caratterizzato dalle piccole dimensioni e, entro certi limiti, dalla stabilità”: stabilità di “istituzioni, famiglia, ruoli, rapporti umani, oggetti, paesaggio” e “l’uomo di allora conosceva tutti ed era da tutti conosciuto. Si sapeva chi fosse e quanto valesse e finiva per saperlo lui stesso”. Era “un’armonia complessiva, dove ogni uomo, per povero e marginale che fosse, aveva una parte, un posto, un ruolo e un senso (o credeva di averlo, il che fa lo stesso)”: tutto ahimé irrimediabilmente spezzato dalla Rivoluzione industriale. La quale, assieme all’Illuminismo, ha commesso tre “errori psicologici” gravi:

1) ha proclamato il diritto all’uguaglianza senza poterlo effettivamente garantire, ed anzi aumentando le disuguaglianze: all’interno dei paesi ricchi, e tra paesi ricchi e paesi poveri (“ci sono le statistiche a dimostrarlo”: ricordate che F non ha MAI dubbi) nonché le “disparità in temrini di stili di vita e di considerazione sociale”. Non che prima non ci fosse la disuguaglianza: ma prima era “codificata e legittimata”, non era colpa tua se nascevi sellaio e quell’altro nasceva conte; oggi invece, se quello diventa una rockstar e tu fai il portinaio, ti senti un fallito. Il fatto che i “sellai” di oggi vivano immensamente meglio di quelli di allora, per F è irrilevante: quel che conta è che oggi si prova frustrazione, invidia  e odio, e una volta invece (a sentir lui) no.

2)In più il protestantesimo, “con la sua mitizzazione del lavoro” ha “avuto la dabbenaggine di considerare il povero un dannato da Dio”: e qui bisogna ammettere che il celebre libro di Weber, mal letto e mal capito, ha determinato una quantità di idee bislacche sul protestantesimo, e questa non è che una fra le tante (il protestantesimo non afferma affatto una cosa del genere); invece secondo F. “la morale medievale aveva metabolizzato con grande sapienza la povertà” (lirici passaggi sullo scemo del villaggio e sul mendico che erano in un “rapporto privilegiato” con Dio: una bella consolazione indubbiamente).

3)sancendo il “diritto alla ricerca della felicità” per tutti ha fatto sì che “a livello di massa questo è stato introiettato come un diritto ad essere felici. pensare che l’uomo abbia un <<diritto alla felicità>> significa renderlo, ipso facto, infelice. La sapienza antica era invece consapevole che la vita è innanzitutto fatica e dolore, per cui tutto ciò che vi sfugge è grasso che cola”. Naturalmente il diritto alla ricerca della felicità non significa affatto questo, e anche la tesi che la “massa” lo interpreti come pensa F è tutto da dimostrare. Ma il pensiero di dover dimostrare qualcuna delle sue affermazioni avesse sorpreso F., non avrebbe mai scritto questo libro: un doppio peccato, quindi.

October 14, 2008

Premio Nobel all'old Stokers di Durban

L'eccezionale fiuto giornalistico e il genio finanziario di Karl Kraus gli hanno fatto mettere nella colonna qui a sinistra, circa due settimane prima dell'avvio della fase più virulenta della crisi finanziaria, gli aggiornamenti 'en direct' del blog di Paul Krugman, da ieri Nobel Laureate per l'economia, ospitato dal New York Times. Questo ha senz'altro permesso anche a milioni e milioni di italiani di partecipare a qualcosa che sta succedendo sulla pianeta Terra da tempo, e di cui ecco un breve racconto. Graduate Student seminar su 'advanced topics', in particolare sul recente libro "Imperfect Knowledge Economy" di Frydman e Goldberg. Alla terza o quarta sessione ci si scopre a studiare il blog di Paul Krugman (e altri consimili), perché il 'libro di testo' si viene scrivendo en direct day in day out, e a volte più volte al giorno, con grafici e tutto. Non solo, ma vengono discusse in the open, di fronte al Lettore Medio, e anzi di fronte al Lettore Americano Medio, quella sottospecie degenerata che non vede mai un film indiano o ostrogoto, di quelli popolarissimi presso le specie di Uomini Superiori, vengono discusse - dicevo - le implicazioni di policy che l'analisi suggerisce: il piano originale di Paulson viene smontato, discusso in una conferenza a Princeton di cui Krugman mette sul suo blog il video (senza paura di dover addolcire i grafici con il formaggio), e il 29 settembre il Congresso lo rifiuta, costringendo l'Administrazione ad introdurre un meccanismo molto diverso, che accoglie in parte le osservazioni di Paul di DeLong e di altri. Nel frattempo Gordon Brown è l'unico che abbia effettivamente afferrato il problema, e Krugman vi spiega dettagliatamente come. En passant pubblica sul blog del NYT, e non in un oscuro journal di Degustazione Gastronomica per Uomini Superiori, un suo paper scritto anche questo en direct, e che spiega il meccanismo del 'contagio', simile nella dinamica, per quanto messo in moto da un fenomeno molto diverso, a quello della famosa crisi finanziaria del 97-98 originata in Asia e arrivata rapidamente in Brasile e Argentina (e che - mi sembra di ricordare - avevo 'raccontato' a Mamo secoli fa). Naturalmente capire come funziona il 'contagio' può solo suggerire misure per rallentarlo o fermarlo, ma non è sufficiente per studiare come impedire che si generi in the first place. Nel seminario di Durban studiamo proprio questo 'come', perché c'è qualcuno che si domanda da un po' se la finanza non stia all'economia in rapporto 'simile' a quello del DIRITTO all'economia (un formaggino gustato- fra l'altro - in una discussione sul blog di KK sul funzionamento del micro-credito), nel qual caso: quali sono le Istituzioni necessarie, per fare cosa, ect ect ect. Il seminario comincia alle 20.00, ma un certo giorno il tizio che ha le chiavi dell'aula non si trova. Uno si mette a fare telefonate, e finiamo tutti in un pub, "old Stokers", dove il manager ci da una sala purché consumiamo la dose regolamentare di birra. Dopo un'ora questa sala è piena di gente con la sua pint in mano che ascolta, qualcuno fa domande ingenue ma nessuna stupida. E' succeso che prima il manager, e poi le due ragazze del banco, sono venute a curiosare e si sono fermate. I clienti venivano a chiedere: "Kathy, hey! We're dry!!", chi cavolo ci serve? Ma poi restavano ad ascoltare... Arriva la police patrol 'preoccupata' perchè in questo pub normalmente rumoroso c'era un silenzio sospetto... Par contre, per celebrare il Nobel a Paul Krugman ieri La Repubblica vi traduce col titolo "Se la finanza è spazzatura" un op-ed di Paul intitolato "Cash for Trash" pubblicato sul New York Times il 21 settembre, che nessuno allora si era degnato di tradurre o neanche di notare, nel quale il piano originario di Paulson, poi ditched come vi ho appena detto, veniva disassemblato. E durante l'ultimo week-end, quello in cui i membri UE hanno adottato il 'piano di Gordon Brown', di cui potete leggere la descrizione per Uomini Medi nell'op-ed di Paul "Gordon does Good", Veltroni era al cinema a studiare gli incidenti del lavoro, e occupato a farcelo sapere attraverso La Repubblica. Ora ditemi perché il New York Times che parla a Americani Medi Cretini può funzionare come una Istituzione della Società Civile e attrarre i clienti dell'old Stokers a miliardi di parsec da NYC, e La Repubblica che parla a Uomini Superiori non può. Perché il Segretario di un Partito di Opposizione non può, in un pub o altrove, organizzare un colloquio pubblico di professionisti che non parlino in pubblico, ma al pubblico, contando sul fatto che se anche questo pubblico non capisce le parti 'wonkish', le equazioni, ect, esso è perfettamente in grado di capire che c'è qualcosa da capire, e che non è tutto formaggi e cinema sfigato. Per finire, leggete nel post di ieri come lavora un economista. Vedrete che lo fa come ciascuno di voi.

October 9, 2008

Premio Nobel

Conferito il Premio Nobel per la Letteratura, l'Economia, La Laicità e Tutto Quanto a
Karl Kraus

per la seguente:
Ma è proprio quello il problema: in un ambiente di mentecatti urlanti ci si comporta da mentecatti urlanti, è davvero MOLTO difficile non farlo. Alla fine, l'unico modo per parlare a questi è di trattarli come se fossero esseri umani, e non mentecatti urlanti.

che in un colpo solo riduce alle dimensioni loro naturali i Disgustati, i Cinici, gli Ironici, i Catacombali, i Frisés, i Corrucciati, le Coscienze Sanguinanti, i Grandi Formaggi e i Diamanti, tutta la collezione riunita delle pagine "culturali" de La Repubblica e i Festivals di Questo e di Quello, e risponde senza neanche averne l'aria alla domanda: "finanziare" la cultura? Conferito inoltre bacio ardentissimo e appassionato per essersi strappata quella cosa dalla pancia in mezzo a mille tormenti e perché l'assenza di decorazione e di souci artistico di quelle frasi rivela quello non come una 'trovata', nel doppio senso di un numero ben riuscito e di risultato a cui si è arrivati una volta per tutte, ma come un aspirazione impossibile senza l'aiuto degli altri, e che dunque ingaggia tutti: KK sa benissimo che fra quindici minuti gli verrà voglia ancora di usare il bazooka sui mentecatti urlanti e i Sacerdoti della Piccolezza e che, come tutti, lui rimane al di qua di quella impresa, 'al di qua' = fra gli esseri umani in carne e ossa, senza inventare che questa inezia di essere di carne e ossa autorizzi a rinunciarvi o prendere il primo treno in partenza per il Sublime.

October 4, 2008

Club de l'Intelligence

Mais Dussardier se mit en recherche, et lui annonça qu'il existait, rue Saint-Jacques, un club intitulé le Club de l' Intelligence . Un nom pareil donnait bon espoir. D'ailleurs, il amènerait des amis. Il amena ceux qu'il avait invités à son punch : le teneur de livres, le placeur de vins, l'architecte ; Pellerin même était venu, peut-être qu'Hussonnet allait venir ; et sur le trottoir, devant la porte, stationnait Regimbart avec deux individus, dont le premier était son fidèle Compain, homme un peu courtaud, marqué de petite vérole, les yeux rouges ; et le second, une espèce de singe-nègre, extrêmement chevelu, et qu'il connaissait seulement pour être " un patriote de Barcelone. "

 

Ils passèrent par une allée, puis furent introduits dans une grande pièce, à usage de menuisier sans doute, et dont les murs encore neufs sentaient le plâtre. Quatre quinquets accrochés parallèlement y faisaient une lumière désagréable. Sur une estrade, au fond, il y avait un bureau avec une sonnette, en dessous une table figurant la tribune, et de chaque côté deux autres plus basses, pour les secrétaires. L'auditoire qui garnissait les bancs était composé de vieux rapins, de pions, d'hommes de lettres inédits. Sur ces lignes de paletots à collets gras, on voyait de place en place le bonnet d'une femme ou le bourgeron d'un ouvrier. Le fond de la salle était même plein d'ouvriers, venus là sans doute par désoeuvrement, ou qu'avaient introduits des orateurs pour se faire applaudir. Frédéric eut soin de se mettre entre Dussardier et Regimbart, qui, à peine assis, posa ses deux mains sur sa canne, son menton sur ses deux mains et ferma les paupières, tandis qu'à l'autre extrémité de la salle, Delmar, debout, dominait l'assemblée. Au bureau du président, Sénécal parut. Cette surprise, avait pensé le bon commis, plairait à Frédéric. Elle le contraria. La foule témoignait à son président une grande déférence. Il était de ceux qui, le 25 février, avaient voulu l'organisation immédiate du travail ; le lendemain, au Prado, il s'était prononcé pour qu'on attaquât l'Hôtel de Ville ; et, comme chaque personnage se réglait alors sur un modèle, l'un copiant Saint-Just, l'autre Danton, l'autre Marat, lui, il tâchait de ressembler à Blanqui, lequel imitait Robespierre. Ses gants noirs et ses cheveux en brosse lui donnaient un aspect rigide, extrêmement convenable. Il ouvrit la séance par la déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen, acte de foi habituel. Puis une voix vigoureuse entonna les Souvenirs du Peuple de Béranger. D'autres voix s'élevèrent. : -- " Non ! non ! pas ça ! " -- " La Casquette ! " se mirent à hurler, au fond, les patriotes. Et ils chantèrent en choeur la poésie du jour : Chapeau bas devant ma casquette, A genoux devant l'ouvrier ! Sur un mot du président, l'auditoire se tut. Un des secrétaires procéda au dépouillement des lettres. -- " Des jeunes gens annoncent qu'ils brûlent chaque soir devant le Panthéon un numéro de l'Assemblée nationale, et ils engagent tous les patriotes à suivre leur exemple. " -- " Bravo ! adopté ! " répondit la foule. -- " Le citoyen Jean-Jacques Langreneux, typographe, rue Dauphine, voudrait qu'on élevât un monument à la mémoire des martyrs de thermidor. " -- " Michel-Evariste-Népomucène Vincent, ex-professeur, émet le voeu que la Démocratie européenne adopte l'unité de langage. On pourrait se servir d'une langue morte, comme par exemple du latin perfectionné. " -- " Non ! pas de latin ! " s'écria l'architecte. -- " Pourquoi ? " reprit un maître d'études. Et ces deux messieurs engagèrent une discussion, où d'autres se mêlèrent, chacun jetant son mot pour éblouir, et qui ne tarda pas à devenir tellement fastidieuse, que beaucoup s'en allaient. Mais un petit vieillard, portant au bas de son front prodigieusement haut des lunettes vertes, réclama la parole pour une communication urgente. C'était un mémoire sur la répartition des impôts. Les chiffres découlaient, cela n'en finissait plus ! L'impatience éclata d'abord en murmures, en conversations ; rien ne le troublait. Puis on se mit à siffler, on appelait " Azor " ; Sénécal gourmanda le public ; l'orateur continuait comme une machine. Il fallut, pour l'arrêter, le prendre par le coude. Le bonhomme eut l'air de sortir d'un songe, et, levant tranquillement ses lunettes : -- " Pardon ! citoyens ! pardon ! Je me retire ! Mille excuses ! " L'insuccès de cette lecture déconcerta Frédéric. Il avait son discours dans sa poche, mais une improvisation eût mieux valu. Enfin, le président annonça qu'ils allaient passer à l'affaire importante, la question électorale. On ne discuterait pas les grandes listes républicaines. Cependant, le Club de l'Intelligence avait bien le droit, comme un autre, d'en former une, " n'en déplaise à MM. les pachas de l'Hôtel de Ville " , et les citoyens qui briguaient le mandat populaire pouvaient exposer leurs titres. -- " Allez-y donc ! " dit Dussardier. Un homme en soutane, crépu, et de physionomie pétulante, avait déjà levé la main. Il déclara, en bredouillant, s'appeler Ducretot, prêtre et agronome, auteur d'un ouvrage intitulé Des engrais . On le renvoya vers un cercle horticole. Puis un patriote en blouse gravit la tribune. Celui-là était un plébéien, large d'épaules, une grosse figure très douce et de longs cheveux noirs. Il parcourut l'assemblée d'un regard presque voluptueux, se renversa la tête, et enfin, écartant les bras :. -- " Vous avez repoussé Ducretot, O mes frères ! et vous avez bien fait, mais ce n'est pas par irréligion, car nous sommes tous religieux. " Plusieurs écoutaient, la bouche ouverte, avec des airs de catéchumènes, des poses extatiques. -- " Ce n'est pas, non plus, parce qu'il est prêtre, car, nous aussi, nous sommes prêtres ! L'ouvrier est prêtre, comme l'était le fondateur du socialisme, notre Maître à tous, Jésus-Christ ! " Le moment était venu d'inaugurer le règne de Dieu. L'Evangile conduisait tout droit à 89 ! Après l'abolition de l'esclavage, l'abolition du prolétariat. On avait eu l'âge de haine, allait commencer l'âge d'amour. -- " Le christianisme est la clef de voûte et le fondement de l'édifice nouveau... " -- " Vous fichez-vous de nous ? " s'écria le placeur d'alcools. " Qu'est-ce qui m'a donné un calotin pareil ! " Cette interruption causa un grand scandale. Presque tous montèrent sur les bancs, et, le poing tendu, vociféraient : " Athée ! aristocrate ! canaille ! " pendant que la sonnette du président tintait sans discontinuer et que les cris : " A l'ordre ! à l'ordre ! " redoublaient. Mais, intrépide, et soutenu d'ailleurs par " trois cafés " pris avant de venir, il se débattait au milieu des autres. -- " Comment, moi ! un aristocrate ? allons donc ! " Admis enfin à s'expliquer, il déclara qu'on ne serait jamais tranquille avec les prêtres, et, puisqu'on avait parlé tout à l'heure d'économies, c'en serait une fameuse que de supprimer les églises, les saints ciboires, et finalement tous les cultes. Quelqu'un lui objecta qu'il allait loin. -- " Oui ! je vais loin ! Mais, quand un vaisseau est surpris par la tempête. " Sans attendre la fin de la comparaison, un autre lui répondit : -- " D'accord ! mais c'est démolir d'un seul coup, comme un maçon sans discernement... " -- " Vous insultez les maçons ! " hurla un citoyen couvert de plâtre ; et, s'obstinant à croire qu'on l'avait provoqué, il vomit des injures, voulait se battre, se cramponnait à son banc. Trois hommes ne furent pas de trop pour le mettre dehors. Cependant, l'ouvrier se tenait toujours à la tribune. Les deux secrétaires l'avertirent d'en descendre. Il protesta contre le passe-droit qu'on lui faisait. -- " Vous ne m'empêcherez pas de crier : Amour éternel à notre chère France ! amour éternel aussi à la République ! " -- " Citoyens ! " dit alors Compain, " citoyens ! " Et, à force de répéter : " Citoyens " , ayant obtenu un peu de silence, il appuya sur la tribune ses deux mains rouges, pareilles à des moignons, se porta le corps en avant, et, clignant des yeux : -- " Je crois qu'il faudrait donner une plus large extension à la tête de veau. " Tous se taisaient, croyant avoir mal entendu. -- " Oui ! la tête de veau ! " Trois cents rires éclatèrent d'un seul coup. Le plafond trembla. Devant toutes ces faces bouleversées par la joie, Compain se reculait. Il reprit d'un ton furieux : -- " Comment ! vous ne connaissez pas la tête de veau ? " Ce fut un paroxysme, un délire. On se pressait les côtes. Quelques-uns même tombaient par terre, sous les bancs. Compain, n'y tenant plus, se réfugia près de Regimbart et il voulait l'entraîner. -- " Non, je reste jusqu'au bout ! " dit le Citoyen. Cette réponse détermina Frédéric ; et, comme il cherchait de droite et de gauche ses amis pour le soutenir, il aperçut, devant lui, Pellerin à la tribune. L'artiste le prit de haut avec la foule. -- " Je voudrais savoir un peu où est le candidat de l'Art, dans tout cela ? Moi, j'ai fait un tableau... " -- " Nous n'avons que faire des tableaux ! " dit brusquement un homme maigre, ayant des plaques rouges aux pommettes. Pellerin se récria qu'on l'interrompait. Mais l'autre, d'un ton tragique : -- " Est-ce que le Gouvernement n'aurait pas dû déjà abolir, par un décret, la prostitution et la misère ? " Et, cette parole lui ayant livré tout de suite la faveur du peuple, il tonna contre la corruption des grandes villes. -- " Honte et infamie ! On devrait happer les bourgeois au sortir de la Maison d'Or et leur cracher à la figure ! Au moins, si le Gouvernement ne favorisait pas la débauche ! Mais les employés de l'octroi sont envers nos filles et nos soeurs d'une indécence... Une voix proféra de loin : -- " C'est rigolo ! " -- " A la porte ! " -- " On tire de nous des contributions pour solder le libertinage ! Ainsi, les forts appointements d'acteur... " -- " A moi ! " s'écria Delmar. Il bondit à la tribune, écarta tout le monde, prit sa pose ; et, déclarant qu'il méprisait d'aussi plates accusations, s'étendit sur la mission civilisatrice du comédien. Puisque le théâtre était le foyer de l'instruction nationale, il votait pour la réforme du théâtre ; et, d'abord, plus de directions, plus de privilèges ! -- " Oui ! d'aucune sorte ! " Le jeu de l'acteur échauffait la multitude, et des motions subversives se croisaient. -- " Plus d'académies ! plus d'Institut ! " -- " Plus de missions ! " -- " Plus de baccalauréat ! " -- " A bas les grades universitaires ! " -- " Conservons-les " , dit Sénécal, " mais qu'ils soient conférés par le suffrage universel, par le Peuple, seul vrai juge ! " Le plus utile, d'ailleurs, n'était pas cela. Il fallait d'abord passer le niveau sur la tête des riches ! Et il les représenta se gorgeant de crimes sous leurs plafonds dorés, tandis que les pauvres, se tordant de faim dans leurs galetas, cultivaient toutes les vertus. Les applaudissements devinrent si forts, qu'il s'interrompit. Pendant quelques minutes, il resta les paupières closes, la tête renversée ; et comme se berçant sur cette colère qu'il soulevait. Puis, il se remit à parler d'une façon dogmatique, en phrases impérieuses comme des lois. L'Etat devait s'emparer de la Banque et des Assurances. Les héritages seraient abolis. On établirait un fond social pour les travailleurs. Bien d'autres mesures étaient bonnes dans l'avenir. Celles-là, pour le moment, suffisaient ; et, revenant aux élections : -- " Il nous faut des citoyens purs, des hommes entièrement neufs ! Quelqu'un se présente-t-il ? " Frédéric se leva. Il y eut un bourdonnement d'approbation causé par ses amis. Mais Sénécal, prenant une figure à la Fouquier-Tinville, se mit à l'interroger sur ses nom, prénoms, antécédents, vie et moeurs. Frédéric lui répondait sommairement et se mordait les lèvres. Sénécal demanda si quelqu'un voyait un empêchement à cette candidature. -- " Non ! non ! " Mais lui, il en voyait. Tous se penchèrent et tendirent les oreilles. Le citoyen postulant n'avait pas livré une certaine somme promise pour une fondation démocratique, un journal. De plus, le 22 février, bien que suffisamment averti, il avait manqué au rendez-vous, place du Panthéon. -- " Je jure qu'il était aux Tuileries ! " s'écria Dussardier. -- " Pouvez-vous jurer l'avoir vu au Panthéon ? " Dussardier baissa la tête ; Frédéric se taisait ; ses amis scandalisés le regardaient avec inquiétude. -- " Au moins " , reprit Sénécal, " connaissez-vous un patriote qui nous réponde de vos principes ? " -- " Moi ! " dit Dussardier. -- " Oh ! cela ne suffit pas ! un autre ! " Frédéric se tourna vers Pellerin. L'artiste lui répondit par une abondance de gestes qui signifiait : -- " Ah ! mon cher, ils m'ont repoussé ! Diable ! que voulez-vous ! " Alors, Frédéric poussa du coude Regimbart. -- " Oui ! c'est vrai ! il est temps ! j'y vais ! " Et Regimbart enjamba l'estrade ; puis, montrant l'Espagnol qui l'avait suivi : -- " Permettez-moi, citoyens, de vous présenter un patriote de Barcelone ! " Le patriote fit un grand salut, roula comme un automate ses yeux d'argent, et, la main sur le coeur : -- " Ciudadanos ! mucho aprecio el honor que me dispensáis, y si grande es vuestra bondad mayor es vuestro atención. " -- " Je réclame la parole ! " cria Frédéric. -- " Desde que se proclamó la constitución de Cadiz, ese pacto fondamental de las libertades españolas, hasta la última revolución, nuestra patria cuenta numerosos y heroicos mártires. " Frédéric, encore une fois voulut se faire entendre : -- " Mais citoyens !... " L'Espagnol continuait : -- " El martes próximo tendrá lugar en la iglesia de la Magdelena un servicio fúnebre. " El martes proximo tendra lugar en la iglesia de la Magdalena un servicio funebre. -- " C'est absurde à la fin ! personne ne comprend ! " Cette observation exaspéra la foule. -- " A la porte ! à la porte ! " -- " Qui ? moi ? " demanda Frédéric. -- " Vous-même ! " dit majestueusement Sénécal. -- " Sortez ! " Il se leva pour sortir ; et la voix de l'Ibérien le poursuivait : -- " Y todos los españoles desearían ver allíreunidas las deputaciones de los clubs y de la milicia nacional. Una oración fúnebre en honor de la libertad española y del mundo entero, serà pronunciada por un miembro del clero de Paris en la sala Bonne-Nouvelle. Honor al pueblo francés, que llamaría yo el primero pueblo del mundo, si no fuese ciudadano de otra nación " -- " Aristo ! " glapit un voyou, en montrant le poing à Frédéric qui s'élançait dans la cour, indigné.

Il se reprocha son dévouement, sans réfléchir que les accusations portées contre lui étaient justes, après tout. Quelle fatale idée que cette candidature ! Mais quels ânes, quels crétins !

Il se comparait à ces hommes, et soulageait avec leur sottise la blessure de son orgueil.

Gustave Flaubert, L'Education Sentimentale.