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Europa

R. GARY, Europa, Paris, Gallimard, 1972, p. 373 

Mai tradotto in italiano, e a quel che so neppure ristampato, è  un romanzo bellissimo. La trama è semplice: venticinque anni prima dell'inizio del libro, un giovane uomo (Jean Danthès), al promettente inizio della carriera diplomatica,  ha abbandonato una donna (Malwina von Leyden) più anziana e dal dubbio passato, non si sa se prima o dopo averle causato - o forse solo aver assistito all'incidente - una grave infermità.

La donna ("E anche invecchiare non sarebbe nulla, se fosse possibile non restare giovane. Ma il Tempo vi condanna al travestimento. Voi avete sempre venti anni, ma siete obbligate a nasconderlo, per paura del grottesco e del ridicolo. Vi fa vivere sotto l'apparenza di una vecchia, quando tutto in voi aspira a ritornare al ballo. Dicono di voi, per qualche anno: <<E' ancora bella>>. E poi non dicono più nulla. Questo finisce per rendervi un tantinello eccentriche"), che ha giurato di vendicarsi di lui, alleva la sua figlia Erika ("ella temeva questa routine di fettuccine, scampi, chianti, tutta questa ristorazione che ha rimpiazzato gli incontri nei viali del parco, le scale di seta e le ombre furtive e mascherate sul Rialto") con l'unico scopo di farla arrivare, al momento giusto, nella vita di Danthès, farlo innamorare, farla sposare da lui e rovinargli la carriera. Così venticinque anni dopo, all'insaputa della madre, Erika e Danthès (ormai cinquantenne ambasciatore di Francia in una Roma in cui si succedono manifestazioni, scioperi e crisi di governo) si innamorano sul serio, inscenano una innocua finzione per far contenta Malwina... Ma sarà davvero così? Perché Erika è così incredibilmente somigliante a Malwina da giovane? Perché Danthès non riesce più a dormire, o rimane in uno stato di dormiveglia anche nelle ore del giorno? E perché Danthès ha la sensazione sempre più forte di essere il frutto del sogno di un altro - forse del misterioso marito di Malwina, il Barone? Perché il Barone e Danthès sembrano impegnati in una complicata partita a scacchi, che ricalca le mosse di quella famosa fra Alekhin e Capablanca? Che c'entrano i racconti di Malwina, un po' sincerità e molto mistificazione, che sostiene di aver attraversato in vita sua molte epoche (i Medici, Ludwig II di Baviera, Nostradamus, Luigi XV) e di frequentarne ancora a suo piacimento? Com'è possibile che lo stesso Conte di Saint-Germain appaia e scompaia continuamente e s'intrometta nel gioco, cercando di proteggere Danthès e di spezzare le trame di Malwina, e come mai Erika sembra a volte convinta che Danthès stesso sia Saint-Germain? E perché Erika teme di essere pazza come sua madre, mentre Danthès a sua volta comincia a mostrare chiari sintomi di schizofrenia?

Sta di fatto che Danthès ("Se c'era un'arma alla quale Danthès non esitava mai a ricorrere, era la menzogna. La parola, del resto, si applicava male a ciò che era semplicemente un rifiuto di ferire, per ripetto degli altri, delle vulnerabilità, debolezze, mancanze segrete e pene. L'onestà non consiste nell' <<io dico sempre quel che penso>>: consiste nel risparmiare. La lumpen-borghesia dei frigoriferi e dei buoni ristorantini dove si va a mangiare dopo aver parcheggiato la propria auto sul marciapiedi, aveva inventato l' <<io dico sempre quel che penso>> non per qualche inconcepibile integrità, ma per gusto della facilità, per aggressività, e perché l'idea di rispettare il territorio psichico degli altri, era al giorno d'oggi  come la porcellana dei musei") vive gli episodi della sua vita più volte, quasi si trattasse di versioni successivamente corrette e migliorate della stessa vicenda, e questo dà al romanzo una forma ciclica, e allo stesso tempo un'atmosfera ossessiva e claustrofobica. I due protagonisti si affannano a tentare di vivere la loro vita secondo  il loro desiderio, ma si ritrovano continuamente al punto di partenza (non a caso, la stupenda scena del loro "primo incontro" - mentre si tratta in realtà solo di un atto della commedia inscenata per ingannare Malwina: Erika e Danthès si amano infatti già da più di un anno - viene ripetuta, con sottili variazioni, innumerevoli volte). Col passare del tempo - mentre i personaggi si avviano al loro ineluttabile e triste destino, predisposto da un drammaturgo d'eccezione (benché, come sostiene malignamente il Barone, solo un mediocre allievo di Eschilo, Sofocle e Euripide) - ci si rende conto che la scissura che divide in due la psiche di Danthès, e anche quella di Erika, e che finisce per distruggere entrambi, è la medesima frattura della coscienza e della cultura dell'Europa, il vero grande amore di Danthès e su cui il libro contiene pagine di profondità e brio mirabili. L'amore per la cultura, per l'arte, per la nobiltà dello spirito, non è incompatibile con l'orrore e la barbarie; aver dimenticato il fondamentale principio che la vera cultura è solo quella che ci rende impossibile di sopportare l'orrore e la barbarie, l'aver messo la cultura da una parte e la vita degli uomini dall'altra, è stato il grande torto dell'Europa. La vicenda di Danthès, che di questo errore dell'Europa è lucidamente consapevole, dimostra (forse) che neppure la coscienza dell'incompatibilità fra barbarie e cultura è sufficiente per rimediare alla frattura, e che solo l'azione, la cultura in atto, quella che cambia il mondo, è la via d'uscita.

Commenti

Un pò di cultura, certo, servirebbe.
Ma come fare, se i giovani invece che leggere libri interessanti come questo fanno andare a ruba libruncoli di basso livello?

Nailor | July 14, 2008 9:32 AM

":....L'amore per la cultura, per l'arte, per la nobiltà dello spirito, non è incompatibile con l'orrore e la barbarie; aver dimenticato il fondamentale principio che la vera cultura è solo quella che ci rende impossibile di sopportare l'orrore e la barbarie, l'aver messo la cultura da una parte e la vita degli uomini dall'altra, è stato il grande torto dell'Europa..... "

Raramente si parla di "europa" quale specifica "identità" etno-culturale senza ficcarci pure l'immancabile richiamo agli orrori e alle barbarie (ormai espressi in forma generica quasi fosse scontato che Europa è anche orrore!).
Quasi fosse politicamente scorretto parlare di civiltà europea senza ricordare anche "l'orrore" che ormai assume la forma di un disprezzo generico, scontato, inevitabile.
Una identità quella europea da occultare o da considerare come qualcosa da superare in favore di un non meglio specificato concetto di "occidente" .

MIRAGE | July 14, 2008 1:05 PM

Gary dice tutt'altro, anche perché dell'"identità" (europea e non), giustamente, se ne sbatte.
Quel che condanna l'Europa, secondo lui, non sono gli orrori e la barbarie; è il non voler prendere atto del fatto che la cultura (il proprium della civiltà europea, secondo Gary e tanti altri) non è bastata a metterla al riparo dagli orrori e dalla barbarie. O peggio, che proprio la cultura ha prodotto orrori e barbarie (e questo non è più Gary, ma un altro grande intellettuale ebreo: George Steiner, soprattutto in questo libro: link).
La "fuga" di tanti europei attuali verso l'esotico, o il loro odio per l'Europa, l'America e l'Occidente, è a sua volta leggibile come l'incapacità di sopportare questa verità (l'antiamericanismo come fuga dalla storia e rifiuto di commettere di nuovo gli orrori passati: questo è Pascal Bruckner, link,
un altro ebreo guardacaso).

KK | July 14, 2008 2:55 PM

Di questo romanzo, che pare bellissimo, parlò Lattuada, che pare si fosse in parte (minima parte) ispirato a Gary per "Così come sei".

Pippi | July 15, 2008 4:24 PM

Vorrei un chiarimento su queste tue frasi che non mi sono del tutto chiare:

"La "fuga" di tanti europei attuali verso l'esotico, o il loro odio per l'Europa, l'America e l'Occidente, è a sua volta leggibile come l'incapacità di sopportare questa verità [.... cioè che "la cultura ha prodotto orrori e barbarie".... !?](l'antiamericanismo come fuga dalla storia e rifiuto di commettere di nuovo gli orrori passati: questo è Pascal Bruckner, un altro ebreo guardacaso).

Adrianus | July 20, 2008 3:49 PM

.... Questo vuol dire che gli europei prendono le distanze dalla propria storia per non essere complici della propria stessa barbarie!? e che l'antiamericanismo è un mezzo per fare ciò, dal momento che gli USA stanno ripetendo gli errori del passato? Vale a dire, del nazismo, fascisimo ecc.
Se questa è la tesi mi sembra molto di sinistra, ma mi chiedo cosa si crede di costruire.... distruggendo!
Sarà che ho appena letto il Tremonti, chissà....

Adrianus | July 20, 2008 3:51 PM

OK. Secondo Bruckner, l'Europa tende a sfuggire alle responsabilità, all'impegno concreto nel qui ed ora, chiudendosi in quello che di fatto (se non nelle intenzioni) è solo il suo particulare. Di qui due tratti tipici: uno è l'antiamericanismo (perché l'America non ha paura della storia, e non ha paura del futuro), un altro il rinchiudersi nel passato (città che diventano musei, politica che diventa conservazione dell'esistente, storia che diventa penitenza per le colpe passate).
L'accenno all'ebraismo è dovuto al fatto che questi argomenti sono stati trattati con grande profondità da alcuni scrittori di varia nazionalità e lingua, ma tutti ebrei (Romain Gary, George Steiner, B-.H.Lévy, Pascal Bruckner)

KK | July 21, 2008 1:34 PM

E comunque, sono lieto che tu abbia letto Tremonti.
Aspetto dunque la recensione....
:-)

KK | July 21, 2008 1:36 PM

La tua spiegazione mi soddisfa più di quella che io avevo dato al tuo post (e che onestamente non mi sembrava affatto nelle tue corde....) L'ha detto anche papa Ratzinger, che l'ottimismo è il grande assente della cultura contemporanea (questo o qualcosa di simile!), e onestamente mi sembra una frase intelligente, profonda! Anche se non sono un papa boy, almeno per ora...
All'opposto i comunisti sovietici vogliono fare santo Stalin, che è stato senza dubbio un grande personaggio della storia russa, per tante ragioni.... (a questo proposito segnalo questo post: link ), ma arrivare a santificarlo sarebbe come se gli italiani volessero santificare Mussolini perchè i treni arrivavano in orario, o qualcosa di simile...!

Adriano | July 21, 2008 7:37 PM

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