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July 21, 2008

Il consumo "critico"

L. CECCARINI, Consumare con impegno, Roma-Bari, Laterza, 2008-07-14             

Questo saggio studia il c.d. consumo ‘critico’, ‘etico’, o alterconsumo, da un punto di vista sociologico, cioè (come a quanto pare ormai la sociologia viene correntemente onsiderata) come insieme di rappresentazioni.
Se il consumo è centrale nel mondo contemporaneo, non è sorprendente che molti cerchino di caricare il consumo di finalità diverse da quelle usuali. Da attività meramente economica, volta alla soddisfazione di un bisogno e alla razionale massimizzazione dell’utilità secondo il calcolo economico, diviene un mezzo di espressione, di protesta, e anche di comunicaizone e partecipazione (o anche, paradossalmente: “il consumo, elemento fondamentale del mercato, diventa anche strumento dell’impegno civico e poilitico contro determinate pratiche di mercato”, p. 29).

La ragione è che la finalità dell’acquisto non sarebbe più meramente individuale, ma diviene, nelle intenzioni di chi lo compie, pubblica, collettiva; e sovente il bene acquistato è notevolmente più costoso delle alternative esistenti. Si tratterebbe di un modo diverso di quel che una volta si chiamava impegno, e tramite esso si creano nuovi luoghi della politica, diversi da quelli tradizionali perché tradizionalmente considerati estranei alla politica (arene subpolitiche, le chiama Beck: il negozio, il supermercato, la vita quotidiana). Per certi versi, si tratta di una radicale applicazione del motto sessantottino “il personale è politico”. Giddens la classifica all’interno di quella che chiama “life style politics”, Norris “politics of choice” (p. 131).
Storicamente, non si tratta di fenomeni del tutto nuovi (il boicottaggio o il sostegno a determinati prodotti per finalità extraeconomiche sono semrpre esistiti), ma oggi assumono un’importanza e una connotazione del tutto caratteristiche (p. 10-11)
Il che implica anche il superamento della tradizionale (nella letteratura sociologica, da Packard a Baudrillard) passività del consumatore: il cons. critico è invece attivo (v. specialm. p. 136-137).
Il mercato dei beni di consumo “alternativi” o “etici” è ormai molto vasto, anche in Italia (che ha peraltro avuto un iniziale svantaggio rispetto ad altri paesi occidentali, successivamente colmato), ed anzi oggi la sua stessa notevole crescita pone problemi ai “militanti”, ai “conumatori etici” di più lunga attività. La “crisi di crescita” pone infatti il problema della necessità di scegliere fra identità e efficacia: quel che l’espansione, intesa come allargamento del consumo “etico” a più larghe fasce di persone, fa guadagnare in termini di efficacia (visibilità, forza del messaggio, o anche semplicemente maggiore aiuto economico alle attività e alle persone che si intende beneficare con il consumo etico) si perde in termini identitari. “In definitiva, il consumo motivato da criteri di responsabilità si configura principalmente come un modo di essere, che segna l’identità – e i comportamenti – dei consumatori che lo praticano” (p. 106).

Analogo problema pone la diffusione dei “prodotti etici” anche nei supermercati, oltre che nelle tradizionali botteghe. L’idea di alcuni è che comperare nei supermercati svilisca o snaturi la militanza: nelle botteghe, a differenza che nei supermarket, si parla, ci si informa, si fanno domande, cresce insomma la consapevolezza (anche se.... Un intervistato dice: ”Se compri un prodotto qui non devi solo pensare che aiuti qualcuno ma ti devi anche fermare a riflettere sul perché ci troviamo in questa situazione, bisogna porsi la domanda: se c’è qualcuno povero, di chi è la colpa?... Son contrario  ai prodotti del comm. equo e solidale  nella grande distribuzione perché non ha un significato politico, quello sarebbe solo mero consumo”, p. 103). Ma non manca il lato paradossale della questione: molti ritengono stimolante e fonte di gratificazione personale il fatto di andare in un supermercato e, invece di acquistare i soliti beni, ignorarli a  favore di quelli equo-solidali: sarebbe quasi come entrare e uscire incolumi da un “territorio nemico”, fonte di “orgoglio”, quasi una prova iniziatica (p. 109-110).
L’idea di fondo è quella di influenzare politica e mercato attraverso scelte individuali di acquisto; e come spesso accade, a muoversi per prima è una élite, successivamente imitata da gruppi più vsti richiamati anche dal fascino acquisito da quel particolare stile di vita e di consumo (p 31).
Il libro esamina poi i dati di alcuni studi sul campo, basati fondamentalmente su interviste e questionari (in assenza dei dati numerici, l’impressione è che si tratti di campioni alquanto esigui: v. per es. p. 68) mirante a distinguere tra i consumatori ‘etci’ vari sottogruppi, d a quelli più politicizzati a  quelli più ‘disimpegnati’, tra quelli di origine laica a quelli di matrice cattolica (opinione dell’autore è che in Italia, a causa della formazione culturale peculiare del nostro paese, il ‘consumoc ritico’ si svolge seguendo la tradizionale bipartizione laico/cattolico). I ‘cons. critici’ tendenzialmente esprimono sfiducia e delusione nei confronti della politica, ma non in sé (manifestano anzi grande rispetto per il sistema dei partiti e la democrazia partecipativa), ma per i politici attuali, che evidentemente considerano non all’altezza delle loro aspirazioni (p. 50-51). Non sono affatto apolitici o disimpegnati, al contrario, affiancano alla politica tradizionale un nuovo tipo di coinvolgimento e militanza. Eppure non sfugge che si tratta di una “militanza” ben diversa, e più facile, di quella di un tempo: lo mostra  la consumatrice critica la quale dice: “comprare qui [una bottega del commercio equo e solidale] è un atto di solidarietà. Un volontariato che non fa sudare” (p. 67)!
Emergono anche spunti di chiara matrice, dicamo così, sobrio-austeritaria. Un’intervistata dice: “Una politica che vuole solo aiutare persone sfortunate cercando di ridimensionare il nostro benessere o di pilotarlo verso qaulcosa di più puro!” (p. 84-85: è interessante che il ‘nostro’ benessree vada ridimensionato e ciò sia in una relazione di qualche tipo con il benessere altrui, o che il nostro benessere sia ‘impuro’: ma la ragazza in questione sembra dare tutto ciò per scontato).  In molti casi, quel che si vuole è una “influenza sulle coscienze”, un “movimento di massa che rifiuta il modello economico classico, boicottandolo e che va a favore di un’economia alternativa” (p. 106: solo che non si sa cosa sia quest’ec. altern.).
Non va trascurata anche la dimensione della soddisfazione personale.  Gli atti del consumo critico hanno un grande valore simbolico. “Hanno quindi una forte valenza verso i consumatori stessi, sul piano personale del sé.  Queste azioni esorcizzano da un lato  l’idea di sentrsi complici e irresponsabili, e rafforzano, dall’altro, la sensazione di essere parte di una comunità e impegnati per il bene comune” (p. 91). “L’atto di acquisto presuppone nei comsumatori più coinvolti un investimento emotivo profondo e si connota come azione critica e di denuncia” (p. 117). Poi si aggiunge significativamente: “I prodotti del commercio equo e solidale venduti nella bottega <<incorporano>> il nesso tra produzione e consumo, e la scelta di acquisto si carica di significati che rafforzano l’identità del consumatore” (p. 117: qui è interessantissima la compresenza della relazione produzione/consumo con il piano simbolico- ed in effetti non è affatto chiaro perché il nesso produzione/consumo sarebbe presente nella bottega più che nel supermercato)
E’ poi singolare che molti cons. critici manifestino seri dubbi sulla rilevanza ‘autonoma’ del cons. critico per influenzare la politica: “se dietro a  questi acquisti non c’è un’azione politica c’è il rischio che anche il commercio equo e solidale diventi una forma di carità. Non ci si può limitare a creare in una nazione che ha dieci milioni di contadini una cooperativa che ne comprende solo trenta. Questa è carità, questo significa mettere a posto la coscienza dando dieci centesimi in più ad un contadino che comunque resta povero. Il tutto deve essere iunito ad un’operazione politica altrimenti non serve a niente” (p. 102; v. anche p. 106).
Questa connessione tra presa di responsabilità individuale e azione di consumo è interessante anche perché rappresenta un esempio dove il mercato, generalmente associato a una razionalitùà di natura utilitaristica, si configura come un luogo in cui si sviluppano dinamiche di segno diverso: dove l’individualismo si combina con la solidarietà e dove prendono forma azioni e logiche che vanno oltre il calcolo dell’homo oeconomicus. Il costo delle scelte di acquisto critico o di non acquisto di determinati beni, sia in termini monetari, ma anche di reperimento degli stessi prodotti o delle informazioni su di essi, è spesso più elevato ripetto ad altre possibilità per il consumatore. Eppure, questa pratica sembra avere una notevole diffusione anche nella società italiana.” (p. 141)
Nel libro vi sono poi alcuni svarioni abbastanza gravi (v. p. 125, dove la crescente tendenza a regolare normativamente la qualità dei prodotti, ad es. in tema di sicurezza, viene vista come un “processo di politicizzazione del mercato... il mercato, dunque, diventa uno spazio che assume, più che in passato e su piani differenti, anche una valenza politica”; o a pp. 133-134, dove si critica la concezione economica del consumatere in quanto essa tralascerebbe la “caratterizzazione simbolica che segna l’azione nella prospettiva dell’attore-consumatore” e finirebbe per vedere il consumo in modo eccessivametne “atomistico” anziché vederlo come un frammento dell’intero sistema sociale-culturale (è una critica ben nota e del tutto insensata, come lo sarebbe accusare la matematica di ignorare i sentimenti).

July 17, 2008

Il Concorso: Nuova Edizione

La Cazzata della Settimana viene vinta per acclamazione da questo articolo di Flores d'Arcais, in cui l'autore (già segnalatosi in precedenza per aver millantato di possedere la chiave per vincere le elezioni "a mani basse"), a proposito della manifestazione dell'8 luglio scorso a Roma che avrebbe visto in piazza la bellezza di circa 100.000 persone, a forza di elucubrare su certi sondaggi con metodi cabalistici del tipo "se a tre mele aggiungo due pere ottengo cinque unicorni" (il 29,4% del campione consultato dal sondaggio diventa allegramente "oltre un terzo del corpo elettorale che si esprime"; per non parlare di questa stupefacente trasformazione: "la maggioranza degli elettori di Veltroni non ha dubbi, sta con piazza Navona, 48,2 contro 39,2, il che, ricalcolato senza tener conto del 12,4 di astenuti, significa 55% con piazza Navona contro il 45% col segretario del Pd. Che dunque, contro un candidato di piazza Navona, perderebbe oggi le primarie dentro il suo stesso partito") conclude di avere in mano la bussola della futura condotta politica del PD e di poter dettare la linea a Veltroni. Le regole del concorso da oggi cambiano. In primis, ci sarà un solo vincitore per tutte le categorie (Blog, Giornali e Politici).
Ogni settimana potrete segnalare l'articolo di giornale (= quotidiano o periodico) italiano (=scritto in italiano, o meglio: non scritto in una qualunque altra lingua conosciuta), ovvero il post e/o il commento su un blog italiano (idem), o infine la dichiarazione di un politico italiano, più cretino che avete letto. Le segnalazioni dovranno però obbligatoriamente contenere una riga di spiegazione del perché l'articolo (o il post, o il commento, o la dichiarazione) è cretino.  Le candidature, con le relative spiegazioni, devono pervenire sul blog (precisamente, nella rubrica "Concorsi"); i voti, viceversa, se mai qualcuno volesse farli pervenire in incognito, possono anche essere inviati a lskarlkraus@gmail.com. Nuova regola: potete votare anche il candidato che avete segnalato.

July 13, 2008

Europa

R. GARY, Europa, Paris, Gallimard, 1972, p. 373 

Mai tradotto in italiano, e a quel che so neppure ristampato, è  un romanzo bellissimo. La trama è semplice: venticinque anni prima dell'inizio del libro, un giovane uomo (Jean Danthès), al promettente inizio della carriera diplomatica,  ha abbandonato una donna (Malwina von Leyden) più anziana e dal dubbio passato, non si sa se prima o dopo averle causato - o forse solo aver assistito all'incidente - una grave infermità.

La donna ("E anche invecchiare non sarebbe nulla, se fosse possibile non restare giovane. Ma il Tempo vi condanna al travestimento. Voi avete sempre venti anni, ma siete obbligate a nasconderlo, per paura del grottesco e del ridicolo. Vi fa vivere sotto l'apparenza di una vecchia, quando tutto in voi aspira a ritornare al ballo. Dicono di voi, per qualche anno: <<E' ancora bella>>. E poi non dicono più nulla. Questo finisce per rendervi un tantinello eccentriche"), che ha giurato di vendicarsi di lui, alleva la sua figlia Erika ("ella temeva questa routine di fettuccine, scampi, chianti, tutta questa ristorazione che ha rimpiazzato gli incontri nei viali del parco, le scale di seta e le ombre furtive e mascherate sul Rialto") con l'unico scopo di farla arrivare, al momento giusto, nella vita di Danthès, farlo innamorare, farla sposare da lui e rovinargli la carriera. Così venticinque anni dopo, all'insaputa della madre, Erika e Danthès (ormai cinquantenne ambasciatore di Francia in una Roma in cui si succedono manifestazioni, scioperi e crisi di governo) si innamorano sul serio, inscenano una innocua finzione per far contenta Malwina... Ma sarà davvero così? Perché Erika è così incredibilmente somigliante a Malwina da giovane? Perché Danthès non riesce più a dormire, o rimane in uno stato di dormiveglia anche nelle ore del giorno? E perché Danthès ha la sensazione sempre più forte di essere il frutto del sogno di un altro - forse del misterioso marito di Malwina, il Barone? Perché il Barone e Danthès sembrano impegnati in una complicata partita a scacchi, che ricalca le mosse di quella famosa fra Alekhin e Capablanca? Che c'entrano i racconti di Malwina, un po' sincerità e molto mistificazione, che sostiene di aver attraversato in vita sua molte epoche (i Medici, Ludwig II di Baviera, Nostradamus, Luigi XV) e di frequentarne ancora a suo piacimento? Com'è possibile che lo stesso Conte di Saint-Germain appaia e scompaia continuamente e s'intrometta nel gioco, cercando di proteggere Danthès e di spezzare le trame di Malwina, e come mai Erika sembra a volte convinta che Danthès stesso sia Saint-Germain? E perché Erika teme di essere pazza come sua madre, mentre Danthès a sua volta comincia a mostrare chiari sintomi di schizofrenia?

Sta di fatto che Danthès ("Se c'era un'arma alla quale Danthès non esitava mai a ricorrere, era la menzogna. La parola, del resto, si applicava male a ciò che era semplicemente un rifiuto di ferire, per ripetto degli altri, delle vulnerabilità, debolezze, mancanze segrete e pene. L'onestà non consiste nell' <<io dico sempre quel che penso>>: consiste nel risparmiare. La lumpen-borghesia dei frigoriferi e dei buoni ristorantini dove si va a mangiare dopo aver parcheggiato la propria auto sul marciapiedi, aveva inventato l' <<io dico sempre quel che penso>> non per qualche inconcepibile integrità, ma per gusto della facilità, per aggressività, e perché l'idea di rispettare il territorio psichico degli altri, era al giorno d'oggi  come la porcellana dei musei") vive gli episodi della sua vita più volte, quasi si trattasse di versioni successivamente corrette e migliorate della stessa vicenda, e questo dà al romanzo una forma ciclica, e allo stesso tempo un'atmosfera ossessiva e claustrofobica. I due protagonisti si affannano a tentare di vivere la loro vita secondo  il loro desiderio, ma si ritrovano continuamente al punto di partenza (non a caso, la stupenda scena del loro "primo incontro" - mentre si tratta in realtà solo di un atto della commedia inscenata per ingannare Malwina: Erika e Danthès si amano infatti già da più di un anno - viene ripetuta, con sottili variazioni, innumerevoli volte). Col passare del tempo - mentre i personaggi si avviano al loro ineluttabile e triste destino, predisposto da un drammaturgo d'eccezione (benché, come sostiene malignamente il Barone, solo un mediocre allievo di Eschilo, Sofocle e Euripide) - ci si rende conto che la scissura che divide in due la psiche di Danthès, e anche quella di Erika, e che finisce per distruggere entrambi, è la medesima frattura della coscienza e della cultura dell'Europa, il vero grande amore di Danthès e su cui il libro contiene pagine di profondità e brio mirabili. L'amore per la cultura, per l'arte, per la nobiltà dello spirito, non è incompatibile con l'orrore e la barbarie; aver dimenticato il fondamentale principio che la vera cultura è solo quella che ci rende impossibile di sopportare l'orrore e la barbarie, l'aver messo la cultura da una parte e la vita degli uomini dall'altra, è stato il grande torto dell'Europa. La vicenda di Danthès, che di questo errore dell'Europa è lucidamente consapevole, dimostra (forse) che neppure la coscienza dell'incompatibilità fra barbarie e cultura è sufficiente per rimediare alla frattura, e che solo l'azione, la cultura in atto, quella che cambia il mondo, è la via d'uscita.

July 7, 2008

Muhammad Yunus visto da un architetto

Questa è la fiaba del “io ti presto pochi spiccioli, quelli che ti servono per costruire semplici oggetti e rivenderli, tu mi restituisci gli spiccioli con un piccolo interesse e in piccole rate”.

E’ una fiaba, state accorti, non è la pubblicità della cucina o del televisore al plasma in 10 comode rate.

 

I più poveri dei poveri, al momento, non pensano né alla cucina né al televisore, ci penseranno quando saranno un po’ meno poveri, forse, ma allora non chiederanno più il prestito allo stesso soggetto.

Yunus inizia così, nel 1976. Il successo è enorme, perché è una fiaba e continua ancora adesso: il microcredito funziona. I poveri restituiscono il proprio microdebito. Spesso sono le donne povere che lo chiedono e lo restituiscono, riscattando se stesse e la propria famiglia. E così si innesca un magico circolo virtuoso che usa il mezzo finanziario per dare credito a chi non l’ha mai avuto: la rivoluzione è la risorsa umana, sono le donne che si fanno intestare dai mariti i terreni per poter accedere al fondo per la costruzione dell’abitazione, sono le nuove generazioni che vanno a scuola, si alfabetizzano, qualcuno arriva alla laurea. Per pochi dollari iniziali. Ma ci voleva qualcuno che avesse l’intuizione e che soprattutto organizzasse un sistema istituzionalizzato: la Grameen Bank è una banca a tutti gli effetti, non regala nulla e nemmeno ci tiene a collassare sotto al peso dei debiti, quindi la Grameen Bank si deve saper amministrare bene. Il principio non è assistenzialismo, ma imprenditoria sociale. I poveri si aiutano da soli, ma come la maggior parte di noi hanno bisogno di un prestito iniziale, pur non avendo nulla da dare in garanzia.

Di economia non so nulla, ma la fiaba di Yunus non mi appare un sogno di un avventato, la pratica di un santo protetto della buona stella da 30anni a questa parte.

La fiaba di Yunus è una fiaba di economia, di un sistema ben congegnato, a quanto pare, per alimentare un processo di sviluppo autonomo, radicato nel territorio e, da profana, mi sembra più virtuoso, come principio, degli aiuti internazionali e di tutti i finanziamenti dal carattere assistenziale (posto che arrivino a destinazione e non si perdano nei meandri della burocrazia o dei governi corrotti…). Poi non so se lo stesso Yunus potesse prevedere la catena di positive conseguenze determinate da un microcredito iniziale, soprattutto per quanto riguarda i risvolti sociali avuti in Bangladesh. E’ stato commovente sentirlo parlare, spiegare con parole semplici un miracolo fatto dagli uomini, intuire in lui una determinazione fuori dal comune e farsi indicare una via che guarda avanti, sempre più ambiziosa, perché la povertà venga sconfitta, producendo e dando la possibilità di produrre ricchezza, a tutti, per tutti, senza fare la carità a nessuno. L’occasione di sentirlo è stata il Congresso Mondiale degli Architetti 2008, tenutosi a Torino in questi giorni. Sì sì, un congresso di architetti, perché Yunus ha vinto, nell’89, un premio d’architettura, grazie al finanziamento per le abitazioni per i poveri. Un’architettura di felicità, un tetto di lamiera equivalente a un sogno. Sentimenti puri coi quali dovremmo ricordarci di progettare. E lui m’è sembrato un uomo che avesse afferrato il senso della Felicità.

Non ha smesso un attimo di sorridere, parlando alla platea come se raccontasse una fiaba.

Non ha smesso un attimo di sorridere, parlando alla platea come se raccontasse una fiaba.Avrebbe potuto darci la buonanotte, come a dei bimbi, alla fine, se invece il senso di tutto ciò non fosse stato una sonora sveglia!

E ora ditemi cosa ho mal interpretato e mal capito, perché, da cinica impenitente quale sono, da qualche parte mi aspetto sempre caschi l’asino.

(Anna Diana Debernardi)