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La città in vendita

P. BERDINI, La città in vendita, Roma, Donzelli, 2008
Un libro molto documentato, pieno di dati, però molto insoddisfacente. Non è sufficiente, per es.,  buttar lì il numero delle automobili o dei turisti di Roma e pretendere che dal mero dato si deduca la conclusione che il traffico o il turismo a Roma sono “insostenibili” (o “palesemente insostenibili”): è una cosa che si può benissimo affermare, ma ci vorrebbe anche qualche argomento, no?
A me verrebbe voglia di dire all’autore: caro Berdini, abbiamo capito che
- la decisione di non spostare fuori  dal centro di Roma le funzioni pubbliche è un errore;
- il nuovo piano regolatore (di fatto solo una sanatoria di precedenti abusi)  è un regalo alle imprese immobiliari;
- non si è mai fatto nulla per risolvere il problema del traffico a Roma, in primis incentivando il traffico su rotaie;
- il centro storico è ridotto ad una serie di servizi per i turisti (ma non è chiaro cosa suggeriresti di fare: abolire il turismo? E non è forse eccessivo dire che il turismo sta “distruggendo l’identità storica di Roma”);
- dal centro storico  si sono espulsi e si continuano ad espellere i residenti;
- non ti piace l’Ara Pacis di Meier perché secondo te al centro si possono fare solo interventi conservativi (ma allora non si capisce perché contemporaneamente invochi il ritorno all’edilizia pubblica nel centro);
- non ti piace l’attuale Galleria Sordi, soprattutto per via dei tavolini di caffè in mezzo al passaggio (che peraltro mi pare una indignazione palesemente esagerata);
- secondo te ogni cambiamento (dall’apertura di un centro commerciale alla sostituzione dei sampietrini con l’asfalto) è una catastrofe epocale ed  irrimediabile;
ma allora, se i problemi che denunci sono tutti vizi o errori della politica, perché continui a  prendertela col “mercato”? Se i problemi di Roma derivano dalla mancanza di regole, che c’entrano il mercato e l’onnipresente “neoliberismo”?

Commenti

Ciao a tutti, volevo proporre a qualcuno che l'avesse letto, di commentare l'ultimo libro di Giulio (Cesare) Tremonti.... ;-))

Certo il libro non ha bisogno di pubblicità, però.... mi pare che la cosa potrebbe essere interessante.

adriano | April 20, 2008 6:58 PM

Adriano, direi che per il Tremonti basta e avanza una recensione. Perché non la fai tu? Poi la commentiamo, se vuoi.

KK | April 20, 2008 7:20 PM

Sembra interessante (il Berdini, intendo).
Vedrò di procurarmelo.
Solo sulla copertura dell'ara pacis non sarei d'accordo. La zona del mausoleo di augusto è stata sventrata negli anni '30, anche l'ara pacis (il monumento, proprio) è lì da quel periodo e la piazza è fatta di palazzi piacentiniani, una pezzetto di eur trapiantato nel centro. Insomma l'architettura contemporanea lì ci sta bene, a piazza navona magari no.

conte oliver | April 21, 2008 11:03 AM

l'ara pacis ci sta benissimo!
e il sensazionale è stato costruire del contemporaneo in centro a roma attraverso una demolizione, vero tabù italiano.
semmai si esorti a completare l'opera, perché il progetto di riqualificazione della piazza e delle sponde del tevere non è mai iniziato.
eppure la verve polemica sul progetto di meier fu molto vivace. tutti pareva avessero soluzioni migliori.
poi il nulla.
ma il museo c'è.
e dà una speranza.

addb | April 21, 2008 11:14 AM

Vabbene, magari ci proverò a commentare "il Tremonti", anche se non so se avrò il tempo di studiare il libro. (e come si fa a fare la recensione di un libro che non si è mai letto?!)
E poi pensavo che la mia analisi non sarebbe stata all'altezza della situazione.... quella di KK o di Francesca magari sì!

Adriano | April 21, 2008 9:13 PM

non ho letto il libro in questione, non mi schiero quindi a sua difesa per quanto il titolo mi sembri adatto a descrivere la situazione che si sta verificando in molteplici contesti urbani un po' in tutto il mondo sviluppato. Commento solo una frase:

>

Perdona ma è banale: il mercato non è un'istituzione tecnica e neutra. Propone attivamente politiche più o meno coerenti o al minimo spinge la politica alla creazione di un clima favorevole all'attività economica. Un modo di regolazione di un certo tipo -che ipoteticamente potrebbe risolvere alcuni problemi da te elencati- non può sopravvivere alle condizioni macroeconomiche prevalenti ed evidentemente se in molte città si affermano trend di gestione aziendalistica dello sviluppo urbano ed un certo tipo di concezione di questo e dei rapporti con le funzioni del mercato edilizio ciò è in ultima istanza dovuto alle evoluzioni del capitalismo, e non certo alla mera incompetenza dei politici.

Questo detto in via del tutto generica, non conosco il caso particolare di Roma, ed ovviamente metto la mano sul fuoco che ci siano di mezzo anche tanti incompetenti, probabilmente non solo politici.

patello | May 30, 2008 10:45 PM

ops, quotata male, la frase era:

ma allora, se i problemi che denunci sono tutti vizi o errori della politica, perché continui a prendertela col “mercato”? Se i problemi di Roma derivano dalla mancanza di regole, che c’entrano il mercato e l’onnipresente “neoliberismo”?

patello | May 30, 2008 10:46 PM

Il fatto che il mercato non sia una "un'istituzione tecnica e neutra" non implica né che suggerisca politiche, né tanto meno che ne suggerisca una sola (il che implicherebbe assurdamente che tutti gli attori economici avessero lo stesso interesse, mentre ne hanno di confliggenti): scegliere quale di queste (ipotetiche) voci seguire, sembra a me che sia appunto compito della politica.

Quand'anche infine fosse vero (ma non è) che il 'mercato' (i) parla e (ii) parla con una sola voce, mi chiedo cosa obbligherebbe la politica a seguire proprio quella unica voce e non altre. Non esistono "condizioni macroeconomiche" che rendono impossibili certi "modi di regolazione" (semmai, esistono senz'altro modi di regolazione che rendono impossibili certe condizioni macroeconomiche).

KK | May 31, 2008 9:51 AM

Il fatto che un'istituzione non sia neutra credo sia descrivibile col fatto che in qualche modo non recepisca passivamente ed incondizionatamente ogni genere di mutamento ambientale (in senso lato) ma al contrario attraverso l'esercizio del proprio ruolo in un determinato contesto locale/regionale -comunque geograficamente determinato- costruisca una propria dialettica relazionale con tutti gli "attori" della società, dalle istituzioni statali alle associazioni sindacali o comunitarie fino ai nuclei famigliari ed alla burocrazia.

Questa relazione non è probabilmente mai univoca. E' chiaro che la circolazione di capitale non determina forzatamente ogni altra forma dell'ambiente in cui opera. Daltronde essa in astratto non esiste, si deve spazializzare e pertanto prende in un certo senso la forma del suo contenitore geografico. Possono formarsi coalizioni di classe che col tempo si rompono, condizioni sociotecniche legate a monopoli territoriali obsolete che bloccano lo sviluppo, investimenti ed immobilizzi di lungo periodo che oltre un certo limite tendono a perdere di profittabilità alimentando spinte inflazionistiche ed ostacolando un'ulteriore accumulazione, via dicendo.

E' quindi chiaro che dipende dal contesto, che non esiste una unanime ed universale politica dettata dalle forze di mercato. Ho usato in questo senso il plurale parlando di "politiche" e a maggior ragione "più o meno coerenti" perchè spesso anche gli esponenti delle forze di mercato, i capitalisti insomma, agiscono contro il loro interesse generale.

E' comunque indubbio che il mercato si basa -qualunque sia il suo ambito geografico particolare- su una serie di regole ed obiettivi da perseguire per funzionare. La localizzazione frammenta e diversifica le politiche economiche, ma queste cercano sempre o comunque una sola cosa, far funzionare l'accumulazione.

E' secondo me evidente che dall'affermarsi di un regime di accumulazione flessibile come quello venuto a costituirsi nei paesi capitalisti avanzati dal 1973 in poi la gestione urbana ha trovato crescenti difficoltà a sviluppare alleanze di classe del tipo "keynesiano" (alleanze tra produttori, fissabilità del rapporto produttività/salario, investimenti in infrastrutture fisiche e sociali, socialismo municipale,controllo delle istituzioni di credito e finanziarie) per il semplice motivo che queste non riuscivano più a far funzionare il capitalismo.

Alcune città si sono temporaneamente salvate in vari modi, ma nel medio lungo periodo tutto l'occidente ha dovuto iniziare a gestire la politica urbana in altro modo. Lo chiedevano esigenze eminentemente economiche, la competizione interurbana, la ricerca disperata di posizioni di monopolio tecnologico o geografico innovative che mettessero la produzione al riparo dalla concorrenza estera, il tentativo di molte città di costituirsi come centri di consumo o centri di potere finanziario sono alcune soluzioni indicate ne "L'esperienza urbana" di David Harvey che consiglio vivamente.

Tutto ciò non è successo in virtù delle cattive politiche economiche passate (che significa poi cattive) ma in virtù del fatto che queste si sono scontrate con l'imperativo della produzione per la produzione, accumulazione per accumulazione, che è la prima vera e inalienabile condizione del capitalismo ed è essa che primariamente -intrecciandosi con molte altre condizioni spesso contradditorie e mutevoli- determina le esigenze di fondo del capitalismo, che quando non funziona più non ha bisogno di forzare ne di suggerire politiche nuove, semplicemente queste cambiano perchè se no la barca non naviga.

Ovviamente nel mondo concreto dove gli agenti di mercato spesso vanno contro i loro stessi interessi e nessuno agisce coerentemente come forza pura le pressioni ci sono eccome. Think tanks liberisti come il Cato Institute in America ricevono ingenti finanziamenti dalle grandi imprese e portano avanti da anni un discorso di egemonia culturale e pressione politica che ha certo dato il suo contributo all'imposizione del Neoliberismo; ad esempio nella restaurazione in Cile dopo il golpe Pinochet molti economisti americani di Chicago sono stati mandati dal governo a riformare il paese in senso liberista. Pressioni alla deregolamentazione, all'abbattimento dei diritti sindacali, dei vincoli giuridici e politici, all'aumento del cotrollo dei lavoratori, alla loro dispersione e frammentazione tramite la previsione legale di nuovi assetti organizzativi flessibili sono state e continuano ad essere all'ordine del giorno. Il Congresso americano si è recentemente pronunciato contro un folto gruppo di imprese multinazionali che facevano pressioni sul governo cinese in proposito alla nuova legge sul lavoro, in Italia le Camere di Commercio, le Unioni Industriali e la Confindustria sebbene in modi spesso diversi e non lineari costantemente dettano la loro politica alle forze di governo e la discussione è come seguire queste linee, non se seguirle o meno, non si cambia agenda.

L'influenza delle forze di mercato sulla politica non è da stigmatizzare volgarmente nell'imprenditore che suggerisce sottobanco al sindaco di fargli un piano "regalatore" su misura, anche se questo succede. La forza "pacifica" del capitalismo si impone in modo anche organico a volte, comunque sempre pervadendo dalle sue necessità tutti i pori della società, esprimendo i suoi bisogni sotto i filtri di ogni attore sociale. Dai lavoratori di Londra a cui venne permesso di comprare la loro casa popolare in centro e che per qualche mese considerarono l'idea di vivere finalmente nella casa di proprietà come una conquista sociale fino a quando non se la videro togliere da sotto i piedi dai movimenti speculativi che soggiacievano alla ristrutturazione della city, fino agli imprenditori bisognosi di condizioni di lavoro più flessibile agli ospedali che da un giorno all'altro si vedono imposti criteri di produttività e vincoli di bilancio prima inesistenti o diversi.

Tutte queste domande richiedono risposta, ed evidentemente è possibile immaginarsene tante differenti. Ma sarebbe stupido o in tremenda cattiva fede separare la questione di quali politiche possano funzionare dalla questione di quali di queste aiutano il capitalismo a prosperare perchè le due cose sono intimamente legate. Sopratutto nelle politiche urbane.

patello | May 31, 2008 1:06 PM

sia chiaro, ho semplificato molto, non intendevo essere esaustivo. Spero di non dar l'impressione del solito riduzionista di convenienza. Quando sopra ho identificato attori di mercato con capitalisti ho sottinteso tutto un complesso ragionamento che andrebbe fatto onde chiarire che la corrispondenza è frutto di un'associazione tendenziale, contrastata da mille eventi. In linea generale io credo che la teoria delle classi e quindi l'idea che queste abbiano interessi da interpretare e che questi interessi siano, da un punto di vista marxiano, contrapposti sia valida.

Ovviamente si tratta di una costruzione che nelle società complesse del capitalismo maturo viene costantemente sottoposta ad una molteplicità di interdipendenze e correlazioni, tensioni, movimentazioni, coerenze strutturate che alterano anche per discreti periodi di tempo la configurazione tradizionale delle classi intese in senso marxiano. Si parla quindi di tendenza. Questo era però valido più nel fordismo io credo, dove il paradigma di regolazione del capitale esplicitamente parteggiava per la creazione di alleanze tra classi. Oggi questo accade di meno e le politiche neoliberiste (sia chiaro non parlo dell'italia di oggi ma del mondo negli ultimi tre decenni) hanno genericamente imposto un ritorno al potere di classe, basta dare un'occhiata agli aggregati di svariati paesi sulla ripartizione del reddito per accorgersi che fondamentalmente le nuove politiche economiche hanno redistribuito il reddito verso le fasce più abbienti.

Ovviamente l'Italia, sopratutto oggi, è tutt'altro che simile a questo esempio chiaro e già esso abbastanza stereotipato anche se efficace. L'italia è un tipico caso in cui gli interessi di classe sono distorti attraverso mille filtri di ogni genere, identitari, legali, culturali, familistici. Probabilmente per ogni città ci vorrebbe uno studio diverso. Questo dovrebbe fare un libro come quello che recensisci, uno studio su come il capitale si "urbanizza" in un determinato ambiente, come quello di Roma e chiarire gli effetti.

Bel blog cmq, un po' liberal-chic, però..

patello | June 1, 2008 12:53 AM

Io invece credo che non esista IL capitale né IL mercato (né a livello globale né a livello locale); che non esista "un regime di accumulazione flessibile come quello venuto a costituirsi nei paesi capitalisti avanzati dal 1973 in poi" (qualunque cosa significhi); che non esista "l'imperativo della produzione per la produzione, accumulazione per accumulazione", visto che né produzione né accumulazione sono fini in se'; cerco di ricordare a chi se lo dimentica che "esponenti del mercato" non sono solo i capitalisti, ma anche i lavoratori, i consumatori, i contadini, i saltimbanchi, i medici, i giornalisti e sarei proprio curioso di sapere QUALE sarebbe mai il misterioso "interesse generale" unico che li accomunerebbe tutti quanti assogettando le politiche di governi di tutti i paesi e di tutti gli orientamenti; preferisco non esprimere con parole umane cosa penso di David Harvey; e questo blog ha lo scopo di evitare le solite frasi fatte del non pensiero che qualcuno cerca di spacciare come alternativa al "pensiero unico". Quel che serve alla sinistra italiana oggi è capire e a questo scopo cose come Capitale, Mercato, Neoliberismo, ecc. purtroppo non servono in nulla.
Grazie per il complimento.

KK | June 1, 2008 1:08 PM

Geniale, riesci allo stesso tempo a stereotipare e distorcere il mio discorso -perchè non ho mai affermato che esista un unico interesse generale nè tantomeno un'unica classe partecipante al mercato- e a contrapporvi una tanto semplicisticamente esposta quanto strumentale complessità; che evidentemente dalle tue parole sbrigative non sembra emergere (non esiste un concetto organico di capitale? come lo dividi Enron vs La Coop Sei Tu?) Forse dovresti poi esporre la tua teoria sul fatto che la produzione non avviene per guadagnare un profitto, una sorta di teoria dela perdita, interessante anche se non so quanti la condividerebbero.

Sarebbe peraltro un grande spreco della libertà d'espressione pretendere di esprimersi su Harvey senza apparentemente saper nemmeno interagire col suo lessico fondamentale.

Altrettanto illuminante notare quanto poco ci voglia a far abbandonare a voi giovani rampanti liberaloidi di nuova generazione ogni patina di responsabilità intellettuale e problematicità appena si toccano alcune corte sensibili. Probabilmente li concepite più come accessori estetici che come strumenti d'indagine del reale.

Parlate maestosamente di urbanistica e fotografia, citando edonisticamente Marx come solo i più narcisisti fan di Jaques Attali possono fare. L'espandersi del vostro universalismo culturale e filantropismo d'accatto va di pari passo col gonfiarsi del vostro ego, per non parlare del tono paternalistico con cui proponete le solite fregnacce travestite da innovazioni pronte a proiettare l'umanità nel futuro.

Tutto questo prende forma di simpatici salotti telematici dove sguinzagliate le vostre inoffensive opinioni in modo tanto enfatizzato e dirompente che alla luce dell'inconsistenza del merito di queste sembra d'assistere ad una parodia teatrale di qualche avanguardia radicale del secolo scorso.

Belli i vostri club riservati, in realtà più simili ai think-tanks che danno da mangiare a quelli dei vostri che fanno di tutto questo una carriera che a qualsivoglia avanguardia o gruppo di intellettuali.

Ti auguro una vita piena di autocompiacimenti a quanto pare li coltivi bene, signor avvocato.

patello | June 1, 2008 8:54 PM

Immagino che tu veda una qualche differenza tra la frase "la produzione per la produzione" e "la produzione per il profitto", e dunque risparmiami il puerile giochino di rispondere alla mia critica della prima come se fosse una critica della seconda. Alla seconda non ho granché da obiettare; solo che stavo parlando della prima.
Che esista un "concetto organico di capitale" non ho dubbi; solo che non basta ripetere "capitale" a ogni pié sospinto per averne un concetto organico, nevvero.
Sarebbe anche fico sapere quali sarebbero le "corde sensibili" che appena toccate farebbero perdere a noi "giovani rampanti liberaloidi di nuova generazione [???] ogni patina di responsabilità intellettuale e problematicità". Boh?
Su cose tipo "fan di Jacques Attali", salotti e think-thank, come si dice a Roma, manco te risponno.
Bye.

KK | June 2, 2008 10:31 AM

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