I Mondiali: una società sviluppista o pre-industriale?
La civiltà contadina è segnata dalla successione di precisi riti, sia religiosi sia civili; questo è un dato approfondito e, oggi, di comune cognizione. Tra tali riti, quelli relativi al cibo hanno un posto preminente; e non soltanto nelle cerimonie che accompagnano i grandi "passaggi" dell'esistenza individuale (i pranzi nuziali o funerari ne sono gli aspetti più rilevanti), bensì anche in quella evenienza quotidiana e normale che è "l'invito a pranzo".
Allorchè l'invitato non è persona con cui si hanno rapporti confidenziali, o è individuo di vera o presunta rilevanza sociale, la sceneggiata è sempre la medesima. Innanzitutto, il cibo offerto deve essere abbondante e succulento: diluviano i condimenti, le carni (che non possono mancare nel menu, come piatto che la cultura contadina considera privilegiato) vengono servite in grandi pezzi, quasi sempre realizzati con enormi bistecche o massicci arrosti. Il secondo aspetto di siffatte cerimonie manducatorie è la netta differenza fra invitante e invitato per ciò che riguarda il cibo da ingerire. Mentre chi invita (e i suoi familiari, salvo i minorenni) assaggia appena le portate p se ne serve con estrema parsimonia (a indicare la sazietà consueta ai ricchi), l'invitato viene sottoposto a una continua, stressante azione di incitamento a ingerire, ripetere il passaggio di cibo dal piatto di portata a quello che gli sta innanzi, lamentando, da parte dei padroni di casa, una sua scarsa disponibilità, trattandolo come se fosse un affamato da saziare una tantum.
Nei casi estremi la cerimonia si ripete a notte alta, quando la padrona di casa in persona prepara un colossale piatto, abitualmente di tagliatelle condite senza economia, che gli invitati sono costretti, loro malgrado, a ingerire prima di venir congedati, o portati a dormire. La trasformazione del cibo nell'oggetto, quasi sacrale, di una cerimonia rituale rimane tuttora un aspetto del comportamento di molti nuclei familiari, il cui passaggio dall'agro alla città e il cui aumentato reddito sono fatti troppo recenti per aver inciso nella condotta quotidiana. C'è però un altro elemento basilare della società agricola che, seppur travestito e alterato nei suoi connotati esterni, mostra una tenace sopravvivenza, anche ad alti livelli: ed è il convogliare della vita della collettività verso un apice, verso la Festa annuale, quella del santo patrono, la cui data viene attesa come punto culminante del ciclo solare e di quello lunare. In vista della Festa e delle cerimonie che la accompagnano (processioni, danze, luminarie, fuochi di artificio), l'abitato viene sottoposto a una radicale opera di abbellimento e di trasformazione: le strade, abitualmente sporche, sono accuratamente ripulite, i vetri delle finestre lavati, gli intonaci riparati, in un tripudio di drappi multicolori, di infiorate. Il fervore e la tensione che precedono e annunziano il grande giorno vengono meno quando questo è trascorso, al nuovo sorgere del sole: la negligenza abituale riprende il suo corso monotono, la sporcizia e l'abbandono escono dal momentaneo e brevissimo limbo. Il fatto è che le civiltà agricole ignorano il concetto di manutenzione, non conoscono la cura, ininterrotta e perenne, del centro abitato e delle sue strutture (strade, facciate, pubbliche utilità), i cui problemi vanno affrontati e risolti di continuo, senza attendere il giorno festivo, o il traguardo di una qualsiasi occasione eccezionale. Si penserebbe che un atteggiamento mentale del genere sia assente nell'Italia ufficiale dell'anno 1990: eppure esso è tuttora presente e attivo, anche se sotto aspetti surrettizi; alludo alla faccenda del Mondiali di Calcio.
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La mentalità contadina, con i suoi riti festivi, le sue impennate momentanee, i suoi effimeri miraggi, agisce tuttora nelle menti di coloro che reggono le sorti d'Italia. Costoro non sanno che in una vera democrazia i problemi e le questioni del buon funzionamento della collettività, dei centri urbani e delle loro infrastrutture vanno discussi giorno per giorno in un dialogo coi cittadini, e risolti continuamente, senza fuochi d'artificio, senza rimandarli a scadenze o traguardi, superando schemi illusori che interrompono per poche orela sonnolenza delle società preindustriali.
Federico Zeri. Orto Aperto. Longanesi 1990. pag- 209 e segg. "Mondiali Rurali"