Il treno: recensione e intervista
Un’anziana signora piena di acciacchi, uno scrittore in crisi d’ispirazione, un intellettuale cinquantenne un po’ bohemien…una donna manager in carriera. Non sono i personaggi di un giallo di Agatha Christie ma i protagonisti della storia che Alberto Bracci Testasecca ci racconta con Il treno, il suo primo romanzo uscito per edizioni e/o.
Senza una ragione apparente, il treno sul quale viaggiano i quattro protagonisti si blocca in aperta campagna sulla tratta Roma – Torino. Un fastidioso contrattempo diviene il pretesto per raccontare una storia surreale, ai confini della realtà. I quattro, per prendere una boccata d’aria, decidono di fare due passi all’aperto.
Perso il treno che riparte senza di loro, Aurelio, Lilli, Rossella e Francesco si avventurano lungo un sentiero che li porterà a conoscere Mario, uno strano abitante del bosco, a metà tra un vecchio saggio e un cinico calcolatore. Qui troveranno un Eden dimenticato, un momento di pace e armonia in mezzo al turbinare della vita quotidiana. Ma durerà per poco.
Gionata Vanoni: Tutti i tuoi personaggi sono degli insoddisfatti: la vita di Aurelio obbedisce alla “ferrea legge dell’ex”, Lilli sente di non avere assaporato nulla dell’esistenza, Rossella “non ce la fa più” e “ la carriera di Francesco Trecci era stata di rapida ascesa e rapido declino”. Per loro sembra esserci una possibilità di redenzione ma alla fine non riescono a sfuggire al loro inferno personale.
Gusto del finale a sorpresa o possiamo pensare che questa visione sia un po’ anche la tua?
Alberto Bracci: Immagino che la “visione delle cose” che trapela da un racconto sia sempre, al novanta percento, la visione dell’autore; credo che sia fatale, che non possa accadere diversamente. E quindi sì.
Ma non parlerei di “redenzione”, per i quattro fuoriusciti dal treno: non sono dei peccatori, nessuno di loro si sente in colpa per qualcosa. Li vedo semmai degli insoddisfatti. Vivono nell’illusione (da sempre radicata nell’uomo, ma negli ultimi tempi spinta al massimo dal consumismo imperante) che il meglio stia nell’altrove, nel diverso. La morale della favola è appunto che il “diverso” è una chimera, e che la chiave della propria felicità interiore va trovata nel “qui e ora”. In tre non capiscono, tornano alle loro vite a coltivare uno sterile rimpianto. Ma c’è un personaggio che riesce a sfuggire al suo inferno personale, come lo definisci tu: l’anziana Lilli, forse esistenzialmente la più “fallita” dei quattro. È l’unica ad avere la percezione della perfezione del presente, e le piace talmente che non vede motivo per continuare il suo percorso, si ferma lì. Attenzione, è una situazione magica, non concettuale: lei non decide di morire, non si suicida, lei sente che sta bene, che è felice, e tale vuole rimanere. Per la prima volta nella sua vita, prende al volo un’occasione: ed è l’ultima.
GV: Si dice di solito che il primo romanzo è anche il più autobiografico. Nel libro lo scrivi chiaramente che la storia ti è stata suggerita dalle “ripetute soste in mezzo al nulla” delle ferrovie. Nel delineare i personaggi, ti sei ispirato a qualcuno in particolare, oppure sono stati costruiti a “tavolino”?
AB: Come per la visione delle cose, così anche per i riferimenti alla realtà credo che ogni autore attinga a piene mani da se stesso. Io sicuramente l’ho fatto. Ma credo che sia normale: in fondo anche Michelangelo, per dipingere i suoi personaggi biblici, si ispirava a chi aveva intorno, dal garzone che gli mescolava le vernici, che diventa un giovane David, all’oste sotto casa che diventa un saggio Abramo. I miei quattro personaggi principali sono la trasposizione letteraria di quattro persone a me vicine, con tutti gli adattamenti del caso. I personaggi di Mario e della sgangherata troupe televisiva sono invece costruiti a tavolino e funzionali alla narrazione.
GV: Quanto c’è di Alberto in Francesco Trecci, lo scrittore che annota tutto sul suo taccuino, preoccupato di raccogliere materiale per il suo prossimo romanzo?
AB: Non più di tanto. Io, per esempio, non ho un taccuino e non giro prendendo appunti, anche se conosco chi lo fa. C’è sicuramente qualcosa di me, anche di molto personale, in tutti i personaggi maschili del racconto. E probabilmente pure in quelli femminili.
GV: Nella stesura de “Il treno” è stato più difficile costruire la trama, con l’intreccio della storia, oppure stendere una narrazione che ti soddisfacesse? Scrivi in maniera diretta e spontanea oppure lavori molto di ri-scrittura? Avevi pensato a finali alternativi?
AB: Per me è molto più difficile avere un’idea che scriverla. Una volta che in testa ti spunta la trovata, la scena adatta, renderla in parole è un gioco da ragazzi.
Scrivo di getto, tutto di seguito e senza rileggere. Senza voltarmi indietro, come se alle mie spalle ci fosse Medusa. Quando ho finito, mi ritrovo con una specie di entità grezza, ma compiuta, in mano, e a quel punto mi metto a limare. Rileggo e rileggo, anche trenta o quaranta volte, togliendo frasi, aggiungendole, spostandole, aggiustando tempi, affinando espressioni, correggendo incoerenze, verificando dettagli. Il tutto in tempi rapidissimi: ad esempio, questo libro ho messo un mese per scriverlo e un mese per correggerlo. Una rilettura continua, ossessiva, ipnotica. A un certo punto vai in trance, e quello che leggi non è più un testo, è un ronzio d’api. Quando il ronzio si fa armonico vuol dire che non ci sono più intoppi, lo senti come una specie di mantra, scorre via fluido. A quel punto il lavoro è chiuso. Ho scritto tre libri e svariati racconti, ed ha sempre funzionato così finora. Credo che si possa definire la mia “tecnica”, ma non mi voglio allargare troppo.
No, purtroppo non mi sono venuti in mente finali alternativi, e non sono neanche troppo soddisfatto di questo qua.
GV: Veniamo alla sgangherata troupe televisiva di Yellow-Red Citynetwork che dovrebbe realizzare il più grande “rialti” del secolo filmando di nascosto i quattro protagonisti. In fondo, a parte gli evidenti risvolti comici, la loro presenza non pare così funzionale alla storia. Come mai li hai inseriti?
AB: Per due motivi, uno scenico e l’altro filosofico. Il primo è che mi divertiva l’idea di tenere il lettore in uno stato di sospensione per due storie parallele che sembrano destinate a intrecciarsi ma non si incrociano mai. E mi divertiva anche prendere in giro l’onnipresente e volgare pretenziosità televisiva. Il secondo è che troppo spesso percepiamo la vita come una serie di eventi che ruota intorno a noi, come se esistesse un centro delle cose, mentre i centri sono infiniti, è solo una questione di punti di vista.
Quanto all’effetto comico, è un plus non trascurabile, se fa ridere!
GV: Come nascono le tue storie? Dove trovi le “idee”?
AB: Ha-ha, chi può rispondere a una domanda del genere? Se ti può consolare, è una domanda che ho rivolto a ogni scrittore che mi è capitato di conoscere, ricevendone sempre risposte elusive e confuse. Ti posso dire che è un parto molto faticato fino a circa un terzo della storia, forse metà: da lì in poi la storia si scrive da sé, non sei più tu che la concepisci. Da un certo punto in poi, ti metti al lavoro come se andassi al cinema, pensando “vediamo un po’ che succede oggi”. Almeno per me.
GV: Al centro del tuo romanzo c’è il tema del viaggio: quello fisico che fa da sfondo alla vicenda e quello interiore che coinvolge i personaggi. Tu stesso hai viaggiato in Messico, Estremo Oriente, India. In che rapporto sta la scrittura con il viaggio?
AB: La scrittura è la quintessenza del viaggio, perché scrivendo viaggi e fai viaggiare.
Grazie.
(Gionata Vanoni)
Commenti
Ho letto il treno. Premesso che ne consiglio la lettura,vorrei dire un paio di cose. Trovo il romanzo di Alberto Bracci Testasecca delizioso,oltre che per la genialità della storia e per come è scritto,per la grande capacità dell'autore di stupire colui che legge con continue sorprese e avvenimenti.
Complimenti all'autore per la fluidità con la quale riesce a raccontare ciò che succede,nonostante ciò che succede non sia affatto fluido e tanto meno normale.
Aghi,18 anni
Com'è intelligente questo piccolo romanzo, oltre che divertente e di rilassante lettura: adattissimo quindi per momenti con possibilità di riflessione (viaggi in treno, appunto)e non solo per attese dal dentista o per prendere sonno. Che l'autore possa aver tratto ispirazione da se stesso o da chi gli sta intorno, è normale; ma quel che conta, per chi legge, è il ritrovare in ciascun personaggio qualcosa di proprio, il carattere ma soprattutto le elucubrazioni mentali: spesso troppo confuse nella realtà, ma proprio per questo fa piacere ritrovarle qui sia pure altrettanto confuse! Bellissimo il personaggio della saggia Lilli, e geniale il suo lieto distacco dall'aridità che la rendeva infelice.
Bravi, mi avete fatto venire voglia di leggere "Il treno". E siccome per lavoro prendo due eurostar a settimana, so quale sarà il prossimo libro che mi terrà compagnia...
grazie
Francesco
PS: divertente la risposta di Bracci alla domanda "come nascono le storie?"... mi è piaciuto il suo "vediamo un po' che succede oggi"!
Ho 80 anni e questa Lilli mi pare simpaticissima. Quasi quasi leggo il Treno!
Questo libro mi è piaciuto moltissimo per come tratta con naturalezza e originalità un tema scottante e doloroso come la morale della "chimera del diverso"(citando la bella definizione dell'autore )e per come riesce a raccontare la storia con stile fluido e leggero, senza mai intrommettersi/sovrapporsi ai personaggi...nà rarità..
ale
il treno è fichissimo!
il libro piu' bello letto quest'anno.
divertente, intelligente, arguto e profondo, serio e spiritoso, e soprattutto originale.
se lo leggessero le persone giuste capirebbero al volo di avere tra le mani una sceneggiatura d'oro, perfettamente oliata, e soprattutto già fatta, para para.
leggetelo e diffondetelo
voto: 10