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March 31, 2008

Dita incrociate

In Italia, tutti presi dai tacchi di Sarko e della sua venusta consorte, i giornali non ne dicono nulla, ma in Zimbabwe pare che finalmente Mugabe sia stato sconfitto nelle elezioni di sabato scorso.

"Pare" perché il comitato elettorale, tutto composto di uomini del dittatore, sta ritardando la comunicazione ufficiale dei voti, e il dittatore medesimo ha ammonito l'opposizione che "dichiararsi vincitori equivale a un colpo di stato"...

Incrociamo le dita.  

March 15, 2008

Les racines du ciel

(Morel) aveva trovato modo di seccare più o meno tutti quanti con una storia confusa e ridicola di una petizione al governo.  "Si tratta di una questione che ci riguarda tutti", diceva. Tirava fuori dalla sua cartella un foglio di carta, lo spiegava con cura e indicava col dito il punto dove bisognava apporre la firma - sembrava sicuro che nessuno avrebbe rifiutato, benché non ci fosse nessuna firma in fondo al testo. In genere, alla prima parola di "petizione", la gente gli voltava le spalle, dicendo che non si interessava di politica. "Non si tratta di politica, andiamo!", esclamava subito lui con irritazione.

"Si tratta di una pura questione di umanità"

"Certo, certo", gli rispondevano, con tono canzonatorio, dandogli una pacca amichevole sulle spalle... Orsini, quanto a lui, la conosceva (la petizione) più o meno a memoria, avendola letta e riletta con un piacere triste, nutrendo così senza dubbio il suo odio per ciò che egli detestava, diceva, di più al mondo, cioè un certo tipo d'uomo che si crede  tutto permesso - non diceva cosa di preciso... (Morel) aveva anche seccato (il commissario di polizia  Kotowski). Si trattava apparentemente di un dolce maniaco, del tutto inoffensivo. Fu allora che si alzò nella penombra il gracchiare del disprezzo spaventosamente astioso e aggressivo di Orsini - e tutti coloro che lo conoscevano videro apparire, nonostante la notte, il suo viso sarcastico ed irritato, un viso che diceva al mondo intero che nessuno era mai riuscito a giocarlo, lui, Orsini d'Acquaviva - "chiamatemi semplicemente Orsini, diceva, io me ne frego" - che li aveva tutti smascherati, portati alla luce, fiutati fin dal primo istante, giudicati, insomma, esattamente per quelli che erano, vale a dire, ben poca cosa. Era un grido che aveva lo strano potere di ridurre tutto l'umano orizzonte alle dimensioni d'una punta di spillo. Questo sogghigno trionfante sembrava proclamare che tutto quel che ci si poteva attendere dalla vita era che essa vi autorizzasse, dopo, a lavarvi i denti e a sciacquarvi la bocca, che tutto ciò che gli uomini fanno è destinato a finire in qualche immensa porcheria. Che un uomo come lui potesse amare le stelle, sembrava la prova che esse non erano ciò che generalmente si crede. Era un essere che vedeva tutto bassamente.

"--- E vi dirò, signori, vi dirò: egli è un umanitario!".

Mancò poco che mi alzassi per stringergli la mano. Per un secondo, credetti persino che avesse il senso dell'umorismo. Ma non era questo, per nulla affatto. Designava il nemico, ecco tutto.  Non era capace di umorismo, Orsini.  non era capace di questa cortesia verso il nemico.  Era solamente un uomo che strillava dove gli faceva male. S'era lanciato all'attacco con la passione di chi si sente sfidato da ogni manifestazione di una esigenza troppo nobile verso l'uomo, come se l'umano si elevasse a diecimila metri al di sopra del livello della terra, diecimila metri al di sopra del livello di Orsini. Era deciso a difendere le sue misure, le sue dimensioni.

Avevo fretta di non essere più là, alla mercé di quegli accenti, di quella mediocrità che finiva per diventare grandiosa, e per inghiottire il mondo intero nella sua piccolezza. Era uno di quei momenti in cui si ha bisogno di tutta l'immensità che l'occhio possa farvi scoprire intorno a voi sulla terra e nel cielo per rassicurarvi su voi stessi. Un momento in cui si ha bisogno di prolungamento, e in cui il peso, l'esistenza stessa della materia,  vi fanno sognare qualche impossibile amicizia . Avevo fretta di essere fuori, di ritornare infine alle mie stelle, perché è di questo, non è vero, che è fatta la nostra vecchia Africa, se uno al guarda come si deve. 

Romain Gary. Les racines du ciel

March 12, 2008

Il Concorso: 18° settimana

Per la categoria Blog, vince il blog di Gabriella Carlucci per questo post. Si tratterebbe in realtà di un premio alla carriera, perché il post in questione è solo l'ultimo di una lunga serie. Di fronte alla grandezza di questo post, ogni altro impallidisce; dunque, niente Menzioni di Merito (che peraltro, per non far nomi, sarebbero andate a Barbara e a Kelebek).

Per la categoria Giornali, vince l'articolo de L'Espresso sulle "categorie protette" già ampiamente commentato qui. Menzione di Merito per questo articolo di Rep sul canone RAI, segnalato da GG, e a questo sempre di Rep sui morti sul lavoro, segnalato da Colico.

Per la categoria Ibridi, vince a mani basse il "gioco" 'ambientalista' sul risparmio energetico di Rep. Peraltro va avanti per settimane, quindi si tratta, direi, di un premio permanente.

Ricordo che le regole del Concorso sono le seguenti: ogni settimana potrete segnalare l'articolo di giornale (= quotidiano o periodico) italiano (=scritto in italiano, o meglio: non scritto in una qualunque altra lingua conosciuta), ovvero il post e/o il commento su un blog italiano (idem), o infine la dichiarazione di un politico italiano, più cretino che avete letto. Le segnalazioni dovranno però obbligatoriamente contenere una riga di spiegazione del perché l'articolo (o il post, o il commento, o la dichiarazione) è cretino. Infatti lo scopo del concorso NON è quello di farsi una bella risata! Le candidature per ciascuna categoria, con le relative spiegazioni, devono pervenire sul blog (precisamente, nella rubrica "Concorsi"); i voti, viceversa, se mai qualcuno volesse farli pervenire in incognito, possono anche essere inviati a lskarlkraus@gmail.com. Ma ricordate: quando segnalate un candidato, NON potete votarlo.

March 10, 2008

La ricchezza delle nazioni - (1)

A. SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), tr. F. Bartoli, C. Camporesi, F. Caruso, Milano, 1977.

Il grande libro di Smith è una ricerca, come dice il titolo, sulla natura e le cause della ricchezza non dei singoli, ma delle nazioni. Al fondo c’è un problema che oggi diremmo di teoria dello sviluppo economico: quali sono le cause che rendono alcuni paesi ricchie ed altri poveri.  Il problema è già accuratamente enunciato nella Introduzione, dove S. afferma che, tra le due possibili cause (cioè l’arte, la destrezza e l’intelligenza con cui si esercita il lavoro, e il rapporto tra gli individui ooccupati in un lavoro utile e il complesso della popolazione) la prima è la più importante (infatti, tra i popoli di cacciatori e raccoglitori tutti lavorano eppure sono poveri, mentre nei paesi civilizzati lavorano solo alcuni eppure la ricchezza prodotta è molto più grande. E sin dall’inizio si enuncia anche un altro elemento caratteristico del libro di S., l’attenzione all’effetto che i regimi politici e le istituzioni giuridche esercitano sullo sviluppo dell’economia propriamente detta.

Il libro è articolato in cinque libri. Il primo tratta della produttività del lavoro e del modo in cui il prodotto del lavoro si distribuisce tra i vari ceti della popolazione. Il secondo, dell’accumulazione dei fondi (cioè dei capitali). Il terzo, del diverso progresso nella prosperità dei diversi paesi e dell’influsso che sui di esso hanno i regimi politici. Il quarto, dei diversi sistemi di economia politica (cioè delle teorie economiche allora esistenti). Il quinto, infine, tratta del reddito dello stato: è cioè quello che oggi chiameremmo un trattato di scienza delle finanze. Come si vede, si tratta di un completo manuale di economia.
Il primo libro si apre con la celebre trattazione della divisione del lavoro, che secondo S. è la causa principale dello sviluppo economico. L’esempio della fabbrica di spilli è troppo noto perché ci sia bisogno di riportarlo per intero. La divisione del lavoro consente un aumento della produttività del lavoro; ma secondo S. esso non è ugualmente possibile in tutti i settori (per es., in agricoltura lo è assai meno che nell’industria). Essa, inoltre, non è il frutto di un disegno consapevole, ma la conseguenza necessaria di una “particolare inclinazione della natura umana” (comune a tutti gli uomini, ma non agli altri animali): quella a  trafficare,  barattare e a scambiare una cosa con l’altra”. Tra gli animali, in cui la necessità di interazioni è ridotta data la semplicità della struttura sociale, i favori si perseguono tramite manifestazioni di amicizia; ma tra gli uomini, dove la necessità di cooperazione è pressoché continua, sarebbe impossibile ottenere tutto ciò di cui si ha bisogno agendo in modo da captare la benevolenza altrui; ed ecco quindi il celebre passo: “non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura dei loro interessi”. A questo segue una rapidissima indicazione dei vantaggi del commercio, con un embrione di quella che poi diventertà la teoria del vantaggio comparato (chi è abile a fare archi e frecce e li dà ai compagni in cambio di selvaggina, si accorge che ottiene così più cibo di quanto otterrebbe se andasse a caccia personalmente, sicché in base al semplice interesse egoistico si trasformerà in armaiolo e non andrà più a caccia). La divisione dei lavori da’ modo agli uomini di sfruttare la diversità nelle doti e nei talenti naturali (che negli animali, tutti costretti a fare le stesse cose, ovviamente  non si può sviluppare). Ma S. aggiunge subito, nel capitolo successivo, che la divisione del lavoro è comunque limitata dall’ampiezza del mercato: se il mercato è molto ristretto “non esistono incentivi a dedicarsi esclusivamente a una singola occupazione, non essendoci la possibilità di scambiare tutta la parte in sovrappiù del proprio prodotto”): ed ecco perché la specializzazione, oltre ad alcune occupazioni particolari (tipo quella di facchino), non può che svilupparsi nelle grandi città: in campagna, la gente è costretta  a fare un po’ di tutto (il macellaio, il panettiere, il birraio). E non appena le vie d’acqua aprono un mercato più ampio, è sulle  vie dei fiumi o dei mari che si sviluppa la specializzazione e quindi i progressi dell’arte e dell’industria (e qui S. è un antesignano della moderna geografia economica). Ecco perché le prime civiltà si sono sviluppate sulle rive del Mediterraneo, “di gran lunga il più grande passaggio che si conosca al mondo”.
Segue una porzione del libro che ha influenzato enormemente la ricerca successiva. S. distingue vari sensi della parola “valore”: a volte, dice, essa designa l’utilità di un bene, altre il potere che un bene ha di poter acquistare altri beni; il primo si può chiamare “valore d’uso”, il secondo “valore di scambio”. S. nota subito che i due v. non coincidono: cose che hanno un grande valore d’uso (come l’acqua) hanno poco valore di scambio, mentre cose con poco valore d’uso (come i diamanti) hanno grande valore di scambio. S. si propone di dimostrare, nei tre capitoli che seguono, tre cose: 1) quale è la misura reale del valore (ossia, dice S., in che cosa consiste “il prezzo reale” delle merci); 2) quali sono le parti di cui è composto questo prezzo reale; 3) quali circostanze a volte alzano e altre abbassano questo prezzo al di sopra o al di sotto del suo “livello naturale e ordinario”, cioè quali forze impediscono che il prezzo effettivo coincida con quello naturale (p. 31).

S. analizza il valore reale dei beni: esso è pari al c.d. lavoro comandato, vale a dire il lavoro altrui che, al prezzo dei propri prodotti, l’uomo può permettersi di comandare. Il valore delle cose che si desiderano è nella fatica di procurarsele, sicché quel che si compra lo si compra col lavoro, non con l’oro né con altre merci. Non è con l’oro o l’argento, scrive S., ma col lavoro che sono state in origine comprate tutte le ricchezze di questo mondo; ed ecco perché il lavoro è la misura reale del valore di scambio di tutte le merci. Tuttavia, S. aggiunge subito che come misura del valore di scambio il lavoro non è molto comodo. E’ infatti complicato accertare i rapporti tra due tipi di lavoro diversi, o tra lavori simili ma di diversa abilità. Ecco perché è più pratico misurare il valore di scambio di una merce in base ad altre merci, anziché rispetto al lavoro. E la merce più comoda come unità di misura è l’oro.

Ma c’è un problema, scrive S.: come tutte le altre merci, anche il valore dell’oro può variare. Ne deriva che essa non può essere “una misura precisa del valore delle altre merci”. S. sostiene che il lavoro, invece, non muta mai di valore: “nel suo stato ordinario di salute, di forza e d’animo, al livello ordinario della sua arte e della sua destrezza, egli deve sacrificare sempre la stessa quota del suo riposo, della sua libertà e della sua felicità. Il prezzo che egli paga deve essere sempre lo stesso, qualunque sia la quantità di beni che riceve in cambio. Di questi, in effetti, a volte se ne potrà comprare una quantità maggiore, a volte una quantità minore, ma è il loro valore che cambia, non quello del lavoro con cui si comprano”: quindi, siccome il lavoro non cambia mai nel suo proprio valore, è esso “l’ultima e reale misura” del valore: il prezzo reale (mentre quello monetario è solo il prezzo nominale). Tuttavia, siccome i beni che si possono comperare con altri beni variano, così sembra variare anche il loro valore di scambio. Questo è improprio, ma è accettabile nella pratica, dice S., e distingue  a questo riguardo, in “senso popolare”, un prezzo reale delle merci (che è la quantità di cose che si danno in cambio di esse) e un prezzo nominale (cioè la quantità di moneta). Aggiunge poi S. che “nello stesso tempo e luogo”, prezzo nominale e prezzo reale sono sempre in una esatta proporzione (se varia l’uno varia anche l’altro).

A ciò segue la famosa analisi delle componenti del prezzo delle merci. Il salario è la remunerazione del lavoro. Ma, se non basta il lavoro per produrre una merce, ed occorre anche un altro fattore produttivo – il capitale – occorrerà che anch’esso venga remunerato, altrimenti il possessore non impiegherebbe i suoi fondi per pagare anticipatamente materiali e salari: questa remunerazione è il profitto, ed una parte del prezzo della merce deve coprirla. Lo stesso accade se per una certa produzione deve essere impiegata della terra: il compenso pagato al proprietario è la rendita. Ciò accade, aggiunge S., non solo per i prodotti finali, di consumo, ma per i beni intermedi, per i beni capitali ecc. Esistono, tuttavia, alcuni beni il cui prezzo è composta non da tutte e tre, ma solo da una o due delle suddette componenti (solo salari e profitti, oppure solo salari). Si noti però che, se qualcuno coltiva un fondo proprio col suo proprio lavoro e impiegandoci i suoi propri capitali, il suo prodotto non è solo salario, ma è composto sempre dagli stessi tre elementi (salario, profitto e rendita), solo che sono percepiti tutti quanti dalla stessa persona.

Poi S. passa a esporre la differenza tra prezzo naturale e prezzo di mercato di una merce. Esiste ovunque un saggio “naturale” di salari, profitti e rendite; e per ogni merce, il prezzo naturale consiste né più né meno in quello che consente di pagare questi tre saggi naturali. In altre parole, il prezzo naturale di una merce è il suo costo. S. non lo dice chiaramente, ma dalle parole che usa (“quando vi sia perfetta libertà, o quando egli possa cambiare mestiere ogniqualvolta gli aggradi”) sembra che si riferisca alla situazione che si verifica quando il mercato è in concorrenza perfetta. E subito aggiunge che questo prezzo naturale non sempre si raggiunge: infatti le merci si vendono ad un prezzo (“di mercato”) che può essere pari, ma anche diverso dal p. naturale. Come si spiega questa differenza? L’esempio che fa subito S. è questo: se una merce viene portata al mercato, essa può non essere nella quantità sufficiente ad accontentare tutti coloro che sono disposti a pagare il suo p. naturale (questa è la domanda che S. chiama “domanda effettuale”). In questo caso, il prezzo salirà al di sopra del p. naturale e così acquisteranno la merce solo coloro che saranno disposti a pagarla di più. Il contrario accade quando la quantità offerta eccede la domanda (e qui S. fa una interessante analisi del modo in cui le variazioni incidono sui singoli componenti del prezzo, cioè su rendite, salari e profitti). Ma S. aggiunge che offerta e domanda si comportano in modo tale da convergere verso il prezzo naturale, perché le forze del mercato tendono a riequilibrare gli squilibri della domanda effettuale (così, se l’offerta è in eccesso, essa si ridurrà, e se è troppo scarsa, essa aumenterà), sicché le differenze rispetto al p. naturale non possono mai mantenersi troppo a lungo se non a causa di eventi particolari o a causa di particolari disposizioni legislative o regolamentari che restringono o eliminano la concorrenza (S. cita come esempi in particolare i segreti industriali e commerciali e i monopoli: in questi casi, l’offerta è sempre mantenuta al di sotto della domanda effettuale, sicché il prezzo è sempre più elevato di quello naturale).

Quindi S. passa ad analizzare cosa determina i vari componenti del prezzo, cominciando dai salari. Nella “situazione originaria”, cioè prima dell’appropriazione della terra e dell’accumularsi dei capitali, tutto si risolveva in prodotto del lavoro. Ma ora, salvo che nei casi in cui il lavoratore è proprietario della terra che lavora o dei fondi occorrenti a comperare i materiali e a sostenersi finché i suoi prodotti non sono sul mercato (= capitale), dal prodotto del lavoro si devono detrarre le rendite e i profitti (e in questo tipo di ragionamento occorre forse vedere il vero antecedente della costruzione di Marx). Quindi, nella stragrande maggioranza dei casi, il salario è determinato dalla contrattazione tra operai e padroni. Entrambi si coalizzeranno, gli uni per alzare e gli altri per abbassare i salari; ma le coalizioni dei secondi, che sono numericamente più piccole, sono più agevoli e più efficaci (anche a prescindere dal diverso trattamento che ne facevano le legislazioni dell’epoca). D’altronde esiste un livello minimo – quello di sussistenza- al di sotto del quale il salario non può scendere. S. osserva poi  che a provocare l’aumento dei salari non è il livello assoluto della ricchezza di una nazione, ma il  suo aumento continuo; ed anzi, “la remunerazione liberale del lavoro non è quindi soltanto l’effetto necessario, ma è anche il sintomo naturale dell’aumento della ricchezza nazionale” (il che ci dovrebbe far pensare qualcosa di brutto in merito alla situazione attuale dei salari in Italia). Infine, S. nota che, seppure senza certezza (al riguardo non v’erano contabilità affidabili all’epoca), è da ritenersi che nel corso del XVIII secolo la ricompensa reale del lavoro (cioè la quantità di cose utili che il salario può acquistare, distinta dal salario monetario) sia cresciuta (anche a causa della riduzione dei prezzi degli alimenti). E questo, nota S., è senza dubbio un bene, perché “tutto ciò che fa progredire le condizioni della maggioranza non può mai essere considerato un inconveniente per l’insieme”. Nota poi S. che la “remunerazione liberale del lavoro”, contrariamente all’opinione dei più, aumenta l’operosità dei lavoratori e dunque (diremmo oggi) ne stimola la produttività. In conclusione, dice S., il prezzo del lavoro è dato da due elementi: la domanda di lavoro e il prezzo delle cose “necessarie e comode della vita”. Ne deriva che la correlazione tra prezzo dei viveri e salari è peculiare: negli anni di carestia, diminuisce la domanda di lavoro, il che tende a abbassare i salari; ma dall’altro lato si alzano i prezzi dei viveri, il che tende ad aumentare i salari. Questo forse spiega, pensa S., il fatto che i salari sono tanto più stabili dei prezzi dei viveri. D’altronde, l’aumento dei salari potrebbe produrre l’aumento del prezzo di molte merci; ma siccome l’aumento dei salari non è mai disgiunto da un aumento della produttività, questo significa che occorre meno lavoro per produrre le merci, sicché ciò tenderà a compensare l’aumento dei salari come componenti del prezzo di quelle merci.

Quanto ai profitti sui fondi, cioè sul capitale, S. afferma (seguendo Hume) che essi diminuiscono coll’aumentare dei fondi complessivamente presenti in un paese (a causa della concorrenza trai capitalisti), sicché la diminuzione del saggio di profitto è il sintomo migliore dell’accresciuta ricchezza di uno stato. Un alto tasso d’interesse è anche il segno che la legislazione di un paese è difettosa (perché ad esempio rende difficile il recupero dei capitali, oppure perché l’interesse è vietato, sicché l’interesse effettivo deve remunerare anche il rischio della perdita del capitale).

Salari e profitti variano enormemente da luogo a luogo e da impiego ad impiego; ciò dipende sia dagli impieghi medesimi, sia dagli “ordinamenti politici dell’Europa che in nessun luogo lasciano le cose in perfetta libertà” (p. 98). Le circostanze relative agli stessi impieghi che influenzano i ricavi sono: la gradevolezza o sgradevolezza dei lavori (compreso il discredito sociale che attirano su chi li esercita: S. cita i casi dell’attore o del ballerino), la facilità o difficoltà di apprendere un mestiere e il relativo costo dell’apprendimento, la stabilità o instabilità degli impieghi (si pensi al muratore che non può lavorare in pieno inverno, o ai lavori occasionali e stagionali), il grado di fiducia che bisogna avere in chi esercita una data attività (l’orafo, l’avvocato, il medico sono lavori che richiedono un’assoluta affidabilità, e dunque sono più remunerati)  e, infine, la probabilità o improbabilità di riuscita (nelle libere professioni, per es., è altamente incerta- e qui c’è un famoso passo, sul confronto tra la lotteria e la riuscita nelle professioni liberali, a p. 104, che meriterebbe una citazione per esteso). Questi fattori, però, influenzano più il livello dei salari che quello dei profitti (che sono sensibili solo alla gradevolezza dell’impiego e alla sua rischiosità). L’influenza degli ordinamenti politici si manifesta invece prevalentemente in questi tre modi: limitando in alcuni impieghi la concorrenza rispetto a quella che si avrebbe senza restrizioni (per es., i privilegi delle corporazioni, la durata dell’apprendistato obbligatorio – che per S. sono del tutto superflui -, e infine le intese restrittive, che sono facilitate ogni volta che la legge impone a chi esercita lo stesso mestiere di raggrupparsi assieme con gli altri in una data zona), accrescendola artificialmente oltre quella misura (si pensi ai sussidi e alle provvidenze pubbliche per le carriere universitarie e umanistiche) e limitando la libera circolazione del lavoro e dei capitali (si pensi alle norme che, allora, vietavano il trasferimento dei lavoratori al di fuori delle loro parrocchie di origine).

Quanto alla rendita dei terreni, essa, dice S. “è naturalmente un prezzo di monopolio. Essa non è affatto proporzionale a ciò che il proprietario della terra può avervi investito per migliorarla o a ciò che egli può permettersi di prendere, ma a ciò che l’agricoltore può permettersi di dare”: quindi la rendita sarà data dalla differenza tra il prezzo dei prodotti della terra, dedotto quanto occorre per la reintegrazione del capitale impiegato e al profitto ordinario; la misura del prezzo a sua volta “dipende dalla domanda  (p.  145). Ne segue che, mentre le variazioni  di salari e profitti sono la causa delle fluttuazioni dei prezzi, invece le variazioni della rendita sono l’effetto delle variazioni dei prezzi (p. 146). Esistono terreni che danno sempre una rendita, cioè producono sempre un sovrappiù rispetto a  ciò che occorre per mantenere chi vi lavora e reintegrare i fondi impiegati (si tratta dei terreni destinati a produrre cibo); e le rendite tendono ad aumentare in proporzione con i mezzi di collegamento, le bonifiche e simili lavori, che aumentano la produttività dei terreni (mentre, parallelamente, i profitti diminuiscono). Altri terreni (destinati a produrre altre cose, meno necessarie del cibo, come vestiario, alloggio o riscaldamento) invece a volte non danno alcuna rendita. Quanto all’oro o all’argento, o agli altri preziosi, per S. il loro prezzo minimo è sempre determinato, come per qualunque altra merce, dal loro costo (incluso quindi il profitto ordinario e la reintegrazione del capitale impiegato). Il loro prezzo massimo, invece, “sembra non essere necessariamente determinato da nient’altro che dalla effettiva scarsità o abbondanza di tali metalli” (p. 173). Segue una lunghissima digressione sulla variazione nel tempo del valore dell’argento rispetto a quello del grano, la cui conclusione è che le fluttuazioni nel prezzo del grano nonché degli altri generi dipendenti da quest’ultimo non dipendono dalle variazioni nel valore dei metalli preziosi (a sua volta senz’altro influenzato dalle scoperte delle miniere nell’America spagnola). Invece, “l’effetto naturale del progresso è la dimunuzione graduale del prezzo di quasi tutti i manufatti” (p. 246).

In sostanza, l’intero prodotto annuo di una nazione si divide naturalmente in tre parti: rendite, salari e profitti; tutte le altre classi, direttamente o indirettamente, ne dipendono (p. 252). L’interesse dei percettori di rendite è strettamente connesso e inseparabile dall’ “interesse generale della società” (proprio perché, come si è detto, ogni miglioramento della produttività della terra aumenta la rendita). Analogamente accade con il salario. Invece il profitto non va di pari passo con l’aumento della ricchezza, anzi avviene il contrario. Ma siccome i percettori di profitti sono pochi,  e provvisti di tutti gli strumenti, sia di natura morale che culturale (a differenza della naturale pigrizia dei reniters o dell’ignoranza dei salariati), per capire il proprio interesse e per farsi ascoltare, si è generalmente convinti che quel che occorra per il benessere della società sia di agevolare e proteggere i profitti, anziché la rendita della terra e il slaario del lavoro! (p. 254)

March 3, 2008

Il treno: recensione e intervista

Un’anziana signora piena di acciacchi, uno scrittore in crisi d’ispirazione, un intellettuale cinquantenne un po’ bohemien…una donna manager in carriera. Non sono i personaggi di un giallo di Agatha Christie ma i protagonisti della storia che Alberto Bracci Testasecca ci racconta con Il treno, il suo primo romanzo uscito per edizioni e/o.

Senza una ragione apparente, il treno sul quale viaggiano i quattro protagonisti si blocca in aperta campagna sulla tratta Roma – Torino. Un fastidioso contrattempo diviene il pretesto per raccontare una storia surreale, ai confini della realtà. I quattro, per prendere una boccata d’aria, decidono di fare due passi all’aperto.

Perso il treno che riparte senza di loro, Aurelio, Lilli, Rossella e Francesco si avventurano lungo un sentiero che li porterà a conoscere Mario, uno strano abitante del bosco, a metà tra un vecchio saggio e un cinico calcolatore. Qui troveranno un Eden dimenticato, un momento di pace e armonia in mezzo al turbinare della vita quotidiana. Ma durerà per poco. 

Gionata Vanoni: Tutti i tuoi personaggi sono degli insoddisfatti: la vita di Aurelio obbedisce alla “ferrea legge dell’ex”, Lilli sente di non avere assaporato nulla dell’esistenza, Rossella “non ce la fa più” e “ la carriera di Francesco Trecci era stata di rapida ascesa e rapido declino”. Per loro sembra esserci una possibilità di redenzione ma alla fine non riescono a sfuggire al loro inferno personale.

Gusto del finale a sorpresa o possiamo pensare che questa visione sia un po’ anche la tua? 

Alberto Bracci: Immagino che la “visione delle cose” che trapela da un racconto sia sempre, al novanta percento, la visione dell’autore; credo che sia fatale, che non possa accadere diversamente. E quindi sì.

Ma non parlerei di “redenzione”, per i quattro fuoriusciti dal treno: non sono dei peccatori, nessuno di loro si sente in colpa per qualcosa. Li vedo semmai degli insoddisfatti. Vivono nell’illusione (da sempre radicata nell’uomo, ma negli ultimi tempi spinta al massimo dal consumismo imperante) che il meglio stia nell’altrove, nel diverso. La morale della favola è appunto che il “diverso” è una chimera, e che la chiave della propria felicità interiore va trovata nel “qui e ora”. In tre non capiscono, tornano alle loro vite a coltivare uno sterile rimpianto. Ma c’è un personaggio che riesce a sfuggire al suo inferno personale, come lo definisci tu: l’anziana Lilli, forse esistenzialmente la più “fallita” dei quattro. È l’unica ad avere la percezione della perfezione del presente, e le piace talmente che non vede motivo per continuare il suo percorso, si ferma lì. Attenzione, è una situazione magica, non concettuale: lei non decide di morire, non si suicida, lei sente che sta bene, che è felice, e tale vuole rimanere. Per la prima volta nella sua vita, prende al volo un’occasione: ed è l’ultima. 

GV: Si dice di solito che il primo romanzo è anche il più autobiografico. Nel libro lo scrivi chiaramente che la storia ti è stata suggerita dalle “ripetute soste in mezzo al nulla” delle ferrovie. Nel delineare i personaggi, ti sei ispirato a qualcuno in particolare, oppure sono stati costruiti a “tavolino”? 

AB: Come per la visione delle cose, così anche per i riferimenti alla realtà credo che ogni autore attinga a piene mani da se stesso. Io sicuramente l’ho fatto. Ma credo che sia normale: in fondo anche Michelangelo, per dipingere i suoi personaggi biblici, si ispirava a chi aveva intorno, dal garzone che gli mescolava le vernici, che diventa un giovane David, all’oste sotto casa che diventa un saggio Abramo. I miei quattro personaggi principali sono la trasposizione letteraria di quattro persone a me vicine, con tutti gli adattamenti del caso. I personaggi di Mario e della sgangherata troupe televisiva sono invece costruiti a tavolino e funzionali alla narrazione. 
 

GV: Quanto c’è di Alberto in Francesco Trecci, lo scrittore che annota tutto sul suo taccuino, preoccupato di raccogliere materiale per il suo prossimo romanzo?  

AB: Non più di tanto. Io, per esempio, non ho un taccuino e non giro prendendo appunti, anche se conosco chi lo fa. C’è sicuramente qualcosa di me, anche di molto personale, in tutti i personaggi maschili del racconto. E probabilmente pure in quelli femminili. 

GV: Nella stesura de “Il treno” è stato più difficile costruire la trama, con l’intreccio della storia, oppure stendere una narrazione che ti soddisfacesse?  Scrivi in maniera diretta e spontanea oppure lavori molto di ri-scrittura? Avevi pensato a finali alternativi? 

AB: Per me è molto più difficile avere un’idea che scriverla. Una volta che in testa ti spunta la trovata, la scena adatta, renderla in parole è un gioco da ragazzi.

Scrivo di getto, tutto di seguito e senza rileggere. Senza voltarmi indietro, come se alle mie spalle ci fosse Medusa. Quando ho finito, mi ritrovo con una specie di entità grezza, ma compiuta, in mano, e a quel punto mi metto a limare. Rileggo e rileggo, anche trenta o quaranta volte, togliendo frasi, aggiungendole, spostandole, aggiustando tempi, affinando espressioni, correggendo incoerenze, verificando dettagli. Il tutto in tempi rapidissimi: ad esempio, questo libro ho messo un mese per scriverlo e un mese per correggerlo. Una rilettura continua, ossessiva, ipnotica. A un certo punto vai in trance, e quello che leggi non è più un testo, è un ronzio d’api. Quando il ronzio si fa armonico vuol dire che non ci sono più intoppi, lo senti come una specie di mantra, scorre via fluido. A quel punto il lavoro è chiuso. Ho scritto tre libri e svariati racconti, ed ha sempre funzionato così finora. Credo che si possa definire la mia “tecnica”, ma non mi voglio allargare troppo.

No, purtroppo non mi sono venuti in mente finali alternativi, e non sono neanche troppo soddisfatto di questo qua. 

GV: Veniamo alla sgangherata troupe televisiva di Yellow-Red Citynetwork che dovrebbe realizzare il più grande “rialti” del secolo filmando di nascosto i quattro protagonisti. In fondo, a parte gli evidenti risvolti comici, la loro presenza non pare così funzionale alla storia. Come mai li hai inseriti? 

AB: Per due motivi, uno scenico e l’altro filosofico. Il primo è che mi divertiva l’idea di tenere il lettore in uno stato di sospensione per due storie parallele che sembrano destinate a intrecciarsi ma non si incrociano mai. E mi divertiva anche prendere in giro l’onnipresente e volgare pretenziosità televisiva. Il secondo è che troppo spesso percepiamo la vita come una serie di eventi che ruota intorno a noi, come se esistesse un centro delle cose, mentre i centri sono infiniti, è solo una questione di punti di vista.

Quanto all’effetto comico, è un plus non trascurabile, se fa ridere! 

GV: Come nascono le tue storie? Dove trovi le “idee”? 

AB: Ha-ha, chi può rispondere a una domanda del genere? Se ti può consolare, è una domanda che ho rivolto a ogni scrittore che mi è capitato di conoscere, ricevendone sempre risposte elusive e confuse. Ti posso dire che è un parto molto faticato fino a circa un terzo della storia, forse metà: da lì in poi la storia si scrive da sé, non sei più tu che la concepisci. Da un certo punto in poi, ti metti al lavoro come se andassi al cinema, pensando “vediamo un po’ che succede oggi”. Almeno per me. 
 

GV: Al centro del tuo romanzo c’è il tema del viaggio: quello fisico che fa da sfondo alla vicenda e quello interiore che coinvolge i personaggi. Tu stesso hai viaggiato in Messico, Estremo Oriente, India. In che rapporto sta la scrittura con il viaggio?  

AB: La scrittura è la quintessenza del viaggio, perché scrivendo viaggi e fai viaggiare. 

Grazie.

(Gionata Vanoni)