La globalizzazione secondo Gallino
L. GALLINO, Globalizzazione e disuguaglianze, Roma-Bari, Laterza, 2000.
E’ articolato in tre capitoli, che si muovono in crescendo dalle semplici banalità fino alle vere e proprie corbellerie – lasciando beninteso sulla strada anche alcune pregevoli semplificazioni.
Comincia con quella che lui evidentemente crede essere una travolgente novità, cioè che il mercato, lungi dall’essere qualcosa di naturale e spontaneo, è in realtà una istituzione sociale e come tale eminentemente artificiale (infatti il primo capitolo si intitola: “Il mercato: istituzione di stato”).Viceversa, come sappiamo, si tratta di una acquisizione molto risalente e di cui ogni economista di qualsiasi scuola è perfettamente consapevole. Nel primo capitolo G. insiste particolarmente su alcuni dati statistici che dovrebbero corroborare la sua affermazione secondo cui le tecnologie moderne di comunicazione hanno avuto un grande impatto sul mercato, proprio perché il mercato è intrinsecamente un sistema di informazione. Si tratta certo di un enorme ausilio agli scambi, ma secondo G. in qualche modo (non meglio specificato) si avrebbe un passaggio non semplicemente quantitativo, ma qualitativo: e G. pensa di cavarsela richiamandosi alla ipervelocità delle transazioni finanziarie (che, riferisce, nel 1998 ammontavano al 98% circa dei movimenti giornalieri di capitale: p. 17). Il punto non è evidentemente decisivo e non toglie validità all’ammissione (a p. 14) che “il mercato-mondo è una realtà- come ci ricordano gli studi di Braudel e di Wallerstein- in sviluppo da oltre quattro secoli”. Successivamente G. indica, come momento di passaggio epocale dal mercato come istituzione “embedded” nella società al mercato come istituzione autoregolante, quello (seconda metà del Settecento circa, ma con sviluppi iniziatisi già parecchio tempo prima) in cui sono improvvisamente entrate sul mercato tre “merci” che prima non erano considerate tali, vale a dire la terra, la moneta e il lavoro (p. 22). I lettori di questo blog ricorderanno che si tratta qui della famosa tesi di Polanyi in La grande trasformazione, che G. appunto sta richiamando. Con ciò, dice G., si assiste ad eventi epocali, come la scomparsa o la riduzione numerica di classi antichissime e la nascita dal nulla di altre, o la nascita dell’urbanesimo, o la modifica della struttura stessa della famiglia. Ora, dice G., con “globalizzazione” si intende quel fenomeno per cui, alla fine del Novecento, il mercato sembra aver raggiunto i confini del globo, mentre, se è vero che era in espansione da secoli, è anche vero che fino alla metà del Novecento almeno per vaste zone e popolazioni del mondo il mercato era ancora ininfluente (p. 23). L’endiadi globalizzazione/localizzazione, dice G., ha almeno due significati. In un primo senso, globalizzazione significa che ogni prodotto si trova a competere con altri in tutte le parti del mondo; in questo caso, localizzazione sigifica essere in grado di soddisfare nicchie di mercato locali sempre più numerose (p. 24). In un altro senso, invece, globalizzazione significa universalismo del mercato (“diffusione... della cultura, del comportamento e delle disposizioni del bisogno che appaiono coerenti con la massima espansione del mercato”): in tal caso, localizzazione indica il recupero o la difesa delle tradizioni locali (e subito G. si sente in dovere di aggiungere “anche di questi fili è intrecciata la stoffa di molti fondamentalismi”, p. 25). la competizione che ne consegue secondo G. è un effetto “dell’espansione priva di regole del mercato e dei mercati” (il che però, come appunto andrebbe rimproverato anche a Polanyi, è contraddittorio col giusto richiamo alla natura di “istituzione sociale”, la cui esistenza è pertanto fondata appunto sull’esistenza di regole, del mercato). Segue un passaggio che converrà tenere a mente, eperché verrà maldestramente contraddetto dallo stesso G. in prosieguo: G. riferisce che, in Germania, nel 1994il costo del lavoro nell’industria manfiatturiera in Germania occidentale ammontava a 44 marchi/ora, mentre era di 36 in Giappone, di 3,5 in Polonia e di 1 in Indonesia. Per restare competitiva, l’industria tedesca poteva: i) ridurre il costo del lavoro, ii) aumentare la produttività, iii) fabbricare prodotti tecnologicamente tanto nuovi da compensare il maggior prezzo, iv) delocalizzare gli stabilimenti produttivi. Di queste strade, dice G., l’unica percorribile era quella sub iv), che infatti è stata quella perseguita (p. 26-7; ma successivamente, a p. 124-125, riconoscerà, senza nemmeno accorgersene, il contrario, cioè che investimenti appropriati possono accrescere la produttività a un punto tale da consentire la corresponsione di salari più elevati).
Ma se si considera solo il costo orario del lavoro, si dimenticano altre cose (l’orario di lavoro, la condizioni del lavoro, ecc.) che infatti dovrebbero essere al centro delle regolamentazioni internazionali del commercio (come la “clausola sociale” proposta a suo tempo dall’OML): anche perché, dice (non a torto) G., un miglioramento globale delle condizioni del lavoro sarebbe un beneficio anche per le imprese, che troverebbero mercati più ricchi ed inoltre eviterebbero di trovare sacche di resistenza ed ostilità crescente, come invece sta accadendo (p. 28). Seguono alcune banalità sulla perdita di sovranità statale sull’economia globalizzata e sull’influsso del mercato del lavoro sulla stratificazione sociale. C’è poi una evidente esagerazione dell’importanza di alcune strutture organizzative delle imprese che consentono di produrre solamente se e nella misura in cui vi sia una domanda corrispondente, ipotesi che G. tratta alla stregua di una ipotesi oramai generalizzata (p. 36) nonché della riduzione continua dei posti di lavoro “che una volta erano considerati ‘normali’, cioè stabili e a tempo indeterminato (p. 37 ss.). Qui si riscontra la solita, lamentevole tendenza a inserire nell’ambito della ‘precarietà’ figure eterogenee, come i lavori a tempo parziale (che non sono lavori ‘instabili’) o i lavori autonomi; e purtroppo la vaghezza su questi punti fondamentali rende del tutto inutili a scopi scientifici seri i dati che cita G. Altre cose che dice l’autore al riguardo sono peraltro giuste (tipo che, se l’aumento delle figure di insicurezza lavorativa dovesse continuare indefinitamente, questo porrebbe serissimi pericoli di instabilità ai sistemi politici esistenti, come già avvenne nella prima metà del Novecento: p. 38-9). La questione dei differenziali salariali tra paesi sviluppati e in via di sviluppo ritorna, stavolta con il richiamo di alcune esperienze (sempre in Germania) in cui i lavoratori hanno accettato ipotesi di riduzioni salariali pur di evitare la chiusura della fabbrica (p. 40), e qui G. è costretto ad ammettere che contemporaneamente si è assistito ad un rilevante aumento dei salari nei Paesi in via di sviluppo, che peraltro restano ancora enormemente al di sotto di quelli del “Nord del mondo” (con l’orrido termine oggi di moda per riferirsi ai Paesi sviluppati). Ora arriviamo ad alcune vere e proprie bestialità, come già anticipato. Cominciamo con l’analisi della sparizione, nei paesi sviluppati, di molte imprese industriali: qui c’è, dice G., una perdita di posti di lavoro (non qualificati) che non verranno mai più colmati, aggiungendo che i lavoratori non qualificati americani ed europei si vedono sempre più chiuse le strade dagli immigrati, che sono disposti ad accettare salari ben più bassi perché “attengono ad un contesto sociale altrimenti strutturato”. Ma è ridicolo sostenere che gli immigrati nei paesi sviluppati accettino salari analoghi a quelli dei PVS; e inoltre, se è vero come dice G. che a perdere il lavoro sono i lavoratori meno qualificati, allora non si capisce come lo stesso G. possa affermare che è dubbio che i posti di lavoro si possano recuperare “mediante massicci investimenti nel campo della formazione” (p. 42). Infatti, anche ammesso che sia vero che certi tipi di imprese se ne sono definitivamente andati dai paesi sviluppati, la mobilità geografica non vale certo solo in un senso (cioè dai PVS ai Paesi sviluppati), ma vale ormai anche nell’altro, e sempre più lo sarà in futuro. Segue l’analisi delle condizioni di lavoro nei PVS (bambini al lavoro, grande presenza di economia “informale” o illegale, salari molto bassi) e conclude genialmente così: “Di certo l’industria tedesca, americana o francese non trae utili dal lavoro dei bambini che soffiano vetro in Thailandia o annodano tappeti in Belucistan, né da quello delle ragazze che fabbricano stilografiche a Canton. Lo stesso lavoro è però utile allo sviluppo dei consumi individuali in Europa, in Giappone, negli Stati Uniti, in Canada; della struttura commerciale che li alimenta; della pubblicità che li stimola. Questi mercati coinvolgono complessivamente milioni di persone e rappresentano quindi vastissimi interessi orientati a premere affinché il costo del lavoro nei paesi d’origine dei relativi prodotti sia mantenuto il più basso possibile” (p. 44). Questo passaggio è veramente geniale, per una quantità di ragioni, e soprattutto per il gioco di prestigio con cui un fenomeno benefico come la crescita economica, che conduce ad un maggior benessere i cittadini dei PVS (che beneficiano di un maggior reddito, di condizioni sanitarie e di istruzione migliori, e di conseguenza si possono permettere di non far lavorare più i bambini- perché l’analisi diacronica darebbe al riguardo a G. molte sorprese) e contemporaneamente anche quelli dei Paesi sviluppati (che possono comperare più cose a prezzi più bassi, e dunque vedono alzarsi anche il proprio reddito) diviene un fenomeno diabbbolico praticamente senza vie d’uscita. L’analisi delle migrazioni che svolge G. alle pp. 45-8 è abbastanza equilibrata (richiama infatti sia i vantaggi sia gli svantaggi delle migrazioni, entrambi indubbiamente esistenti), ma decisamente è ben lungi dall’approfondimento che al medesimo tema dedicano altri testi (anche non “scientifici”, come il recente speciale dell’Economist sull’argomento, di cui parleremo presto).
Il secondo saggio (“La stratificazione delle disuguaglianze nel mondo globalizzato”) parte dalla constatazione che le disuguaglianze sono ubique e ineliminabili in ogni sistema sociale (“infine, il fatto che la distribuzione delle disuguaglianze sociali, il loro profilo, ha carattere strutturale ovvero deriva da istituzioni fondamentali dell’organizzazione sociale; ciò comporta che essa è relativamente stabile”, p. 52); a questo riguardo, G. usa il concetto di stratificazione sociale, che ha il vantaggio di essere universalmente applicabile (così “formazioni sociali quali le caste in India, gli stati dell’ancien régime in Europa, le classi delle società industriali, si configurano come altrettante forme storiche di stratificazione sociale”, p. 53). Naturalmente, ciò che si guadagna in generalità si perde in utilità esplicativa, e le conseguenze si vedranno presto. Per determinare la natura e il contenuto dei vari “strati”, G. propone di utilizzare metodi eclettici, che combinano più profili: quello economico, quello etnico, quello religioso, ecc. E quanto alle spiegazioni delle stratificazioni sociali, egli indica tre teorie: quelle individualistiche (la distribuzione della popolazione in strati avviene secondo i meccanismi di mercato: a seconda delle competenze richieste e della capacità di soddisfarle, si finisce in uno strato o in un altro, p. 63-4), quelle storico-materialistiche (gli strati si differenziano in funzione del rapporto con i mezzi di produzione: p. 65), e quelle funzionalistiche (ogni società attribuisce valori diversi a diverse capacità o funzioni, e per poterne svolgere alcune occorre un rilevante investimento individuale, in termini di tempo e sacrificio; di conseguenza, alle funzioni di maggior valore sociale si attribuisce socialmente uno status più elevato delle altre, p. 65-6). Tutte queste teorie, dice G., spiegano alcuni fenomeni, ma nessuna è ancora assurta al rango di spiegazione generale. La classificazione che propone G. (ben 13 strati!) è molto significativa: I) alti dirigenti di grandi imprese transnazionali; dirigenti di banche centrali; dirigenti di organizzazioni internazionali; capi di governo; II) politici ai vertici dei maggiori partiti, magistrati d’alto grado, professionisti di successo, scienziati famosi, personaggi di spicco dei media; III) dirigenti d’azienda, alti funzionari statali- civili e militari-, docenti universitari al culmine della carriera; IV) piccoli imprenditori, medi professionisti, giornalisti, piloti; V) professionisti e tecnici in posizione dipendente dentro organizzazioni private e pubbliche, insegnanti, ufficiali militari, funzionari pubblici di medio livello; VI) anziani benestanti, con entrate da patrimoni o rendite; VII) lavoratori autonomi con attività e reddito regolare; VIII) operai e impiegati con elevata qualifica e contratti di lavoro a tempo indeterminato, operatori sanitari; IX) operai e impiegati con qualifica bassa ma con contratto a tempo indeterminato, commessi, conducenti di veicoli, militari; X) lavoratori autonomi che cumulano spezzoni di attività, lavoratori interinali, o a tempo parziale, o a tempo determinato; XI) lavoratori poveri, braccianti, lavoratori dell’economia sommersa, immigrati clandestini; XII) membri di famiglie spezzate senza lavoro stabile, disoccupati di lunga durata, percettori di sussidi a termine, anziani con pensione minima, bambini lavoratori, nomadi, mendicanti; XIII) detenuti, forzati, schiavi, bambini che vivono in strada, persone senza casa, internati in manicomio, rifugiati e profughi (p. 67-9). Se siete arrivati fin qui e siete riusciti a non pensare alle somiglianze con una delle migliori parodie scritte da Michele Serra (il programma politico di Natta, un testo assolutamente esilarante) dovrete ammettere che è vero che le classificazioni sono sempre in qualche modo arbitrarie, ma qui decisamente si esagera. A parte l’assurdità di mettere nello stesso cesto Bill Gates in attività, Bush e il direttore dell’Unione Postale Internazionale, o Trichet e Bernanke assieme al presidente della Banca Centrale dello Zimbabwe (classe I), o Bill Gates una volta andato in pensione e mia madre (classe VI), o la moglie di marito ricco che lavora a tempo parziale e un lavoratore dipendente da un’azienda di lavoro interinale (classe X), si tratta di raggruppamenti del tutto eterogenei e che non sono utilizzabili per gli stessi scopi. Per tacer d’altro, la classe più elevata non è suscettibile di ampliamento né di diminuzione, a differenza di molte altre (perché mentre l’aumentare o il diminuire del reddito, o catastrofi naturali, possono spostare individui dalla classe XIII alla VII e viceversa, il presidente degli USA sarà sempre uno, e ci sarà sempre un solo banchiere centrale in Inghilterra, e così via); alcune classi contengono le stesse persone in momenti diversi della loro vita, senza necessità di immaginare stravolgimenti o mutamenti radicali di reddito o di inserimento sociale (la classe VI, per esempio, di sicuro a tempo debito ospiterà quasi tutte le classi dall’I alla V e buona parte delle successive, almeno fino alla X), eccetera. Come si possa pensare di usare ad uno scopo qualsiasi un pasticcio simile, è un autentico mistero.
Dopodiché, G. ci annuncia che: il potere dello strato I è divenuto mondiale; sono fortemente cresciute, specie negli ultimi 20 anni, le disuguaglianze ai due vertici della piramide (il primo quintile rispetto all’ultimo quintile oggi è in rapporto di 86:1, mentre nel 1960 era circa 35:1); sono apparse forme di disuguaglianza interamente nuove (come quella tra occupati stabili e occupati precari); strati sociali di cui si preconizzava la scomparsa sono invece sopravvissuti e si sono ampliati (per es. i lavoratori poveri); e quasi tutti gli strati sono diventati più eterogenei al loro interno (p. 70-3). Per poi giungere a due affermazioni abbastanza contraddittorie: da un lato, che tra i fattori economici “il maggiore fattore di mobilità ascendente è sempre stato lo sviluppo economico di un paese”, e dall’altro, che nel corso del Novecento la globalizzazione comporterebbe “quasi ovunque” una riduzione dei redditi reali “dei membri delle classi medie, che hanno reagito aumentando il numero di occupati per famiglia” (p. 81).
La successiva analisi dei concetti di marginalità ed esclusione conduce G. a chiedersi quali siano “i fattori normativi ovvero i processi di etichettamento sociale” che presiedono all’individuazione di chi è escluso o marginalizzato: e G. li ritrova in “una cultura che antepone a ogni regola la <<logica della competenza>>” (p. 88). In altri termini, la fonte dell’esclusione/marginalità, o meglio, della loro rappresentazione sociale (che per sociologi come G. è praticamente la stessa cosa) è il principio, generalmente condiviso, che chi è capace si inserisce nel processo produttivo, e chi non lo è rimane al di fuori. Aggiunge G. che una differenza oggettiva diviene “disuguaglianza” solo a seguito di un processo di rappresentazione, che la qualifica appunto come qualcosa di ingiusto (p. 90-3); e procede, nel capitolo successivo e ultimo (“Globalizzazione, occupazione, sviluppo: dagli effetti perversi alla <<governance>>?”), ad esaminare quelle che chiama “le abissali disuguaglianze che la globalizzazione ha scavato tra paesi e strati sociali nel mondo intero” (p. 94). G. comincia con l’ammettere che la globalizzazione presenta numerose opportunità favorevoli; ma aggiunge che è necessario verificare se queste opportunità si stiano davvero realizzando. Al riguardo, secondo lui, ci sono più o meno quattro posizioni: a) quella per cui la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che sta cambinado il mondo, e in bene 8e questa, dice G., è quella oggi maggioritaria); b) quella che nega sia la novità della globalizzaizone (che in realtà sarebbe un fenomeno antico) sia la sua portata (dato che ancor oggi l’85% degli scambi avvengono all’interno di EU, USA e Giappone); c) quella che della goobalizzaizone vede solo gli effetti negativi; d) quella di una minoranza pensante, per cui la globalizzazione è un fenomeno di grande portata, che comporta effetti sia positivi sia negativi, e che gli ultimi sono troppo spesso ignorati. Indovinate in quale di queste categorie crede di rientrare G. (p. 98-99). Orbene, la teoria dominante enfatizza della globalizzazione tre aspetti positivi: i) la crescita economica, ii) la riduzione della disoccupazione, iii) l’aumento della produttività. Bene, secondo G., i dati storici “non sorreggono affatto simili affermazioni” (p. 99). G. sostiene che, dal 1980 in poi (in pratica, fino al 1990), tutti e tre questi indici peggiorano notevolmente. Quanto alla crescita, dice, i paesi OCSE in realtà rallentano rispetto al periodo precedente; e idem per quel che riguarda disoccupazione e produttività (p. 100-102). Ma a parte il fatto che i dati non sembrano affatto univoci neppure per i paesi OCSE in generale (ad es., gli USA non mostrano gli stessi andamenti dell’Europa, per non parlare della Corea che è anch’essa un membro OCSE; e l’affermazione per cui i lavoratori USA stanno sperimentando ormai da decenni una riduzione nei loro salari reali – p. 102-103- è contraddetta da dozzine di altri studi), c’è da notare che (i) il periodo di rilevazione temporale è un po’ troppo breve (già nella seconda metà degli anni Novanta c’è stato un deciso miglioramento in parecchie economie; basti pensare alla diminuzione della disoccupazione in Italia o agli aumenti di produttività e alla riduzione della disoccupazione USA), e soprattutto (ii) che non esiste la minima ragione al mondo per cui la globalizzazione debba valutarsi solo con riferimento alle economie dei paesi OCSE (se proprio non vogliamo considerare il fatto che forse è un tantinello arbitrario attribuire alla globalizzazione tutti i meriti, ma anche i demeriti, dell’andamento di ogni economia in un dato momento). C’è da chiedersi insomma perché mai una valutazione dei pro e contro della globalizzazione debba trascurare proprio i paesi che con essa hanno fatto una prepotente entrata nel sistema economico mondiale (la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, ecc.): considerando i quali il quadro sarebbe, da qualunque ottica uno lo voglia vedere, assai diverso. Successivamente, infatti, parlando del resto del mondo, G. astutamente opta per un solo dato sincronico, e ci dice che il numero di disoccupati nel mondo è altissimo (il che è naturalmente indubbio, ma altrettanto naturalmente non prova nulla: p. 103-104), e passa alle conclusioni (cioè che la globalizzazione ha apportato effetti perversi, e in secondo luogo che nulla induce a ritenere che la globalizzazione, lasciata a se stessa, possa in un futuro correggere questi effetti perversi: p. 105 ss.). E passa inoltre ad avanzare alcune proposte, la principale delle quali consiste nel ridurre lo “squilibrio” fra economia finanziaria e economia reale, che secondo lui genera incertezza nel sistema economico: l’analisi è decisamente carente proprio dal punto di vista economico (l’economia finanziaria non è un’ipostasi, ma è al servizio dell’economia reale, ed è quest’ultima quella che costituisce la ricchezza effettiva; anche tutto il resto sul punto sembra davvero scritto da un dilettante), e di conseguenza la proposta (che genialmente consiste nel “controllare in ragionevole misura i movimenti internazionali dei capitali”) è miserevolmente generica (p. 114). Per brevità, tralascio anche l’analisi dei pretesi aumenti delle disuguaglianze nei redditi nei paesi europei e negli USA, perché si tratta di considerazioni deplorevolmente infondate, e non a caso basate su grossolani fraintendimenti dei dati più elementari (un esempio per tutti: secondo G., si sarebbe avuta una “redistribuzione di reddito dal lavoro al capitale... Nei Paesi UE la quota di reddito da capitale nel settore privato era di 5,5 punti percentuali più alta nel 1997 di quanto non fosse in media nel decennio 1970-1980... Si noterà di passata che nemmeno questa è una quisquilia, poiché tale redistribuzione del reddito a favore del capitale comporta che il salariato medio ci rimette al presente 1.100 dollari l’anno, oltre 2 milioni di lire”, p. 115. Peccato però che, anche a prendere per buoni i dati di G., dato che il reddito non è affatto rimasto invariato, ma è viceversa cresciuto, il “salariato medio” non ci ha rimesso un bel nulla, ed anzi il suo reddito è anch’esso cresciuto; e senza contare che i redditi da capitale sono diffusi anche fra coloro che percepiscono un salario; e senza contare un mucchio di altre cose ancora). Per non parlare di altre buffonate sulla pretesa oligopolizzazione del mondo economico (p. 117-120) o sull’inadeguatezza del PIL (p. 121) o ancora le ridicole e presuntuose chiacchiere sul principio del vantaggio comparato nel commercio internazionale (p. 123 ss.). Difficile immaginare che chi parte da dati errati e dalla radicale incomprensione di meccanismi fondamentali possa poi fornire soluzioni ragionevoli; e infatti G. non va oltre la generica proposta di introdurre una “governance” della globalizzazione, che è senz’altro un’idea giusta, solo che G. non ha la minima idea di come realizzarla.
Quando parleremo dei libri di Saskia Sassen e Amartya Sen sulla globalizzazione, risulterà palese la differenza non solo di ampiezza culturale e profondità intellettuale, ma anche di intelligenza propositiva, con questo libro di Gallino. Non è probabilmente un caso né che G. sia italiano, né tantomeno che l’affermazione di G. circa la prevalenza oggi delle posizioni di elogio acritico della globalizzazione sia, con riferimento all’Italia, del tutto errata.
