« December 2007 | Home | February 2008 »

January 28, 2008

La globalizzazione secondo Gallino

L. GALLINO, Globalizzazione e disuguaglianze, Roma-Bari, Laterza, 2000.

E’ articolato in tre capitoli, che si muovono in crescendo dalle semplici banalità fino alle vere e proprie corbellerie – lasciando beninteso sulla strada anche alcune pregevoli semplificazioni.

Comincia con quella che lui evidentemente crede essere una travolgente novità, cioè che il mercato, lungi dall’essere qualcosa di naturale e spontaneo, è in realtà una istituzione sociale e come tale eminentemente artificiale (infatti il primo capitolo si intitola: “Il mercato: istituzione di stato”).

Viceversa, come sappiamo, si tratta di una acquisizione molto risalente e di cui ogni economista di qualsiasi scuola è perfettamente consapevole. Nel primo capitolo G. insiste particolarmente su alcuni dati statistici che dovrebbero corroborare la sua affermazione secondo cui le tecnologie moderne di comunicazione hanno avuto un grande impatto sul mercato, proprio perché il mercato è intrinsecamente un sistema di informazione. Si tratta certo di un enorme ausilio agli scambi, ma secondo G. in qualche modo (non meglio specificato) si avrebbe un passaggio non semplicemente quantitativo, ma qualitativo: e G. pensa di cavarsela richiamandosi alla ipervelocità delle transazioni finanziarie (che, riferisce, nel 1998 ammontavano al 98% circa dei movimenti giornalieri di capitale: p.  17). Il punto non è evidentemente decisivo e non toglie validità all’ammissione (a p. 14) che “il mercato-mondo è una realtà- come ci ricordano gli studi di Braudel e di Wallerstein- in sviluppo da oltre quattro secoli”. Successivamente G. indica, come momento di passaggio epocale dal mercato come istituzione “embedded” nella società al mercato come istituzione autoregolante, quello (seconda metà del Settecento circa, ma con sviluppi iniziatisi già parecchio tempo prima) in cui sono improvvisamente entrate sul mercato tre “merci” che prima non erano considerate tali, vale a dire la terra, la moneta e il lavoro (p. 22). I lettori di questo blog  ricorderanno che si tratta qui della famosa tesi di Polanyi in La grande trasformazione, che G. appunto sta richiamando. Con ciò, dice G., si assiste ad eventi epocali, come la scomparsa o la riduzione numerica di classi antichissime e la nascita dal nulla di altre, o la nascita dell’urbanesimo, o la modifica della struttura stessa della famiglia. Ora, dice G., con “globalizzazione” si intende quel fenomeno per cui, alla fine del Novecento, il mercato sembra aver raggiunto i confini del globo, mentre, se è vero che era in espansione da secoli, è anche vero che fino alla metà del Novecento almeno per vaste zone e popolazioni del mondo il mercato era ancora ininfluente (p. 23). L’endiadi globalizzazione/localizzazione, dice G., ha almeno due significati. In un primo senso, globalizzazione significa che ogni prodotto si trova a competere con altri in tutte le parti del mondo; in questo caso, localizzazione sigifica essere in grado di soddisfare nicchie di mercato locali sempre più numerose (p. 24). In un altro senso, invece, globalizzazione significa universalismo del mercato (“diffusione... della cultura, del comportamento e delle disposizioni del bisogno che appaiono coerenti con la massima espansione del mercato”): in tal caso, localizzazione indica il recupero o la difesa delle tradizioni locali (e subito G. si sente in dovere di aggiungere “anche di questi fili è intrecciata la stoffa di molti fondamentalismi”, p. 25). la competizione che ne consegue secondo G. è un effetto “dell’espansione priva di regole del mercato e dei mercati” (il che però, come appunto andrebbe rimproverato anche a Polanyi, è contraddittorio col giusto richiamo alla natura di “istituzione sociale”, la cui esistenza è pertanto fondata appunto sull’esistenza di regole, del mercato).  Segue un passaggio che converrà tenere a mente, eperché verrà maldestramente contraddetto dallo stesso G. in prosieguo: G. riferisce che, in Germania, nel 1994il costo del lavoro nell’industria manfiatturiera in Germania occidentale ammontava a 44 marchi/ora, mentre era di 36 in Giappone, di 3,5 in Polonia e di 1 in Indonesia. Per restare competitiva, l’industria tedesca poteva: i) ridurre il costo del lavoro, ii) aumentare la produttività, iii) fabbricare prodotti tecnologicamente tanto nuovi da compensare il maggior prezzo, iv) delocalizzare gli stabilimenti produttivi. Di queste strade, dice G., l’unica percorribile era quella sub iv), che infatti è stata quella perseguita (p. 26-7; ma successivamente, a p. 124-125, riconoscerà, senza nemmeno accorgersene, il contrario, cioè che investimenti appropriati possono accrescere la produttività a un punto tale da consentire la corresponsione di salari più elevati).

Ma se si considera solo il costo orario del lavoro, si dimenticano altre cose (l’orario di lavoro, la condizioni del lavoro, ecc.) che infatti dovrebbero essere al centro delle regolamentazioni internazionali del commercio (come la “clausola sociale” proposta a suo tempo dall’OML):  anche perché, dice (non a  torto) G., un miglioramento globale delle condizioni del lavoro sarebbe un beneficio anche per le imprese, che troverebbero mercati più ricchi ed inoltre eviterebbero di trovare sacche di resistenza ed ostilità crescente, come invece sta accadendo (p. 28). Seguono alcune banalità sulla perdita di sovranità statale sull’economia globalizzata e sull’influsso del mercato del lavoro sulla stratificazione sociale. C’è poi una evidente esagerazione dell’importanza di alcune strutture organizzative delle imprese che consentono di produrre solamente se e nella misura in cui vi sia una domanda corrispondente, ipotesi che G. tratta alla stregua di una ipotesi oramai generalizzata (p. 36) nonché della riduzione continua dei posti di lavoro “che una volta erano considerati ‘normali’, cioè stabili e a tempo indeterminato (p.  37 ss.). Qui si riscontra la solita, lamentevole tendenza a inserire nell’ambito della ‘precarietà’ figure eterogenee, come i lavori a tempo parziale (che non sono lavori ‘instabili’) o i lavori autonomi; e purtroppo la vaghezza su questi punti fondamentali rende del tutto inutili a scopi scientifici seri i dati che cita G.  Altre cose che dice l’autore  al riguardo sono peraltro giuste (tipo che, se l’aumento delle figure di insicurezza lavorativa dovesse continuare indefinitamente, questo porrebbe serissimi pericoli di instabilità ai sistemi politici esistenti, come già avvenne nella prima metà del Novecento: p. 38-9). La questione dei differenziali salariali tra paesi sviluppati e in via di sviluppo ritorna, stavolta con il richiamo di alcune esperienze (sempre in Germania) in cui i lavoratori hanno accettato ipotesi di riduzioni salariali pur di evitare la chiusura della fabbrica (p. 40), e qui G. è costretto ad ammettere che contemporaneamente si è assistito ad un rilevante aumento dei salari nei Paesi in via di sviluppo, che peraltro restano ancora enormemente al di sotto di quelli del “Nord del mondo” (con l’orrido termine oggi di moda per riferirsi ai Paesi sviluppati). Ora arriviamo ad alcune vere e proprie bestialità, come già anticipato. Cominciamo con l’analisi della sparizione, nei paesi sviluppati, di molte imprese industriali: qui c’è, dice G., una perdita di posti di lavoro (non qualificati) che non verranno mai più colmati, aggiungendo che i lavoratori non qualificati americani ed europei si vedono sempre più chiuse le strade dagli immigrati, che sono disposti ad accettare salari ben più bassi perché “attengono ad un contesto sociale altrimenti strutturato”. Ma è ridicolo sostenere che gli immigrati nei paesi sviluppati accettino salari analoghi a quelli dei PVS; e inoltre, se è vero come dice G. che a perdere il lavoro sono i lavoratori meno qualificati, allora non si capisce come lo stesso G. possa affermare che è dubbio che i posti di lavoro si possano recuperare “mediante massicci investimenti nel campo della formazione” (p. 42). Infatti, anche ammesso che sia vero che certi tipi di imprese se ne sono definitivamente andati dai paesi sviluppati, la mobilità geografica non vale certo solo in un senso (cioè dai PVS ai Paesi sviluppati), ma vale ormai anche nell’altro, e sempre più lo sarà in futuro. Segue l’analisi delle condizioni di lavoro nei PVS (bambini al lavoro, grande presenza di economia “informale” o illegale, salari molto bassi) e conclude genialmente così: “Di certo l’industria tedesca, americana o francese non trae utili dal lavoro dei bambini che soffiano vetro in Thailandia o annodano tappeti in Belucistan, né da quello delle ragazze che fabbricano stilografiche a Canton. Lo stesso lavoro è però utile allo sviluppo dei consumi  individuali in Europa, in Giappone, negli Stati Uniti, in Canada; della struttura commerciale che li alimenta; della pubblicità che li stimola. Questi mercati coinvolgono complessivamente milioni di persone e rappresentano quindi vastissimi interessi  orientati a premere affinché il costo del lavoro nei paesi d’origine dei relativi prodotti sia mantenuto il più basso possibile” (p. 44). Questo passaggio è veramente geniale, per una quantità di ragioni, e soprattutto per il gioco di prestigio con cui un fenomeno benefico come la crescita economica, che conduce ad un maggior benessere i cittadini dei PVS (che beneficiano di un maggior reddito, di condizioni sanitarie e di istruzione migliori, e di conseguenza si possono permettere di non far lavorare più i bambini- perché l’analisi diacronica darebbe al riguardo a G. molte sorprese) e contemporaneamente anche quelli dei Paesi sviluppati (che possono comperare più cose a prezzi più bassi, e dunque vedono alzarsi anche il proprio reddito) diviene un fenomeno diabbbolico praticamente senza vie d’uscita. L’analisi delle migrazioni che svolge G. alle pp. 45-8 è abbastanza equilibrata (richiama infatti sia i vantaggi sia gli svantaggi delle migrazioni, entrambi indubbiamente esistenti), ma decisamente è ben lungi dall’approfondimento che al medesimo tema dedicano altri testi (anche non “scientifici”, come il recente speciale dell’Economist sull’argomento, di cui parleremo presto).

Il secondo saggio (“La stratificazione delle disuguaglianze  nel mondo globalizzato”) parte dalla constatazione che le disuguaglianze sono ubique e ineliminabili in ogni sistema sociale (“infine, il fatto che la distribuzione delle disuguaglianze sociali, il loro profilo, ha carattere strutturale ovvero deriva da istituzioni fondamentali dell’organizzazione sociale; ciò comporta che essa è relativamente stabile”, p. 52); a questo riguardo, G. usa il concetto di stratificazione sociale, che ha il vantaggio di essere universalmente applicabile (così “formazioni sociali quali le caste in India, gli stati dell’ancien régime in Europa, le classi delle società industriali, si configurano come altrettante forme storiche di stratificazione sociale”, p. 53). Naturalmente, ciò che si guadagna in generalità si perde in utilità esplicativa, e le conseguenze si vedranno presto. Per determinare la natura e il contenuto dei vari “strati”, G. propone di utilizzare metodi eclettici, che combinano più profili: quello economico, quello etnico, quello religioso, ecc.  E quanto alle spiegazioni delle stratificazioni sociali, egli indica tre teorie: quelle individualistiche (la distribuzione della popolazione in strati avviene secondo i meccanismi di mercato: a seconda delle competenze richieste e della capacità di soddisfarle, si finisce in uno strato o in un altro, p. 63-4), quelle storico-materialistiche (gli strati si differenziano in funzione del rapporto con i mezzi di produzione: p. 65), e quelle funzionalistiche (ogni società attribuisce valori diversi a diverse capacità o funzioni, e per poterne svolgere alcune occorre un rilevante investimento individuale, in termini di tempo e sacrificio; di conseguenza, alle funzioni di maggior valore sociale si attribuisce socialmente uno status più elevato delle altre, p. 65-6). Tutte queste teorie, dice G., spiegano alcuni fenomeni, ma nessuna è ancora assurta al rango di spiegazione generale. La classificazione che propone G. (ben 13 strati!) è molto significativa: I) alti dirigenti di grandi imprese transnazionali; dirigenti di banche centrali; dirigenti di organizzazioni internazionali; capi di governo; II) politici ai vertici dei maggiori partiti, magistrati d’alto grado, professionisti di successo, scienziati famosi, personaggi di spicco dei media; III) dirigenti d’azienda, alti funzionari  statali- civili e militari-, docenti universitari al culmine della carriera; IV) piccoli imprenditori, medi professionisti, giornalisti, piloti; V) professionisti e tecnici in posizione dipendente dentro  organizzazioni private  e pubbliche, insegnanti, ufficiali militari, funzionari pubblici di medio livello; VI) anziani benestanti, con entrate da patrimoni o rendite; VII) lavoratori autonomi con attività e reddito regolare; VIII) operai e impiegati con elevata qualifica e contratti di lavoro a tempo indeterminato, operatori sanitari; IX) operai e impiegati con qualifica bassa ma con contratto a tempo indeterminato, commessi, conducenti di veicoli, militari; X) lavoratori autonomi che cumulano spezzoni di attività, lavoratori interinali, o a tempo parziale, o a tempo determinato; XI) lavoratori poveri, braccianti, lavoratori dell’economia sommersa, immigrati clandestini; XII) membri di famiglie spezzate senza lavoro stabile, disoccupati di lunga durata, percettori di sussidi a termine, anziani con pensione minima, bambini lavoratori, nomadi, mendicanti; XIII) detenuti, forzati, schiavi, bambini che vivono in strada, persone senza casa, internati in manicomio, rifugiati e profughi (p. 67-9). Se siete arrivati fin qui e siete riusciti a non pensare alle somiglianze con una delle migliori parodie scritte da Michele Serra (il programma politico di Natta, un testo assolutamente esilarante) dovrete ammettere che è vero che le classificazioni sono sempre in qualche modo arbitrarie, ma qui decisamente si esagera. A parte l’assurdità di mettere nello stesso cesto Bill Gates in attività, Bush e il direttore dell’Unione Postale Internazionale, o Trichet e Bernanke assieme al presidente della Banca Centrale dello Zimbabwe (classe I), o Bill Gates una volta andato in pensione e mia madre (classe VI), o la moglie di marito ricco che lavora a tempo parziale e un lavoratore dipendente da un’azienda di lavoro interinale (classe X), si tratta di raggruppamenti del tutto eterogenei e che non sono utilizzabili per gli stessi scopi. Per tacer d’altro, la classe più elevata non è suscettibile di ampliamento né di diminuzione, a differenza di molte altre (perché mentre l’aumentare o il diminuire del reddito, o catastrofi naturali, possono spostare individui dalla classe XIII alla VII e viceversa, il presidente degli USA sarà sempre uno, e ci sarà sempre un solo banchiere centrale in Inghilterra, e così via); alcune classi contengono le stesse persone in momenti diversi della loro vita, senza necessità di immaginare stravolgimenti o mutamenti radicali di reddito o di inserimento sociale (la classe VI, per esempio, di sicuro a tempo debito ospiterà quasi tutte le classi dall’I alla V e buona parte delle successive, almeno fino alla X), eccetera. Come si possa pensare di usare ad uno scopo qualsiasi un pasticcio simile, è un autentico mistero.

Dopodiché, G. ci annuncia che: il potere dello strato I è divenuto mondiale; sono fortemente cresciute, specie negli ultimi 20 anni, le disuguaglianze ai due vertici della piramide (il primo quintile rispetto all’ultimo quintile oggi è in rapporto di 86:1, mentre nel 1960 era circa 35:1); sono apparse forme di disuguaglianza interamente nuove (come quella tra occupati stabili e occupati precari); strati sociali di cui si preconizzava la scomparsa sono invece sopravvissuti e si sono ampliati (per es. i lavoratori poveri); e quasi tutti gli strati sono diventati più eterogenei al loro interno (p. 70-3). Per poi giungere a due affermazioni abbastanza contraddittorie: da un lato, che tra i fattori economici “il maggiore fattore di mobilità ascendente è sempre stato lo  sviluppo economico di un paese”, e dall’altro, che nel corso del Novecento la globalizzazione comporterebbe “quasi ovunque” una riduzione dei redditi reali “dei membri delle classi medie, che hanno reagito aumentando il numero di occupati per famiglia” (p. 81).

La successiva analisi dei concetti di marginalità ed esclusione conduce G. a chiedersi quali siano “i fattori normativi ovvero i processi di etichettamento sociale” che presiedono all’individuazione di chi è escluso o marginalizzato: e G. li ritrova in “una cultura che antepone a ogni regola la <<logica della competenza>>” (p. 88). In altri termini, la fonte dell’esclusione/marginalità, o meglio, della loro rappresentazione sociale (che per sociologi come G. è praticamente la stessa cosa) è il principio, generalmente condiviso, che chi è capace si inserisce nel processo produttivo, e  chi non lo è rimane al di fuori. Aggiunge G. che una differenza oggettiva diviene “disuguaglianza” solo a seguito di un processo di rappresentazione, che la qualifica appunto come qualcosa di ingiusto (p. 90-3); e procede, nel capitolo successivo e ultimo (“Globalizzazione, occupazione, sviluppo: dagli effetti perversi alla <<governance>>?”), ad esaminare quelle che chiama “le abissali disuguaglianze che la globalizzazione ha scavato tra paesi e strati sociali nel mondo intero” (p. 94). G. comincia con l’ammettere che la globalizzazione presenta numerose opportunità favorevoli; ma aggiunge che è necessario verificare se queste opportunità si stiano davvero realizzando. Al riguardo, secondo lui, ci sono più o meno quattro posizioni:  a) quella per cui la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che sta cambinado il mondo, e in bene 8e questa, dice G., è quella oggi maggioritaria); b) quella che nega sia la novità della globalizzaizone (che in realtà sarebbe un fenomeno antico) sia la sua portata (dato che ancor oggi l’85% degli scambi avvengono all’interno di EU, USA e Giappone); c) quella che della goobalizzaizone vede solo gli effetti negativi; d) quella di una minoranza pensante, per cui la globalizzazione è un fenomeno di grande portata, che comporta effetti sia positivi sia negativi, e che gli ultimi sono troppo spesso ignorati. Indovinate in quale di queste categorie crede di rientrare G. (p. 98-99). Orbene, la teoria dominante enfatizza della globalizzazione tre aspetti positivi: i) la crescita economica, ii) la riduzione della disoccupazione, iii) l’aumento della produttività. Bene, secondo G., i dati storici “non sorreggono affatto simili affermazioni” (p. 99). G. sostiene che, dal 1980 in poi (in pratica, fino al 1990), tutti e tre questi indici peggiorano notevolmente. Quanto alla crescita, dice, i paesi OCSE in realtà rallentano rispetto al periodo precedente; e idem per quel che riguarda disoccupazione e produttività (p. 100-102). Ma  a parte il fatto che i dati non sembrano affatto univoci neppure per i paesi OCSE in generale (ad es., gli USA non mostrano gli stessi andamenti dell’Europa, per non parlare della Corea che è anch’essa un membro OCSE; e l’affermazione per cui i lavoratori USA stanno sperimentando ormai da decenni una riduzione nei loro salari reali – p. 102-103- è contraddetta da dozzine di altri studi), c’è da notare che (i) il periodo di rilevazione temporale è un po’ troppo breve (già nella seconda metà degli anni Novanta c’è stato un deciso miglioramento in parecchie economie; basti pensare alla diminuzione della disoccupazione in Italia o agli aumenti di produttività e alla riduzione della disoccupazione USA), e soprattutto (ii) che non esiste la minima ragione al mondo per cui la globalizzazione debba valutarsi solo con riferimento alle economie dei paesi OCSE (se proprio non vogliamo considerare il fatto che forse è un tantinello arbitrario attribuire alla globalizzazione tutti i meriti, ma anche i demeriti, dell’andamento di ogni economia in un dato momento). C’è da chiedersi insomma perché mai una valutazione dei pro e contro della globalizzazione debba trascurare proprio i paesi che con essa hanno fatto una prepotente entrata nel sistema economico mondiale (la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, ecc.): considerando i quali il quadro sarebbe, da qualunque ottica uno lo voglia vedere, assai diverso. Successivamente, infatti, parlando del resto del mondo, G. astutamente opta per un solo dato sincronico, e ci dice che il numero di disoccupati nel mondo è altissimo (il che è naturalmente indubbio, ma altrettanto naturalmente non prova nulla: p. 103-104), e passa alle conclusioni (cioè che la globalizzazione ha apportato effetti perversi, e in secondo luogo che nulla induce a ritenere che la globalizzazione, lasciata a se stessa, possa in un futuro correggere questi effetti perversi: p.  105 ss.). E passa inoltre ad avanzare alcune proposte, la principale delle quali consiste nel ridurre lo “squilibrio” fra economia finanziaria e economia reale, che secondo lui genera incertezza nel sistema economico: l’analisi è decisamente carente proprio dal punto di vista economico (l’economia finanziaria non è un’ipostasi, ma è al servizio dell’economia reale, ed è quest’ultima quella che costituisce la ricchezza  effettiva; anche tutto il resto sul punto  sembra davvero scritto da un dilettante), e di conseguenza la proposta (che genialmente consiste nel “controllare in ragionevole misura i movimenti internazionali dei capitali”) è miserevolmente generica (p. 114). Per brevità, tralascio anche l’analisi dei pretesi aumenti delle disuguaglianze nei redditi nei paesi europei e negli USA, perché si tratta di considerazioni deplorevolmente infondate, e non a caso basate su grossolani fraintendimenti dei dati più elementari (un esempio per tutti: secondo G., si sarebbe avuta una “redistribuzione di reddito dal lavoro al capitale... Nei Paesi UE la quota di reddito da capitale nel settore privato era di 5,5 punti percentuali più alta  nel 1997 di quanto non fosse in media nel decennio 1970-1980... Si noterà di passata che nemmeno questa è una quisquilia, poiché tale redistribuzione del reddito a favore del capitale  comporta che il salariato medio ci rimette al presente 1.100 dollari l’anno, oltre 2 milioni di lire”, p. 115. Peccato però che, anche a prendere per buoni i dati di G., dato che il reddito non è affatto rimasto invariato, ma è viceversa cresciuto, il “salariato medio” non ci ha rimesso un bel nulla, ed anzi il suo reddito è anch’esso cresciuto; e senza contare che i redditi da capitale sono diffusi anche fra coloro che percepiscono un salario; e senza contare un mucchio di altre cose ancora). Per non parlare di altre buffonate sulla pretesa oligopolizzazione del mondo economico (p. 117-120) o sull’inadeguatezza del PIL (p. 121) o ancora le ridicole e presuntuose chiacchiere sul principio del vantaggio comparato nel commercio internazionale (p. 123 ss.). Difficile immaginare che chi parte da dati errati e dalla radicale incomprensione di meccanismi fondamentali possa poi fornire soluzioni ragionevoli; e infatti G. non va oltre la generica proposta di introdurre una “governance” della globalizzazione, che è senz’altro un’idea giusta, solo che G. non ha la minima idea di come realizzarla.

Quando parleremo dei libri di Saskia Sassen e Amartya Sen sulla globalizzazione, risulterà palese la differenza non solo di ampiezza culturale e profondità intellettuale, ma anche di  intelligenza propositiva, con questo libro di Gallino. Non è probabilmente un caso né  che G. sia italiano, né tantomeno che l’affermazione di G. circa la prevalenza oggi delle posizioni di elogio acritico della globalizzazione sia, con riferimento all’Italia, del tutto errata.

January 21, 2008

Formidabili quegli anni

M.CAPANNA, Formidabili quegli anni (1988); Milano, 2007.                          

E’ un libro, con tutti i suoi limiti, molto più piacevole di quello della Passerini; ma, influenzato dalle opinioni e dalle riflessioni successive dell’autore, forse è meno utile delle parti “documentaristiche” di Autoritratto di gruppo a capire davvero il ‘68

Data la personalità strabordante dell’autore, si tratta tutto sommato di un libro sorprendentemente obiettivo. Vediamo.

I giudizi ex post cominciano con la prefazione: “Veniva chiesta democrazia: fu risposto con la strategia delle stragi, tutte ovviamente rimaste impunite, e  con molte altre nefandezze, descritte in queste pagine. Così sono andate le cose, fino al trionfo del rampantismo reaganiano degli anni Ottanta: l’individualismo sfrenato, la competizione spietata, l’arrivismo e il successo, il denaro sbandierati come nuove stelle polari. Il craxismo ne rappresentò la traduzione italica. Furono i tempi dell’omologazione più acritica, la supremazia dell’avere sull’essere, la stagione del <<proibiro pensare>>” (p. 19). Difficle fare una sintesi migliore dell’attuale ideologia de la Repubblica e dei gruppi “intellettuali” affini... Ma sorprendente vederla in bocca a quello che, in fondo, si è sempre definito un marxista, sia pure eretico.

La ragione del titolo (“anni formidabili”), sta, dice Capanna, in questo: “Culturalmente il Sessantotto ha vinto: nel modo di pensare, nei rapporti interpersonali, nell’acquisizione di spirito critico, nella conoscenza il cambiamento è stato, ed è rimasto, profondissimo. Conquiste importanti, come lo statuto dei diritti  dei lavoratori, le leggi relative al divorzio e all’aborto, per esempio, non sarebbero stati possibili senza il mutamento delle coscienze maturato allora” (p. 23). E qui c’è molto di vero (anche se forse c’è un po’ di quella fallacia che consiste nell’uguagliare il post hoc al propter hoc).

Una parte molto valida e interessante è quella in cui si descrive (anche con l’ausilio di una famosa pagina di Lettera a una professoressa) la condizione studentesca pre-68: “Nel ’67 gli iscritti all’università ammontano ormai in Italia a più di 500.000, più del doppio rispetto a quindici anni prima. Che fossero tutti e solo rampolli borghesi è cosa che appartiene alla mitologia. Non ero solo io figlio di povera gente. Elevato, anche se, questo sì, non maggioritario, era il numero degli studenti lavoratori e quello degli studenti meridionali, molti per nulla agiati.. . Ma tutti vivevamo,  anche se con gradi di intensità diversa, quella che sentivamo essere e chiamavamo una condizione  di <<proletarizzazione>>: perché costretti a uno studio obsoleto, il cui scarto con la realtà era spesso abissale; perché inseriti in un meccanismo, quello delle gerarchie accademiche, assolutamente non democratico; perché decimati dalla selezione lungo il percorso degli studi; perché era quasi la regola l’impiego dequalificato dopo la laurea, quando la prospettiva non era la disoccupazione; perché apparivano sempre più estranei i valori della cultura dominante... Ecco perché il movimento studentesco italiano... inizia la lotta centrandola su rivendicazioni specifiche concernenti il concreto dello studio e della scuola e velocemente arriva alla <<contestazione globale del sistema>>” (p. 42-43). E’ a tutti evidente come, in queste righe, ci sia una sovrapposizone di esigenze ragionevoli e di altre che lo sono assai meno. Di fatto, però, le ragioni scatenanti del ’68 sono state queste. Ed ecco perché, aggiunge C., dall’allargamento degli scopi originali della lotta è nato il desiderio degli studenti di creare un “collegamento”con la classe operaia, uno dei tentativi tattici più ricorrenti nel Movimento (p. 43).

Rispetto al libro della Passerini, su alcuni punti Capanna mette la sordina. Per es., si veda questo passo sulla democrazia assembleare: “L’assemblea era lo strumento principale della democrazia diretta. Certo, sorgeva il problema dei leader, quelli più bravi a fare i discorsi, più accorti ecc. Ma essi non avevano alcun ruolo codificato e, soprattutto, mai riconosciuto una volta per tutte. La loro autorevolezza (cosa ben diversa dall’autorità) derivava dalla giustezza del dire e del fare. Se sbagliavano per incapacità o furbizia, tramontavano con la stessa rapidità... Il consenso, da riverificare ogni volta, era il metro di misura e l’unica fonte di legittimità. Che migliaia, decine di migliaia di giovani sperimentassero una simile forma di democrazia... era, al di là delle rivendicazioni specifiche,  quanto di più, probabilmente, preoccupava il potere dominante” (p. 49). E’ istruttivo (anche se forse scusabile, in uno dei massimi leader del Movimento) vedere con quanta nonchalance C. passi sopra al vero problema (cioè, come si facesse a”verificare” il consenso).

Non mancano i passi lirici. “Sì, ci sentiamo davvero parte di un processo di liberazione dei giovani che si sta mettendo in moto su scala mondiale. Liberazione da che? Da mille cose ingiuste. Da uno studio inutile a capire la vita e utile solo a perpetuare una società che opprime. Dal consumismo che inebetisce chi può permetterselo, che riempie la pancia e il cervello e non fa pensare con la propria testa. Dalle istituzioni, presentate come neutre, ma in realtà tutt’uno con il potere dominante. Dall’alienazione. Dall’uomo a una dimensione. Dalla disoccupazione. Dalla guerra contro il Vietnam e dalle cause oscene che l’hanno determinata. Dalla guerra come pericolo e minaccia permanenti.... Nelle nostre lotte influisce senz’altro anche il salto generazionale, il rifiuto dei <<valori dei padri>>, ma c’è molto di più: la comprensione che bisogna modificare radicalmente il mondo, se non si vuole esserne schiacciati... E’ il farsi strada simultaneo della coscienza da molte fonti. Dalla scuola. Dal lavoro. Dallo studio. Dal marxismo critico. Dal dissenso cattolico. Dalla musica. Dalle esperienze straniere.... Dai modi nuovi di stare insieme. Dai provos olandesi. Dai giovani inglesi di Carnaby Street e King’s Road, che vanno matti per il nuovo modo di fare musica dei Beatles... Dal fare l’amore... Dal desiderio del domani. Dalla voglia di pace. Di decidere senza essere eterodiretti. Dalla minigonna. Dagli errori propri. Da quelli dei padri.” (p. 65-66): insomma, vi ho dato un’idea.

Un passo sorprendente è questo: “Le nostre analisi ci portavano ad alcune conclusioni.  Lo sviluppo del capitalismo dopo la ricostruzione  stava assumendo, negli anni  Sessanta, i connotati di una vera  e propria rivoluzione industriale, in Europa e in Giappone soprattutto, oltre che negli Usa: maturavano le condizioni per un salto nello sviluppo stesso. Occorrevano nuove forme attraverso cui  associare al capitale i salariati, dai tecnici agli operai, per rendere possibili i traguardi ulteriori dello sviluppo.  Era necessaria una diversa organizzazione della fabbrica, che richiedeva una ristrutturazione produttiva e la disponibilità operaia alla intensificazione qualitativa  dello sfruttamento e all’aumento della produttività: il lavoratore doveva unire in sé taylorismo e stakanovismo. Sul terreno dello studio occorreva che  la scuola e le università non fossero più d’elite, ma di massa, in grado di sfornare diplomati, tecnici, laureati capaci di essere all’altezza del nuovo processo produttivo e di garantire griglie di subordinazione e ruoli gerarchici dinamici ed efficaci. Maturava e cresceva una contraddizione essenziale: emergeva l’antagonismo tra le potenzialità sociali del movimento e  gli effetti privatistici verso cui esso era convogliato” (p. 68-69): qui ci sono sbalorditive somiglianze con le tesi di Boltanski-Chiapello sulla ristrutturazioni dei modelli manageriali delle imprese dopo il ’68.

Segue un capitolo “geografico”, in cui si espone il succedersi dei movimenti studenteschi, prima in California, poi in Germania, poi in Francia. Il più interessante è il pezzo sul lavoro degli studenti tedeschi, che arriva a daffermare “l’esistenza di una organizzazione autoritaria della società che influenza e condiziona – nelle interrelazioni culturali, ociali, economiche, politiche – ogni singola personalità, ogni individuo, oltre gli aggregati collettivi; da qui la necessità di una dialettica della liberazione, consistente nella ricerca e conquista, con la lotta teorica e pratica, di quella autonomia individuale - culturale, comportamentale  e perciò politica - in grado di dare sostanza e gambe al percorso di emancipazione collettiva,  rompendo l’universo di manipolazione del sistema. Questa impostazione, che si intreccia con l’elaborazione di Herbert Marcuse, va al di là dei risultati della scuola di Francoforte sull’origine della personalità autoritaria: non basta la coscienza critica per liberarsi, la liberazione si costruisce attraverso la trasformazione pratica e organizzata, a partire dalla modifica concreta della specifica situazione in cui uno si trova a vivere e operare. Occorre dunque, come affermava Rudi Dutschke, una <<lunga marcia attraverso le istituzioni come un’attività critico-pratica in tutti i campi sociali>> per costruire l’uomo nuovo e la nuova società, realizzando tutti i giorni la  Wirkende Utopie, l’<<utopia operante>>” (p. 76-77). Mi sembra molto ben detto: questa è esattamente  l’idelogia del ’68 che, come ognuno può vedere, col marxismo ha poco a che fare.

La parte “storica” del libro, benché difficile da riassumere (in quanto si riduce ad un mosaico di episodi, alcuni dei quali molto divertenti – per es., io non sapevo che una delle bestie nere del ’68, uno dei docenti più retrivi e odiati dal Ms, fu un giovane professore di diritto privato, Pietro Trimarchi, che nel suo campo di studi è stato un grande innovatore - , altri drammatici – il ’68 e gli anni successivi sono pieni di scontri violenti, di omicidi, di attentati), è molto ben scritta e coinvolgente. La conclusione, più o meno, è questa: “Con il 1968-69 l’Italia ha fatto un grande balzo avanti, nella cultura, nel costume, nei rapporti interpersonali, nella politica, nella partecipazione, nella democrazia. Perciò  si sente ancor di più, e più bruciante, il peso di Piazza Fontana. Perché si capisce che da lì molti si son messi al lavoro per ricacciare tutto indietro” (p. 115).

Un punto su cui insiste anche Capanna, oltre che gli intervistati da Passerini, è l’importanza che per gli studenti del Movimento, soprattutto per i capi, aveva l’eccellenza nello studio (“la loro credibilità e il loro prestigio politico non dipendevano solo  dalla dedizione alla lotta, ma anche dai risultati agli esami. Non erano infrequenti vere e proprie gare di emulazione”, p. 126), e la consapevolezza dell’importanza del sapere (“critico”, ovviamente) per ottenere l’emancipazione; anche se veniva respinto il mero sapere “libresco” e “si andava a scuola, oltre che dai docenti, dalle masse.... Avevamo capito che il migliore  e più rigoroso trattato di economia, per esempio, non era e non sarà mai in grado di dirti  qual è sul serio la condizione di lavoro alla catena di montaggio, né i sentimenti dei compagni quando tu perdi la vita negli incidenti” (p. 127).

Le contrapposizioni ideologiche sono anche espresse con molta chiarezza (forse troppa; qui c’è più di un sospetto di una rivisitazione postuma). Secondo C., si contendevano il terreno tre posizioni. Una quella dei marxisti-leninisti, secondo cui il Ms era un movimento piccolo-borghese (e piccoloborghesi anche i suoi obiettivi), sicché l’unica cosa che un aprtito autenticamente rivoiluzionario poteva fare era piluccarvi qualche quadro. Poi c’erano i movimenti operaisti, come Potere Operaio e Lotta Continua, per i quali solo la “lotta contro la selezione” aveva senso, non il resto delle rivendicaizioni studentesche (tutti risultati, se ottenuti, “riassorbibili dal sistema”); sicché quel che gli studenti dovevano fare era “proletarizzarsi”, cioè unirsi agli operai e unire le forze alla lotta di questi. Secondo C., erano entrambe posizioni “fallimentari” (p. 133). La sua posizione (a quanto pare, maggioritaria nel Ms) era invece la seguente: “Il nostro ragionamento era, in definitiva, semplice. L’università e la scuola sono un anello particolare  nella catena del dominio di classe: particolare e di straordinaria delicatezza, perché trasmette <<sapere>> alla nuova forza-lavoro in formazione...; mentre prima l’anello non era investito da resistenza, ora le grandi lotte studentesche e l’alto coefficiente di ribellione giovanile hanno introdotto formidabili controtendenze; l’istituzione resta borghese  ed è perciò vero che non si può pensare di usarla in modo  globalmente alternativo (respingevamo quindi alcuni aspetti della teoria di Rudi Dutschke sulla <<Università critica>> di Berlino, impossibile isola socialista in una società capitalistica); ma, dati i nuovi e inediti elementi antagonistici introdotti dalla mobilitazione degli studenti e di molti docenti, date le nuove consapevolezze e i nuovi bisogni di apprendimento, diveniva possibile fare un uso parziale alternativo dell’università e della scuola, costruendolo con la forza e la lotta di massa e secondo una nuova impostazione culturale e politica. Era per certi aspetti un aggiornamento creativo dell’idea di Antonio Gramsci di accerchiamento delle casematte avversarie e di penetrazione al loro interno per modificarne la funzione, senza restarne prigionieri grazie a una veloce lotta di spostamento” (p. 134). Il mezzo principale di questi “nuovi bisogni” e “nuove consapevolezze” furono le Rap (Ricerche Alternative Parziali), degli esperimenti autogestiti assieme ai docenti di ricerca scientifica (pp. 128 e ss.).

C. non si nasconde alcuni errori. Il primo, quello di aver instaurato rapporti di rigido antagonismo con Avanguardia Operaia, che invece poteva benissimo essere vista come complementare al Ms (C. commenta che, in quel caso, “quasi certamente il destino della nuova sinistra in Italia sarebbe stato diverso. Quanto meno non ci sarebbe stato l’equivoco del Pdup... e Dp sarebbe nata prima e forse meglio”, p. 139); quello di definirsi (affrettatamente) “stalinisti”; l’incapacità di liberarsi di alcune debolezze (C. elenca “il gusto dello slogan duro, per es., e di certi simboli di tipo guerresco.... E avremmo dovuto correggere più rapidamente semplificazioni soggestivistiche del tipo: il socialismo avanza in tutto il mondo”, ibidem). Ma come si vede, si tratta di poca cosa. C. è incline invece a rivendicare grandi successi per il Ms: “Di questa crisi.... il Ms era sintomo e acceleratore insieme. La sua funzione di avanguardia era necessaria soprattutto per contribuire a rendere organica e non transitoria la nuova presa di coscienza di settori che erano decisivi, a fianco degli operai, per la trasformazione progressista e qualitativa della società. La nostra teoria fu naturalmente derisa dai dogmatici marxisti-leninisti, come dagli operaisti e dai movimentisti. Invece non solo era giusta, ed ebbe effetti politico-pratici non trascurabili, ma precorreva riflessioni che sono oggi di grande attualità. Di fornte alle litanie sulla progressiva scomparsa della classe operaia, anche studiosi americani come O’Connor rilevano ora, all’opposto, una sua estensione. I <<colletti bianchi>> di fronte al computer, nei vari gironi della terziarizzazione, sono tendenzialmente i moderni proletari, accanto alle figure classiche di lavoratori tradizionali” (p. 140). Di qui l’interesse dei sindacati per il Ms, che condusse a tentativi (appena abbozzati) per iniziative comuni. E di qui quindi le critiche al Ms “da sinistra” (e qui molto godibilmente C. commenta: “E’ una vita che mi capita di essere scavalcato, a parole, a sinistra. Quando mi volto indietro rivedo tutti gli scavalcatori: alcuni sono finiti nel terrorismo e ora si sono ricreduti. i più li trovo nel Pci e nel Psi, per non parlare di quelli colpiti da amnesia e da pentitismo fulminante o da <<verdite>> acuta che, naturalmente, non è <<né di destra né di sinistra>>”, p. 141).

Alla parte vera e propria sul Sessantotto, seguono pagine dedicate ad avvenimenti o minori (come la “vera” storia della presunta tresca tra C. e Giulia Maria Crespi) o successivi (come alcune tappe importanti della carriera politica di C., dal discorso in latino al Parlamento Europeo alla spedizione per liberare un villaggio Mohawk accerchiato dalle truppe federali, alla visita a Gheddafi), ma obiettivamente estravaganti rispetto al nucleo del libro. E’ invece molto interessante un testo (del 1978) in cui C. criticava duramente il programma politico delle BR (alle pp. 194-201): in sostanza, il punto  è che  l’azione delle BR è funzionale ai disegni della reazione in quanto il livello di scontro effettivamente esistente tra capitale e operai non è quello ipotizzato e praticato dalle BR (la situazione attuale dei rapporti di forza, scriveva C.,  non coneente al capitale di agire al di fuori della cornice democratica della Costituzione repubblicana): così la guerriglia brigatista “crea artificialmente una situazione di guerra santa praticata dallo Stato”, così in pratica evocandola e creandola. Si tratta quindi di mero avventurismo militarista,. del tutto irreesponsabile, proprio perché ignora che l’aspetto militare della lotta è solo un aspetto, per quanto importante, della rivoluzione. Anche il terrorismo, dice C., non è affatto alieno dalla tradizione e dalla teoria marxista-leninista: ma ha il suo posto e il suo tempo. Un conto era l’azione militare, e anche terroristica, contro la dittatura fascista (nella quale non esisteva spazio per un’azione “legale”), un conto è la situazione attuale, in cui le BR “si rivolgono contro un assetto di dominio democratico-borghese contro il quale l’insieme del movimento popolare, che non è affatto in marcia verso l’insurrezione, intende lottare con azioni di massa e legali, senza delegare nulla ad una presunta avanguardia combattente”. Il gappista avanzava assieme alla classe operaia, il brigatista invece espropria gli operai della loro azione di lotta. E conclude: “Nessuno dica che questo mostro è stato partorito dal marxismo. Perché esso è nella realtà il prodotto dell’abbandono del marxismo in quanto teoria che è <<guida per l’azione>>.Le BR daranno filo da torcere, ma non potranno andare lontano” (p. 201).

 

La conclusione di C. è che il Sessantotto, oggi, viene riconosciuto da più parti come un momento di cambiamento irreversibile e, tutto sommato, benefico. Ma C. lamenta che il Sessantotto ha prodotto molto meno di quanto avrebbe potuto: e la responsabilità per lui è delle forze di sinistra, il Pci in primo luogo, che invece di unire le forze con esso hanno fatto di tutto per asfissiarlo, allo scopo di procedere nella marcia verso il compromesso storico (p. 266). L’”onda lunga” del Sessantotto, per C., è durata per oltre un decennio, e ha prodotto la grande avanzata del Pci nel 76, moritificata però dalla scelta di Berlinguer del governo di unità nazionale e la svolta dell’EUR (con “la politica a perdere dello scambio ineguale tra salari e occupazione, che non è venuta. E l’austerità come arma concessa alla controparte e all’esercizio del suo potere politico ed economico”: p. 267). Ma qui C. non spiega come avrebbe fatto, lui, ad impedire l’alleanza in presenza della minaccia terroristica (che anche secondo lui, come abbiamo visto, “avrebbe dato del filo da torcere”).

Concludo con questa citazione: “Il centro della società si sposta, culturalmente e politicamente, a sinistra quando è in presenza di una progettualità alternativa forte, di alto profilo, e persuasiva, che poggi sulle gambe di grandi movimenti di massa trasformatori.  E questa è anche l’unica strada per strappare riforme. Non a caso lo statuto dei diritti dei lavoratori è del 1970. Al contrario, quando la sinistra cade preda di quel mal sottile che è l’ammucchiata al centro, allora questo resta bloccato e prevalgono le forze moderate e conservatrici. (...) Non stava scritto da nessuna parte che l’introduzione delle macchine fosse usata per liberarsi dei lavoratori, anziché per liberare i lavoratori dalla mansioni più pericolose, faticose, nocive, stressanti. E’ stato così quando la sinistra storica e il sindacato si sono messi a copiare con la  carta carbone le compatibilità dettate dalla Confindustria, anziché agire secondo un progetto alternativo di trasformazione della società. Nulla è neutro. Dall’arte alla scienza, alla cultura, alla religione: nulla, nemmeno il concetto secondo cui nulla è neutro: questa è stata una delle maggiori <<scoperte>> del Sessantotto. ed è stata una scoperta fatta da milioni di persone. Se niente è neutro, siamo noi che dobbiamo dare il colore alle cose. Dobbiamo imparare a dipingere sempre meglio: in caso contrario saranno gli altri a disegnare quadri che non ci piacciono e ci costringerannoi poi ad appenderli alle pareti di casa” (p. 268).

January 15, 2008

Il Concorso: 16° Settimana

Ecco i vincitori dell'ultima edizione.

Categoria Giornali: vincono questo pezzullo di Rep sui concorsi in magistratura, per le ragioni segnalate da Soupe (1. il giornalista non si accorge che da sempre al concorso per magistratura prendono meno magistrati dei posti disponibili; 2. non viene mai sfiorato dal sospetto che se la selezione è così dura non è perché 40.000 concorrenti bocciati sono dei somari, ma perché il concorso è mostruosamente selettivo; 3. i giornalisti sono gli ultimi a poter scagliare pietre quando si tratta di ortografia e italiano) assieme ae questo del Corriere, per le ragioni segnalate da Colico (delle due l' una: o all'estero hanno soldi da spendere alla ricerca dell'ovvio, oppure il Corriere della Sera ha bisogno di cambiare un giornalista: ha bisogno di qualcuno che distingua una ricerca scientifica dalle chiacchiere sull'ascensore).

Categoria Blog: vincono ex aequo questo post di Anellidifumo (perché è raro vedere finalmente una politica seria, articolata e soprattutto innovativa per risolvere definitivamente il problema dei rifiuti in Campania - ovvero: impiccare gli amministratori locali o, in alternativa, riempire i loro uffici della spazzatura raccolta per strada - tattica, quest'ultima, che qualcuno in Sardegna pare abbia preso alla lettera) e questo post di Kelebek, ripreso da Cloroalclero, per la incredibile quantità di bestialità che contiene (dall'urbanizzazione che determinerebbe povertà, ai paesi del Terzo Mondo che sarebbero governati in maggioranza da imprenditori, al FMI che "imporrebbe" al Camerun di non applicare dazi, ecc. ecc.). Menzione di Merito a questo post di Gianni Guelfi (per questo passo: "ieri abbiamo appreso che nel 2007 il fabbisogno dello Stato si è fermato a 27 miliardi, 8 in meno del 2006. Il più basso da 19 anni a questa parte e alla faccia di chi sosteneva, l' Opposizione ma anche Dini, che la spesa pubblica era aumentata, anzi fuori controllo. Invece è diminuita di 8 miliardi! ", dove si fa un'allegra confusione fra diminuzione del fabbisognoe diinuzione della spesa pubblica. Quando un commentatore glielo fa notare, il Guelfi se la cava così: "Stai sempre a guardare il capello, Manolo", e rincara: "Certo che è proprio un bel pirla il tuo Silvio, caro MauroD. Per 4 anni non muove paglia, lasciando che l' economia vada a ramengo. Poi improvvisamente si sveglia, giusto in tempo per lasciare un tesoretto ai comunisti venuti dopo di lui. Ma si può essere più pirla di cosi?" C'è davvero da chiedersi: ma uno così, su quali basi esattamente potrà mai dire che il Berlusca ha lasciato andare a ramengo l'economia?), nonché questo post di Lameduck (che inanella una lunga serie di bestialità sulla Costituzione, pretendendo di esporne il senso). Infine - contro ogni regola, da quelle cronologiche a quelle che escludono i matti dal concorso - anche questo articolo/post di Effedieffe (in particolare questo passo: "La visione del partito radicale è ovviamente questa: niente pena per i colpevoli, la morte va' comminata ai bambini non-nati e ai vecchi e malati". Motivazione - di Soupe, cui devo anche la segnalazione-: butta in barzelletta una serie di questioni serissime che vanno dalla pena di morte all'eutanasia).

Infine, nonostante tutti gli sforzi, non riesco a trovare una categoria nella quale inserire le parole pronunciate da questo magistrato. Che si fa, creiamo una nuova categoria "Giudici che sbagliano"?

Ricordo che le regole del Concorso sono le seguenti: ogni settimana potrete segnalare l'articolo di giornale (= quotidiano o periodico) italiano (=scritto in italiano, o meglio: non scritto in una qualunque altra lingua conosciuta), ovvero il post e/o il commento su un blog italiano (idem), o infine la dichiarazione di un politico italiano, più cretino che avete letto. Le segnalazioni dovranno però obbligatoriamente contenere una riga di spiegazione del perché l'articolo (o il post, o il commento, o la dichiarazione) è cretino. Infatti lo scopo del concorso NON è quello di farsi una bella risata! Le candidature per ciascuna categoria, con le relative spiegazioni, devono pervenire sul blog (precisamente, nella rubrica "Concorsi"); i voti, viceversa, se mai qualcuno volesse farli pervenire in incognito, possono anche essere inviati a lskarlkraus@gmail.com. Ma ricordate: quando segnalate un candidato, NON potete votarlo

January 14, 2008

Autoritratto del Sessantotto

L. PASSERINI, Autoritratto di gruppo, Firenze, 1988.

Iniziamo con questo libro una serie di letture sul Sessantotto.

Si tratta peraltro di un libro assai debole. Anzi il libro della Passerini è talmente debole da diventare un bell’esempio di quei libri (di cui parlò tanto tempo fa Eco) che ti insegnano l’umiltà scientifica. Dopo le prime due pagine, si prova la fortissima tentazione di buttarlo via; invece, probabilmente contro la volontà dell’autore, ci si trovano cose interessanti.

L’inizio è agghiacciante: l’A. si lagna di avere la febbre il giorno del suo compleanno (“Giaccio sconfitta, sotto il peso delle mie contraddizioni. Non ho voluto figli e non ne ho. L’uomo che stava con me da dieci anni si è definitivamente fermato nella città da cui era pendolare, prendendo sul serio le mie passate richieste di abitare separati, proprio adesso che avrei bisogno che ci fosse”, p. 9: è un passo decisamente da ricordare, l’A. è una da non prendere sul serio. Oppure: “Ascolto la sua esperienza del carcere: nonostante le differenze, la sento affine ai periodi di reclusione nella mia solitudine”, p. 11)”.

Il seguito è, se possibile, anche peggio (interviene il Nuovo Amore con un Grande Intellettuale, e un affascinante rapporto con un Analista; diciamo che l’unica soddisfazione che prova l'innocente e disarmato  lettore è di apprendere che l’Analista, tanto simpatico e colto, riesce a spillare un bel po’ di soldi alla P.; il tutto condito da frasi di questo genere: “Non identificarsi con la distanza, prendere le distazne dalla distanza”, p. 148). Diciamo che i capitoli dispari del libro, quelli autobiografici, sono tutti da dimenticare salvo alcuni passi - rari- nei quali l’A. racconta alcuni interessanti spezzoni del suo passato (in particolare, la sua militanza situazionista, pp. 73-75. E’ interessante, credo, sapere che il gruppo della P. non si iscrisse all’Internazionale Situazionista per non esserne espulso, “come accadeva invariabilmente”, e che negli scritti situazionisti “si rifiutava ogni copyright”).

Per fortuna, invece, i capitoli pari, quelli in cui racconta la “memoria” di alcuni partecipanti al Sessantotto torinese, sono assai interessanti, decisamente contro l’intenzione dell’A., anche se una seria analisi non si può certo pretendere da queste gracili paginette.

Non mancano, va detto, gli spunti di consapevolezza critica o autocritica (come alle pp. 93-94, dove onestamente si ammette che il numero dei votanti alle assemblee era irrisorio rispetto al numero degli iscritti; oppure l’accenno al “rapporto tra libertarismo e  autoritarismo interno al movimento, tra la nuova possiiblità di parlare per tutti e il diverso peso della parola di alcuni”: p. 94 - su questo punto, come vedremo, il libro di Capanna è molto più reticente;  oppure i tratti di intolleranza, quasi di squadrismo: “queste cose che si dicevano e si facevano contro i professori di solito non facevano ridere affatto. Erano forme di aggressione verbale e grafica da parte di gente che di senso dell’umorismo ne aveva assai poco”, p. 111 - non a caso, la reazione tipica dei professori democratici e antifascisti era quella di ammonire “queste cose le facevano i fascisti, questo è l’intervento della poltiica nella cultura, classico della cultura fascista. Perché effettivamente c’era molta violenza, noi c’eravamo scatenati. Nessuno poteva più far niente all’università, chiunque faceva qualcosa veniva immediatamente interrotto da orde di barbari che entravano coi megafoni”, p. 112- e anche su questo punto la versione di Capanna è molto diversa; “amavamo il plebiscitarismo. Un movimento assembleare non ama molto essere contraddetto. E quindi aveva dei momenti di rischio, di pesantezza notevoli”, p. 113; o il sostanziale maschilismo del Ms, dove le donne al “vertice” erano poche). In alcuni casi, i testimoni vedono anche più lontano: “Il terrorismo l’avevo già visto nel ’68. Lo dicevo agli amici, però mi han sempre dato della matta:... i piedi sulla scrivania del professore, portando come argomento monografico Che Guevara all’esame di economia, con la pretesa proterva, l’arroganza data dal numero... cose di tipo lievemente squadristico che però sembravano tutte manifestazioni rivoluzionarie, mentre io ci vedevo  un tipo di vioenza, di non cultura e di passività, il valersi della folla per fare delle cose  che da soli non avrebbero...” (p. 204-205).

 Emergono con chiarezza (i) l’intento di svecchiare l’insegnamento (con l’organizzazione dei “controcorsi”: p. 95), (ii) l’intento di portare la democrazia nel rapporto docente-discente (“Non si discute di fronte all’autorità (e il docente è un’autorità); gli studenti hanno soggezione, paura, timidezza di fronte al professore, o semplicemente non si sentono all’altezza del docente. Per imparare a discutere bisogna trovarsi tra eguali, bisogna che le differenze di potere tra docente e discente vengano completamente eliminate. Gli studenti che occupano Palazzo Campana (...) per la prima volta riescono a esprimersi liberamente in presenza degli assistenti che hanno aderito all’occupazione, perché si sentono tra eguali, uniti nella stessa lotta per la conquista di una propria autonomia didattica e culturale”, p. 95). Ma questi sono i tratti più noti del ’68, e quelli più generalmente condivisi.

Quello che prevale tra gli intervistati è il tono di rimpianto e nostalgia per quella che deve essere stata una coinvolgente esperienza di vita collettiva (“Mi ricordo una sera in cui c’era il comitato di agitazione, coincideva con la cena e allora si doveva apparecchiare la tavola lì, in un’aula. Si è apparecchiata la tavola e qualcuno si è messo a cantare, e tutti si sono messi a cantare: <<Nostra patria è il mondo intero>>, e intanto preparavano le cose, scodellavano la pasta ed era un momento molto bello”, p. 103; “Nel ’68 i confini abituali tra giovane e adulto sono modificati, così come lo è la concezione delle due fasi. L’iniziazione non è rinuncia, l’età adulta non è serietà e seriosità”, p. 107; oppure: “I grandi amori infelici nel ’68 non c’erano. Di fatto forse sì, ma non venivano esplicitati, mentre nella comunità adolescenziale precedente era addirittura una specie di marchio di fabbrica... Un pregio della cultura adolescenziale precedente, con tutto il suo schifo, era stato il libero accesso e il rispetto per la depressione. Per i depressi non c’era posto nel ‘68”, p. 108-9).

L’A., forse per il suo passato di situazionista, nota inoltre uno “scioglimento” del situazionismo nel movimento studentesco (p. 115), che non viene sottolineato da Capanna (come illustra anche l’episodio a p. 120-1, quando, dopo l’arresto di Viale, gli studenti in città si dividono le parti: alcuni fanno i borghesi, altri gli studenti che dialogano sull’arresto; oppure lo studente col cartello “studente” che fa il  cane e l’altro vestito da borghese, che lo tiene al guinzaglio e con la Stampa sottobraccio, che lo prende a ombrellate in testa).

Il libro nota che, rispetto ad altre sedi, il Ms torinese fu più compatto, forse perché più concentrato sulla condizione studentesca. Secondo Viale, “c’è una netta differenza tra un’interpretazione della massa degli studenti come proletariato e quindi legittimo portatore di contenuti eversivi e rivoluzionari, e una concezione degli studenti come piccola borghesia e potenziale portatore di contenuti pericolosi, che necessita di una guida e ha bisogno assoluto di dimenticare i temi più personali, perché rischiano di essere antiproletari. Per noi la rivolta contro la propria condizione nelle istituzioni scolastiche e nell’ambiente sociale era fonte di contenuti politici e culturali sufficienti ad alimentare un movimento di vasto respiro. Noi pensavamo che il proletariato fosse una cosa molto ampia, che includeva diversi gruppi sociali, che erano gli operai, i disoccupati, gli impiegati, gli studenti” (p. 121-122). “Noi eravamo convinti che gli studenti fossero un soggetto in quanto tali. La teoria che giustificava questa cosa, che noi un po’ abbiamo inventato un po’ abbiamo preso da Rudi Dutschke, era il discorso sulle istituzioni: le istituzioni sono massificanti e  autoritarie e il fatto di appartenere alle istituzioni ti dà titolo a ribellarti contro di esse. Era importante per dire: <<Ognuno gioca il suo vissuto nella lotta. Io mi ribello contro la mia oppressione, non contro quella dei vietnamiti. Io sono con loro perché lottiamo contro lo stesso nemico, ma io sul problema della mia liberazione- io sono lo studente in quanto studente. I miei nemici sono le autorità accademiche, sono i riti dell’università, sono la cultura autoritaria e la manipolazione culturale. Per gli operai sarà un’altra cosa, diversa. Magari loro sono più importanti di noi, contano di più, ma la nostra presa di parola come testimonianza individuale vale quanto la loro, perché è una testimonianza di liberazione>>” (p. 132-133). D’altronde “c’era proprio un terrore, in quel periodo lì, di porsi come avanguardia, di fare il partito, di dire:<<Noi dobbiamo dirigere le lotte degli altri>>; una parola chiave era: <<comunicazione>>, del movimento o della prassi... Un’altra parola molto in voga era <<unilateralità>>: non porsi problemi generali, ma porsi dal mio punto di vista. Un punto di vista è sempre parziale, ma è vero se è parziale. Se diventasse generale non sarebbe più vero” (p. 134). Questo, dice P., è tipico del ’68  e lo apparenta in particolare al femminismo, specie a certe ali radicali.

La differenza non era solo tra Ms di città diverse; era anche all’interno del Ms torinese. “Il divario era esistito fin dall’inizio, tra una linea di riformismo avanzato e quella della contestazione radicale.... C’era un importante terreno comune, che era la richiesta di democrazia. Ma anche la democratizzazione aveva significati diversi per i diversi raggruppamenti.” I “moderati”, ad un punto cruciale, denunciarono “la fuga in avanti di coloro che attribuivano al movimento il ruolo di ‘avanguardia’ in una generica ‘contestazione globale’ al sistema, sminuendo o rifiutando le trattative su obiettivi precisi e concreti” (p. 124-125)  E’ divertente vedere che, al fondo del dissidio, non ci sono solo ragioni teoriche, ma anche un atteggiamento psicologico, il timore della “fine della festa”: “la storia che non si può immaginare una riforma delle università senza collegarla a una trasformazione della società, perché <<non si può fare un’isola d’oro in una società di merda>>, per noi fu una grande gioia: era un modo per superare i limiti del riformismo che, sotto certi aspetti, avrebbe significato la fine dell’agitazione. Invece questa dimensione di un’università da riformare completamente fintantoché non si è cambiata la società, ci permetteva di immaginare un lunghissimo processo di conflittualità non subordinato alle trattative. Per me queste erano un po’ la paura che la grande festa potesse chiudersi con un cedimento riformistico da parte dei vertici universitari” (p. 125).

Insomma la mobilitazione perde rapidamente di vista i suoi obiettivi, che diventano sempre più generici e lontani, perché il vero fine del Movimento diviene perpetuare se stesso. La stessa fusione di pubblico e privato (“Era un universo totalizzante, in cui il privato e il pubblico si mescolavano. Noi la cosa che odiavamo di più, in quel periodo, era la politica come mestiere, il politico di professione, che ha le ore del pubblico e le ore del privato. Il nostro obiettivo era di rimettere tutto insieme e questo faceva scomparire il privato. Ma il pubblico era gravido di privato”; “Non ci perdevamo mai, ecco. Noi stavamo sempre insieme in un modo o nell’altro, o che fosse l’università occupata o che fose la Camera del Lavoro o che fosse Biologia o che fosse Architettura o che fosse la trattoria o che fosse il Psiup, che allora era in via Po. Noi ci muovevamo a branco. L’individuo era sparito, io non avevo una vita individuale, non facevo più niente da sola, non andavo al cinema da sola, non leggevo un libro, io vivevo in questo branco”, p. 126) metteva in crisi i moderati, “perché i suoi singoli componenti subivano una radicalizzazione nella vita quotidiana che mal si conciliava con la moderazione sul piano politico” (p. 127). D’altronde i segni della fine della spinta propulsiva si avvertivano: si moltiplicvano gli inviti a trovare “una metodologia e dei contenuti che servano per l’individuazione di una strategia e una tattica di lotta” (p. 128); diventava necessario “estendersi al sociale” (“Non possiamo credere che la nostra azione possa limitarsi a fare manifestazioni nel centro cittadino provocando i ‘benpensanti’ o innervosendo i buoni padri di famiglia che, a causa del traffico interrotto, arrivano tardi per la cena. Provocare, irritare, non basta: se si vuole fare un’azione politica che conti, bisogna proporsi di organizzare le forze sociali che sono disponibili alla lotta. Presto le manifestazioni dovremo cominciare a farle nei quartieri operai e nei nuovi insediamenti della cintura”, p. 129). E’ da notare, quindi, come il Ms ormai si desse per scontato e si affannasse a trovarsi un nuovo compito, contenuti, strategie e tattiche; lo scopo diviene la “lotta” in se’, astratta dai suoi obiettivi concreti. La radicalizzazione arrivava assieme al senso di accerchiamento dovuto all’aggravarsi della “repressione”; così nel maggio ’68 arrivano le grandi manifestazioni che per la prima volta vedono assieme operai e studenti (p. 130). “Dopo il maggio eravamo pronti a tutto” (p. 131).

E dopo l’esauriirsi del Ms, “è stato come se il movimento avesse prodotto dei militanti che non sapevano cosa fare. Il loro privato era ormai la politica e dovevano applicarla a qualcosa, ma avevano perso l’oggetto. Il periodo tra il ’68 e il ’69 per me è stato angosciosissimo perché non potevamo fare nient’altro che militanza politica, ma non potevamo farla, perché tutto quello che facevamo ci si perdeva fra le mani” (p. 132). La fine del Ms conduce a una rapida radicalizzazione, che i protagonisti del libro non vedono di buon occhio: “I gruppi posero la questione della presa del potere e così abbandonarono i problemi di contenuto. L’esito tragico è stato un decennio di discussioni solo su forme di lotta e esiti rivoluzionari, dove la rivoluzione riguardava la forma statale, secondo l’interpretazione più piatta del marxismo più scolastico, e non le trasformazioni sociali che nel frattempo avvenivano. Il ’68 era stato l’utopia di organizzare un grande sforzo collettivo, in cui io mi ritrovavo perrsonalmente molto volentieri. perché ero un po’ disgustato da un modo di stare al mondo, che poi si è imposto come prevalente e quasi necessario, quello dell’individualismo che sgomita. Dopo il ‘68 questa ipotesi di lavoro è stata distrutta” (p. 178); è da notare peraltro (i) l’inesattezza di quell’attribuire al marxcismo un’idea di rivoluzione  limitata alla forma statale (che è inesatto) o a delle vaghe “trasformazzoni sociali” (che è altrettanto inesatto), e (ii) la sostanziale vaghezza e genericità di quella “ipotesi di lavoro” di cui si sa solo che non è “individualismo che sgomita”. Oppure quest’altro passo, che descrive il proseguo delle lotte  negli anni settanta: “L’Autonomia raccoglie il filone operaista che si disfa, raccoglie il disfarsi di Lotta Continua... e raccoglie comportamenti sociali: l’esproprio, l’andiamo al cinema e non paghiamo, che erano lì come dati di fatto, anche prima che Toni Negri gli desse una patente politica. C’erano i cortei operai in Fiat, macchine che volavano, vetrine che si rompevano, crumiri che scappavano, capireparto che venivano menati. .. Il proletariato esprime violenza? Io teorizzo la violenza proletaria come momento di comunicazione-scontro con la società. Il terrorismo è un’altra cosa, ha dei valori diversi, ha un impianto teorico diverso, c’è il partito, c’è l’assalto al palazzo d’inverno... A mano a mano che gli spazi politici si restringono – lo Stato stringe, il terrorismo stringe – l’Autonomia viene stritolata. Allora una parte di noi dice: <<Bon, è finito>> e quindi entri nel privato per forza, perché non accetti di andare nel PSI, nel PCI, nel Manifesto, in DP, ma neanche dentro prima Linea o alle BR. Dopo il ’79 l’unico proprietario del terreno diventa il terrorismo” (p. 194). Oppure: “Negli anni ’77-’79, chi pensa che il suo ruolo sia quello del militante permanente e quindi non decide di smettere quando il movimento finisce, ha di fronte a sé due esiti: o il terrorismo, o il sindacato e i partiti della sinistra. Questa  cosa mi ha fatto riflettere, dicendo: <<Qua io non voglio imboccare nessuna di queste due strade, quindi l’unica maniera di contestare questi esiti è di non fare più niente di politico” (p. 198).

Non è sorprendente che un libro del genere dia largo spazio al ritratto umano, singolo, e all’aspetto umano e affettivo. Così ci viene descritta, per sommi capi,  l’evoluzione dei protagonisti del Ms a Torino, i leader: Viale (l’eroe che, salito sul tavolo dell’Aula Magna, aveva osato dire al Rettore: “Ma stai zitto, imbecille”), Bobbio, ecc.  Qui si vede bene il personalismo, il liderismo del ’68 (“Viale era realmente capace di dar voce alle istanze più radicali del movimento, di raccogliere e esprimere le aspirazioni confuse di azzeramento, e non solo le posizioni teoriche, ma anche i valori: lo sdegno, l’insofferenza scontrosa, la durezza, il coraggio, la coerenza estrema e il sorriso improvviso... Ma per di più giocava sul piano simbolico un insieme di significati: la stessa figura fisica, asciutta e androgina, i capelli biondi e lunghi – oltre allo stato di orfanità – contribuivano a farne un personaggio senza cedimenti al mondo esistente, tra il leggendario e il ribelle”, p. 116; “Io ero tra i peones, e per noi questi leader erano abbastanza carismatici, quando si usciva si parlava molto di loro tra di noi. Dei leader io quello che amavo di più era Guido [Viale]... Mi ricordo poi quando fu liberato dal carcere che arrivò... aveva un giubbotto di renna marrone, me lo ricordo. E niente, gli volevo molto bene”, p. 119 ).

I percorsi di vita successivi dei protagonisti di questo libro rendono un’idea – retrospettiva ed illuminante – di quel che è stato davvero il ’68, molto più esatta di tante ricostruzioni. Uno di essi (Franco Russo) dice: “Credo che la rivoluzione abbia una sua possibilità, ma nel senso che diceva Kant: <<è un’idea regolativa>>. Forse non prenderemo, per fortuna, più potere –questa è una grossa trasformazione che ho fatto riguardo al passato. Credo che oggi il punto di fondo sia la critica continua del potere. Questo veramente gli anni settanta ce l’hanno consegnato” (p. 183). Ma perché la critica continua del potere da parte di uno che di se stesso dice che “per fortuna” non prenderà più potere dovrebbe essere efficace, o anche solo significativa? Franco Aprà: “una conseguenza del ’68 dentro alcune teste, la mia per esempio: pensare che quello che conta è il risultato del lavoro, più che alcuni riconoscimenti personali, concepire un lavoro socialmente utile. Ecco, questo modo di pensare l’ho ancora, ancora oggi ho un rapporto col ’68, che è di introdurre elementi di qualità nel lavoro e di ritenere positivo ogni dubbio che porti a decidere col massimo di consapevolezza” (p. 195). Peppino Ortoleva confessa: “se a fare il dirigente, per esempio, del PCI, potevi imparare a scrivere, ma anche competenze e concezioni organizzative e manageriali, nel ’68 abbiamo imparato soprattutto a parlare, a scrivere, a far parlare altri, a lanciare slogan... Ora viviamo tutti, un po’, di rendita su quel che imparammo allora. Nel ’68, uno dei bersagli maggiori della nostra critica era proprio il sistema dei media. La TV, con la sua falsa obiettività, con la sua capacità di rendere tutti spettatori passivi, con il suo conformismo, poteva essere un buon simbolo di quello che non andava. A quello noi opponevamo la nostra comunicazione, che volevamo egualitaria, attiva, ribelle. Forse, inconsapevolmente, non facevamo che anticipare il nuovo paesaggio delle comunicazioni, differenziato (un videoregistratore in ogni casa) e interattivo (i personal computer), anche se certamente non egualitario. Il mondo dei media di oggi è in parte l’incubo dei nostri sogni, ma le competenze che sviluppammo allora ci si trovano bene” (p. 196-197). Pedro Humbert: “Tu eri partecipe di un movimento di democrazia, di antiautoritarismo. Questi erano i valori che affratellavano... Ma se vedi oggi la collocazione professionale, al di là del partito politico scelto, di molti che erano quadri o al mio livello o al livello superiore, riscontri modi di prendere iniziative in maniera nuova, per esempio nel modo di commercializzare certi prodotti, in operazioni di marketing innovativo, oppure nella scelta di operare su versanti avanzati, moderni” (p. 197). Come vedete, qui c’è il riconoscimento che il Movimento è stato, nella sua essenza, perfettamente funzionale al rinnovamento gestionale (e di marketing) delle imprese negli anni Ottanta e Novanta, argomento che è al centro di un libro importante di cui parleremo in futuro (Le nouvel esprit du capitalisme di Boltanski-Chiapello). Volete ulteriori prove a sostegno di questa affermazione? Nelle interviste usate in questo libro ce ne sono a bizzeffe. Eccone qualcuna: “in certe cose sono bravo per quella mia esperienza: a me fare quattro interviste e ricostruire un’organizzaizone del lavoro o una situazione sociale riesce molto facile, sulla base delle capacità di utilizzare il rapporto diretto, per capire come sta una situazione, acquisita con lunghi anni di esperienza poltiica. La cultura del ’68, degradata alle sue forme infime, è diventata il materiale, i mattoni con cui si costruisce la conoscenza sociale indispensabile alla cultura manageriale. Ma io non penso che la mia realizzazione sia all’interno della professione. Capisco che alcuni la possano cercare – una volta li avrei tacciati di collaborazionismo – ma non è il mio caso, io in una professione cerco denaro e  tempo libero e, per essere molto chiaro, poca fatica” (Viale, a p. 199); “Quel tipo di attività politica, oltre che per la mia maturazione personale, è stato fruttuoso dal punto di vista professionale. Fu un’esperienza, con tutte le lacune che avevo e che ho tuttora, di grande managerialità, di grande capacità di gestire i rapporti con i docenti, nel senso di convincere loro che avremmo potuto garantire, e di convincere gli studenti a continuare, con la polizia che entrava la sera ... e poi grande organizzazione per tenere insieme il lavoro” (Humbert, p. 207; e l’A.commenta: “In tal modo Humbert scopre e perfeziona le sue capacità mediatrici e trova lavoro prima in un sindacato, poi in una grande azienda di telecomuncazioni, dove raggiunge un posto importante come dirigente”, p. 208). La cosa, si noti, è confermata anche e contrario, da un’esperienza per così dire “inversa” (Mario Dalmaviva, che a Roma nel ’68 fa il dirigente di un’azienda, decide di mollarla e se ne a Torino per partecipare al Movimento, nel quale si fa luce: “qualcuno ha usato il ’68 per diventare dirigente e io ho usato il ’68 per cessare di essere dirigente”, “forse mi hanno giocato a  favore un po’ di doti istrioniche, connaturate in parte e in parte affinate dalla professione di venditore, quindi le cose che dicevo riuscivo a venderle bene”: p. 208-209).

Tanto che la conclusione della stessa autrice va nello stesso senso. Sentite: “Si può dire che in primo luogo la cultura del ‘68 ha prodotto biografie, e che queste a loro volta sono la sua cultura. Si sono modellati certi cicli di vita, si sono create traiettorie nuove anche per quelli che il ’68 ha afferrato di striscio, perché più giovani o più vecchi o collocati in strati sociali non direttamente invetsiti dal movimento stduentesco” (p. 206) e: “ci sono concordanze tra le storie di vita: nonostante le rotture anche violente con compagni di movimento, si sono formate reti di relazione che persistono per anni, spesso sono tuttora in vigore, soprattutto in altre città e paesi” (p. 210). “Creare biografie” e “cicli di vita” magari potrebbe essere una conclusione ingloriosa per un movimento come quello del ’68; eppure leggendo di queste “reti di relazione” formate tra gli ex-sessantottini non può non venire in mente una parte del già cit. libro di Boltanski-Chiapello in cui si richiama la nuova teoria manageriale (affermatasi negli anni Ottanta) che alla vecchia organizzazione verticistica dell’impresa oppone un modello diverso, appunto “in rete”, al quale le nuove generazioni di lavoratori (post-sessantottini) vengono pressantemente invitate a dedicarsi (a costruire, cioè, le proprie “reti di relazione”): un lavoro a cui i sessantottini, naturalmente, erano già in gran parte splendidamente addestrati....

 

January 11, 2008

Infinitamente prezioso

Come Edith Piaf, anche lei è nata sul bordo di un marciapiede; salvata da un contrabbandiere di alcoolici che diventerà poi il suo padrino. Come la cantante francese ha segnato un’epoca, quella dei salotti intellettuali della Parigi degli anni ’20. Parliamo di Alice Prin, alias Kiki, che, secondo Ernest Hemingway “fu la regina di Montparnasse più di quanto la regina Vittoria lo fosse nell’età vittoriana”. La sua storia, raccolta sotto forma di diario, è stata pubblicata a fine luglio con il titolo Infinitamente prezioso dalla casa editrice Excelsior 1881.

Il libro, al di là del titolo, è prezioso anche perché Hemingway accettò di scriverne la prefazione per l’edizione americana, quando Kiki nel 1929 si decise a pubblicare i celebri Souvenirs.

 

Il libro, scritto nella forma intima e personale del diario, racconta la sua storia, dall’infanzia fino alla metà degli anni ’30, negli anni in cui Parigi era la culla di ogni forma d’arte. E’ il grande momento dei dadaisti, dei cubisti, dei surrealisti: Jean Cocteau, Tristan Tzara (creatore di Dada), Man Ray, Crevel, Prevert, Desnos, Picabia, Picasso.

Kiki racconta la sua vita ma soprattutto ci offre un ritratto, pieno di ironia e cinismo, di quella miscela irripetibile di tragedia e gioia di vivere, che quegli anni hanno significato. I commenti che riserva ai surrealisti sono quanto di meno retorico si possa immaginare: “Ciò che trovavo simpatico in loro, era che mi apparivano come dei ragazzetti creduloni”. Di molti di loro, Kiki è stata la musa ispiratrice, di alcuni
l’ amante. Sempre Hemingway:” Aveva un corpo meraviglioso…un bel viso già di suo, ma lei ne aveva fatto un’opera d’arte”. Non aveva trent’anni e le sue natiche voluttuose venivano immortalate in una foto di Man Ray come fossero il Violoncello di Ingres.
Non solo le persone ma anche i luoghi hanno segnato quell’epoca e molti trovano spazio in queste pagine.  Sono locali entrati nella storia di Montparnasse e di Parigi, dove si incontravano artisti, pittori, scrocconi e persino personalità politiche “ sempre con l’aria di stare a complottare una rivoluzione”.
Tra questi, uno dei più frequentati era in rue Vavin il caffè  La Rotonde di Libion, teatro di lunghe chiacchierate, di episodi grotteschi, persino di risse tremende. Dove si poteva incontrare Amedeo Modigliani con “in tasca qualche decina di franchi” che con un cappuccino tirava avanti le ore. Lo stesso locale dove Kiki si recava tutte le mattine  d’inverno a farsi un bagno veloce con un secchio d’acqua calda che gli passava l’inserviente dei bagni.
Il mondo della Rotonde raccoglie tutti gli artisti dell’epoca - le cui opere oggi valgono milioni di euro– che, allora affamati e squattrinati, erano pronti a rubare il pane quando il fornaio lo portava al caffé. Ma sono gli stessi artisti che non ci tengono a diventare ricchi. Stefano Solinas, inviato del Giornale a Parigi, dice bene quando scrive che “la loro idea dell’arte è che debba essere invendibile”
*. Una tela non ha prezzo, dunque la si può solo regalare, al massimo scambiarla per un piatto caldo. Quando si riesce a vendere, l’idea di mettere da parte qualche risparmio non li sfiora nemmeno: si spende subito il ricavato in cene e feste. Kiki ci racconta un episodio che, forse meglio di altri, ci rende conto del clima di quei giorni. Quando Modigliani riesce a vendere una sua opera, racimolando un bel guadagno, organizza subito una festa a casa sua. Tra gli invitati c’è anche il proprietario della Rotonde. Appena entrato in casa, Libion si accorge che dai tavolini, alle sedie, alle posate, tutto in quella casa è roba sua: Modigliani ne aveva trafugato la maggior parte proprio frequentando il caffé. Per cui si alza e se ne va, ma invece di chiamare la polizia o reclamare il suo, torna dal pittore carico di bottiglie di vino:” A casa tua solo il vino non era mio, così sono andato a prenderlo!”.
Pittrice, modella, ballerina, attrice, Kiki è stata un po’ tutto questo. Ma quando ancora non era la “Regina di Montparnasse”, ma solo Alice Prin, la ragazzina nata “in un grazioso angolo della Borgogna”, fece veramente di tutto: le consegne per una legatoria, la cameriera da un fornaio per venti franchi al mese; persino la servetta in una casa privata: “Non v’è nulla che mi ripugni. Trovo da lavare le bottiglie da Felix Potin, non è un lavoro magnifico, ma me ne infischio. Sono così contenta di rimediare qualche soldo”. Come scrive Corrado Augias**, “in ciascun mestiere diede comunque prova di uno straordinario senso della curiosità, di una smisurata sfrontatezza”.
Le piaceva essere guardata, godeva delle attenzioni e del centro del palcoscenico. Se questo piacere veniva poi retribuito, tanto meglio. Ma… “fra tutte le mie orge e le notti di follia – scrive Kiki -, l’unica cosa che non ho mai voluto insudiciare è stato l’amore”. Quando Robert, il pittore russo, suo amante per un paio d’anni, le comunica che sta per partire per la Gran Bretagna, Kiki – sapendo che lui adora la pipa – raccoglie per strada tutti i mozziconi che trova e gli invia il tabacco che riesce a mettere insieme.
Non c’è chiosa migliore che affidarsi, ancora una volta alle parole di Ernest Hemingway: “Questo libro è stato scritto da una donna che non sarà mai una signora. Per quasi dieci anni è stata a un passo dal diventare quella che oggi sarebbe considerata una regina, il che, naturalmente, è molto diverso dall’essere una signora”.

(Gionata Vanoni)

 


 

* Stefano Solinas, La splendida Kiki regina di Montparnasse, Il Giornale, 25 ottobre 2007

 

** Corrado Augias, I segreti di Parigi, Milano, 1996, pp. 263 e seg.

January 6, 2008

Il Concorso: 15° settimana

Riparte dopo l'interruzione il Concorso.

Rammento i vincitori dellì'ultima edizione (cioè della 12° settimana).

Categoria Giornaliquesto pezzullo di Rep dove non si riesce nemmeno a spiegare con un minimo di chiarezza quali fossero le rivendicazioni degli autotrasportatori.

Categoria Blog: nessun premio . Menzione di Merito però a due blogger: ad Arabafenice per questo post (in cui apprendiamo che nel Regno Unito non ci sono "sindacati di categoria" né "ammortizzatori sociali") e Pensatoio per questo post (da cui si apprende che  "la democrazia è superamento della divisione del lavoro, mentre la concezione delle competenze è principio di divisione e di stasi sociale").

Categoria Politici:  ex aequo i ministri Ferrero (per questa dichiarazione, in cui - oltre all'invito a risolvere la questione dello sciopero degli autotrasportatori "fuoriuscendo" dal "liberismo selvaggio", apprendiamo che, a suo avviso, in Italia esiste la galera per debiti) e Di Pietro (per questo capolavoro, in cui un ex magistrato ci spiega che nello Stato di diritto, e nel lavoro di un magistrato, conta la sostanza e non la forma: "Quando un magistrato fa il proprio dovere, sbagliato o giusto che sia, lo si lascia fare. Poi in via processuale si valuterà il suo operato, ma fermarlo a metà è un atto ingiusto sul piano proprio dell’esistenza dello stato di diritto"; e "A Forleo e De Magistris qualche cosa che sul piano formale possano aver sbagliato lo si trova sempre, ma il problema è quello di guardare il dito o la luna. Oggi chi lavora può anche sbagliare, ma noi dobbiamo guardare alla forma o alla sostanza?").

Ricordo che le regole del Concorso sono le seguenti: ogni settimana potrete segnalare l'articolo di giornale (= quotidiano o periodico) italiano (=scritto in italiano, o meglio: non scritto in una qualunque altra lingua conosciuta), ovvero il post e/o il commento su un blog italiano (idem), o infine la dichiarazione di un politico italiano, più cretino che avete letto. Le segnalazioni dovranno però obbligatoriamente contenere una riga di spiegazione del perché l'articolo (o il post, o il commento, o la dichiarazione) è cretino. Infatti lo scopo del concorso NON è quello di farsi una bella risata! Le candidature per ciascuna categoria, con le relative spiegazioni, devono pervenire sul blog (precisamente, nella rubrica "Concorsi"); i voti, viceversa, se mai qualcuno volesse farli pervenire in incognito, possono anche essere inviati a lskarlkraus@gmail.com. Ma ricordate: quando segnalate un candidato, NON potete votarlo.