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September 28, 2007

Il Concorso: le regole

Il Concorso consiste in questo: ogni settimana potrete segnalare l'articolo di giornale (= quotidiano o periodico) italiano (=scritto in italiano, o meglio: non  scritto in una qualunque altra lingua conosciuta), ovvero il post e/o il commento su un blog italiano (idem) più cretino che avete letto.

Le segnalazioni dovranno però obbligatoriamente contenere una riga di spiegazione del perché l'articolo (o il post, o il commento) è cretino. Infatti lo scopo del concorso NON è quello di farsi una bella risata!


Le candidature per ciascuna categoria, con le relative spiegazioni, devono pervenire sul blog (precisamente, nella rubrica "Concorsi"); i voti, viceversa, se mai qualcuno volesse farli pervenire in incognito, possono anche essere inviati a lskarlkraus@gmail.com. Ma ricordate: quando segnalate un candidato, NON potete votarlo.

 I vincitori verranno proclamati il lunedì. Resta da stabilire, come ha proposto Colico, se della vittoria vada o meno fatta segnalazione al fortunato vincitore.

September 25, 2007

L'interesse secondo David Hume

D.HUME, L’interesse, 1752 (Saggi, XIV, Roma, 1975, trad. L. Formigari)

Veniamo al secondo dei grandi studi economici di Hume.

H. condivide l’idea tradizionale che un basso saggio di interesse sia segno di florida condizione economica di un paese. Però ritiene che la ragione comunemente addotta per questa opinione- cioè che la modestia del tasso d’interesse dipende dall’abbondanza di denaro – sia sbagliata. Secondo H., invece, se la quantità del denaro è stabile, anche l’abbondanza del denaro ha il solo effetto di alzare il prezzo del lavoro.

E infatti, dice H., a Batavia e in Giamaica, così come in Portogallo, l’interesse è più elevato che a Londra o Amsterdam, eppure oro e argento vi sono più abbondanti. “I prezzi sono cresciuti di circa quattro volte dalla scoperta dell’America, ed è probabile che oro e argento si siano moltiplicati in proporzione anche maggiore, ma l’interesse non s’è abbassato di molto più che la metà. Il tasso d’interesse, dunque, non dipende dalla quantità dei metalli preziosi”. Il denaro, insomma, non c’entra (il denaro, dice H. con la sua robusta attenzione all’economia reale, ha “un valore essenzialmente fittizio, la maggiore o minore quant6ità di esso non ha alcuna importanza se si considera una nazione in se stessa”).

Il tasso d’interesse elevato invece dipende da tre fattori: (i) elevata richiesta di prestiti, (ii) scarsità di somme atte a soddisfare la domanda, e (iii) grandi profitti commerciali. E tutti questi fattori, aggiunge H. (in modo che all’epoca doveva essere piuttosto provocatorio), “sono una chiara dimostrazione dello scarso sviluppo dell’industria e dei traffici, non della scarsità d’oro e d’argento”. Un tasso di interesse basso, viceversa, nasce dai fattori opposti, che a loro volta “derivano dall’incremento dell’industria e del commercio, non dell’oro e dell’argento”.

La dimostrazione procede passo passo per ognuno dei tre suddetti fattori. Dove non vi è altra proprietà che quella fondiaria, dice H., la parsimonia sarà un virtù rara (dato che i prodighi tra i proprietari terieri saranno sempre più di quelli avari) e di conseguenza molti dovranno chiedere prestiti, sicché il tasso di interesse sarà alto (“la differenza non dipende dalla quantità di denaro, ma dagli usi e costumi dominanti... Se anche il denaro è tanto che un uovo costa mezzo scellino [prezzo spropositato per l’epoca], finché in una società ci sono solo proprietari terrieri e contadini, molti sono coloro che prendono a prestito e l’interesse è alto”).

Per il secondo fattore valgono considerazioni analoghe: anche questo non dipende dalla quantità di oro e argento, ma dagli usi e costuumi dominanti. Se il denaro è concentrato in alcune mani (“in modo da costituire somme ingenti o creare una grande rendita finanziaria”), allora vi saranno persone in grado di dare somme a prestito e il tasso di interesse scenderà. H. fa un bell’esempio per provarlo: se domani in Inghilterra, per miracolo, ogni abitante ricevesse cinque sterline, la quantità di denaro nel paese aumenterebbe più del doppio, ma non per questo calerebbe il tasso d’interesse, “e se nel paese non ci fossero se non proprietari terrieri e contadini, quel denaro, per quanto abbondante, non potrebbe mai raccogliersi in somme considerevoli, e servirebbe solo a far crescere i prezzi di tutto, senz’altra conseguenza che questa”. La riduzione dei tassi dipende solo “da un aumento di attività e senso del risparmio, da uno sviluppo delle arti e del commercio”. Qui c’è un affascinante scorcio di storia economica. Tutto ciò che è utile nasce dalla terra, ma poche cose nascono dalla terra già pronte per l’uso umano. Quindi occorre, oltre ai proprietari terrieri e ai contadini, un’altra categoria di persone che trasforma la materia grezza ricavandone  il prodotto finito. Finché la società è primitiva e poco sviluppata, i contatti fra contadini e artigiani, e  fra artigiani e artigiani, possono essere diretti. Ma coll’allargarsi dell’attività e delle prospettive, allora si rende necessaria “una delle più utili categorie di uomini”, cioè i mercanti, che “servono come agenti fra quelle parti di uno Stato che non hanno alcun contatto reciproco e che ignorano completamente le rispettive necessità. Ci sono in una città cinquanta artigiani che lavorano la seta o la tela, e un migliaio di clienti: e queste due categorie, così necessarie l’una all’altra, non possono mai convenientemente incontrarsi finché un uomo non apre una bottega alla quale si rivolgono tutti gli artigiani e tutti i clienti”.

Ora, dice H., ad ogni uomo è neecssaria l’attività: se non c’è modo di fare un’attività utile e produttiva, ci si getterà nei piaceri sperperando tutto il proprio avere. Ma se “l’attività che gli offrite è redditizia, e soprattutto se il reddito è connesso con ogni paticolare aspetto di quel lavoro, egli avrà così spesso presente  il guadagno, che un poco alla volta questo diventerà per lui una passione ed egli non conoscerà piacere pari a quello di veder aumentare giorno per giorno il suo patriomonio. E questo è il motivo per cui il commercio incoraggia il risparmio e per cui fra i commercianti l’avarizia è tanto più frequente della prodigalità quanto questa è più frequente di quella fra i proprietari terrieri”. Il commecio, quindi, incoraggia l’attività e il risparmio. Questo è vero, dice H.,  anche dei professionisti (medici e avvocati), ma avvocati e medici non sono produttivi (“è anzi a spese degli altri che accumulano la loro ricchezza”), mentre i commercianti sì.

La rendita finanziaria, in misura sufficiente a costituire capitali da dare a prestito, quindi, si genera solo nel commercio. In altre parole, l’incremento del commercio genera una classe di persone  in grado di offrire somme a prestito e in questo modo abbassa l’interesse.. Questo risultato, ovviamente, è prodotto dalla concorrenza tra i prestatori di denaro (o, per dirla in altro modo, dall’aumento dell’offerta di denaro).

Rimane il terzo fattore. Anche a proposito dei bassi profitti, vale lo stesso. Con il crescere dei capitali disponibili per essere investiti, cresce ovviasmente la concorreenza e si trovano sempre più investitori disposti ad accettare profitti bassi; l’esistenza di bassi tassi di profitto a sua volta induce anche la riduzione dei tassi di interesse. “E’ dunque inutile chiedersi quale di questi due fattori, il basso interesse o i bassi profitti, sia la causa e quale l’effetto. Entrambi nascono dallo sviluppo commerciale e si favoriscono a vicenda. Nessuno si accontenterà di profitti bassi quando può avere un interesse alto; e nessuno accetterà un interesse basso quando può avere profitti elevati. Un commercio sviluppato, creando grandi capitali, fa calare sia l’interesse sia i profitti”. E così, conclude H., “l’interesse è il barometro dello Stato e un tasso modesto è segno quasi infallibile delle floride condizioni d’un popolo”.

Così, la convinzione tradizionale che bassi interessi siano dovuti all’abbondanza di denaro dipende dalla ormai familiare confusione di una causa con un effetto. L’abbondanza di denaro, proprio come il basso tasso di interesse, è un effetto della ricchezza di un paese, ma non ne è la causa.

Anche il fatto che in certi paesi, che hanno improvvisamente acquisito grandi masse di oro o argento (come la Spagna del Cinquecento), l’interesse è improvvisamente caduto, non è dovuto al denaro in sé, ma al modo in cui questo si viene a concentrare in poche o in molte mani (v. le riflessioni di H. sulla velocità di circolazione del denaro nel precedente saggio). Se si concentra nella giusta misura, si produrrà in breve tempo un’abbondanza di capitali che cercheranno impiego, e quindi, proprio come accadrebbe con un aumento  della produttività, ciò tenderà ad abbassare il tasso di interesse. Ma quando questa nuova massa di metallo prezioso si sarà diffusa in tutte le parti dello Stato, l’effetto cesserà di prodursi e il tasso di interesse ricomincerà a salire, e l’unica conseguenza dell’aumento del denaro in circolazione sarà un aumento generalizzato dei prezzi.

September 20, 2007

Sarkozy: l'alba la sera o la notte

Y. REZA, L’aube le soir ou la nuit, Paris, 2007

Era il libro più pubblicizzato della stagione... Ed è molto meglio di quanto pensassi. Per certo, è l’”instant book” su un politico (nella fattispecie: Nicolas Sarkozy) migliore che abbia mai letto (ma nel campo, lo ammetto, non ho una grande esperienza). Probabilmente perché non è affatto un instant book su un uomo politico, ma è tutt’altra cosa.

Innanzitutto, non ci sono accenni alla vita privata di S. (la famosa Cécilia, per es., compare una volta sola), né grandi rivelazioni sulla sua vita politica; i pettegolezzi sono scarsi (anche se due o tre episodi sono difficili da dimenticare. Basti pensare all’incontro con Valéry Giscard d’Estaing, al quale S. presenta Y.R. che, dice, “in questo momento sta scrivendo un mio ritratto. –Ah! Lei scrive un....-  - Un libro, signor Presidente-, rispondo io.  – Sì, un... Un fascicolo?-“; o a quando Chirac dice a S. che è “molto ottimista” sugli esiti delle presidenziali, e S. lo considera più o meno uno iettatore; o l’incontro col presidente algerino Bouteflika che gli dice: “Io appartengo a una generazione che voleva la distruzione di Israele. Abbiamo fallito. Fallito. E’ finita. Io apprezzo, caro amico, la sua posizione su Israele. Ma non dimentichi che c’è un popolo palestinese che ha diritto ad uno Stato. E questo manca un po’ nei suoi discorsi-. – Capisco, signor Presidente-.”  Poche pagine prima, sempre con Bouteflika, c’era stato questo stupefacente scambio: “[Dice S.] - Se, incredibilmente, diventassi presidente, avrei la fortuna di lavorare per lunghi anni con lei-. – Se Dio vuole-. – Dunque, io devo il mio avvenire agli elettori, e lei a Dio-”. Inoltre, Y.R. non è da meno, e nel libro ci sono molte prese in giro di intellos come Michel Onfray davvero divertenti).

In sostanza, si tratta di questo: Y.R., nota commediografa, avvicina S. all’inizio della campagna elettorale e gli chiede di poterlo seguire durante la campagna per poter scrivere, in piena libertà, un libro su di lui. Sorprendentemente, S. accetta sui due piedi. Ed ecco così che Y. R. sale sugli aerei, gli elicotteri, i treni, le navi che trasportano S., prima ministro degli Interni, poi candidato dei gollisti alle presidenziali 2007, in giro per il mondo; assiste alle sue riunioni con il suo ghost-writer, Henri  Guaino, alle sue preparazioni per i dibattiti televisivi, alle sue interviste, ai comizi, alle trattative apparentemente cordiali con gli altri pezzi grossi gollisti, alle sue visite ad ospedali, ministri stranieri, scuole, officine, soprattutto ai suoi spostamenti continui. Non sappiamo quali fossero le idee politiche della scrittrice all’inizio del libro né quali siano alla fine. Possiamo pensare che avesse qualche perplessità sui socialisti (un amico socialista le dice: “Royal propone qualcosa di virtuale. E’ meglio di lui che, implacabilmente, propone di alzarsi presto la mattina. Ma chi ha voglia di alzarsi presto la mattina?”: p. 68-9) e soprattutto sugli intellettuali di sinistra (c’è al riguardo una memorabile pagina, dove parla del manifesto degli intellettuali della Gauche contro S. dopo il primo turno, su Libération: “Tralascio la debolezza del testo perché non è il mio argomento, per interessarmi alle firme.  Un centinaio di nomi, la maggior parte scrittori, registi teatrali, attori, cineasti, musicisti o semplicemente <<artisti>>. Per quale stranezza, delle persone per cui la fantasia è la ragion d’essere, la cui libertà e talvolta la gloria consiste nell’ essere sfuggiti al ragionevole, indossano con questa gravità furiosa lo statuto d’intellettuale?”) e che condividesse le perplessità sugli altri candidati espresse da una sua amica a p. 136-137 (memorabile questo passo: “Le chiedo per chi intenda votare. Sono parecchio incerta,  fa lei. Bayrou, certamente no.  Non voto di sicuro per un uomo che ha fatto sei figli alla moglie. E’ un malaccorto”); ma non è affatto chiaro quale sia la sua posizione nei confronti dei gollisti, o dello stesso S. se è per questo.

In realtà, nonostante quel che si può pensare, questo non è un libro sulla politica: è, o vuole essere, un libro su un uomo. Nemmeno sulle sue idee: anche se su alcune R. non nasconde il suo consenso (ed è effettivamente difficile non essere d’accordo con il bellissimo discorso di S. del 12 aprile: “Sì, sono figlio di immigrati. Sì, sono il figlio di un ungherese e il nipote di un Greco nato a Salonicco... Sì, sono un francese di sangue misto che pensa che si sia francesi in proporzione dell’amore che si porta alla Francia, dell’attaccamento che si porta ai suoi valori di universalità... La Francia non è una razza, non è una etnia... Non si è francesi solamente per le proprie radici, per i propri antenati... Si è francesi perché si vuole esserlo”: p. 134; o con la risposta che S. dà a Y.R. quando questa gli chiede come mai parli con tanto calore di gente di sinistra come Zapatero, Blair, Prodi: “Il n’y a qu’en France où les gens se vivent à gauche!”: p. 99 – qui peraltro si sbaglia: non solo in Francia, in Italia è anche peggio-; o quest’altro: “La Francia non è una nostalgia. La prosternazione dinanzi al passato non deve occultare l’avvenire... I grandi paesi impietriti in una lunga storia dimenticano l’avvenire... la Cina sposa l’avvenire!”, p. 68; e vari altri); ma proprio su un uomo. Il ritratto procede per piccoli tocchi discreti,  come si conviene forse allo stile di una commediografa.

S. possiede molte debolezze (gli piacciono i Rolex, i bei vestiti; è contento di sapere che il suo libro vende molte copie; a un certo punto, quando la vittoria si fa molto probabile, si lascia scappare: “Mi ritroverò con un palazzo a Parigi, un castello a Rambouillet, un forte a Brégançon. E’ vita”: p. 167; i suoi interessi intellettuali sono limitati; raramente legge qualcosa oltre le prime pagine; è impaziente, egoista, ecc.), ma anche molte virtù rare in un politico: ad esempio, non cambia le sue opinioni o le sue parole per piacere agli interlocutori (affronta senza paura i fischi nelle piazze; quando costringe una troupe televisiva a registrare una trasmissione con lui in molto meno tempo che con gli altri candidati, alla fine va a trovare la troupe non per scusarsi, ma per spiegare il perché) ed apprezza lo stesso atteggiamento anche negli altri (ad es., dice agli eletti del partito gollista: “Non voglio che si faccia dell’UMP una macchina per applaudirmi. Non lo voglio. Il partito dev’essere libero. Libero di dire le cose o altrimenti il presidente rimane rinchiuso ed è la morte... Io non faccio una battaglia politica, io faccio una battaglia ideologica. Si fa campagna su dei valori. E’ prendendo dei rischi che si vince. Io credo che si prende tutto o non si prende nulla. Questa strategia, è la sola che permette di vincere, ma vi dico di più, è la sola che permette di essere felici”: p. 152-153; ed alla fine esprime la sua gratitudine a Y.R., pur senza avere ancora letto quello che scriverà di lui). Sovente l’autrice sottolinea i tratti infantili della sua personalità, che a volte emergono anche come espressioni di innocente sorpresa o entusiasmo.  D’altronde Y.R. non nasconde di essere stata oggetto di una abile tattica di seduzione da parte del suo “argomento”: S. va a teatro a vedere la messa in scena di una sua commedia e il giorno dopo le recita a memoria una frase del copione, quella da lei preferita e “in generale, poco ricordata”; si mette a ridere di se stesso quando Y.R. gli fa notare qualche stupidaggine che ha detto o fatto; arrivato in Algeria, dice: ”L’idea che ho di  questo posto, mi viene dai libri. Sono i bus colmi, l’arrivo al mare dove il sole è più giallo, l’acqua più azzurra, le ragazze più belle. Io arrivo, mi dicono che ho portato la pioggia e, quanto alle ragazze, zero. Lo dico davanti a Yasmina, la letteratura è importante, ci issa al di sopra della nostra condizione”: p. 29.

Indubbiamente il titolo enigmatico (“Non ci sono luoghi nella tragedia. E non ci sono nemmeno ore. E’ l’alba, la sera o la notte”: p. 126) allude alla perenne fretta di S., alla sua volontà di non perdere tempo, di non aspettare (“Tutta la vita la gente mi ha detto di non aver fretta... sempre aspettare! E poi un giorno ci si ritrova vecchi e non si è fatto altro che aspettare”: p. 123). Questo è  il punto che ha più colpito i recensori, ad es. quello dell’Economist che ha parlato di un personaggio che ha paura del tempo che passa e che lo vuole esorcizzare con l’attività (che è indubbiamente un good point, ma forse un po’ esagerato. Comunque di vero c’è questo passo a p. 164: “Dice, Io sono estraneo al mio passato. La sola cosa che m’interessa, è questo pomeriggio, domani”).

Ma a mio parere il vero tema del libro è l’ambizione, come in un certo senso è reso evidente anche dalla bella citazione di Borges che chiude il libro e su cui torneremo alla fine. A volte S. dà quasi l’impressione di essere una reincarnazione di qualche personaggio balzacchiano, una specie di Rastignac. Vedi per es. il magnifico scambio di p. 40-1: “- L’amore, è la sola cosa che conta-. – Non ti credo. Se ti levassero la tua vita sociale, deperiresti-. – Se mi levassero la mia famiglia, ancora peggio-. – Se ti mettessero con Cécilia e i bambini a Maubeuge, ti butteresti nel fiume-. – Diventerei il re di Maubeuge entro due anni!”. Un altro giorno, a ventiquattr’ore dal primo turno, Y.R. gli chiede se sia inquieto. “- Meno di quanto credessi. Non vi sono stati incidenti. Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Ho fatto tutto a fondo-. Io capisco che è precisamente questo che mi colpisce in lui. Fa tutto quello che può. A fondo. Non crede che sarà il cielo ad aiutarlo”: p. 146. Oppure: “Mi sarebbe piaciuto nascere in Algeria. Quando tu nasci in Africa del nord, sogni la Francia; quando nasci a Parigi, non sogni proprio nulla!”, p. 151. Per finire con questa riflessione: “E’ strano volere a non importa quale prezzo, al prezzo delle più grandi rinunce, qualcosa che non ci eccita più e che abbiamo cessato di amare. Abbandonato dalle forme vitali, resta la volontà. La volontà come residuo. Tuttavia così potente”, p. 174.

E l’altro tema del libro, connesso con quello dell’ambizione, è la fondamentale solitudine dell’uomo che cerca e raggiunge il potere (“Io so essere solitario nelle decisioni. E’ tutto”: p. 56). Dopo l’elezione, all’Eliseo: “Dico: - Sei contento?-. – E’ la parola che tu sceglieresti?-. – Non direi felice-. – Io sono sereno-. – Sereno, va bene-. – Sì. Sono profondamente contento, ma non provo gioia”: p. 179-180. E dopo: “- Non posso dirti che sono infelice... Eccomi infine liberato di questo fardello... Vincere significa piacere, dice, il mio mestiere invece è decidere. Ero molto più incerto della mia capacità di piacere”, p. 183. E’ questo peraltro un tema che presto si fonde con quello, decisamente universale, della fine delle cose, il senso di vuoto che attende chiunque si è gettato anima e corpo in un’impresa che poi arriva al termine, il sentimento della conclusione di una bella stagione della propria vita (caratteristico di chi partecipa a un’impresa collettiva, come una recita teatrale, in cui si sviluppano amicizie e affetti destinati poi a perdersi) : “Penso all’improvviso che questi sono gli ultimi momenti, che tra una settimana non ci saranno più le tavole della colazione, le cioccolate, i petits-fours, la macchine per il caffé che non so usare, le stanze più o meno sistemate, più o meno fredde, gli schermi mal regolati, la poltrone in cuoio finto, la tavola del trucco, la valigia di Marina, il portatore di vestito e camicie, le foto delle persone che si mettono a fianco del candidato, gli uni dopo gli altri, pazzi di gioia, le cravatte di provincia, le scarpe coi pompons, tutti quelli che abbraccio e che mi fanno passare per le porte vietate, quelli che mi gridano si parte e devo sbrigarmi, tra otto giorni, tutto ciò non esisterà più”: p. 155. Sentimenti che ritornano nella riflessione finale sui frutti dell’ambizione, del politico come di chiunque altro: “Un giorno, per strada, verso Marsiglia, Patrick Devedjian m’ha detto: <<Il potere è come l’orizzonte, più si avvicina, più si allontana. Ma è necessario vedere il paesaggio  che c’è dietro la montagna. Forse è il viaggio di Ulisse. Partito come lui alla ricerca delle sue origini. Le presidenziali, sono il viaggio di Ulisse>>. Avevo annotato queste seducenti congetture. Ma quali origini? Nessuna patria che non sia quella dell’oblio o dell’indifferenza. Né luoghi, né giorni sono restati. Straniero al mio passato, aveva detto. E’ nato su una terra che non è niente, che non è da nessuna parte, e non c’è alcuna Itaca. Ancora meno verde e modesta, o di verde eternità. Io capisco però che si possa averne nostalgia. Vedere fosse anche nient’altro che il fumo che si leva dalla sua terra... tanto è vero che nulla è più dolce che la patria e i parenti. Una nostalgia senza scampo. Dietro la montagna, c’è la memoria del tempo dei prodigi, la traccia fuggitiva dell’impatto, ma non c’è né fumo, né verde prateria, e non è nemmeno sicuro che ci sia qualunque cosa” (p.185-6).

Così, nel bene e nel male, è questo libro.

September 17, 2007

Il denaro secondo David Hume

D. HUME, Il denaro (Saggi, XIII: Roma, 1975, p. 174-186, trad. L. Formigari)

Non tutti sanno che, tra le molte cose su cui David Hume ha scritto pagine memorabili, c’è anche l’economia. Ed è proprio dai suoi tre grandi Saggi economici (sul denaro, l’interesse e la bilancia commerciale) del 1752, che tanto influirono su Adam Smith e gli altri, che cominciamo un ciclo di letture dei principali classici del pensiero economico, che arriverà (speriamo :-)) da Hume e Quesnay fino a Keynes, e oltre.

Hume parte dalla constatazione (non nuova) che “il denaro non è, propriamente, oggetto di commercio: è solo lo strumento convenuto fra gli uomini per facilitare lo scambio delle merci”, dal che dovrebbe derivare anche che, per lo Stato, “la maggiore o minore quantità di denaro che vi circola non ha alcuna importanza, dato che il prezzo delle merci è sempre in proporzione”.

Insomma, “la maggiore abbondanza di denaro presenta scarsi vantaggi, e talvolta può anzi essere di detrimento ad una nazione, nel suo commercio con gli stranieri”. H. illustra quest’ultima proposizione con un esempio che inaugura la dottrina dello sviluppo economico. “Una volta che un paese abbia segnato un grande vantaggio su un altro dal punto di vista  commerciale, solo molto difficilmente il secondo riacquista il terreno perduto, data la superiorità del primo in attività e capacità tecnica, e data la maggiore abbondanza di capitali che i suoi mercanti possiedono e che consentono loro di commerciare con un minore margine di profitto. Ma questi vantaggi sono in certa misura controbilanciati dal basso costo della manodopera nei paesi che non godono di un grande sviluppo commerciale né di grandi riserve di oro e d’argento. Le manifatture si spostano dinque gradualmente dai luoghi alla cui ricchezza già hanno contribuito, ad altri, dove le attira il basso costo delle materie prime e della manodopera, finché avranno arricchito anche questi e ne saranno bandite dalle stesse cause”. “Il costo elevato di ogni cosa, derivante da una sovrabbondanza di denaro circolante, è un inconveniente che si accompagna allo sviluppo commerciale e vi impone un limite in ogni paese, consentendo agli Stati più poveri di battere con i bassi costi la concorrenza dei paesi più ricchi su tutti i mercati stranieri”. Tutto questo ovviamente riflette un sistema in cui la moneta era metallica; ed infatti H. aggiunge che “questo mi fa dubitare dei benefici del sistema bancario e della cartamoneta”: perché se, per via dell’aumento degli scambi e del denaro, materie prime e manodopera diventano costose, questo è un inconveniente inevitabile; ma che ragione c’è, chiede H., di “aggravare quell’inconveniente con una moneta artificiale, che gli stranieri non accetteranno mai in pagamento e che ogni grave crisi dello Stato ridurrà a zero”?

H. torna a ribadire che “il denaro non è se non una rappresentazione del lavoro e delle merci, e serve soltanto come metodo per calcolarli o stimarli”. Eppure, “non v’è dubbio che, dopo la scoperta delle miniere d’America, la produttività è aumentata in tutti i paesi d’Europa”. E’ questo il paradosso che H. passa ora a spiegare; e la spiegazione si basa su un concetto che mi sembra essere una scoperta di H.: la velocità di circolazione del denaro. Spiega H. che, “benché sia una conseguenza necessaria delll’aumentata circolazione dell’oro e dell’argento, l’elevato prezzo delle emrci non segue direttamente ad essa, ma deve passare un po’ di tempo prima che il denaro circoli per tutto lo Stato e faccia sentire i suoi effetti su tutti i ceti”. Dapprima, non c’è alcun mutamento, “poi, un poco alla volta, i prezzi crescono, prima per una merce poi per un’altra, finché tutte alla fine si adeguano alla nuova quantità di denaro che circola nel paese. Ritengo che solo in quest’intervallo o situazione intermedia fra l’immissione del denaro e l’aumento dei prezzi, l’accresciuta quantità d’oro e d’argento favorisca la produttività”. In altri termini, l’aumento del denaro fa inizialmente accrescere la produttività e solo alla fine si risolve in un aumento generalizzato dei prezzi.

Insomma, “dal punto di vista della prosperità interna di uno Stato, non ha importanza che il denaro sia in maggiore o minore quantità”; tuttavia, “è buona politica degli uomini di Stato favorirne se possibile la crescita costante, poiché così facendo si mantiene vivo lo spirito d’iniziativa nel paese e si accresce la riserva di lavoro, cosa in cui consistono ogni potere e ricchezza reali. Uno Stato il cui denaro sia in dimunuzione è realmente, in quel momento, più debole e più povero di un altro, che ne possieda una quantità non maggiore ma in via di aumentare”: proprio perché l’aumento o la diminuzione del denaro non produce subito una corrispondente variazione nei prezzi, ma solo dopo un intervallo: “e questo intervallo è tanto dannoso all’economia, se oro e argento sono in diminuzione, quanto le è favorevole se quei metalli sono in aumento”.

Infine, c’è un altro caso in cui la scarsità di denaro può danneggiare uno Stato: quando esso scarseggia “al punto che i proprietari terrieri non possono riscuotere dai loro affittuari e sono costretti ad accettare un canone in natura e consumarlo in proprio... In questi paesi, anche il sovrano non può esigere tasse, o ben poche...; ed è evidente che, traendo egli scarso beneficio da imposte siffatte, quel regno sarà poco potente”. La Germania di oggi è molto più potente che tre secoli fa, e ciò, si pensa generalmente, per l’abbondanza di denaro. Ma qual è la causa di tutto ciò? “Rispondo che l’effetto che si pensa derivi dalla scarsità di monete in realtà proviene dagli usi e costumi degli uomini, e che, come spesso avviene, confondiamo la causa con un effetto collaterale”.

Il prezzo delle merci, dice H., è un rapporto: precisamente, un rapporto tra la quantità di merci e quella del denaro (P/M). Se il denaro aumenta, non necessariamente aumentano i prezzi: se, infatti, aumentano anche le merci prodotte in quello Stato, l’aumento del denaro può essere compensato, e più che compensato, dall’aumento delle merci, e il prezzo, lungi dall’aumentare, può rimanere costante, o anche ridursi. L’importante è però ricordare che quel che conta, ai fini della suddetta relazione, non è la quantità assoluta di merci o denaro esistente nello Stato, ma la loro quantità che si trova sul mercato (per le merci) o circolante (per il denaro).: “Il denaro custodito nei forzieri agisce sui prezzi come la mancanza di denaro; e lo stesso avviene se le merci vengono custodite in magazzini o granai”. Una prova storica, dice H., è che dopo la scoperta dell’America i prezzi in Europa sono aumentati solo di circa 4/5 volte, mentre la quantità di moneta è aumentata in misura di gran lunga superiore. E la ragione per cui questa maggiore quantità di merci è stata prodotta, è da un lato l’accresciuta operosità, dall’altro lato  un mutamento di usi e costumi”: gli uomini “hanno perduto la loro antica semplicità di costumi”, per acquisire usi e costumi più raffinati ed esigenti. Ecco perché è sbagliata l’opinione di quegli scrittori secondo cui  un certo Stato è debole perché manca di denaro. Al contrario, dice H., “è evidente che la mancanza di denaro non può mai nuocere alla vita interna di uno Stato, poiché uomini e derrate costituiscono la vera forza d’una comunità”.  Invece, “è la semplicità di vita che in questo caso danneggia il paese, concentrando oro ed argento nelle mani di pochi e impedendone la generale diffusione e circolazione. L’attività e il progresso d’ogni genere li diffondono invece in tutto lo Stato.... E poiché tutti i prezzi in questo modo diminuiscono, il sovrano ha un duplice vantaggio: può trarre denaro con le imposte da ogni parte dello Stato, e  quel che riscuote ha maggior valore in ogni acquisto e  pagamento”. In altre parole, come si è detto sopra, si confonde la causa con un effetto.

September 10, 2007

Harry Potter and the Deathly Hallows

J.K.ROWLING, Harry Potter and the Deathly Hallows, London, 2007

(Tranquilli, la conclusione non ve la rivelo :-))

Così finalmente siamo arrivati alla fine della Saga per antonomasia: dopo la morte di Dumbledore/Silente, Harry, accompagnato da Ron e Hermione, deve affrontare l’ultima delle sue missioni: scovare e distruggere gli Horcrux (gli oggetti magici che garantiscono l’immortalità di Voldemort) e successivamente eliminare Voldemort in persona.

Non c’è dubbio che l’ultimo volume abbia da tirare un sacco di fili rimasti senza capo nei precedenti episodi. Tanto per dire i più importanti: chi diavolo è il misterioso “R.A.B.” che ha beffato Voldemort sottraendogli l’Horcrux nascosto nell’isoletta al centro del lago sotterraneo (che avevamo incontrato in una delle scene più emozionanti del sesto volume), e che cosa ha fatto di quell’Horcrux? E’ davvero possibile che Severus Snape/Piton abbia così clamorosamente tradito la fiducia accordatagli da Dumbledore/Silente? Che razza di natura ha il legame mentale che unisce Harry a Voldemort consentendogli istantaneo accesso ai pensieri di quest’ultimo? E bisogna riconoscere che a tutte queste domande, e a molte altre, viene data, nel volume finale, una risposta esauriente, per nulla stiracchiata o cervellotica (come invece, personalmente, avrei scommesso).

Ma, quasi a rendersi il compito ancor più difficile, la Rowling aggiunge un sacco di domande del tutto nuove: perché Dumbledore/Silente continua a non spiegare i dettagli delle missioni che affida ad Harry, continuando a lasciarlo brancolare nel buio? Perché gli lascia in eredità proprio quei tre misteriosi oggetti? Cosa diavolo sono i tre “Deathly Hallows” del titolo, menzionati per la prima volta da Xenophilius Lovegood (sì, proprio lui, il papà dell’amabile Luna), uno dei quali ha una inquietante rassomiglianza con un oggetto che Harry, Ron ed Hermione conoscono già da un bel po’ di anni? Hanno davvero qualcosa a  che fare con la (bellissima) fiaba per bambini che viene letta da Hermione a metà del libro (The Tale of the Three Brothers)? C’è del vero nelle scandalistiche rivelazioni della solita giornalista d’assalto Rita Skeeter, nel suo ultimo bestseller The Life and Lies of Albus Dumbledore (in particolare,  che in gioventù avesse avuto legami d’amicizia con un illustre Mago Oscuro, Gellert Grindelwald, di cui poi era diventato nemico e che aveva infine sconfitto in un celebre duello, ma di cui forse aveva in principio condiviso i progetti razzisti di dominio sui Babbani)?

Le complicazioni si moltiplicano quasi ad ogni pagina, perché davvero c’è una quantità di cose che la Rowling non aveva mai spiegato nei volumi precedenti e che ora è costretta ad affrontare passo passo. Così ora ci deve spiegare subito perché Harry deve assolutamente essere trasferito dalla casa dei suoi zii in un luogo sicuro proprio il giorno del suo diciassettesimo compleanno, né un giorno prima né un giorno dopo; o che importanza ha, nella vita dei maghi, il diciassettesimo compleanno; o come funzionano le complicate regole che presiedono ai rapporti tra un mago e la sua bacchetta.

Come si conviene ad un episodio conclusivo, questo ci riporta in tutti i luoghi visitati nelle puntate precedenti: così, anche se solo la parte finale del libro si svolge ad Hogwarts, rivediamo però Privet Drive, Grimmauld Place, The Burrow/La Tana, il Ministero della Magia, la Banca Gringotts (oltre ad un sacco di luoghi mai visti prima, tra i quali il principale è Godric’s Hollow). E ci ridispiega dinanzi tutti i personaggi della saga, anche alcuni (come Dobby, Ollivander o Percy Weasley) che da un po’ avevamo perso di vista. E di molti ci offre aspetti che non conoscevamo (che rapporti avevano avuto, durante l’infanzia e l’adolescenza, la madre di Harry e Snape/Piton? Perché Kreacher è diventato così cattivo? Che tipo di mago è stato davvero Dumbledore/Silente? Fino a che punto Ron è – infondatamente, peraltro - geloso di Harry e del suo rapporto con Hermione? La professoressa McGonagall/McGranitt è davvero così fredda e impassibile come vuole sembrare? Come si comporterebbe, in un duello magico all’ultimo sangue, Molly Weasley, la mamma di Ron, questa donna così affettuosa e gentile? E Draco Malfoy è davvero devoto alla causa di Voldemort?).

La particolare piega che prende la storia rende il libro abbastanza diverso dai precedenti, che erano tutti formati sulla ferrea struttura del calendario scolastico di Hogwarts; stavolta, quasi tutta la vicenda si snoda fuori da Hogwarts, perché i tre protagonisti ci mettono piede praticamente solo per la battaglia finale, cosicché un ruolo cruciale lo assumono personaggi finora relegati in ruoli abbastanza minori (come Luna e Neville, o Kreacher) e personaggi del tutto nuovi (come Aberforth, Xenophilius, Bathilda Bagshot, Griphook). Ma il libro continua a ricevere forza dall’abituale miscuglio di generi letterari che ha fatto la fortuna e l’originalità della saga: il libro di avventure e il  romanzo “di scuola” (che nella letteratura inglese ha una vasta fortuna, a partire almeno da Tom Brown’s Schooldays per finire a The Alchemists di Margaret Doody, magari passando per Salinger o John Barth), dalla storia di fantasmi al Bildungsroman. E ovviamente il lato “nero” della storia, che aveva cominciato ad apparire nel terzo volume e si era precisato nel quarto, quando i reali contorni della minaccia rappresentata dai Mangiamorte (i seguaci di Voldemort) si erano per la prima volta chiariti, arriva al culmine. In questo volume, lo scontro tra Bene e Male (sempre presente) si caratterizza come una lotta fra tolleranza e intolleranza del diverso: ci rendiamo improvvisamente conto che la vittoria di Voldemort significherebbe l’oppressione, lo sfruttamento, la riduzione in schiavitù o anche la distruzione fisica e lo sterminio dei Babbani, dei Mudbloods (i maghi figli di Babbani, come Hermione), di elfi e goblin, che insomma il Nuovo Ordine che Voldemort vuole instaurare  assomiglia in modo impressionante al Terzo Reich (con i maghi purosangue come la Razza Superiore); e ci sono molte parti del libro - in cui sono descritte la vita sotto copertura di Harry e dei suoi amici fuori da Hogwarts, e la sorda lotta che gli altri amici di Harry dentro Hogwarts oppongono al Nuovo Ordine - che assomigliano moltissimo alle storie della lotta partigiana. Una così convinta difesa della fondamentale uguaglianza fra gli uomini, e della necessità della tolleranza e dell’accettazione del diverso per poter continuare a potersi definire umani, è da molto tempo che non si vedeva nella letteratura “mainstream” – e figuriamoci nel genere fantastico, dove di norma l’enfasi (anche in innegabili capolavori come i libri di Tolkien) è sull’Ordine, la Religione, la Tradizione, quando non semplicemente la Forza, la Spada o la Magia. Qui la magia è solo una abilità particolare, che non rende i maghi superiori a chi non la possiede, ma anzi impone loro obblighi e doveri particolari; e le magie più importanti di tutte (come Dumbledore/Silente spiegherà ad Harry in una pagina memorabile) sono l’amore, la lealtà, l’innocenza. Ma si tratta, va subito aggiunto, di un pensiero che non è affatto ignoto nemmeno alla letteratura "di massa" (come, nell'ambito del genere "fumetti di supereroi", gli X-Men).

Capite, insomma, che si tratta di un libro che piacerà sia ai bambini sia agli adulti, perché si può leggere a molti livelli diversi, e perché è il frutto di una abilità  e di una intelligenza diaboliche. C’è solo da augurarsi che sia  davvero (come peraltro pare: anche perché, a meno di resurrezioni improbabili.... Oops!, una continuazione la vedo difficile) l’ultimo!

September 4, 2007

La ragazza del secolo scorso

R. ROSSANDA, La ragazza del secolo scorso, Torino, 2005.

Come “autobiografia” è abbastanza ingannevole: della vita privata,  salvo la prima parte del libro che tratta di infanzia e adolescenza, non si parla quasi, e anche il resto, che vuol  essere (come recita la quarta di copertina) “il racconto di una vita: la politica come educazione sentimentale”), si arresta al 1969, ovvero all’espulsione del gruppo del Manifesto dal PCI.

La parte più valida e autentica del libro, a parte la già descritta prima parte (ove spicca il momento in cui R. matura la sua scelta di divenire comunista e di aderire alla lotta partigiana, tramite il suo professore, Antonio Banfi, che le stila una lista di libri da leggere prima di entrare nel Partito: Marx, Lenin, ma anche Laski e De Ruggiero), sta senza dubbio nella descrizione, appassionata ma nel complesso assai sobria, della vita quotidiana dell’apparato del Partito, dal punto di vista di una funzionaria di non primissimo piano, ma nemmeno di infimo livello. Compaiono tutte le personalità più rilevanti di questo periodo di storia del PCI: da Togliatti a Secchia, a Longo, Ingrao, Scoccimarro, Alicata, Amendola, Pajetta, Berlinguer, Trentin eccetera, sovente descritti in modo molto diverso dalla vulgata affermatasi in seguito (Amendola, ad es., è rappresentato  come un astuto e vendicativo intrigante ed il vero e nascosto dominatore del cruciale periodo di interregno che va dalla morte di Togliatti all’elezione di Berlinguer, ed una delle parti più interessanti del libro – anche se, temo, non delle più attendibili – è la descrizione del modo in cui gli amendoliani riuscirono ad assicurarsi il predominio emarginando gli ingraiani. Quanto a Togliatti, viene presentato come un imperscrutabile e saggio vecchio zio, che guida il partito con estrema prudenza e con un certo paternalismo, ma non come il vecchio orco collerico della tradizione.

Le necessità dell’attività soprattutto “culturale” del Partito, i suoi rapporti con i “partiti fratelli” e con il resto della società italiana, i compromessi (a volte, non inevitabili), le sconfitte e le vittorie, sono descritte con ammirevole onestà: siamo di fronte ad una persona che al Partito ha dedicato, letteralmente, l’intera vita - per poi arrivare, nell’ultimo atto, nel 1969, a condividere le amare parole di Natoli : “Non occorre una tessera per essere comunisti” (ma per poi aggiungere subito dopo: “No, per essere comunisti non occorreva. Ma per smuovere un paese occorreva un grande partito”) – e che sta cercando di dire la verità, senza nascondersi gli errori, e senza demonizzare gli avversari. Anzi, questo tratto di (apparente) impassibilità, di totale assenza di risentimento, di civile autocontrollo, è quello più accattivante del libro; tratto non privo, va detto, di una certa civetteria, quasi a rimarcare la differenza di garbo e di tono fra la vecchia generazione di militanti, o di politici tout court (come nel passo, forse un po’ snobistico, ma secondo me non certo falso, in cui ricorda che il linguaggio oggi abituale nelle discussioni politiche “allora lo usava solo il Bertoldo”) e quella attuale; e le frecciate all’attuale dirigenza dei DS si sprecano.

Il giudizio da dare sul libro è complesso. Cominciamo con gli elementi positivi, che peraltro in parte ho già elencato. Il realismo e l’onestà della rappresentazione del funzionamento quotidiano di una formidabile macchina come quella del Partito, meritano di per se’ un convinto elogio. Sono poi molto brillantemente resi gli aspetti relativi alla politica “culturale “ del Partito.

Le affermazioni di R. circa la “democraticità” del Partito (a suo avviso, ben maggiore di quella presente nei DS attuali), pur col ben noto orrore del correntismo e delle frazioni, sono probabilmente vere, e acquistano in ogni caso maggior valore venendo da una che a suo tempo è stata espulsa. Quel che pare davvero poco convincente, invece, è la sistematica attenuazione dei legami “organici” tra PCI e URSS. D’accordo che il PCI si trovava in uan situazione  particolare (paradossalmente, protetta dall’ “amica” URSS dal fatto di rientrare nella sfera di influenza dei “nemici” USA) che gli garantiva insieme maggiore e minore libertà di manovra; ma è ingenuo e, alla fine, anche contraddittorio negare che il legame con l’URSS avesse un peso decisivo nella collocazione politica del PCI. Sarà pure vero, come R. ci ricorda continuamente, che il PCI era libero; sarà pure vero che i metodi sovietici al PCI non piacevano; sarà pure vero che la contrarietà a questi metodi era già diffusissima nel Partito nel 1956 e ancor più nel 1967; però sta di fatto che lo “strappo” ufficiale con l’URSS venne solo molto dopo, con Berlinguer, e che ancora negli anni Ottanta avanzati il capo della “destra” comunista ed erede di Amendola (l’attuale Presidente della Repubblica Napolitano) scriveva in un libro pubblicato da Laterza che sì, i paesi del socialismo reale erano esecrabili, ma che comunque, con tutti i loro difetti, erano pur sempre molto meglio di qualunque democrazia borghese.

Anche se, in un certo senso, questo lo ammette anche R. Scrive ad es. a p. 186: “Il non dire fu l’errore più grande- fu questo a minare le fondamenta e a produrre il crollo del 1989. Questo fu la vera doppiezza, non la doppia lealtà –di cui si scrive – fra l’obbedienza a Roma e l’obbedienza a Mosca. Che sciocchezza. Il Pci del 1945 sapeva e fece uso di tutti gli interstizi resi possibili dalla divisione del mondo, evitando di essere folgorato da una scomunica; se sbagliò le responsabilità sono sue. Al mio livello nessuno sentì il dilemma: a chi sto ubbidendo? Gli errori furono nostri, non imposti. E fra questi c’è lo scarto fra quel che si sapeva e quel che veniva distillato a una base ritenuta fragile. Non le si offrì alcun ragionamento che fungesse da scudo nel momento della verità. Il gruppo dirigente non lo offrì neppure a se stesso, se nel 1990 una compagna appena portata in segreteria, Livia Turco, disse con sincero stupore, rientrando da Berlino, di avere capito solo in quei giorni che i comunisti potevano non essere amati. Se ho un risentimento è con la tendenza dei comunisti e di tutte le avanguardie a guardare alle <<masse>> come gattini ciechi. Una stupida scommessa con il tempo, ce la faremo prima che chi ci segue sappia e si scoraggi. Assumere tutto nella sua durezza, non ridurlo a un errore facile e tener fermo lo stesso il fine – questo non lo sapemmo fare, neanche quelli che avevano qualche contezza di come stavano le cose”. Questo è molto bello e anche coraggioso, ma a me suona di consolazione stoica.

Anche perché la collocazione internazionale era solo la conseguenza di scelte molto più fondamentali. Se è sicuramente vero, come scrive R., che nessuno nel PCI (nemmeno Secchia) pensò mai ad una rivoluzione concretamente imminente, c’è da chiedersi se sia vero anche che nel PCI nessuno pensasse affatto alla possibilità della rivoluzione, anche nel futuro. Se fosse vero, allora si sarebbe trattato di acchiappare il toro per le corna, di guardare in faccia la realtà, e di prendere atto del fatto che una distinzione tra comunisti e socialdemocratici, almeno in Italia, non aveva più senso. Era quello che a un certo punto, nel 1964, disse in fondo Amendola (=il congresso di Livorno del 1921 era stato un errore): ma non gli venne dietro nessuno, tantomeno R. Eppure bisogna riconoscere che, senza la prospettiva di una rivoluzione nella proprietà dei mezzi di produzione, non esiste alcun comunismo (almeno come distinto dalla socialdemocrazia): tanto valeva prenderne atto al momento della nascita del centrosinistra (nei cui confronti il PCI tenne un atteggiamento assai più ambiguo e prudente di quanto non dica R.).

L’impressione, insomma, è proprio che alla situazione reale, ai processi economici in atto, alla famosa “struttura” (benché R. richiami continuamente la necessità di non perdere di vista i processi reali) il libro non presti abbastanza attenzione.

Ecco infatti che, raggiunto il boom, rivoluzionate abitudini e servitù e sottomissioni secolari, ottenuta finalmente la democrazia politica e una discreta fetta di democrazia economica, raggiunto l’accesso dei proletari al benessere, si pone il fatidico problema: E adesso, che si fa? E qui la lucidità, mi sembra, viene meno.

R. dice in sostanza che, negli anni Settanta, “i rapporti di forza oscillarono verso la nostra parte” (p. 297). Emergevano nuovi operai e emergevano nuovi studenti. Si rendeva necessario ripensare non solo le tattiche, ma le strategie del PCI. “Da noi a metà dei sessanta cambiava l’assetto del capitalismo, fu il suo periodo ruggente, tentava qualche ambizione che andasse oltre la miseria dei pochi salari, pochi consumi, repressione quanto serve. Cambiava la fisionomia delle leve giovanili: gli studenti erano una massa crescente e non sfilavano più per l’italianità di Trieste, stava finendo la loro secolare visione di sé come classe dirigente borghese di ricambio. Come i giovani operai non erano più quelli cher avevano difeso le fabbriche in guerra, era finita la fedeltà all’azienda, perdurata anche durante le lotte più acute a Torino”; ma il PCI “anzitutto guardò con sospetto l’incrinarsi del <<valori>> borghesi – il mutare degli atteggiamenti, il logorarsi della famiglia, le rotture nei comportamenti” (p. 297-8). La prudenza era stata forse una virtù prima; ma adesso? “Il coincidere fra un accelerarsi delle trasformazioni del paese e la morte di Togliatti dava tutt’altro rilievo a ogni nostro accento identitario: veniva meno quel vivo cordone ombelicale che eravamo stati con un passato esaltante e terribile, riscatto e caduta. Si era liberi e assieme costretti a ripensarsi. Chi eravamo? (...) Era bell’e spenta la leggenda d’un uomo nuovo e semplificato, era con l’uomo complesso che avevamo a che fare. Ne ero convinta e contenta. Ma ogni tanto mi sfiorava il sospetto che quell’essere diversi venisse evocato più che per affondare la critica sul presente, per giustificarlo. Oggi so che era proprio così, che la rinuncia al <<marxismo-leninismo>>, formula sciagurata, non era un ritorno (anzi per il Pci una andata) a Marx, al fine di verificare lui sull’oggi e l’oggi su di lui; era un’inconfessata attrazione per la borghesia come capace di creare un suo mondo, non fatto tutto e solo di sfruttamento. Lo sviluppo delle forze produttive ha un suo fascino, perché non dovrebbe averlo? Non era ancora di moda contemplare le società precapitalistiche come gemme dell’autenticità – è negli anni settanta che si sarebbe oscillati fra la loro condanna e la loro esaltazione” (p. 298-9). Siamo qui forse al nodo centrale del libro: “La brutalità del fascismo aveva semplificato il quadro, facendoci assumere la democrazia borghese come una conquista, cui mancava solo liberarsi dalla povertà. Adesso, finito il fascismo, in declino la Guerra fredda, quel che si proponevano i comunisti avrebbe dovuto venire riesplicitato. Ma non lo era affatto. A cominciare dal guardare in faccia, in tanto chiacchierare su Gramsci, su quale fosse negli anni sessanta del xx secolo il famoso <<blocco storico della rivoluzione italiana>>, i ceti anelanti a liberarsi. Certo non li simboleggiavano più l’operaio e la kolchoziana che, al posto del leone della Metro, avanzavano radiosi nel logo della Sovetexportfilm – la contadina volgeva ormai alla coltivatrice diretta anelante ad avere non più che il bilancio in pareggio. C’erano invece gli intellettuali, c’era la perdita del modesto privilegio dei ceti medi, c’erano le ambigue figure degli apparati ideologici dello stato, c’erano gli sconosciuti giovani. E’ dalla risposta a questo interrogativo che passava o non passava la questione della rivoluzione in occidente, e quale e come” (p. 299). Il punto nevralgico è proprio questo: la scelta tra guardare in faccia i mutamenti epocali avvenuti in occidente (ed intervenuti, va detto subito, grazie anche, e molto, agli sforzi dei partiti di sinistra) e cercare di guidarli tenendo la barra ferma agli interessi a lungo termine degli spossessati, o buttare a mare questo fine per continuare a inseguire il miraggio della rivoluzione, chi ci sta ci sta. La prima è stata la scelta (vincente) del socialismo europeo (e anche italiano, se si tiene presente, come si deve fare, che tutte le riforme economico-sociali davvero significative avvenute in Italia provengono dalla stagione dle centro-sinistra), la seconda quella dell’estrema sinistra, del movimentismo. Il PCI, di fatto, ha avuto la colpa di non scegliere tra queste due opzioni, ed è finito logorato, malinconicamente, da entrambe le parti, optando infine per il socialismo quando ormai la sua forza e il suo prestigio (che avrebbero potuto essere decisivi nel sessanta e nel settanta) si erano in gran parte consumati.

La diagnosi di R. è invece l’opposta; e la cosa sorprende un po’ visto che R. rampogna sia il PCI sia il movimento studentesco per il loro poco marxismo, per la scarsa attenzione alla struttura, ai rapporti di produzione (che è una posizione secondo me corretta, ma che avrebbe dovuto condurla logicamente a tutt’altre conclusioni): “Non si cominciava a sussurrare attorno a Botteghe Oscure che era stata data troppa importanza alla proprietà dei mezzi di produzione, la famosa base, rispetto alla sovrastruttura (non si diceva ancora <<economicismo>>), cioè all’ordine simbolico (anche questo termine sconosciuto)? Avevo alzato il sopracciglio leggendo un testo di Gramsci – Togliatti era ancora vivo – La rivoluzione contro il capitale, che sottolineava come il 1917 fosse avvenuto nella parte del mondo dove, Marx alla mano, meno si sarebbe potuto attenderlo. Nei primi anni venti poteva essere una buona polemica contro un certo positivismo dei primi socialisti, ma quel positivismo era bell’e spento. Quel che il testo suggeriva era la natura <<politica>>, assai prima che sociale, della rivoluzione (...) Altro che base e sovrastruttura, per cui la seconda sarebbe necessariamente  mutata una volta intaccata la prima: da noi l’attenzione alla sovrastruttura, con la coipertura di Gramsci, stava mettendo fra parentesi la base (...) Il marxismo era, sicuro, una filosofia e se si vuole un umanesimo, ma non si poteva tirare in tutte le direzioni, fin fuori della sua origine, nella crudele estraniazione del modo di vivere e di produrre nel capitale. Né si poteva giocare allegramente Gramsci contro Marx, o addirittura Vico contro Gramsci. Eravamo sempre lì, al crocianesimo di ritorno nella formazione del gruppo dirigente comunista. Molti di noi, avvertendo la frizione con una società che andava in fretta, scalpitavano. Ma pensammo a lungo a una lentezza, un ritardo, non a una sorta di mutazione genetica avvenuta. Quel corpaccione si sarebbe mosso, non fosse che per quel senso della realtà che non gli mancava” (p. 300-1). Il corpaccione è quello del Partito, ovviamente. Ma muoversi per fare che cosa? Questo la Rossanda non ce lo spiega. Così, le infatuazioni per Cuba, per il movimento studentesco, risultano ancor più inspiegabile visto che R. non si nasconde i limiti degli uni e degli altri (gli studenti “avevano qualche idea di Marx, ignoravano Gramsci o Korsch o Lukàcs, le loro icone erano Lenin e Mao, ma soprattutto Ho Chi Minh e Guevara. Ma parevano aver succhiato il latte dei francofortesi per la critica radicale della società omologante e dei consumi – nel nostro 1968 Marcuse fu il più letto, mentre nell’aprile di quello stesso anno, un mese prima dell’esplosione, nella Parigi intellettuale non se ne aveva ancora idea (...) Comunque Marcuse spostava il soggetto rivoluzionario dalla classe operaia, in nome della quale continuavano a parlare i tiepidi partiti della sinistra, a un soggetto non più proletario e progressista ma marginalizzato e antisviluppista; gli studenti se ne sentivano fratelli, massa acculturata e deprezzata che non poteva né desiderava diventare la nuova leva dirigente dell’ordine dato”, p. 344; oppure: “I giovani erano già perduti. Era troppo facile vedere quanto fosse fragile quel sollevarsi di una generazione che non si opponeva, come noi, alla <<reazione>> ma all’intera architettura del sistema capitalistico – noi dicevamo diritto allo studio, loro davano l’assalto alla scuola come formatrice del consenso, noi dicevamo diritto al lavoro, loro volevano la fine del salariato, noi volevamo più giustizia distributiva e loro se ne fregavano dei consumi. Il mondo gli era parso di colpo come era, come chi aveva appena annusato Marx sapeva che fosse. Era la prima  ondata che contestava il progressismo”, p. 357; “I sessantottini erano libertari, antiborghesi, antisistema, anticapitalisti e antimperialisti. Ogni tanto acclamavano Lenin, Rosa  Luxemburg (pochi), Ho Chi Minh e Mao (di più), ma non erano che simpatici simboli. Si trattava di battere il potere, anzi i poteri esistenti da noi, e gli parve a portata di mano, sarebbe seguito alla presa di coscienza, stava già nella presa di coscienza – che cosa era stato, o sarebbe stato, il tentare una società diversa non si domandavano”: p. 363). Passare da Marx ai francofortesi non è un passaggio indolore. Questi nuovi soggetti rivoluzionari, al dunque, evaporarono. La nuova strategia suggerita da R., a quanto pare, sembra essere che il Partito avrebbe dovuto restare a fianco degli studenti in lotta (“La nostra presenza o assenza modificava la scena”): il problema era che il PCI era un partito che aveva (ancora) le idee chiare e distinte (“si scendeva in piazza per un obiettivo chiaro e limitato (ne eravamo capaci ancora) o niente, si stava alle regole non solo per non spaventare il prossimo, ma perché i comunisti erano i cittadini più specchiati, studio, lavoro e famiglia. Altro che gli slogan del 1968 che dell’ordine dato denunciavano il ruolo di regolatore (...) Erano diventati i più onesti fra i socialisti, i meno audaci fra i riformatori. Erano perbene. (...) Da un Gramsci light avevamo assunto l’idea  d’una società regolata, senza badare troppo a quale, via via scivolando nel timore del disordine. E tutto quel che non stava nelle nostre previsioni era disordine. D’altra parte far cagnara solo per sentirsi insieme non era cosa da noi, avvezzi a metterci insieme per conseguire uno scopo preciso (...) Ma a forza di essere ragionevoli avevamo perduto perfino la curiosità per quella insorgenza giovanile senza preceenti, figlia nostra e ribelle. Non soltanto quei bacucchi del Pcf se ne erano ritratti ma anche noi, i comunisti più intelligenti d’Europa”, p. 358) e anche l’alternativa che pareva chiara a R. e ai suoi amici evidentemente non apparve così chiara al PCI. Ma in questo fu il PCI ad avere ragione, non nel rimanere immobile come fece. Col senno di poi, possiamo dire, credo, che l’alternativa era un’altra.

A R. rimane il rammarico che le rivolte operaie del 1969 (“la più grande e colta lotta operaia del dopoguerra”, p. 378) non siano state appoggiate dal PCI, tutto preso dal repulisti interno contro quelli del Manifesto, e che quando Berlinguer andò nel 1979 a sostenere un’altra occupazione della FIAT fosse già troppo tardi (p. 381). Invece era già tardi anche nel 1969, e non essersi affatto accorta, nonostante i ripetuti richiami (la stessa R. parla de “la riorganizzazione del lavoro, la tecnologia che tagliava all’operaio sotto i piedi l’erba in cui finora era cresciuto, la ristrutturazione della proprietà e del mercato del lavoro- dei quali il Pci si accorse tardi e li assunse senz’altro come forma inevitabile dell’economia”, p. 383) di dove stavano andando i famosi processi reali, lo sviluppo dell’economia, è davvero la critica più grave che si possa fare a chi continua a definirsi un intellettuale marxista.