L'idea di città
J. RYKWERT, L’idea di città, Milano, 2002 

Partiamo da ciò che abbiamo perso noi contemporanei, partiamo cioè dallo smarrimento della sicurezza sul modo di funzionare dell’universo, la cui più tragica conseguenza è l’incapacità di interpretarlo, questo mondo.
Le città antiche rispondono ad uno schema unico, che accomuna civiltà diverse e lontane tra loro: Roma, gli Etruschi, gli Egizi, gli Indù, le popolazioni africane, gli Indiani d’America, i Tiwi australiani, i Cinesi agiscono tutto nel medesimo modo.
Ritualmente fondano le proprie città, ritualmente le pongono sotto la protezione divina, ritualmente la disegnano secondo la propria cosmogonia.
Ovvero, eseguono le seguenti azioni:
1. la messa in atto, al momento della fondazione di un qualsiasi insediamento (o anche di un tempio, e perfino di una semplice abitazione), di una rievocazione drammatica della creazione del mondo;
2. l’incorporazione di quest’azione drammatica nella pianta dell’insediamento, come pure negli ordinamenti sociali e religiosi;
3. il conseguimento di quest’ultimo scopo mediante parallelismo fra gli assi della pianta urbana e quelli dell’universo;
4. la ripetizione della cosmogonia di fondazione nel corso di feste periodiche e la sua incorporazione a scopo commemorativo nei monumenti locali. (p. 236).
Ecco perché nei riti fondativi di moltissime popolazioni e civiltà vi è un insistente, quasi ossessivo, ricorrere al tema della conciliazione (le dicotomie sono infinite: tra elemento femminile ed elemento maschile, tra dei superi e dei inferi, tra città e campagna, tra popolazione e territorio).
Il tracotante Remo paga con la vita la violazione del sacro recinto (sulcus primigenius); egli non crede e non partecipa al rito, egli dunque non condivide un sentire e un modo di pensare che è invece il fondamento della comunità.
Vi è dunque, negli Antichi, un’idea di città prima ancora che vi sia una città fisica.
Ciò che per noi è l’insieme di strade, quartieri, infrastrutture, servizi, ciò che noi cerchiamo di governare partendo dalla realtà fisica dell’insediamento, per gli Antichi era un’astrazione rituale; vi è un rovesciamento rispetto al mondo antico, molti degli ambiti che si concepivano in termini mitici e rituali, ora sono concepiti secondo la loro natura pratica e tecnica.
Questo ribaltamento “culturale” determina una serie di conseguenze sulla capacità dell’uomo di dominare la propria esistenza.
Gli Antichi, per quanto possa apparire paradossale, dominavano la Natura ponendosi sotto l’ala protettrice degli dei, a seguito di complessi riti propiziatori, sacrifici e cerimonie.
In un certo senso “pilotavano” le volontà divine, servendosi abilmente della liturgia a loro disposizione, si premunivano di far fondare la città da un eroe e solo da un eroe, che avrebbe consultato l’oracolo e, dopo vaticinio, agito.
Non sorprenda che una civiltà “pragmatica” come quella Romana vivesse sotto l’ingombrante peso della divinazione; non sorprenda perché tutto ciò che è gravato dal mito assume carattere simbolico e i simboli sono la maniera più efficace di comunicare e controllare.
E nella quale ci troviamo tuttora invischiati, aggiungo io.
Da qui la perdita dell’idea del mondo.
Da qui la perdita dell’idea di città.
Ovvero, eseguono le seguenti azioni:
1. la messa in atto, al momento della fondazione di un qualsiasi insediamento (o anche di un tempio, e perfino di una semplice abitazione), di una rievocazione drammatica della creazione del mondo;
2. l’incorporazione di quest’azione drammatica nella pianta dell’insediamento, come pure negli ordinamenti sociali e religiosi;
3. il conseguimento di quest’ultimo scopo mediante parallelismo fra gli assi della pianta urbana e quelli dell’universo;
4. la ripetizione della cosmogonia di fondazione nel corso di feste periodiche e la sua incorporazione a scopo commemorativo nei monumenti locali. (p. 236).
Il bisogno di agire in piena armonia con il cosmo è il frutto dell’originaria e traumatica frattura che le varie civiltà umane hanno vissuto nel momento della consapevolezza di essere altro; Rykwert sottolinea quanto questa separazione tra l’uomo, che agisce, da una Natura diversa da sé, ostile se non opportunamente armonizzata attraverso riti augurali, condanni l’uomo all’eterna ricerca della conciliazione con il divino e il mondo su cui insiste.
Ecco perché nei riti fondativi di moltissime popolazioni e civiltà vi è un insistente, quasi ossessivo, ricorrere al tema della conciliazione (le dicotomie sono infinite: tra elemento femminile ed elemento maschile, tra dei superi e dei inferi, tra città e campagna, tra popolazione e territorio).
Il rito di fondazione più celebre è quello di Roma: “…visto il fratello intento a scavare un fossato, in cui doveva correre il muro intorno alla città, [Remo] prese ora a deridere, ora ad ostacolare il suo lavoro. Infine l’attraversò con un salto, ma nel medesimo punto stramazzò; alcuni dicono abbattuto dallo stesso Romolo, altri da un suo seguace…” (Plutarco, Vita Romuli, X,1).
Il tracotante Remo paga con la vita la violazione del sacro recinto (sulcus primigenius); egli non crede e non partecipa al rito, egli dunque non condivide un sentire e un modo di pensare che è invece il fondamento della comunità.
Vi è dunque, negli Antichi, un’idea di città prima ancora che vi sia una città fisica.
Ciò che per noi è l’insieme di strade, quartieri, infrastrutture, servizi, ciò che noi cerchiamo di governare partendo dalla realtà fisica dell’insediamento, per gli Antichi era un’astrazione rituale; vi è un rovesciamento rispetto al mondo antico, molti degli ambiti che si concepivano in termini mitici e rituali, ora sono concepiti secondo la loro natura pratica e tecnica.
Questo ribaltamento “culturale” determina una serie di conseguenze sulla capacità dell’uomo di dominare la propria esistenza.
Gli Antichi, per quanto possa apparire paradossale, dominavano la Natura ponendosi sotto l’ala protettrice degli dei, a seguito di complessi riti propiziatori, sacrifici e cerimonie.
In un certo senso “pilotavano” le volontà divine, servendosi abilmente della liturgia a loro disposizione, si premunivano di far fondare la città da un eroe e solo da un eroe, che avrebbe consultato l’oracolo e, dopo vaticinio, agito.
Non sorprenda che una civiltà “pragmatica” come quella Romana vivesse sotto l’ingombrante peso della divinazione; non sorprenda perché tutto ciò che è gravato dal mito assume carattere simbolico e i simboli sono la maniera più efficace di comunicare e controllare.
Poi Rykwert cita Simone Weil - “Solo una concezione mistica della geometria come quella pitagorica poteva suscitare il grado di concentrazione indispensabile agli inizi di questa scienza. Siamo tutti d’accordo sul fatto che l’astronomia derivi dall’astrologia e che la chimica derivi dall’alchimia; ma questa successione, che è interpretata come progresso, implica invece una diminuzione di concentrazione. L’astrologia e l’alchimia, essendo trascendenti, rappresentano una contemplazione della verità eterna attraverso i simboli forniti dal moto degli astri e dalla combinazione degli elementi. L’astronomia e la chimica sono forme degradate di queste scienze; l’astrologia e l’alchimia ridotte ad arti magiche sono forme ancor più degradate. Non vi è concentrazione perfetta all’infuori di quella religiosa.” (p .62/63), e Levi–Strauss che, a proposito dell’inutilità di molti animali o vegetali adottati come totem dalle società primitive, fa notare che sono stati scelti non perché buoni da mangiare, ma perché buoni da pensare - e così conclude: quando la civiltà romana, nella tarda età repubblicana e poi nell’età imperiale, disciplina in modo uniforme e con pertinacia quasi maniacale la disposizione planimetrica delle città, delle campagne e perfino degli accampamenti, essa è all’alba della degradazione di cui parla S. Weil.
E nella quale ci troviamo tuttora invischiati, aggiungo io.
Da qui la perdita dell’idea del mondo.
Da qui la perdita dell’idea di città.
(Anna Diana Debernardi)
Commenti
Io non ho capito.
"Una diminuzione di concentrazione"?
"Non vi è concentrazione perfetta all’infuori di quella religiosa"?
Non è che non condivida, è chenon capisco cosa voglia dire.
E' una concezione reazionaria, molto semplicemente. L'idea è che tutto quanto c'è di buono nell'opera dell'uomo risiede nell'imitazione e nella contemplazione dell'ordine del cosmo, riflessa in un qualche archetipo. Tutto ciò che non viene da lì è una degradazione. Ovviamente si tratta di una teoria che, come minimo, è parecchio discutibile.
Secondo me l'interesse del libro non sta tanto in questo tipo di considerazioni, quanto nella parte in cui descrive cos'era e come funzionava l'idea di città negli antichi.
Tu dici kk?
"Ciò che per noi è l’insieme di strade, quartieri, infrastrutture, servizi, ciò che noi cerchiamo di governare partendo dalla realtà fisica dell’insediamento, per gli Antichi era un’astrazione rituale; vi è un rovesciamento rispetto al mondo antico, molti degli ambiti che si concepivano in termini mitici e rituali, ora sono concepiti secondo la loro natura pratica e tecnica".
Secondo me se un sindaco proponesse di fare un PRG concependolo in modo "mitico o rituale" difficilmente otterrebbe il tuo voto :o)
Ho la sensazione che sfugga qualche passaggio.
Anch'io dubito che un PRG fatto in modo "mitico o rituale" otterrebbe molti voti :-))
oggi la città è considerata un ecosistema, un organismo che cresce, si ramifica, muore, descresce, continuamente paragonata alla scienza organica.
nulla di tutto ciò attraversava la mente degli antichi.
la città è Il LUOGO.
è un'istituzione.
Davvero, addb? Io non credo che un ecosistema sia pensabile come un "organismo". Mi sembra anche questa un'idea antica.
nel senso che anche recenti piani (mi viene in mente la "rete ecologica" di roma) cercano di unire, nella gestione della città, l'approccio ambientale (protezione delle risorse, limiti alle trasformazioni del teritorio, sostenibilità) con quelli urbanistici (flessibilità, aggiornabilità delle zone, standard qualitativi degli interventi, valutazione degli effetti come criterio decisionale).
se la città è un ecosistema, quindi in continuo mutamento, le decisioni saranno condizionate da questi mutamenti.
ora, si può invece benissimo ribaltare il tutto: la città non è organismo che detta le decisioni, la città è l'espressione diretta delle decisioni.
io preferisco la seconda visione.
però l'urbanistica è maledettamente complicata.
e gran parte di essa si gioca sui numeri e l'equilibrio degli stessi.
Sì, capisco cosa intendi.
Mi chiedevo questo: l'idea dell'organismo non è incompatibile con l'urbanistica? Capisco che un albero si può far crescere in una direzione piuttosto che un'altra, si può potare così o cosà ecc., ma alla fin fine il margine di discrezionalità che si può avere è abbastanza limitato, e quel che contano non sono le esigenze tue, ma le sue. Mentre una città può crescere ben al di là di quanto non possa fare un albero (per non parlare di un animale).
Non so se ho detto una cazzata (è possibilissimo).
l'architettura organica è un preciso momento e filone architettonico, maestro fu f.l. wright.
in urbanistica credo che sia più che altro un "gioco" di definizione basato sulla suggestione che la città sia viva.
è vero che la città è viva, ma è anche vero quel che dici: non cresce come un organismo vivente.
quindi, a mio modestissimo modo di vedere (non faccio l'urbanista) l'approccio organicista è pericoloso.
però la pianificazione urbana non deve prescindere da fenomeni "spontanei" (che spontanei non sono mai) come lo spostamento di interesse da una zona all'altra, i flussi di traffico, gli orari dei flussi.
ovvio, e francesca potrebbe farci una lectio magistralis, che ad ogni mutamento vi sono precisi fattori determinanti, molto difficili da analizzare, alle volte.
per questa varietà e vastità di fenomeni, la città è difficile da pianificare.
soprattutto è difficile individuare lo sturmento per pianificarla.
la tecnica dello zoning è stata abbandonata.
ma l'urbanistica è alla continua ricerca di strumenti sufficientemente flessibili per rinnovare la pianificazione; i tempi del governo del territorio sono troppo lunghi rispetto ai mutamenti, oppure troppo rigidi, oppure la pratica dei singoli operatori diviene motore della pianificazione (ancora una volta si ribaltano i tempi: chi costruisce pone problematiche e avanza richieste all'istituzione cittadina prima che questa sia riuscita e prevedere - certe volte a prevenire!).
Sono così interessanti queste cose, addb.
Mi spiace saperne così poco.
di fondo, vi è un errore fondmaentale e tragico, che rykwert sottolinea: oggi si pensa che gli antichi avessero un rapporto con la natura e la morfologia del territorio molto stretto e vincolante, fossero più saggi di noi nella scelta dei siti e sapessero più sapientemente progettare.
non sempre è vero: roma è sorta su un acquitrinio!
è come l'ideale di bellezza classico: marmo bianco, peccato che i templi greci rilucessero di sgargianti colori!
falsi miti, mentre si dimenticano quelli veri, cotitutivi di un modo di sentire che gode di una "concentrazione" sacrale.
nessuno auspica un ritorno alle vaticinazioni, ma forse, sul filone di quanto si sostiene in questo blog, l'approccio serio, entusiasta, d'amore per le cose, in questo senso "sacro", è l'approccio per non scadere e perdersi.
e l'idea suggestiva che la città sia un essere vivente, beh, è un bel cammeo, ma se non ci fa un cu*o così nello studiare le ragioni dei fenomeni che la città contiene non si va nessuna parte.
non è il corso di un fiume o una lettura aerea del territorio ad illuminare la pianificazione.
"nessuno auspica un ritorno alle vaticinazioni, ma forse,... l'approccio serio, entusiasta, d'amore per le cose, in questo senso "sacro", è l'approccio per non scadere e perdersi."
"e l'idea suggestiva che la città sia un essere vivente, beh, è un bel cammeo, ma se non ci fa un cu*o così nello studiare le ragioni dei fenomeni che la città contiene non si va nessuna parte.
non è il corso di un fiume o una lettura aerea del territorio ad illuminare la pianificazione"
AD, quando scrivi queste cose ti starei ad ascoltare per ore!
arrosisco.
Invece di arrossire, perché non ci fai un bel corso per principianti di urbanistica?
(Lo so, sono disgustoso :-))
perché non ne sarei in grado.
semplice.
Scherzi a parte: guarda che dicevo sul serio. Sei riuscita a tirar fuori un post bellissimo anche da un libro, tutto sommato, non memorabile come quello di De Botton. E le cose che hai scritto sopra sono
magnifiche.
Fine dei complimenti.
Davvero Roma è nata su un acquitrino? Sono proprio ignorante, mica lo sapevo.
"l'approccio serio, entusiasta, d'amore per le cose, in questo senso "sacro", è l'approccio per non scadere e perdersi".
Benissimo, mi unisco agli sperticati complimenti del capo-classe.
Io però, quello che hai scritto tu non lo trovo nella recensione del libro.
Forse il complimento più meritato che hai ricevuto da kk è proprio quello di aver preso da quel libro cose belle che non c'erano.
Sei il lettore perfetto: leggi cose belle anche quando in mano un libro mediocre. Fossi in te leggerei solo la guida del telefono che è gratis :o)))
a proposito di de botton: ricordate come finiva?
una delle virtù dell'architettura è la conoscenza di sé.
rykwert conclude alla stessa maniera, per ritrovare "qualche base di certezza nei nostri tentativi di dar forma all'ambiente dell'uomo [...] dobbiamo cercarla in noi stessi, nella costituzione e nella struttura della persona" pag 246.
cosa ne concludo? che de botton forse ha letto il rykwert...
buonaserata!
anche se ancora non ho letto il libro di rykwert il vostro dibattito mi ha stimolato non poco sulla questione città e dintorni..
anche a me piace pensare che la città sia una sorta di "organismo", più freddamente un "sistema" (non a caso gli ecologisti la definiscono come ecosistema urbano), ma certamente si tratta di un organismo che ha in sè assai poco di naturale e molto più di tecnologico. Gli elementi che però uniscono gli organismi naturali e quelli tecnologici (artificiali) sono certamente la vitalità e le funzioni che essi svolgono.
L'urbanistica tradizionale ha privilegiato un approccio funzionalista con tutti i limiti di rigidità che sta mostrando mentre credo che l'urbanistica (o forse meglio la paesaggistica) del terzo millennio dovrebbe porre al centro delle proprie riflessioni ed attenzioni la qualità della vita degli esseri che abitano la città, ma questa è molto più difficile da pianificare...
salve, piccia.
cerco di rispondere, per quanto mi è possibile: l'urbanistica è disciplina che si regge sui numeri e sulle proporzioni.
i piani regolatori e le cosiddette norme tecniche di attuazione stabiliscono indici, ovvero numeri, entro i quali si può costruire. la pianificazione, in tal senso, ha ben poco di romantico ed è sempre stato così.
ragionammo in passato, sempre su questo blog, sugli insediamenti compatti, serviti dai mezzi pubblici: vi è un limite oltre il quale non si può andare (non si possono concentrare più di tante abitazioni in un solo luogo se poi non v'è la possibilità di trasportare i residenti o dare loro i servizi primari).
è dunque questione di equilibrio.
disegnare il paesaggio è altra questione, prima bisogna stabilire i numeri.
e prima ancora bisognerebbe fornirsi di strumenti di pianificazione urbana snelli, svelti, senza il bisogno di ricorrere a piani eccezionali (ahinoi la pratica urbanistica italiana è fatta di prg vecchi e immobili e poi una costellazione di piani integrati di intervento (PII) coi quali le amministrazioni si sbizzarriscono, perdendo la visione unitaria della città nel suo complesso).
la qualità della vita è poi faccenda complicata, cosa determina la qualità della vita oggi?
tanto verde, poco smog, ma anche servizi, scuole, teatri vicini (o meglio, velocemente raggiungibili), mezzi pubblici efficienti, orari dei negozi 24h, etc etc....
oddio, ho scritto tutto ciò 2 ore fa, poi l'ho dovuto lasciare in sospeso.
posto, ma non garantisco...
pessimo lunedì di ritorno.
Make peace, not war!