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Architettura e felicità

di Anna Diana Debernardi

Alain de Botton ha i suoi affezionati lettori; è autore accattivante, comprensibile, lieve ed erudito nella quantità giusta per non aggravare né far scadere gli argomenti che tratta.

E’ diretto, asciutto, ti parla con stupefacente naturalezza e senza affanni della definizione di bello; rimane calmo e rilassante quando cerca di spiegare e spiegarsi perché certe cose ci piacciono, perché altre ci disgustano e perché il gusto nel tempo si modifica; scrive, arriva a conclusioni, porta alla comprensione.

“Architettura e felicità” è il suo ultimo libro; te lo tieni sul comodino, te lo leggi e te lo sfogli, non richiede che certi passaggi vengano letti più di una volta per comprenderli, non bisogna sapere già un’infinità di cose per seguire il filo del discorso, anzi, forse è meglio essere dei profani dell’architettura, per apprezzarlo e divertirsi almeno quanto lui si è divertito nello scrivere.

E dunque, perché la felicità è così intrinsecamente legata all’idea del bello che abbiamo nella mente?

 

Perché nessuno di noi è felice, se può scegliere, di vivere nel brutto, perché ciò che non ci piace non ci eleva, non soddisfa i nostri ideali, non appaga ciò a cui tendiamo, non ci sazia, finisce col sottrarci qualcosa: ci toglie l’energia che dobbiamo profondere per contrastare quel brutto e continuare a vivere, comunque.

E le energie ci piace, invece, preservarle per ben altro, per ciò che ci è necessario e per ciò che ci è superfluo (soprattutto noi, gli affannati del tempo libero e del divertimento).

L’architettura deve essere bella e utile, deve funzionare.

E’ una questione di aspettative e dall’oggetto architettonico ci aspettiamo le stesse prestazioni che pretendiamo, per esempio, da una macchina sportiva.

Insomma, non possiamo farci trattare male dalla nostra casa, farci insultare dalla sua bruttezza e inospitalità.

I panorami urbani sanno dare suggestioni fortissime, meglio un edificio bello, che ci saluta gentilmente piuttosto che un palazzone senza identità, forma, grazia che forse nemmeno ci rivolge la parola.

E “cultura è il termine che abbiamo assegnato alla forza che ci assiste nell’identificare su quale delle nostre molteplici sensazioni dobbiamo concentrarci e a quale attribuire valore" (pag. 258).

L’architettura è faccenda di tecnica e di cuore; ricordo uno slogan, letto a uno dei saloni del mobile: Progettare, voce del verbo amare.

Ci si relaziona talmente con l’architettura da rimanere influenzati nell’umore.

Se la felicità si costruisce, è un buon punto di partenza iniziare la sua costruzione all’interno di un involucro ben progettato, ben pensato, che ci ispira i sentimenti più nobili, gli ideali che sentiamo nostri, le virtù che magari non abbiamo ma a cui tendiamo.

Dove sorge il problema? Il problema è che non tutti abbiamo la stessa educazione al gusto, non tutti abbiamo lo stesso percorso estetico alle spalle e allora l’incomprensione, nonostante le buone intenzioni del progettista, è in agguato.

D’altronde, l’Inferno è lastricato di buone intenzioni e molti degli inferni urbani che viviamo sono lastricati delle buone intenzioni degli architetti e urbanisti.

L’ingegneria, per esempio, non vive di questi complessi: il binomio architettura-ingegneria è ormai antico, ci sono stati momenti di grande entusiasmo ingegneristico in cui l’architettura era data per spacciata, perché “gli ingegneri sono sani e virili, attivi e utili, morali e gioiosi (…) mentre gli architetti sono disillusi e oziosi, chiacchieroni e malinconici (…).” Così scriveva nel ’23 Le Corbusier, maestro indiscusso, creatore di scatole inabitabili, ma ricche di logos, è il Movimento Moderno.

Rimane il fatto che un “edificio è bello, quindi rivela più di una pura e semplice passione estetica; implica un’attrazione verso il particolare stile di vita che l’edificio incoraggia attraverso il tetto, le maniglie, le finestre, le scale, gli arredi. Se percepiamo la bellezza è segno che ci siamo imbattuti in una traduzione pratica di certe nostre idee sulla vita.

In ugual modo certi edifici ci sembrano offensivi non solo perché violano una preferenza estetica privata, ma perché entrano in conflitto con la nostra concezione dell’esistenza, il che aiuta a spiegar perché le discussioni sull’architettura più giusta abbiano un tono così serio e agguerrito” (pagg. 70/71).

L’architettura ci parla e si conquista il nostro rispetto solo se ci supera: ecco perché ancora oggi che i nostri ideali sono fatti di pace e democrazia ci piace che l’oggetto architettonico osi, sublimi tensioni che volano alto, democraticamente alto; l’uomo perisce se non idealizza.

E infatti l’architettura è propaganda, ci vende un’ideale comune (se è architettura riuscita), ci ispira sentimenti condivisi: l’importante è riconoscere, leggere, nonostante il tempo che passa.

A livello profondo, cerchiamo di assomigliare interiormente agli oggetti e ai luoghi che ci toccano in virtù della loro bellezza, non di possederli fisicamente” (pag. 150).

Incontestabile, direi.

L’architetto ha orrore di invecchiare, di apparire ridicolo col passare della moda.

Ma quali sono le virtù dell’architettura?

L’Ordine, accompagnato dalla Complessità.

L’Equilibrio.

L’Eleganza, ovvero la soluzione semplice e proporzionata di un problema complesso.

La Coerenza, tra le parti dell’edificio e tra l’edificio e il suo contesto.

La Conoscenza di sé.

 

Semplice, no?

Commenti

Ecco un testo che mette nelle sue proporzioni reali quei miserabili pensierini da scarafaggi che cercano un buco nel quale nascondersi dalla luce, quella cosa "siamo un popolo di cattivi"? su cui si dibbbatte fra Sofri e Quell'Altro, con corredo di 'forum'.

"ecco perché ancora oggi che i nostri ideali sono fatti di pace e democrazia ci piace che l’oggetto architettonico osi, sublimi tensioni che volano alto, democraticamente alto".

E quando invece si scrivono cazzatine da scarafaggi sull'"homo democraticus", che cosa 'osa' l'architettura?

Quelle duperie de parler de ce qu'on aime! Que peut-on gagner? le plaisir d'être émue soi-même un instant par le reflet de l'émotion des autres. Mais un sot, piqué de vous voir parler toute seule, peut inventer un mot plaisant qui vient salir vos souvenirs. De là peut-être cette pudeur de la vraie passion que les âmes communes oublient d'imiter quand elles jouent la passion.

Francesca | April 16, 2007 7:17 PM

Che bella la citazione, F.! Mi sembra anche di averla già letta- ma che cos'è?

(Ho letto D'Avanzo e dato un'occhiata al forum. Non ci sono parole)

KK | April 17, 2007 9:56 AM

bel post addb!!!

soupe | April 17, 2007 3:29 PM

ma soprattutto come deve vestirsi l'architetto per potersi dire tale? :P

alessandro | April 17, 2007 4:53 PM

come me!

"...l'idea viene dalla costatazione che per vendere un apparecchio sanitario ad un cosnumatore finale e non ad un'impresa edile, devi in quache modo far passare un oggetto generico, di primaria necessità, tecnico in qualche modo, dal mondo del bisogno al mondo dei desideri. Per ottenere questo risultato è fondamentale introdurre nella cultura del progetto per la cassa un paradigma di valori che è legato all'identità, al gusto, al piacere, all'idea di felicità insomma. ..."
Antonio Citterio
dedalo life-style, rivista bimestrale di assimpredil ance.
marzo-aprile 07

addb | April 17, 2007 5:19 PM

progetto per la casa!!!!
scusate il refuso funereo.

addb | April 17, 2007 5:20 PM

Mi sembra più un'intervista ad Ennio Doris che a Antonio Citterio. Ma ne prendo atto. è che continuo a confondere esigenze e prestazioni con desideri e felicità.... accidenti a me. :)

ieri avevo i mocassini. era dalla prima comunione che non li mettevo. oggi son tornato alle mie scarpe con la suola a pallini. inutile dire che in entrambi i casi sono ugualmente elegantissimo e delicato (nei modi soprattutto)

alessandro | April 17, 2007 5:43 PM

"continuo a confondere esigenze e prestazioni con desideri e felicità"

Ale, cosa vuoi dire? Che differenza c'è esattamente tra "esigenze e prestazioni" da una parte e "desideri e felicità" dall'altra? O vuoi dire che non c'è nessuna differenza?

KK | April 17, 2007 7:15 PM

Io ritengo che la differenza, per un progettista, debba esserci eccome! Penso infatti che un architetto sia principalmente preoccupato per la propria felicità, più che per quella del cliente... :)
Allora, credo, sia più onesto proporre prestazioni (misurabili) a precise esigenze richieste.

OT: ti devo una risposta all'ultimo tuo intervento da titollo. Poichè non voglio fuorviare il discorso in casa d'altri, ti risponderò da me.

alessandro-->KK | April 17, 2007 8:49 PM

"Allora, credo, sia più onesto proporre prestazioni (misurabili) a precise esigenze richieste."

Beh, e perché un edificio che piaccia al proprietario non sarebbe una "precisa esigenza richiesta"? Un edificio che fa felice il proprietario non fa felice anche l'architetto? Mi sembra una distinzione fasulla.
De Botton fa l'esempio di Ville Savoye di Le Corbusier (si potrebbe aggiungere la casa costruita da Wittgenstein a Vienna per la sorella): una casa ammirevole ma invivibile e detestata dai suo proprietario.
Oppure le case per gli oeprai della fabbrica vicino Parigi costruite sempre da Le Corbusier: via tutti gli orpelli dell'edilizia piccolo-borghese, via i recinti, via i tetti spioventi, via le veneziane alle finestre. Solo che gli operai in questione aspiravano, dice De Botton, proprio ad avere nelle loro case quegli orpelli piccolo-borghesi: così, una ventina d'anni dopo, ecco i tetti spioventi, le veneziane, i recinti e i nanetti di gesso da giardino.

KK | April 18, 2007 12:24 PM

piaccia quanto? 2, 7 o 9? e piaccia più al marito che sta tutto il giorno fuori casa o alla moglie che pulisce (ante DICO). e i figli non hanno diritto ad una casa fica? E nel caso dell'edilizia pubblica, ma anche privata, perchè il committente è un impresario e non l'utilizzatore finale, che poi non esiste se non nella nostra testolina, se consideriamo che abitiamo case del 1200, come la mettiamo con il piacere del propritario? Come lo valutiamo? E se il proprietario vuole vivere con un cavallo in camera da letto, glielo possiamo/dobbiamo impedire? E figli degli operai in questione, vogliono ancora tetti spioventi, le veneziane, i recinti e i nanetti di gesso da giardino?

alessandro | April 18, 2007 5:25 PM

Ale, scusa, ma esattamente cos'è che vuoi dire?
Facciamo un caso preciso e semplice: Tizio, scapolo, ti commissiona una casa. In QUESTO caso, che differenza c'è secondo te fra "precise esigenze richieste" e una casa che piaccia al proprietario?

KK | April 18, 2007 5:33 PM

Tranquillo che qui non siamo mica da Titollo. Anche se non siamo d'accordo non ti accuserò di essere al soldo di Tronchetti Provera. :-))

KK | April 18, 2007 5:34 PM

ma non c'è un modo unico di abitare; esiste un'abitare bene se circondati da ambienti, spazi, oggetti che per loro qualità estetiche e pratiche ci sono di conforto.
come architetto non mi sento di infliggere a nessuno scelte mie, ma cerco di intuire laddove risiede il conforto del cliente e cerco di farlo conciliare col bello.
col bello che funziona, perché come dissi da me un box doccia che perde acqua è un fallimento.
l'architettura può veramente infliggere pene severissime, compresa l'infelicità.

addb | April 18, 2007 5:38 PM

Certo.

KK-->Addb | April 18, 2007 5:43 PM

figurati, non difendo nessuno qua e nessuno di là. E continuerò a frequentare entrambi i luoghi (finchè non sarò eliminato, ovviamente!) :)

alessandro-->KK | April 18, 2007 5:58 PM

esempio reale: giovane coppia, sotto i trenta, bilocale da progettare.
elaboro una proposta con la doccia (ce l'ho con le docce, scusate) separata dal bagno vero e proprio.
la giovane coppia mi risponde che la proposta per loro è molto ardita, il fatto che debbano attraversare un corridoio, chessò, per raggiungere il lavandino inquieta.
si domandano inoltre che ne sarà dell'umidità.
ora, io sono convinta di ciò che ho proposto, devo spiegar loro che l'umidità è problema inesistente (ventole vortice, per intenderci), che la fruizione dello spazio con la doccia separata ha dei vantaggi (per me evidenti e intriganti) e che bla bla bla.
spiegato ciò, se non se la sentono, avranno la doccia in bagno, come quasi tutti noi.
ovvero, avranno una rassicurante porta da chiudersi alle spalle quando entrano nella stanzo più privata di una casa.
rivisitare il bagno come stanza non più così privata è un azzardo.
avete mai sentito commenti sugli alberghi che osano sulle trasparenze?
io molti.
e mi stupisco che una camera matrimoniale con bagno a vista inquieti, in fondo l'utenza è presumibilmente di due amanti, eppure inquieta e non sempre è gradita.
allora forse la doccia esibita in camera da letto non è nemmeno più bella.
ma solo un gioco da architetti designer.
e non va bene.

addb | April 18, 2007 6:00 PM

"Facciamo un caso preciso e semplice: Tizio, scapolo, ti commissiona una casa. In QUESTO caso, che differenza c'è secondo te fra "precise esigenze richieste" e una casa che piaccia al proprietario?"

Mettiamo il caso che Tizio sia alto 1.90. A che altezza metto il davanzale della finestra? La norma mi impone maggiore uguale di 1,05. Per far sì che si appoggi comodamente al davanzale per guardare fuori in strada lo renderebbe felice certamente una misura superiore, magari un 1,15, e anzi me lo chiede insistentemente. Io che faccio, lo avverto che fra un mese potrebbe essere su una sedia a rotelle?

alessandro | April 18, 2007 6:13 PM

fai la porta-finestra, con parapetto...
ale, sbaglio o sei dispettoso?

addb | April 18, 2007 6:18 PM

Mica ho capito, Ale. Scusa, oggi si vede che sono fuori fase, il tuo amico mi ha frantumato dove so io... :-))
Se la norma ti consente di farlo alto 1,15, tu faglielo alto 1,15, che problema c'è? Perché dovrebbe finire su una sedia a rotelle?

KK-->Addb | April 18, 2007 6:19 PM

uè, sfasato, la freccia mettila su ale, no addb!

addb | April 18, 2007 6:20 PM

oppure mettiamo che lo renda infinitamente allegro il verde pistacchio. Mi devo preoccupare io anche del vicino di casa con cui è già in causa per una questione di servitù per il passaggio delle condutture del gas?

alessandro | April 18, 2007 6:22 PM

Oops, scusami!
:-))

KK-->Addb | April 18, 2007 6:22 PM

non suggerire, dispettosa!

alessandro-->>addb | April 18, 2007 6:25 PM

Vabbe', io continuo a non capire.

KK | April 18, 2007 6:31 PM

quello che intendo dire è se mi devo preoccupare della sua felicità o meno. E se sia giusto pensare che, nonostante lui stia pagando per avere una casa come piace a lui oggi, la casa sopravviverà a lui.

alessandro-->KK | April 18, 2007 6:33 PM

Cioè, in realtà stai costruendo la casa per i suoi eredi? O direttamente per i posteri?

KK-->Ale | April 18, 2007 6:35 PM

mi sforzo di farlo, e costa molta fatica. insomma il difficile è comunicare cosa IO intenda per abitare, cosa inteda per "essere uomo". Che non coincide necessariamente con l'idea che un altro architetto possa avere. E non siginifica neanche costruirsi una casa per sè.

alessandro | April 18, 2007 6:43 PM

"mi stupisco che una camera matrimoniale con bagno a vista inquieti"

beh, cara addb, se tu fossi sposata capiresti l'esigenza imprescindibile di avere almeni un posto dove dieci minuti al giorno puoi chiudere la porta (a chiave magari).

ma bagni a parte (l'architettura dei bagnu li sembra sempre più intrigante da quando ti leggo), cosa intendi per "educazione al gusto"?

soupe | April 18, 2007 6:49 PM

scussatte lo rtograffia

soupe | April 18, 2007 6:50 PM

"mi sforzo di farlo, e costa molta fatica."
Sì, ma se lui (l'avo dei posteri) volesse semplicemente una casa che piacesse a LUI? E se gli operai di Le Corbusier gli avessero detto: "Archite', a Lei gli orpelli piccoloborghesi fanno schifo, ma a noi no. Le dispiacerebbe fare qualcosa che piaccia anche a NOI?".


"insomma il difficile è comunicare cosa IO intenda per abitare, cosa inteda per "essere uomo"."
Non ne dubito (non è una battuta: io, per es., non ti capisco quasi mai :)). Ma perché non ascoltare anche quello che pensa LUI, il cliente, a proposito di abitare ed essere uomo? Intendiamoci: io capisco che l'architetto abbia la sua visione. Ma non capisco perché non dovrebbe avercela anche il cliente (che in fondo è quello che paga e che nella casa ci abiterà- ma qui capisco che la mia innata volgarità di avvocato viene fuori).


KK-->Ale | April 18, 2007 7:03 PM

guarda KK che io non dico che tu non abbia ragione. Infatti la questione più grande è trovare il confine, se esiste, tra le volontà del cliente e l'orrendo. :)
L'architetto però offre un progetto, una visione, una rappresentazione dell'abitare. Dovrebbe anche stare al cliente sapersi scegliere un altro progettista se quello proprio non gli piace, no? Insomma: io dichiaro che gli archi sotto una trave non li faccio. Se proprio vuoi gli archi, vai da un altro no?

alessandro-->KK | April 18, 2007 8:50 PM

Insomma trovo essenziale rimarcare il carattere di propaganda nell'architettura. E, quindi, la necessità di poterla criticare.

alessandro | April 18, 2007 8:56 PM

educazione al gusto: certe cose si impara ad apprezzarle, non sono innate.
vi è un percorso educativo alle spalle, lo studio, la conoscenza.
più strumenti di discernimento si hanno, più possibilità si hanno per affinare il proprio gusto.
questo io credo.

addb | April 19, 2007 10:01 AM

Ma cosa vuol dire "il carattere di propaganda dell'architettura"? E che bisogno c'è di rivendicare il diritto di criticare l'architettura?

KK | April 19, 2007 10:05 AM

vuo dire che l'architettura è propaganda.

alessandro | April 19, 2007 10:14 AM

E cosa vuol dire che l'architettura è propaganda?
La propaganda non tira su mura e non piazza travi.

KK | April 19, 2007 10:18 AM

infatti per quello basta l'edilizia.

"La propaganda è un tipo di messaggio mirato a influenzare le opinioni o il comportamento delle persone. Spesso, invece di fornire informazione imparziale la propaganda è deliberatamente mistificatoria o fa uso di fallacità che, sebbene talvolta possano risultare convincenti, non necessariamente si rivelano valide." (da wikipedia)
prendi l'esempio perfetto della doccia di addb.

alessandro | April 19, 2007 10:35 AM

Ale,
-- COMMENTO CANCELLATO PERCHE' OFFENSIVO--

KK | April 19, 2007 10:45 AM

L'architectura da forma tangibile e 'incarna', materializza, le forze che formano o deformano, le istanze 'culturali'.
E' 'propaganda' nel senso del gerundio latino, CHE UNA SE LO PROPONGA O NO, ed è propaganda anche nel senso strumentale del termine. Ti mette sotto gli occhi, e anzi sotto tutti i cinque o cinquantacinque sensi, ciò che pensa la società di sé stessa, ciò che è o che vorrebbe essere.
Niente decorazioni sul Colosseo (quello vero): Ordine e Complessità. Controllo (con i quattro ordini) della complessità (come riempio e svuoto? come faccio stare in piedi una struttura del genere?. Romani: gente sicura di sé. Finti Colossei e Fori all'Eur: non trionfi ma tronfietà.

Ci vuole una certa audacia tranquilla e 'calma', che non ha bisogno di gesticolazioni o di far sapere cosa si pensa delle giovani coppie 'borghesi', per pensare la doccia in camera da letto (per non vederla come un attrezzo igienico). Una certa idea della "felicità" e non della "pulizia". Questa roba si 'propaga', d'où 'propaganda'.

Francesca | April 19, 2007 10:50 AM

x Francesca
In che senso la società romana pensa se stessa e si esprime nel Colosseo ?
Non è che usiamo il Colosseo per criticare alcune iniziative urbanistiche di alcuni amministratori ?
Perchè non critichiamo direttamente gli amministratori per quel che riguarda quelle iniziative ?
Perchè mobilitare i presunti "Romani sicuri di sè" ?
Perchè creare il mito di "gente sicura" e di "gente tronfia" ?

Pensatoio | April 19, 2007 11:30 AM

addb,
forse non ho capito, o forse è un pensiero un po' precipitoso, ma quello che dici mi fa venire in mente che esiste un'idea di "oggettivamente bello/brutto":

vedo le palle (o gocce) di guazzaloca (*) e mi fanno schifo; poi qualcuno mi spiega che sono fatte con tale tecnica, mi parla del contesto, mi racconta la storia di piazza re enzo. poi vado sul sito di cucinella che mi spiega come le ha fatte e che stanno a dire e che "il trattamento monomaterico in vetro risalta a fronte della massa compatta in mattoni del palazzo storico"; e poi? dovrebbero piacermi (perchè immagino che a chi le ha proggettate piacciano)?


(*) trattasi di due turpi bidoni trasparenti che hanno ingobrato una piazzetta bolognese che a me piaceva molto. concepiti come entrata dell'urban center e-bo, che invece è bellissimo

soupe | April 19, 2007 12:23 PM

ci sono regole di proporzione e di forza che in effetti danno l'oggettività del bello, ma un oggetto d'architettura è forma, materiali, prestazioni tecniche, suggestione, inserimento nel contesto.
sono d'accordo con de botton quando suggerisce il perché le discussioni sull'architettura sono così accese: è affare di tutti, ecco perché non può propagandare falsità.
non può.
se lo fa, crolla, in tutti i sensi.
non puoi, come invece stanno facendo a milano, costruire ex novo un edificio finto-industriale alla maniera dell'industria storica solo perché è trendy vivere nei loft.
riadattare le ex fabbriche ad uso abitativo è stupendo, detta un modo di abitare che ha un suo pubblico, ma NON puoi costruire una finta fabbrica, con le forme di una fabbrica e farci dentro degli appartamenti.
è un falso, è un inganno!
esattamente come dalle gocce bolognesi tu ti senti ingannato o preso in giro.
è questo che ci rende "infelici": chi di noi è felice ad essere palesemente preso per i fondelli?!?
se c'è verità, c'è anche bellezza.
per lo meno, è un primo passo per il bello.

addb | April 19, 2007 1:44 PM

rincaro la dose: la manifestazione del salone del mobile, esattamente come le settimane della moda sono l'eccesso, il gioco.
fondamentale, non v'è creatura più seria di un bimbo che gioca...
però dal gioco deve arrivare lo stimolo, l'idea per la progettazione poi di un edificio che funziona, di un abito indossabile.
si detta una linea, si estremizza col design, si lavora sull'impatto stupefacente, ma poi se non vi è un lavoro concreto e serio per giungere a oggetti ed edifici veri, funzionanti, belli, si è girato intorno e non si è concluso nulla.
ahinoi, un vestito sbagliato non ha impatto ambientale, un'installazione o peggio ancora un edificio hanno enorme impatto ambientale.
e l'ambiente è anche la nostra mente, i nostri sensi.
anzi, forse solo quelli.

addb | April 19, 2007 1:50 PM

Soupe non so neanche più se siamo ancora in speaking terms, ma visto che non ho ricevuto la distdetta del greffier azzardo questo:

Qualcuno non disse allora che "poiché il contesto e la storia e la tecnica" "allora le palle sono belle", e ancor meno "allora devono piacerti". Disse però che quella piazza 'medievale' non era nata 'medievale', nessuno l'aveva pensata 'medievale', nessuno pensava che mettere bifore e cortine di mattone facesse 'medievale'.
E che anche l'idea che la "plastica non va bene col medievale", anche quella fosse una certa idea. Insomma sia 'medievale' che 'plastica' che 'medievale + plastica = no no no" sono talmente opera di 'educazione al gusto', sia pure inconsapevole, sono talmente 'propaganda', che persino l'atto del vedere, quello dell'apprehensione diretta della realtà, in realtà inganna. Si 'vede' plastica come si 'vede' cemento anche se ti strofinano il naso su una torre trasparente di vetro. Anche i clienti di Anna 'vedono' o prefigurano 'umidità' laddove lei propone 'felicità', o una certa idea di 'intimità' che è più vicina a quel che Anna pensa della 'felicità' (sto ovviamente inventando) che all'idea di intimità come nei detergenti 'intimi'.
Ora non è che se 'sai' questo allora la cosa ti piace, o deve piacerti, o deve piacerti 'sapere' questo al posto del piacerti la piazza. E' solo che 'piacere' acquista un po' di profondità, di 'complessità' nella quale si pone il problema dell'ordine, e nel caso di una piazza poi la cosa si moltiplica per migliaia di storie e gusti, ect.

Una cosa che 'propaganda' a MANCANZA di architettura, o un'architettura 'timida' o craintive, è la mancanza di sentimento di questa 'complessità', che secondo me è mancanza di 'felicità'.

Francesca | April 19, 2007 1:58 PM

francesca,
mi ricordo che non mi avevi detto "allora devono piacerti": avevo citato l'esempio delle palle perchè ci sono affezionato (direi che ha originato il primo scambio di mail fra noi, e sono fondamentalmente un sentimentalone ;-), e perchè mi sembrava un esempio di "gusto non educabile", o forse detto in maniera più lineare di "limite all'educazione del gusto".

comunque risposte interessanti la tua e quelle di abbd

soupe | April 19, 2007 2:47 PM

addb! sorry!

soupe | April 19, 2007 2:48 PM

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