Il tramonto del romanzo di società
Ricorda di dimenticarla, di Corrado Calabrò, Roma, Newton & Compton, 1999, p. 319.
Questo libro è uscito ormai da un po’, ma vale comunque la pena parlarne, non solo e non tanto perché l’autore, all’epoca giudice amministrativo, nel frattempo è divenuto presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Telecomunicazioni (che è la ragione, lo confesso, per cui l’ho letto io), ma perché ci dice qualcosa della principale debolezza della nostra narrativa contemporanea.
La nostra letteratura non produce più romanzi di società, cioè romanzi che, mettendo in scena tanti personaggi, consentano di ritrarre una società intera, o una sua porzione, nello stesso tempo nel quale si procede a narrare la vicenda individuale che è in primo piano. Per intenderci, stiamo parlando della linea, tanto vitale in Francia, del romanzo che da Balzac arriva fino a Proust, o che in lingua inglese vanta una lunga tradizione, da Jane Austen fino a Saul Bellow ed Angus Wilson.
Non è che non ci si provi. Ci provano in tanti. Qualcuno ci è perfino riuscito (vedi, da ultimo, il geniale e irripetibile libro di De Cataldo). Ma nella maggior parte dei casi, il tentativo fallisce.
Questo romanzo è un classico esempio di fallimento, perseguito – va detto - con coraggio lodevole e massimo sprezzo del pericolo. Diciamo fallimento proprio perché l’intento (del resto, dichiarato francamente anche in seconda di copertina) è quello di creare “uno spaccato della società romana fine anni Sessanta inizi anni Settanta”, e perché l’intento non riesce. Per scrivere un vero romanzo di società è chiaro che non basta mettere in scena personaggi reali col loro nome e cognome (Felice Ippolito, Pietro Cimatti), altri con le sole iniziali (il Consigliere di Stato F.F.), altri ancora solo superficialmente travestiti ma riconoscibilissimi (l’onorevole Asterotte, la duchessa Ella dell’Agone, dalle umili origini e amante del pittore siculo Ierace e dell’onorevole psiuppino Lucio Sofo), e farli parlare di re Faruk e dello Scià di Persia, se poi i dialoghi che intrecciano fra di loro, a parte la vacuità e l’inverosimiglianza, non hanno la minima funzione strutturale. Siamo insomma nel campo di quell’ ornamento che Adolf Loos, in architettura, equiparava al delitto.
Difetto, questo dell’ornamentazione priva di funzione, che rispunta continuamente anche in dettagli alquanto insoliti in un romanzo. L’autore ci tiene a non essere considerato un parvenu nell’ambiente intellettuale e mondano che il suo protagonista frequenta, e prova il bisogno di inserire, con costanza forse meritevole di migliore impiego, excursus storici e critici non sempre perfettamente fusi nel testo. Si pensi alla tirata che inizia a p. 24: “La contestazione studentesca aveva ribaltato i ruoli nella scuola e nelle famiglie e sconcertato la società. Liberati dai bisogni primari grazie all’esuberanza di benessere materiale delle società opulente e affrancatisi dai bisogni secondari per l’acquisita consapevolezza della loro superfluità e inesauribilità indotta, i giovani muovevano alla società una contestazione totalizzante che sembrava fare del sessantotto un nuovo quarantotto” (e qui l’autore, evidentemente dubitando che il lettore lo segua, appone la sua brava nota a pié di pagina: “Il 1848, l’anno delle rivoluzioni europee”), e che poi continua con una dotta disamina del Concilio Vaticano II: tutta roba di cui non solo, onestamente, non frega nulla ai suoi lettori (e figuriamoci ai recensori), ma che non si vede proprio cosa c’entri con la storia o i suoi personaggi. Né miglior sorte incontrano i casi in cui le medesime tirate vengono messe in bocca ai personaggi stessi. Per non parlare della mania delle note a pié di pagina: in tre pagine ne contiamo ben otto (con citazioni che spaziano da Orazio a Marcuse e Freud). Insomma, l’impressione è che l’autore abbia il costante timore di non essere preso sul serio, o di cercare una rivalsa letteraria per frustrazioni nella vita reale.
La vicenda principale, una storia di passione sessuale che sfocia alla fine nell’estraniazione e nella perdita, soffre dei medesimi difetti di difformità e sproporzione. Che Alceo si innamori perdutamente della bellissima Leda Lambrovich, che la sposi, che la inviti a giochini voyeuristico-esibizionisti il cui senso o il cui interesse invero sfuggono, fino a costringerla a sedurre il migliore amico di lui, con le funeste ma tutt’altro che imprevedibili conseguenze che ne derivano (lei ovviamente comincia a fare sul serio, fino a mollare definitivamente il marito), tutto questo sarebbe ancora accettabile: siamo lettori post-novecenteschi, che diamine, abbiamo letto ben altro. Ma ci vorrebbe anche qualcosa che evidentemente non può dare chi si rende colpevole (così, senza neppure parere) della seguente nequizia: “Poeta - aveva scritto qualcuno - è colui per il quale ogni parola non è la fine ma l’inizio di un pensiero. <<Nuotatore>> confermava Alceo <<è colui per il quale ogni bracciata non è la fine ma l’inizio di un movimento che fluidifica il corpo nel mare>>. Lui era nuotatore e poeta. Ma non aveva scritto il poema della sua vita.” Non si tratta neppure di cerebralità. E’ che il tentativo di scrivere una nuova éducation sentimentale, da un lato senza possedere la capacità di chiamare le cose, e principalmente i sentimenti, con il loro vero nome, e dall’altro con la costante preoccupazione di esplicitare nessi, rimandi, citazioni (l’autore, ricordiamolo, benché giurista, è un inguaribile letterato), conduce inevitabilmente e dritti dritti nel Kitsch. Se non sai riconoscere un sentimento quando lo incontri, e anzi quando ti capita non sai nemmeno come chiamarlo, potrai essere molte cose ma di certo non un romanziere.
Aggiungiamo che un qualcosa di artificiosamente onirico si ritrova anche nello stesso personaggio del protagonista, che possiede tutte le virtù del corpo e della mente (“Costruito dalla natura per il nuoto, con una capacità respiratoria praticamente inesauribile, avrebbe potuto diventare campione olimpico e recordman mondiale nel mezzofondo; avrebbe potuto essere il primo uomo al mondo a scendere sotto i quindici minuti nei 1550 stile libero… Baciato in fronte dalla musa, non si era affermato come poeta perché aveva trascurato le frequentazioni giuste”): fisico scultoreo, fulminante carriera universitaria in materie letterarie, brillante attività giornalistica, frequentazioni sociali al più alto livello, e per soprammercato una vigorìa amatoria che si può solo invidiare. Vi ricordate il Siddharta di Hesse, o peggio ancora l’Andrea Sperelli di D’Annunzio, quei personaggi la cui versatilità in tutti i campi (lo sport, la poesia, la pittura, la musica, la conversazione, l’amore ecc.) farebbe l’invidia di Superman? Beh, siamo da quelle parti lì. D’accordo, direte, sono ingenuità che fanno sorridere: infatti il bisogno di superare ossessioni o frustrazioni personali è una eccellente molla verso la scrittura, ed ha pure precedenti illustri, ma il giudizio si deve svolgere sui risultati, e non sulle intenzioni. E’ verissimo: ma se alla fin fine il personaggio in questione rimane semplicemente un fantoccio che dovrebbe pateticamente incarnare i desideri e i sogni dell’autore, qui è di risultati che si tratta.
(Luca Simonetti)
Commenti
il tiro al giudice è lo sport preferito degli avvocati
:-)
Questa è una vera bassezza, soupe, da te non me l'aspettavo...
:-)
Semmai te lo dovevi proprio aspettare, da un avvocato mancato..:-)
Tempo fa acquistai un volume scritto da un certo Romano Canosa (notissimo pretore del lavoro milanese...forse il più noto tra i c.d. giudici d'assalto del periodo a cavallo tra gli anni '60 e 70).
Anche nel mio caso era l'unica ragione per cui comprai il libro.
A me è andata peggio che a te: mi sono fermato a pagina 100.
Trattavasi di un volume storico, apparentemente interessate, che aveva l'ambizione di raccontare in modo completo come l'Italia democratica si era comportata con le persone "compromesse" con il regime facista.
Il risultato era una specie di elenco ragionato dei provvedimenti adotatati dalle varie pubbliche amministrazioni che deve essere costato un lavoro di consultazione di archini immane ma che risultava pallosissimo al lettore.
In compenso ho capito perchè canosa era campione mondiale di sintesi nelle sentenze (mai più di una pagina, giuro!).
e io che volevo mettermi a scrivere...