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Karl Marx, che una lunga tradizione dogmatica ed inerziale definisce come "materialista" (se soltanto "storico" o invece anche soprattutto "dialettico" lo discuteremo più avanti), era invece un idealista, e mi arrischierò addirittura a dire un idealista al cento per cento.
(C. PREVE, Storia del materialismo, Pistoia, 2007, p. 109)
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“Né mai mancano quelli di lingua pronta ad eccitare la plebe, gente che come in ogni città libera, e specialmente allora in Atene, dove la scienza della parola ha più influenza, procura il favore della moltitudine… Gli ateniesi conducevano la guerra contro Filippo con gli scritti e le parole, le sole cose di cui sono capaci”.
Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXI, 44.
Continua a leggere "Verbis, quibus solis valent, bellum Berlusconicum gerebant" »
Carlo Petrini è uno specialista, e qui ce ne sono molte altre veramente notevoli, ma questa le batte tutte:
Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche.
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Scrive il tuttologo Luca Sofri:
Alessio Vinci pensa che “le tv non facciano vincere le elezioni”. MI chiedo esattamente da quando abbia sposato questa tesi.
p.s. non resisto alla tentazione di irridere la logica per cui questo sarebbe dimostrato dal fatto che Berlusconi abbia sia vinto che perso le elezioni possedendo lo stesso numero di televisioni. È come dire che se oggi per strada non ti investono e domani sì, questo significa che le macchine non sono pericolose, altrimenti ti investirebbero sempre.
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JAMES VERNON, Hunger: A Modern History, Cambridge Mass. and London, 2007, p. 369.
Chiunque creda che la compassione, l'indignazione, la volontà di intervenire dinanzi allo spettacolo di esseri umani che muoiono di fame sia qualcosa di 'naturale', sempre presente in ogni epoca e in ogni luogo, farà bene a leggere questo libro.
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A.O.HIRSCHMAN, Felicità privata e felicità pubblica [1982], Bologna, Il Mulino, 2003
Un bellissimo libro, che dice molte cose profonde e sorprendenti, e – per quanto riguarda l’Italia – anche molto attuali. Non a caso il libro parte dalla constatazione che, negli anni sessanta, la gente aveva mostrato un improvviso e folgorante interesse per i temi pubblici; si veniva da un periodo caratterizzato da una lunga e costante crescita economica e in cui la gente aveva mostrato in prevalenza interesse per il conseguimento del proprio benessere privato. Poi, con la fine degli anni sessanta (ovviamente H non parla dell’Italia, visto che per lui i settanta sono un decennio ‘privatistico’), questo interesse per il ‘pubblico’ è svanito per cedere il posto a un nuovo, lungo periodo di concentrazione nel ‘privato’. Il saggio di H. vuole appunto studiare le ragioni di queste alternanze, e studiarle a partire dai loro motivi interni (senza ovviamente negare che alcuni eventi esterni, come le guerre – nel caso degli anni sessanta, ad es., quella del Vietnam – possono fungere da catalizzatore o da innesco). Insomma, una specie di teoria dei cicli – non economici, però.