June 2013

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June 9, 2013

Il mondo fino a ieri

J.DIAMOND, The World until Yesterday, London, Allen Lane, 2012

L’ultimo libro di Diamond, benché non sia dello stesso valore di Guns, Germs, and Steel, è senz’altro assai migliore di Collasso. Vale quindi la pena. Si tratta di una lunga panoramica delle differenze tra le società primitive e le società moderne (effettuata in prevalenza tramite i ricordi di prima mano della lunga carriera di antropologo culturale dell’autore, specie in Nuova Guinea) in alcuni settori specifici (amici e nemici, commercio, risoluzione dei conflitti, guerre,  allevamento dei bambini, atteggiamento verso i vecchi, atteggiamento verso il pericolo, alimentazione). E’ una specie di confronto da cui si deduce che, benché nel complesso i vantaggi della civiltà moderna siano indubbi, vi sono però degli specifici aspetti delle civiltà premoderne che faremmo bene ad imitare: l’auspicio di Diamond, quindi, non è di buttare a mare i benefici della civiltà moderna, ma di integrare, nella misura del possibile, alcuni aspetti delle civiltà precedenti nella nostra.  Chi si aspettava una versione “presentabile” dei deliri dei neoprimitivisti (magari alla luce di Collasso, o del  lamentevole saggetto di Diamond sulla nascita dell’agricoltura di qualche anno fa) è dunque servito. La cosa più importante, poi, è che questo auspicio si accompagna in Diamond alla consapevolezza che ogni cambiamento del genere non potrà essere prodotto se non dalle pratiche collettive, quindi dalla politica: anche questo non potrà non deludere i molti decrescenti o neoprimitivisti che non hanno ancora capito come sia impossibile procedere a cambiamenti della struttura sociale solo mediante la ‘conversione’ o lo stile di vita individuale. Il tutto, condito da una quantità impressionante di notizie che spaziano dalla biologia all’antropologia, che ne fanno una lettura istruttiva e divertente, nonostante (o forse anche grazie) la notevole mole.

Il libro è stato appena tradotto da Einaudi. A proposito, hanno appena tradotto (per Bollati Boringhieri, anche il meraviglioso romanzo di Spufford sull’Unione Sovietica (si intitola L’ultima favola russa): chi non l’avesse ancora letto, farà bene a procurarselo.

March 17, 2013

Vandana Shiva e Madre Natura

Vandana Shiva (un’attivista ambientalista indiana, molto nota anche in Italia) ha formulato in moltissimi libri e articoli la sua visione della decrescita.
Secondo Shiva, come pure secondo molti altri, esisterebbe innanzitutto una  “ideologia dello sviluppo” (o “sviluppista”); questa ideologia mirerebbe a
portare tutti i prodotti della natura dentro l’economia di mercato come materie prime per la produzione di merci. Allorché queste risorse sono già usate dalla natura per mantenere la sua rinnovabilità e dalla gente per procurarsi sostentamento e vita, il loro spostamento nell’economia di mercato genera una condizione di scarsità per la stabilità ecologica e crea nuove forme di povertà per la gente.[1]
In altre parole, secondo l’autrice, l’uso che nell’economia di mercato si fa delle risorse naturali è diverso (e, va da sé, peggiore) di quello che ne farebbe la “natura” o in ogni caso di quel che ne farebbero gli uomini in un’economia di sussistenza. La distinzione è bizzarra (in particolare il richiamo all’uso che la natura fa delle proprie risorse per ‘rinnovarsi’), né d’altronde Shiva si degna di fornire qualche dettaglio.[2] Eppure, sia che io tagli legna per bruciarla nel camino, sia che la venda ad altri che parimenti la usano per bruciarla nel camino, il risultato resta lo stesso, cioè che della legna è stata tagliata e bruciata, anche se nel secondo caso il legno lo chiamiamo ‘merce’ e nel primo no. Preferire l’una soluzione all’altra è dunque del tutto arbitrario. Come si vede, la distinzione è affine a quella merci/beni proposta da Pallante: tutto va bene finché le risorse naturali sono usate dalla stessa Natura “per mantenere la sua rinnovabilità” oppure dagli uomini per autoconsumo, mentre tutto va improvvisamente male se le stesse risorse vengono ‘spostate nell’economia di mercato’, anche se in concreto l’uso che si fa delle risorse è esattamente lo stesso. Non ci sono sfumature, chiaroscuri, passaggi, contaminazioni: di qua c’è tutto il bene, di là tutto il male.


[1] SHIVA,  Develop. Dict., p. 240.
[2] Quando lo fa, come quando menziona la trasformazione della terra da foresta a “piantagioni monoculturali di alberi industriali” o dell’acqua da “la produzione di alimenti basilari e la fornitura di acqua potabile a coltivazioni commerciali” (in Develop. Dict., p. 240),  continua a non spiegarci perché questa trasformazione non servirebbe anch’essa a soddisfare bisogni basilari della popolazione, e trascura distinzioni elementari. Se il disboscamento è male, forse allora  aumentare la produttività agricola per ettaro è bene, visto che in questo modo diminuirò l’impiego di terra; ma allora perché condannare per principio l’agricoltura ‘industriale’? Non sarebbe più logico verificare quale delle due sia più produttiva o soddisfi più adeguatamente i bisogni fondamentali?

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November 18, 2012

Il PM dell'Aquila, la scienza e i terremoti- (3)

A p. 79 il PM si fa scappare una ammissione importante. Ironizzando sulle (pretese) vaghezze e genericità delle dichiarazioni della CGR, scrive: “immaginiamo gli effetti, in termini di utilità e di incidenza sulle scelte individuali e sulle scelte collettive, di un verbale di riunione (e di collegate dichiarazioni alla stampa), riferita alle ipotesi di rischio proposte (incendio boschivo, attentato terroristico) improntato sugli stessi schemi logici e di ragionamento di quello redatto dalla CGR al termine della riunione del 31.3.2009 a partire dalle frasi ‘improbabile… pur se non si può escludere in maniera assoluta; la situazione è favorevole…’” Lasciamo stare che qui il PM surrettiziamente attribuisce alla CGR  una frase (quella sulla “situazione favorevole”) che invece 1) è del solo De Bernardinis e 2) è precedente alla riunione. La cosa importante è che qui il PM dichiara espressamente che quel che la CGR doveva fare, secondo lui, non era fornire alla Protezione Civile un parere scientificamente informato e (in base alla scienza disponibile) veritiero, ma piuttosto fare qualcosa di utile e incidere sulle scelte individuali e collettive. Il PM ha una concezione dei doveri della CGR che non è corrispondente alla legge che costituisce la CGR; la CGR non ha il dovere né il potere di fare alcunché, ma solo quello di dare pareri e fornire consulenza alla Protezione Civile; l’unico appunto che si dovrebbe muovere alla CGR sarebbe, per l’appunto, di aver fornito un parere sbagliato, posto ovviamente che fosse sbagliato. Ma il PM imputa alla CGR di non aver fatto qualcosa di più incisivo – in altre parole, di essersi limitato ad essere un mero organo consultivo interno, di non aver travalicato i limiti delle sue funzioni e di non aver usurpato le funzioni della Protezione Civile.

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November 10, 2012

Il PM dell'Aquila, la scienza e i terremoti- (2)

Abbiamo visto che le affermazioni dei componenti la CGR, con l’unica eccezione di alcune fatte da De Bernardinis nella sua prima intervista (resa però prima della riunione della CGR) sono scientificamente molto solide. Tuttavia, il PM trova il modo di attaccarle a fondo. La premessa è la reiterata affermazione che l’intento del pm non è di verificare l’esattezza delle opinioni scientifiche professate dagli imputati, ma solo la rispondenza della loro condotta alle norme di legge e ai principi di diligenza da esse dettati, e che pertanto i dati tecnico-scientifici che verranno utilizzati dal PM saranno solo quelli più semplici, “di immediata accessibilità e comprensione” (p. 57) e, soprattutto, provenienti dagli stessi imputati. Dopodiché si scatena l’iradiddio. Secondo il PM, le affermazioni degli imputati sono “approssimative, generiche, contraddittorie” e le conclusioni “incoerenti, solo in apparenza esaustive e appaganti; le informazioni fornite imprecise e fuorvianti”. Difficile negare al PM di essere stato chiaro nei suoi rilievi; vediamo ora come le dimostra. Comincia prendendo tre frasi (di Boschi e Barberi) che affermano, in sequenza, 1) che non è possibile fare previsioni, 2) che è estremamente difficile fare previsioni e 3) che qualunque previsione non ha fondamento scientifico. Qui già il PM comincia a fare della facile ironia: ma allora la previsione è impossibile o solo molto difficile? Il punto è poco significativo (come si vedrà, nessuna delle vittime ha mai fatto affidamento sulla possibilità di prevedere i terremoti, e di conseguenza non si può affermare che eventuali differenze di accento nelle dichiarazioni degli imputati abbiano potuto provocare alcun tipo di danno) ed inoltre è scorretto (non solo perché eventualmente la contraddizione sarebbe solo nelle dichiarazioni di Barberi, ma soprattutto perché dire che le previsioni sono “estremamente difficili” non è in contrasto con “qualunque previsione non ha fondamento scientifico”, dato che evidentemente le due affermazioni si rafforzano a vicenda; il PM qui sta facendo un cherrypicking decontestualizzato, un’operazione con la quale si può far dire a chiunque quel che si vuole); ma intanto il PM sta cominciando a contrabbandare il messaggio “vedete, questi sedicenti scienziati non sanno bene di cosa stavano parlando”.

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November 4, 2012

Il PM dell'Aquila, la scienza e i terremoti- (1)

Allora, in attesa di leggere la sentenza del Tribunale dell’Aquila sui fatti del terremoto, proviamo a commentare la memoria del P.M. Mi scuso se l’esame sarà noioso, ma per capire cos anon va nell’approccio del PM, occorre andare passo passo.

Il PM accusa gli imputati (Barberi, De Bernardininis, Boschi, Selvaggi, Eva, Calvi e Dolce), tutti nella loro qualità di membri della Commissione Grandi Rischi (CGR), di omicidio colposo per la morte di una trentina di persone nel corso del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. Si noti che i vertici della Protezione Civile (nell’ambito del quale, con funzioni consultive, è incardinata la CGR) non sono stati inquisiti. Per tutti si richiede la stessa pena.

La tesi del PM si può così riassumere: gli imputati, violando colposamente i propri doveri istituzionali (di membri cioè della CGR), e particolarmente quelli di chiara, corretta e completa informazione (ma non solo), hanno causato la morte di un certo numero di cittadini che le loro dichiarazioni alla stampa e ai mass-media (essenzialmente, televisioni locali) hanno indotto, contrariamente alle loro abitudini, a rimanere in casa la notte del sisma, nonostante in precedenza (cioè, prima delle dichiarazioni dei membri della CGR) quelle stesse persone si fossero affrettate a lasciare le proprie abitazioni in presenza di scosse anche assai minori di quelle del 5/6 aprile.

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September 27, 2012

Ecodinamica e limiti dello sviluppo

Un altro contributo fondamentale alle teorie della decrescita è venuto nei primi anni Settanta dal celebre Rapporto Meadows sui Limiti della crescita [1]. Si tratta di una importante opera, che ha tentato di studiare in quale modo lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, unitamente ad altre variabili, avrebbe influito sul benessere dell’umanità in futuro. E giungeva alla conclusione che, al fine di evitare una catastrofe, occorresse urgentemente ridurre i consumi e la popolazione. Il Rapporto è stato aggiornato a distanza di decenni, a più riprese; ma le conclusioni sono rimaste sostanzialmente le stesse.
Le polemiche sul Rapporto sono state innumerevoli, e a volte si sono indubbiamente fondate su incomprensioni[2]. Il punto cruciale, per capire questo libro, è che esso si basa su un modello del mondo (il c.d. “World3”) che studia gli influssi reciproci di cinque macrovariabili (popolazione, inquinamento, risorse non rinnovabili, ‘industrializzazione’, cioè in sostanza andamento del capitale fisso, e infine produzione alimentare) e il loro impatto congiunto sul benessere complessivo dell’umanità. Le cinque variabili erano state additate al Gruppo del MIT, che elaborò il Rapporto, dagli stessi committenti della ricerca, cioè i membri del c.d. Club di Roma[3]. Tra parentesi, pare abbastanza evidente che le opinioni dei committenti (in particolare un certo scetticismo verso la scienza  e la tecnica, come pure una innegabile nostalgia per i buoni vecchi valori di un tempo, non disgiunti dall’aspirazione a un governo tecnocratico illuminato) siano state in gran parte condivise dai ricercatori[4].


[1] Limits to Growth, in Italia inspiegabilmente tradotto come I limiti dello sviluppo.
[2] Incomprensioni su cui si è soffermato di recente, forse anche con eccessiva insistenza, Ugo Bardi.
[3] V. la Premessa al Rapporto 1974, p.24; v. anche Bardi, p. 7 ss.
[4] “la scienza e la tecnologia, con tutti i loro meriti, sono state anche le principali cause della complessità della situazione moderna, dello straordinario aumento della popolazione di cui stiamo soffrendo, dell’inquinamento e degli altri spiacevoli effetti dell’industrializzazione…Cominciamo a percepire che nella nostra società tecnologica ogni passo avanti rende l’uomo insieme più impotente e più forte, che ogni nuovo potere acquisito sulla natura sembra essere un potere sull’uomo stesso. La scienza e la tecnologia ci hanno portato sia l’incubo dell’incenerimento nucleare, sia la ricchezza e la prosperità;… l’elettricità e la forza motrice hanno diminuito la fatica del lavoro manuale, ma lo hanno spogliato della soddisfazione che dava… Le conseguenze indesiderabili della tecnologia… costituiscono una minaccia che può diventare irreversibile per il nostro ambiente naturale; gli uomini sono sempre più alienati dalla società e rifiutano l’autorità; le droghe, i crimini e la delinquenza sono in costante aumento, la fede diminuisce” (Premessa, cit., p. 20-21).

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August 31, 2012

La hybris secondo Fusaro

D.FUSARO, Minima mercatalia, Milano, Bompiani, 2012

Allora, c'è questo giovane filosofo che scrive tipo tre libri all'anno; l'ultimo è una ambiziosissima panoramica della filosofia occidentale alla ricerca dei lineamenti dell'economia capitalistica. Esatto: è chiaro che le strutture economiche si ritrovano nei libri di filosofia, no.

Fusaro sostiene che il capitalismo “si configura come il rovesciamento del limite e della finitezza su cui si fondava il mondo precapitalistico e che, per ciò stesso, costituisce il punto di massima alienazione dell’uomo rispetto alle sue potenzialità ontologiche”, laddove il mondo greco sarebbe stato “il paradigma della metafisica della ‘giusta misura’ in ogni sua determinazione… configurandosi pertanto come una prima, sia pur limitata, forma di realizzazione delle potenzialità ontologiche dell’uomo[1]. Viceversa, il mondo moderno avrebbe a suo fondamento l’illimitatezza, “nella forma del ‘attivo infinito’ dell’accumulazione illimitata di capitale e dell’auri sacra fames”: vi sarebbe una “passione moderna per l’infinito in ogni sua forma..: l’uomo copernicano, la conoscenza infinita, l’illimitata perfectibilité dell’uomo ecc.” [2]. Per dimostrarcelo, dedica un lungo capitolo all’esame del modo in cui i filosofi greci (il lavoro di Fusaro, infatti, si guarda bene dallo scendere dal terreno della filosofia a quello dei fatti e dei processi reali, e anzi rivendica fieramente questa sua caratteristica) hanno considerato la coppia misura/dismisura. Il mondo greco sarebbe stato dominato dalla riproduzione semplice, dalla produzione finalizzata al consumo, al soddisfacimento dei bisogni umani, “per loro natura finiti e limitati”.



[1] Fusaro, p. 67.
[2] Fusaro, p. 69.

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July 26, 2012

La crescita secondo il prof. Galimberti

In un libercolo dal titolo pomposo (I miti del nostro tempo, Feltrinelli, 2012), Umberto Galimberti si occupa da par suo anche della crescita.

Secondo Galimberti, i miti sono idee così radicate “da agire in noi come dettati ipnotici che non sopportano alcuna critica, alcuna obiezione”; “a differenza delle idee che pensiamo, i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima… sono idee semplici che noi abbiamo mitizzato perché sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, togliendo ogni dubbio” (p. 11). E quindi occorre rivisitarli criticamente. Tra questi miti (per la precisione, tra i miti “collettivi”), c’è per G. anche la crescita.
Ma vediamo innanzitutto come G. considera la crescita zero:
si può sempre dire che un po’ di povertà non fa male: contiene i costumi che abbiamo spinto un po’ all’eccesso, spopola i ristoranti dove per la troppa gente  non si riesce più a scambiar parola, riduce il traffico che ha trasformato le vie delle nostre città in un unico grande parcheggio, allenta la morsa dei weekend forzati, assottiglia, nelle agenzie di viaggio, le folle di quanti pensano che basti cambiar cielo per cambiar animo. Le discoteche chiuderanno qualche ora prima, alcuni giovani vedranno ridotte le loro chance di finire direttamente al cimitero” (p. 279).

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March 7, 2012

Psicostoria, equazioni del capitalismo e altre ossessioni

G.COSENZA, La transizione, Milano, Feltrinelli, 2008

Se le teorie di Georgescu-Roegen e dei continuatori del Rapporto Meadows si mantengono su un piano razionale, diverso è il discorso invece a proposito di altri autori, i quali uniscono all’assertività delle affermazioni una totale mancanza di argomenti. Un esempio quasi parossistico è rappresentato dagli scritti di Guido Cosenza, in particolare da La transizione. Questo libro si impegna a dimostrare (o meglio, ad affermare) che l’intera storia umana mostra una costante tendenza – che perciò si può ben definire legge – che conduce gli aggregati umani, cioè le società, da un minimo a un massimo di complessità. L’uomo viene amichevolmente definito come un personaggio “che ha sterminato o schiavizzato innumerevoli specie animali, distrutto preziosissime essenze vegetali, dilapidato patrimoni energetici di provenienza solare accumulati in centinaia di milioni di anni nelle viscere della terra, ridotto il pianeta a un ignobile immondezzaio” (p. 19). Non manca anche una benevola menzione di Marx, che aveva avuto tante buone intuizioni purtroppo vanificate dal non aver tenuto conto delel capacità del capitalismo di tenere sotto controllo le sorgenti di crisi e instabilità (p. 29-30): all’uopo, il nostro emnziona non solo gli interventi pubblici nell’economia, il welfare ecc., ma anche la repressione, cui si accenna in termini del più puro e grottesco cospirazionismo (“la decimazione sistematica degli elementi più in vista, più attivi nella contestazione del sistema dominante. Usa metodi illegali sofisticatissimi per la neutralizzazione di individui e l’occultamento delle prove”, p. 36). Notiamo di passata che i veri problemi della teoria di Marx, quale in primis la discrepanza fra prezzi e valore, viene buffonescamente considerata dal Nostro come una prova della bontà delle teorie di Marx, per l’occasione reinterpretate come una applicazione della meccanica classica all’economia (p. 34). Ma la parte decisamente più interessante del libro è quella centrale, dedicata alla analisi, diciamo così, storica delle civiltà umane. Tanto tempo fa Bertrand Russel ebbe a dir della filosofia della storia di Hegel che un’opera del genere richiedeva, oltre a molte qualità, anche una discreta ignoranza della storia; questa considerazione vale a maggior ragione per un’opera come questa. Cosenza ritiene di poter “misurare” la complessità in base a due parametri: il PIL e la “percentuale del Pil utilizzata nell’attivare il comparto dedito a compiti organizzativi” (p. 41-42). Notate già qui l’ambiguità del concetto di “compiti organizzativi”, che è di tale vaghezza da ricomprendere la totalità dei servizi (come conferma successivamente lo stesso Cosenza, a proposito di Roma antica, p. 50: “la necessità di governare un organismo sempre più articolato e vasto, genera l’esigenza del progressivo ampliamento del comparto dei servizi”).

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January 23, 2012

L'ultimo di Latouche

L'ultimo libro di Serge Latouche (Per un'abbondanza frugale, Bollati Boringhieri, 2012, p. 150) sarebbe, nelle intenzioni, una risposta ai critici. Da questo punto di vista, il risultato è incerto. La risposta consiste generalmente nella drastica negazione della fondatezza della critica ("non è vero che la decrescita è oscurantista e antiscientifica"; "nulla di più lontano della decrescita dal machismo", ecc.), accompagnata immediatamente dal diniego della sua importanza ("ma in fondo, che c'è di male a voler tornare al passato?", "non è forse vero che anche la sinistra/il femminismo/la scienza ha i suoi torti?"), il che già di per sé è un procedimento assai poco sensato. Il peggio però è che, nel prosieguo dei vari capitoletti, Latouche scrive cose che confermano abbondantemente le accuse.

Dopo aver negato che la decrescita sia antiscientifica, per esempio, aggiunge subito: d'altronde, capiamoci, non è che la scienza sia sempre buona e giusta; noi siamo per la scienza buona, ma contro la scienza cattiva; devono essere i cittadini a decidere quali ricerche scientifiche perseguire e quali no: così propone una "moratoria sull'innovazione tecnoscientifica", in quanto la ricerca deve essere "riorientata sulla base di nuove aspirazioni", e entra anche nel dettaglio di quello che si può fare e quello che non si può fare (p. 44-47).

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