Spengler dice che non esiste alcuna realtà. La natura sarebbe una funzione della civiltà. Le civiltà sarebebro l'ultima realtà a noi accessibile. Lo scetticismo della nostra ultima fase sarebbe storico. Ma perché la leva al tempo d'Archimede e i cunei nel paleolitico funzionavano esattamente come oggi? Perché perfino una scimmia è in grado di usare una leva o una pietra come se fosse a conoscenza della statica e della resistenza dei materiali e una pantera di dedurre dalle orme la presenza della preda come se fosse a conoscenza della causalità? Ove non si voglia supporre che una civiltà comune leghi anche scimmie, uomini dell'età della pietra, Archimede e pantere, non resta proprio altro che supporre un regolatore comune situato al di fuori dei soggetti, un'esperienza obiettiva che sia quindi capace di ampliarsi e affinarsi, la possibilità di una conoscenza, una qualsivoglia cocnezione di verità, di progresso e di ascesa, in breve proprio quel miscuglio di fattori teoretici soggettivi ed oggettivi, la separazione dei quali costituisce il gravoso lavoro di cernita della teoria della conoscenza, lavoro da cui Spengler si è di spensato, perché costituisce un ostacolo assolutamente decisivo al libero volo del pensiero.
Spengler rileva a un certo punto come la conoscenza non sia soltanto un contenuto, ma anche un atto vitale: quel che egli trascura a dismisura è il fatto che essa è anche un contenuto. Ma ciò che caratterizza e definisce la nostra situazione spirituale è proprio l'ormai ingovernabile ricchezza di contenuti, l'ipertrofica conoscenza di fatti (inclusi i fatti morali), questo scorrere scomposto dell'esperienza sulla superficie della natura, lo sterminato e indominabile, il caos di ciò che incontestabilmente esiste. Andremo a fondo oppure lo supereremo come una specie umana spiritualmente più forte. Perciò non ha alcun senso, neppure umanamente, far sparire per incanto questo immenso pericolo e speranza, sottraendo ai fatti con una falsa scepsi tutto il peso della loro fattualità.
(R.MUSIL, Spirito ed esperienza. Osservazioni per i lettori scampati al Tramonto dell'Occidente (1921), in La conoscenza del poeta, Milano, 1978, p. 97-98)
Commenti
Già. Non tutto è riconducibile ad un punto di vista soggettivo-culturale.