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28.01.11

Come parlare a vanvera

Prima regola del giornalista italiano: mai sapere di cosa si sta parlando. Mai farsi venire in mente, ad esempio, che per poter parlare di beneficial owner bisognerebbe sapere qualcosa della storia del diritto inglese, come la differenza tra common law e equity, senza la quale della disciplina del trust non si può capire nulla. Così ecco che anche i lettori si sentono autorizzati a gareggiare a chi la spara più grossa (usufrutto???).

26.01.11

Esistenzialismo

Il quietismo è l'atteggiamento di coloro che dicono: gli altri possono fare ciò che io non posso fare. La dottrina che vi presento è proprio l'opposto del quietismo, perché essa dice: non c'è realtà che nell'azione. Essa va ancora più lontano, perché aggiunge: l'uomo non è niente altro che quello che progetta di essere; egli non esiste che nella misura in cui si realizza; non è, dunque, niente altro che l'insieme dei suoi atti, niente altro che la sua vita. 

Dopo di che possiamo comprendere perché la nostra dottrina faccia orrore a un certo numero di persone. Perché, spesso, esse hanno un solo modo di sopportare la loro miseria, ed è di pensare. "Le circostanze sono state contro di me, io valevo molto di più di quello che sono stato (...) Ora, in realtà, per l'esistenzialista non c'è amore al di fuori di quello che si realizza, non c'è possibilità di amore all'infuori di quella che si manifesta in un amore; non c'è genio all'infuori di quello che si esprime in opere d'arte: il genio di Proust è l'opera globale di Proust, il genio di Racine è la serie delle sue tragedie: fuori di queste non c'è niente (...) Un uomo s'impegna nella propria vita, disegna il proprio volto e, fuori di questo volto, non c'è niente. Evidentemente questa idea può parer dura a qualcuno che non è riuscito nella vita. Ma, d'altra parte, essa dispone gli animi a comprendere che solo la realtà vale; che i sogni, le attese, le speranze permettono soltanto di definire un uomo come un sogno deluso, come una speranza mancata, come un'attesa inutile; cioè di definirlo negativamente e non positivamente. Tuttavia, quando si dice: "tu non sei altro che la tua vita", questo non implica che l'artista sarà giudicato unicamente in base alle sue opere d'arte: mille altre cose contribuiscono ugualmente a definirlo. Noi vogliamo dire che un uomo non è altro che una serie di iniziative, che egli è la somma, l'organizzazione, l'insieme delle relazioni che costituiscono queste iniziative. In queste condizioni, ciò che ci viene rimproverato non è, in fondo, il nostro pessimismo, ma un rigore ottimista. Se la gente ci rimprovera i nostri romanzi, nei quali descriviamo degli uomini fiacchi, deboli, vili e, talvolta, veramente malvagi, non è solo perchè questi uomini siano fiacchi, deboli, vili o malvagi: perchè se, come Zola, noi affermassimo che sono così a causa di mali ereditari, dell'influenza dell'ambiente o della società, in virtù di un determinismo organico o psicologico, la gente sarebbe rassicurata e direbbe: ecco, noi siamo così, nessuno può farci niente. Ma l'esistenzialista quandod escrive un vile, dic eche questo vile è responsabile della sua viltà. Questo vile non è così per il fatto che ha un cuore, un polmone o un cervello vile; non è così in base a una particolare organizzazione fisiologica: è così perchè coi suoi atti si è dato la forma di un vile. Non c'è temperamento vile: ci sono temperamenti nervosi, c'è il "sangue povero", come dice la brava gente, ci sono temperamenti ricchi, ma l'uomo che ha un sangue povero non è vile per questo, perchè ciò che fa la viltà è l'atto di rinunciare o di cedere; un temepramento non è un atto, il vile è definito tale in base all'atto che ha compiuto. La gente ha una oscura sensazione e prova orrore per il fatto che il vile che presentiamo sia colpevole d'essere vile. La gente vuole che si nasca o vili o eroi. Uno dei rimproveri che si rivolgono più spesso a Le vie della libertà si esprime così: ma, alla fine, di questi uomini così deboli come potrete fare degli eroi? Questa obiezione muovo piuttosto al riso, perché suppone che eroi si nasca. E, in realtà, è quello che la gente desidera pensare: se nascete vili, sarete del tutto tranquilli, voi non ne avete alcuna colpa, sarete vili per tutta la vita, qualunque cosa facciate; se nascete eroi, sarete pure del tutto tranquilli, sarete eroi per tutta la vita, berrete come un eroe, mangerete come un eroe. L'esistenzialista, invece, dice che il vile si fa vile, che l'eroe si fa eroe: c'è sempre una possibilità per il vile di non essere più vile e per l'eroe di cessare di essere un eroe.

(J.-P. SARTRE, L'esistenzialismo è un umanismo [1945], Milano, 1996, p. 54-60)

24.01.11

Cognomi di origine ebraica

Leggetevi questo e, arrivati ai "cognomi di origine ebraica", chiedetevi se è possibile che, nel 2010, e proprio sul quotidiano che un giorno sì e l'altro pure impartisce col dito alzato lezioni di morale e decenza alla nazione, si debba leggere una porcheria simile.

19.01.11

Preti

Oggi su Rep c'è anche il Sermone della Decenza. E non è nemmeno domenica.

17.01.11

La caduta della Casa de' Bardi

Nel detto anno 1345, del mese di gennaio, fallirono quegli della compagnia de' Bardi, i quali erano stati i maggiori mercatanti d'Italia. E la cagione fu ch'eglino aveano messo, come feciono i Peruzzi, il loro e l'altrui nel re Adoardo d'Inghilterra e in quello di Cicilia: che si trovarono i Bardi dovere avere dal re d'Inghilterra, tra di capitale e di riguardi e doni impromessi per lui, più di novecentomila fiorini d'oro, e per la sua guerra col re di Francia non gli potea pagare; e da quello di Cicilia doveano avere da centomila fiorini d'oro. E' Peruzzi doveano avere dal re d'Inghilterra da seicentomila fiorini d'oro e da quello di Cicilia da centomila fiorini d'oro: onde convenne che fallissono a' cittadini e forestieri a cui dovieno dare, solo i Bardi più di cinquecentocinquantamila fiorini d'oro.

Onde molte altre compagnie minori e singulari persone, ch'aveano il loro nelle mani de' Bardi e de' Peruzzi e negli altri falliti, ne rimasono diserti: e tali per questa cagione fallirono. Per lo quale fallimento de' Bardi e de' Peruzzi e degli Acciaiuoli e Bonaccorsi e Cocchi e Antellesi e Corsini e que' da Uzzano e Perendoli e più altre piccole compagnie e singulari artefici che fallirono in questi tempi e prima, e per gl'incarichi del comune, e per le disordinate prestanze fatte a' sopradetti signori, onde addietro è fatta menzione, ma però non di tutti, che troppo sono a contare, fu alla nostra città di Firenze maggiore ruina e sconfitta che nulla che mai avesse il nostro comune, se consideri bene, o lettore, il dannaggio di tanta perdita di tesoro e pecunia perduta per li nostri cittadini e messa per avarizia di guadagnare nelle mani de' re e de' signori.  O maladetta e bramosa lupa, piena del vizio dell'avarizia regnante ne' nostri ciechi e matti cittadini, che epr cupidigia di guadagnare da' signori, mettono la loro e l'altrui pecunia in loro potenza e signoria!  E perdessi e desolossi per questa cagione d'ogni potenza la nostra repubblica, che non rimase quasi sostanza ne' nostri cittadini, se non in alquanti artefici o prestatori, i quali colla loro usura  consumarono e raunarono a loro la sparta povertà de' nostri cittadini e distrettuali. Ma non sanza cagione vengono a' comuni e a' cittadini gli occulti giudicii di Dio per punire i peccati commessi, siccome Cristo disse di sua bocca evangelizzando: "in peccato vestro moriemini ecc.". I Bardi renderono per patti le loro possessioni a' creditori soldi nove danari tre per lira, che non tornarono a giusto mercato soldi sei per lira. I Peruzzi patteggiarono a soldi quattro per lira in possessioni, e soldi sedici per lira nelle dette de' sopraddetti signori: e se riavessono quello che dovriano avere dal re d'Inghilterra e da quello di Cicilia, o parte di quello, rimarrebbono signori di grande potenzia e ricchezza; e i miseri creditori diserti e poveri, perché fallì la credenza per le malvage agguaglianze degli ordini e riformagioni del nostro comune e corrotto reggimento, che chi ha poter più, a suo senno fa i decreti del comune. E questo basti, e forse che troppo avrò detto sopra  questa vergognosa materia; ma non si dee tacere il vero per chi ha a fare memoria delle cose notevoli che occorrono, per dare essemplo a coloro che hanno a venire di migliore guardia. Con tutto noi ci scusiamo, che in parte per lo detto caso tocchi a noi autore, onde ci grava e pesa: ma tutto avviene per la fallibile fortuna delle cose temporali di questo mondo.

(G.VILLANI, Cronica, Torino, Einaudi, 1978, p. 272-274) 

16.01.11

Intercettazioni telefoniche

- Dopo lungo pensare, sono giunto a questa conclusione: è necessaria una rivoluzione copernicana. Basta contestare il gruppo dirigente: bisogna contestare la base, fatta di cazzari che scrivono minchiate sui blog, che esprimono la loro indignazione ed altre caccavelle del genere.

- Ahahah. E cosa ha suscitato codesta riflessione?

 

- Una conversazione avuta al circolo sui fatti di Torino, in cui si diceva che la "base" dice certe cose e che quindi bisogna andarle dietro. Faccio osservare che a Torino la FIM CISL è maggioritaria e che, quindi, è opinabile che la "base", cioè quella indefinita cosa che dà ragione sempre e comunque a chi la invoca…

- Buona questa.

- … che la “base” sia così univocamente schierata con Landini, mi è stato risposto che il popolo della rete è con gli operai di Torino...

- Con quali? Quelli della FIOM o gli altri?

- Eh, appunto. Da questo si è passati al panegirico di Renzi.

- E tu?

- Faccio notare che, alla fine, tutto il messaggio soteriologico di Renzi è "i vecchi si tolgano dai coglioni perché, essendo io il sindaco più giovane d'Italia, non ho voglia di aspettare troppo tempo per sedermi sulla cadrega". Mi è stato risposto che Renzi è il nuovo.

- Il Nuovo, l’arma fine di mondo.


 - A quel punto me ne sono stato zitto pensando che indubitabilmente Stockhausen è più "nuovo" di Beethoven: ma mica è meglio per questo.

12.01.11

Cosa vuol dire ricerca

Parecchi, giunti alla fine del sistema filosofico... son presi come da un senso d'insoddisfazione e did elusione... sembra loro ben povero un mondo, oltre il quale non ce n'è un altro; uno Spirito immanente, ben inferiore e impacciato a paragone di uno Spirito trascendente, di un Dio onnipotente fuori dal mondo; una Realtà penetrabile al pensiero, meno poetica di un'altra, cinta di mistero; e il vago e l'indeterminato, più bello del preciso e determinato. Ma noi sappiamo che costoro si aggirano in una illusione psicologica, pari a quella di chi sogni un'arte così sublime che a paragone di essa, ogni opera d'arte realmente esistente appaia cosa spregevole; e, sognando questo torbido sogno non riesce a fare un verso solo. Quei raffinatissimi poeti sono impotenti; e impotenti sono quei filosofi insaziabili (...)

Nessun sistema filosofico è definitivo, perché la Vita, essa, non è mai definitiva. Un sistema filosofico risolve un guppo di problemi storicamente dati; e prepara la condizione per la posizione di altri problemi, e, cioè, di altri interessi. Così è sempre stato, e così sarà sempre. (...)

Ogni filosofo, alla fine di una sua ricerca, intravede le prime incerte linee di un'altra che egli medesimo, o chi verrà dopo di lui, eseguirà. E, con questa modestia, che è delle cose stesse e non già del mio sentimento personale; con questa modestia, che è, insieme, fiducia di non aver pensato invano, io metto termine al mio lavoro, porgendolo ai ben disposti come strumento di lavoro.

(B.CROCE (1909), cit. in E.GARIN, Intellettuali italiani del XX secolo, Roma, 1987, p. 50-51)

10.01.11

La decrescita secondo G. Fabris

Opporre a questa tipologia di crescita la decrescita - un termine e una prospettiva che hanno generato una recente facile saggistica- significa inoltrarsi lungo i sentieri di un'utopia inevitabilmente elitistica e reazioanria. Significa proporre strategie che - anche se edulcorate dal ricorrente attributo di felice o simili, per esorcizzare l'effetto della particella de- e conseguenti letture all'insegna del regresso- ignorano con fastidiosa supponenza che cosa oggi rappresenti il consumo nelle nostre vite, i suoi significati simbolici e identitari, indulgendo nelle demonizzazioni di più antico conio. Significa, ancora una volta, fare di tutt'un'erba un fascio riscattando solo i valori d'uso del consumo per persistere a legittimare una nuova anatema sui suoi significati edonistici, espressivi, semiotici, identitari. Significa reintrodurre anacronistici steccati tra bisogni primari e secondari, indulgere nella masochistica cultura dei bisogni pochi e semplici di cui speravamo di esserci liberati per sempre. Decrescita significa anche ignorare, al di là degli strali contro l'odiato capitalismo, gli attuali rapporti di potere, i soggetti sociali che dovrebbero farsi carico di una rivolta tanto radicale, le strategie di alleanze.

(G.FABRIS, La società post-crescita, Milano, 2010, p. 3-4) 

04.01.11

Lavoro e democrazia

Gallino ha scritto su Rep questo articolo che secondo me esprime con molta chiarezza quello che in buona parte di quel che si scrive e si dice sull’argomento del lavoro e dell’impresa si dà di solito per sottinteso, quasi fosse cosa ovvia, mentre invece non lo è.
Una impresa decide di chiudere una fabbrica in Italia. Il commento di Gallino è il seguente:  “È un'azione di chiara razionalità economica, si dirà. Che c'entra la democrazia? La risposta sta in quelle centinaia di lavoratori che occupano la loro fabbrica senza macchine perché sono state spedite all'estero, che fanno lo sciopero della fame, bloccano per qualche ora l'autostrada. Democrazia è la possibilità di avere voce nelle decisioni che toccano la propria vita, partecipare in qualche misura ad esse, poter discutere del proprio destino; magari per accettarlo, alla fine, anche se ingrato. A modo loro, quei lavoratori ripropongono un detto che ebbe peso agli esordi stessi della democrazia: siamo tanti, non contiamo niente, vorremmo contare qualcosa. Ci ricordano pure che c'è qualcosa di profondamente distorto in un sistema economico e politico che separa il lavoro dalla persona. Il primo è considerato una merce che un'impresa ha pieno diritto di comprare al prezzo che le conviene, o buttare da parte perché non serve più. La seconda è un essere umano che ha una storia, sentimenti, rapporti familiari, desideri, amicizie, un senso di dignità. È possibile, dobbiamo chiederci, che dinanzi al rischio di restare senza lavoro, che significa anche perdere gran parte dell'identità di persona perché la società intera è stata costruita attorno all'idea di lavoro retribuito, nessuno in pratica abbia il diritto riconosciuto di discutere se ci sono soluzioni possibili, altre strade meno impervie, di affermare che una razionalità economica che non lascia nessuna voce agli interessati al di fuori degli azionisti è una forma di irrazionalità che sta minando alle radici la democrazia?
Davvero la democrazia è “la possibilità di aver voce nelle decisioni che toccano la propria vita”?  Già capire esattamente quali siano le decisioni che toccano la vita di ognuno non è semplice, ma anche a una prima impressione, sembrano decisamente tantissime: davvero la democrazia consiste nella possibilità di aver voce in tutte queste decisioni? Ma ammettiamo pure che sia vero. Allora ai lavoratori della fabbrica si “dà voce”: li si fa discutere con l’impresa (niente di strano, btw: succede quasi sempre, in realtà; sembra sia successo anche nel caso discusso da Gallino). Ma se alla fine della discussione non si è d’accordo, cioè se i lavoratori vogliono che la fabbrica continui a operare e l’impresa vuol chiudere, chi è che decide? Trovare “soluzioni possibili, altre strade meno impervie” non è sempre possibile, né sempre accettabile: non solo per le imprese, ma anche per i cittadini (non è scontato, o comunque non lo è sempre, che i soldi sia meglio destinarli a ‘sostenere l’occupazione’ in una impresa che in assenza di sussidi chiuderebbe, anziché ad altri scopi). E quindi? Come sempre, Gallino (e tanti altri) non ha il coraggio, o l’onestà, di prendere atto che le soluzioni sono solo due: o ribadire che le decisioni economiche spettano alle imprese (alla politica, e quindi alla democrazia, semmai, spetterà attenuare i danni immediati che la libertà d’impresa causa ai lavoratori e alle loro famiglie), oppure decidere che le decisioni economiche spettano alla politica, con tutto quel che ne deriva. E che di fronte a questa alternativa, continuare a chiacchierare amabilmente di “separazione del lavoro dalla persona” e di mercificazione del lavoro, non nel 1810 ma nel 2010, oltre che parlare a vanvera di “razionalità economica che mina alle radici la democrazia” è solo una scandalosa frivolezza.