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28.11.10

La crescita sovietica

Le economie di mercato, nella misura in cui erano 'disegnate', dalle loro istituzioni e dalle loro leggi, erano disegnate per unire compratori e venditori. Crescevano, ma solo perché i venditori possono decidere, dal desiderio dei compratori, di fare un po' più di quello che vendevano, o perché i compratori possono decidere di usare quel che compravano per vendere qualcos'altro. La crescita non era intrinseca. Non era nell'essenza di un'economia di mercato che dovesse sempre fare un po' di più quest'anno rispetto all'anno prima.

L'economia pianificata, d'altro canto, fu creata precisamente per questo. Era esplicitamente  e deliberatamente una macchina, disegnata per effettuare un passaggio di sola andata dalla penuria all'abbondanza aumentando la produzione ogni anno, ciascun anno, anno dopo anno. Null'altro contava: non il profitto, non il tasso di incidenti industriali, non l'effetto delle fabbriche sulla terra e sull'aria. L'economia pianificata misurava il suo successo in termini di ammontare delle cose fisiche che produceva. (...) Il loro era un sistema che generava valori d'uso piuttosto che valori di scambio (...) Per una società, produrre meno di quanto poteva,  perché la gente non poteva 'permettersi' la produzione extra, era ridicolo. Contando veri sacchi di cemento anziché fantasmi di moneta, l'economia sovietica votava per la realtà, per il mondo materiale come veramente era, piuttosto che per le allucinaizoni ideologiche. Si atteneva alla piena verità che più roba era meglio che meno. Invece di calcolare il Prodotto Interno Lordo, la somma di tutti i redditi guadagnati in un paese, l'URSS calcolava il Prodotto Materiale Netto, il prodotto totale nazionale di roba - espresso, per convenienza, in rubli.

Ciò rendeva difficile comparare la crescita sovietica con quelle di altri paesi. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale,  quando i numeri che venivano fuori dall’Unione Sovietica cominciarono a diventare sempre più preoccupantemente brillanti, diventò una essenziale preoccupazione della appena costituita CIA il tentare di tradurre le cfr ufficiali sovietiche da PMN a PIL, scontando la propaganda, tirando a indovinare validi modi di pesare la produzione sovietica, sottraendo le voci contate due volte nel PMN, come l’acciaio che compariva due volte, una volta come materia prima, e un’altra come pannello battuto usato in un’automobile.  Le cifre della CIA erano sempre più basse delle scintillanti statistiche di Mosca. Tuttavia erano pur sempre abbastanza preoccupanti  da suscitare profondi dubbi nei governi occidentali, e ansiosi editing nei giornali occidentali, specie dopo che il lancio dello Sputnik nell’ottobre 1957 fornì un chiaro simbolo dell’improvviso scatto tecnologico dell’arretrata Russia.  Per un po’, nei tardi 1950 e nei primi 1960, la gente in occidente sentiva la stessa ipnotizzata inquietudine per la crescita sovietica che avrebbero poi provato per la crescita giapponese nei 1970 e 1980, e per quella cinese e indiana a partire dai 1990. Né si ingannavano e basta. Al di sotto di vari strati di vernice, il fenomeno era reale. Dalla caduta dell’Unione Sovietica, e dall’apertura dei suoi archivi, storici sia dalla Russia sia dall’occidente hanno ricalcolato la crescita sovietica un’altra volta; e persino usando le più pessimistiche di queste nuovissime stime, l’Unione Sovietica appare ancora come essere cresciuta più rapidamente, nei 1950, di qualunque altro paese al mondo eccetto il Giappone. Ufficialmente, l’Unione Sovietica cresceva del 10.1% all’anno; secondo la CIA, del 7% all’anno; ora le stime indicano una crescita superiore al 5% all’anno. E’ ancora abbastanza da superare la Germania Ovest, l’altra star della crescita di quel periodo, e da superare di molto la media USA del decennio, pari a circa il 3.3% all’anno.

Sulla forza di questa riuscita – che essi probabilmente valutavano con le loro cifre più alte – i successori di Stalin si disposero a civilizzare la loro selvaggia macchina della crescita. I prigionieri (o la maggior parte) furono rilasciati dai campi di lavoro. I contadini delle fattorie collettive vennero autorizzati a guadagnare redditi visibili anche senza un microscopio, e alla fine a vedersi riconosciuta una pensione di anzianità.  I salari dei lavoratori vennero alzati, e i salari dell’elite furono contingentati, creando u sistema dei redditi molto più egualitario. Per compensare i manager, fu peraltro eliminato il bastone del terrore che li guidava: un cattivo anno adesso voleva solo dire un bonus basso. La giornata lavorativa si ridusse a otto ore, la settimana a cinque giorni.  I milioni di famiglie strizzate dentro cadenti caseggiati zaristi, e in umide ex-sale da ballo suddivise da muri di cartone, furono finalmente alloggiate in sobborghi nuovi di zecca. Era chiaro che un’altra ondata di investimenti sarebbe stata necessaria, quanto meno più grande della precedente, per costruire la prossima generazione di industrie.  Ci sarebbe stato bisogno di fabbriche che presto producessero plastica, e fibre artificiali, e equipaggiamento per le nascenti tecnologie dell’informazione: ma tutto adesso sembrava accessibile.  L’Unione Sovietica poteva dare  alle sue masse un po’ di marmellata oggi, e reinvestire per domani, e pagare i conti delle armi di una superpotenza nello stesso tempo.  La simulazione bolscevica del capitalismo si era presa le sue rivincite. Il Partito poteva persino permettersi di sperimentare una piccola  animata discussione (…)

E questa era una fortuna, perché in quel momento il consiglio d'amministrazione dell'URSS S.p.A. aveva bisogno di una consulenza esperta. Le cifre della crescita erano meravigliose, sbalorditive, fantastiche - ma c'era qualcosa un tantino strano in quelle cifre, anche le più rosee. Per cominciare, nel momento in cui i piani invocavano una crescita ancora più rapida, essa di fatto stava rallentando da un piano all'altro, non molto, ma inequivocabilmente. E poi c'era un demone nei dettagli della crescita sbalorditiva, se ci guardavate da vicino. Per ogni unità extra di prodotto che otteneva, l'URSS dipendeva assai più di altri paesi nel gettarvi dentro extra input: lavoro extra, materie prime extra, investimenti extra. L'URSS otteneva il 65% della sua crescita tramite extra input, rispetto al 33% degli USA o al frugale 8% della Francia. Questo tipo di crescita 'estensiva' (contrapposto alla crescita 'intensiva' dell'aumento di produttività) possedeva limiti interni, e l'economia sovietica  vi si stava già avvicinando.  Non c'erano poi così tanti altri cittadini sovietici da impiegare; legno e minerali non potevano essere gettati nelle fauci dell'industria molto più velocemente di quanto già non lo fossero; e l'invetsimento era un problema di per sè, persino per un governo che poteva scegliere cosa valeva il denaro. Diciamocelo sottovoce, ma la produttività del capitale in URSS era una disgrazia. L'URSS otteneva già ritorni inferiori per i suoi investimenti, in termini di extra prodotto, di qualsiasi dei suoi rivali capitalistici. Tra il 1950 e il 1960, per esempio, aveva buttato 9.4% di extra capitale ogni anno nell'economia, per guadagnare solo un 5.8% all'anno in più di prodotto. In effetti, stavano spruzzando l'industria sovietica col denaro che avevano così dolorosamente sottratto alla popolazione, e sprecandone più di un terzo nel corso del processo. Eppure questa economia doveva crescere, e continuare a crescere, senza soste. Non era solo questione di raggiungere gli americani. C'era ancora gente in URSS, all'inizio dei Sessanta, che credeva nell'idillio originario di Marx: e uno die ssi era il Primo Segretario del Partito, Nikita Sergeievic Kruscev. In qualche modo, l'economia doveva portare i cittadini dello stato bolscevico lungo la ripida china della crescita fino al punto in cui la crescita si sfumava in una indistinguibile abbondanza, dove il lavoro del capitalismo e del suo surrogato erano alfine completati, dove la storia riassumeva il suo giusto corso:  dove cominciava la caccia, e la pesca, e la critica dopo cena, e la tecnologia dell'abbondanza avrebbe continuato a fare le fusa sullo sfondo come un gatto contento.

Ma come?

(F.SPUFFORD, Red Plenty, London, 2010, p. 87-91) 

 

24.11.10

L'umiliazione dello spreco

E' difficile parlare sensatamente di un argomento come lo "spreco". Già dalla sua nozione - "uso eccessivo o ingiustificato", lo definisce il Devoto-Oli - iniziano i dubbi: eccessivo rispetto a cosa? ingiustificato per quale ragione? quale altro uso (non eccessivo o ingiustificato) sarebbe da prendere come pietra di paragone?

Però questo dubbio può essere superato, specificando l'ambito o il paramentro rispetto al quale si verifica lo spreco concreto. Per esempio, rispetto a un bene disponibile solo in quantità limitata, "spreco" potrebbe certamente ottenere un significato univoco (anche se la cosa non sembra semplicissima).

Di solito però si sente parlare di spreco, ovviamente in senso deprecatorio, senza degnarsi non dico di fornire una spiegazione del senso in cui lo si intende, ma senza nemmeno porsi il problema. E non a caso: infatti di solito si parla (deprecatoriamente) di spreco con riferimento a beni che non sono affatto disponibili solo in quantità limitata: per esempio il cibo. In genere chi denuncia lo spreco si lascia sbigottire da cifre mirabolanti (tot tonnellate di pane si buttano ogni giorno! tutti i riifiuti alimentari di un giorno in Italia se impilati formerebbero un grattacielo alto quanto l'Empire State Building!) senza riflettere al fatto che, rispetto all'entità della produzione, lo 'spreco' potrebbe cionondimeno rappresentare una percentuale irrisoria, oppure potrebbe essere senza alternative praticabili, e pertanto non potrebbe essere definito come 'spreco'. Ma ripeto, normalmente chi parla di spreco il problema non se lo pone neanche.

Molto spesso la deprecazione dello spreco si accompagna a invettive verso gli spreconi e si unisce a affermazioni tanto recise quanto poco motivate sul fatto che sprecare qualcosa, in primis il cibo, sarebbe "uno schiaffo alla miseria"; un classico esempio, tratto dal sito di una tizia che di rado si fa delle domande, lo trovate qui . Ma il nesso tra lo spreco di cibo e la fame nel mondo è tutt'altro che evidente, per dirla eufemisticamente.  

Sovente il discorso sullo spreco si accompagna a invocazioni di un-altro-mondo-è-possibile, usualmente nella forma di un Mondo del Riciclo e della Sobrietà, o della Decrescita e compagnia bella. Il che va naturalmente benissimo, a patto di non pretendere che tra le due cose (lo spreco da un lato, il Nuovo Mondo dall'altro) ci sia alcun nesso di consequenzialità. Il che invece normalmente accade. Ad esempio, nel libro recente di un illustre ex-capetto del Sessantotto, poi riciclatosi (nomen omen) in guru dei rifiuti, delle auto e del riciclo, si passa con sovrana sprezzatura dall'affermazione che le cose nuove sono, ohibò, diverse dalle cose usate (sul che, direte, difficilmente si può dissentire), a questa rigorosa dimostrazione: "la dicotomia elementare tra nuovo e usato ci dice infatti che, a rigor di logica [sic] l'usato è più ricco di senso e più 'nobile' del nuovo proprio perché vecchio o antico; e che il nuovo dovrebbe intervenire solo là dove l'usato  non è più in grado di sopperire ai bisogni dei viventi". Post hoc ergo propter hoc, come ripete sempre il Presidente  Jed Bartlet.

Ma la cosa veramente singolare non è tanto la poca consequenzialità o la superficialità del pensiero, che è un necessario sottoprodotto del prendere il proprio ghiribizzo o le proprie convinzioni anche le più bislacche come verità elementari, indiscutibili e autoevidenti; la cosa singolare è il pathos. Leggete questo tizio e capirete cosa intendo. Che rapporto ci sarà mai tra il buttare del cibo e l'essere "una società di risentiti"* e "la vità è ragioneria"? Davvero un essere ragionevole può porsi il dubbio  che "Si possono distruggere montagne di cibo e poi avere dei bravi figli, dei cittadini rispettosi, degli adulti responsabili e compassionevoli?" E che c'entra l'idea (borghese e sette-ottocentesca, e non certo "postindustriale")  che "la nostra vita... è fatta di compartimenti stagni" con lo spreco? Che idea di "complessità" (e di cuore, btw) potrà mai avere uno che ha il coraggio di scrivere un post del genere e di concluderlo con "L’uomo ha bisogno di essere riportato al centro della sua complessità, quella complessità che idealmente si manifesta nel cuore. Quel cuore che soffre l’umiliazione dello spreco è lo stesso cuore capace di provare amicizia e compassione, capace di dono e di attenzione, capace di riconoscere la bellezza e di emozionarsi per la sua gratuità. Gratuità! Non si vende, non si compra: non sarà forse questo l’orizzonte verso cui camminare per ritrovare un senso?"

 

*Ovviamente il tizio è effettivamente uno risentito, e anche parecchio risentito; ma questo è un altro discorso. O forse no.

22.11.10

Vincoli tecnici alla crescita

La "crescita moderna" deriva, prima di tutto, dal progresso di quel "sistema organizzato di conoscenze sperimentate" che è la tecnica.  La discontinuità nell'evoluzione delle tecniche che si è verificata nel Sette e Ottocento, in Europa prima che altrove, è basata sull'uso di macchine sempre più complesse. L'uso di macchine su larga scala dipende, a sua volta, da due cambiamenti essenziali, che riguardano il sistema energetico: lo sfruttamento di combustibili fossili e la possibilità di utilizzare questi combustibili fossili per generare movimento.

Mentre ogni tipo di movimento dà origine spontaneamente al calore, che si disperde nell'ambiente circostante e aumenta l'entropia dell'universo, il calore, invece, non dà origine spontaneamente al movimento ordinato che serve per svolgere attività produttive; dà origine soltanto a un movimento disordinato di molecole e atomi. La soluzione del problema di trasformare il calore in movimento ordinato non è affatto semplice: si tratta di elaborare congegni complessi che richiedono una lunga serie di conoscenze (...) Entrambi i problemi di dare origine a un movimento ordinato a partire dal calore e di disporre di quantitativi consistenti di combustibili - i fossili - furono risolti, infine, nel Settecento: in Inghilterra prima e poi nel resto d'Europa. La possibilità di produrre di più e scambiare di più ne venne di conseguenza. Tutte le regioni europee cominciarono a crescere decisamente quando poterono sfruttare la soluzione data al problema tecnico di cui si è detto; non prima. Nelle economie agrarie precedenti, dipendenti dall'irradiazione solare, esistevano vincoli insuperabili alla crescita continua per periodi lunghi di tempo. La crescita avveniva, quasi sempre, solo in maniera estensiva. Cambiamenti nelle tecniche potevano aver luogo, ed hanno avuto effettivamente luogo. Si trattava, però, di cambiamenti ben presto vanificati dall'aumento del numero dei consumatori. Entro questi limiti di tipo energetico, un'economia agraria poteva procedere con difficoltà. L'economia europea premoderna è un'economia agraria matura nel senso che ha esaurito le potenzialità di crescita all'interno di un sistema condizionato dal vincolo energetico di cui si è detto.

(P.MALANIMA, Uomini, risorse, tecniche nell'economia europea dal X al XIX secolo, Milano, 2003, p. 252-253)

18.11.10

Thoughts of a Young Girl

It is such a  beautiful day I had to write you a letter
From the tower, and to show I’m not mad:
I only slipped on the cake of soap of the air
And drowned in the bathtub of the world.
You were too good to cry much over me.
And now I let you go. Signed, The Dwarf.

 

I passed by late in the afternoon
And the smile still played about her lips
As it has for centuries. She always knows
How to be utterly delightful. Oh my daughter,
My sweetheart, daughter of my late employer, princess,
May you not be long on the way!


(J.ASHBERY, Selected Poems, Manchester, 2002, p. 31)

 

15.11.10

La nascita della società schiavile

Tutti quanti sapevano dell'impossibilità di costringere i cittadini-contadini o cittadini-artigiani a divenire una forza lavoro salariata, i cittadini cioè che erano anche arruolati nell'esercito; tutti sapevano che i liberi  non avrebbero lavorato regolarmente per altri volontariamente; e tutti sapevano che esisteva un'istituzione chiamata schiavitù.

Perciò, nella mia ipotesi, ci fu un generale consenso allo spostamento verso il lavoro schiavile. Non ci fu gelosia per gli schiavi, o concorrenza con loro, né negli stadi iniziali né nei periodi di picco; al contrario, il sogno dell'uomo che non poteva permettersi unos chiavo era quello di  poterlo fare un bel giorno (Lisia, 24.6). Il libero era uno che né viveva sotto il controllo di un altro né lavorava a vantaggio di un altro; che viveva preferibilmente sul proprio ancestrale pezzo di terra, con i suoi ancestrali sacrari e sepolcri. La creazione di quel tipo di libero in un mondo a bassa tecnologia, pre-industriale, condusse all'instaurazione di una società schiavile. Non c'era alcuna realistica alternativa.

(M.I.FINLEY, Ancient Slavery and Modern Ideology, Harmondsworth, 1992, p. 90) 

11.11.10

La grande carestia del 1329

Nel detto anno 1328 si cominciò e fu infino nel 330 grande caro di grano e vittuaglia in Firenze: che di soldi diciassette lo staio ch'era valuto di ricolta, il detto anno valse ventotto, e subitamente in pochi dì montò in trenta soldi; e poi entrando il seguente anno 329, ogni dì venne montando sì, che per la pasqua del Risurresso del 29 valse soldi quarantadue , e innanzi che fosse il novello per lo contado in più parti valse uno fiorino d'oro lo staio, e non avea pregio il grano, possendosene avere  per danari la gente ricca che n'avea bisogno, onde fu grande stento e dolore alla povera gente.

E non fu solamente in Firenze, ma per tutta Toscana e in gran parte d'Italia: e fu sì crudele la carestia, ch'e' Perugini e' Sanesi e' Lucchesi e' Pistolesi e più altre terre in Toscana, per non potere sostentare, cacciarono di loro terre tutti i poveri mendicanti. Il comune di Firenze con savio consiglio e buona provedenza, riguardando alla piatà di Dio, ciò non sofferse, ma quasi gran parte de' poveri di Toscana mendicanti sostenne, e fornì di grossa quantità di moneta la canova, mandando per grano in Cicilia, faccendolo venire per mane a Talamone in Maremma, e poi condurlo in Firenze con grande rischio e dispendio; e così di Romagna e del contado d'Arezzo; e non guardando al grave costo, sempre ch'era la grave carestia, il tenne a mezzo fiorino d'oro lo staio in piazza, tuttora col quarto orzo mescolato. E con questo era sì grande rabbia del popolo in Orto San Michele, che convenia vi stesse a guardai degli uficiali le famiglie delle signorie armate col ceppo e mannaia per fare giustizia; e fecionsene intagliare membri. E perdevvi il comune di Firenze in quegli due anni più di sessantamila fiorini d'oro per sostentare il popolo; e tutto questo era niente: se non che in fine si provide per gli uficiali del comune di non vendere grano in piazza, ma di fare pane per lo comune a tutti i forni, e poi ogni mattina si vendea in tre o quattro canove per sesto di peso d'once sei il pane mischiato per danari quattro l'uno. Questo argomento sostenne e contentò la furia del popolo e della povera gente, ch'almeno ciascuno potea avere pane per vivere: e tale avea denari otto o dodici per sua vita il dì, che non potea raunare i danari di comperare lo staio. E tutto ch'io scrittore non fossi degno di tanto uficio, per lo nostro comune mi trovai uficiali con altri a questo amaro tempo: e colla grazia di Dio fummo de' trovatori di questo rimedio e argomento; onde s'appaciò il popolo e fuggì la furia, e si contentò la povera gente sanza niuno scandalo o romore di popolo o di città. E con questo testimonio di verità, che anche in niuna terra si fece per gli possenti e pietosi cittadini tante limosine a' poveri, quanto in quella disordinata carestia si fece per gli buoni Fiorentini; ond'io sanza fallo stimo e credo che per le dette limosine e provedenza fatta per lo povero popolo, Iddio abbia guardata e guarderà la nostra città di grandi avversitadi.

(G.VILLANI, Cronica, Torino, 1979, p. 144-46)

10.11.10

L'anatomia della scimmia

La società borghese è l'organizzazione storica più sviluppata e differenziata della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti, la comprensione della sua struttura, permettono quindi in pari tempo di comprendere l'articolazione e i rapporti di produzione di tutte le forme di società scomparse, sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita, e di cui in parte in essa sopravvivono ancora residui parzialmente non superati, mentre ciò che in essa era solo accennato ha assunto significati compiuti ecc. L'anatomia dell'uomo fornisce una chiave per l'anatomia della scimmia. Gli accenni a momenti superiori nelle specie animali inferiori possono invece esser compresi solo se la forma superiore stessa è già nota. L'economia borghese fornisce quindi la chiave di quella antica ecc.  In nessun caso però procedendo come fanno gli economisti, i quali cancellano ogni differenza storica e in tutte le forme di società vedono sempre quella borghese. Si possono comprendere il tributo, le decime ecc., se si conosce la rendita fondiaria. Ma non si deve identificare questa con quelli.

(K.MARX, Lineamenti fondamentali, I, Torino, 1976, p. 30-31)

05.11.10

Ah, la legalità

Veramente, a leggere questo minus habens giornalista che sostiene tomotomo cacchiocacchio che un avvocato che ha difeso trent'anni fa un imputato per mafia non avrebbe lo standing per fare il Presidente del Senato mi cascano le braccia. E i suoi commentatori sono anche peggio. In cinquanta e non riescono a tirare fuori un argomento (e come stupirsene). Ma in compenso quanta pia indignazione, quanto scandalo, quanti strilli.

03.11.10

La differenza essenziale

La differenza essenziale fra le economie di ieri e quelle di oggi consiste nella capacità di produrre. Oggi, su scala mondiale, la produzione annua di beni e servizi è circa 40 volte superiore a quella della fine del Settecento. In termini pro capite l'aumento è stato di 6 volte. Gli uomini di ieri, con le tecniche a loro disposizione, potevano produrre poco più del necessario per assicurarsi la sopravvivenza.

Oggi una gran parte dell'umanità può concedersi, oltre al necessario, anche il superfluo. La prima differenza fra ieri e oggi, dunque, è quella fra "economie del necessario" e "economie del superfluo". Sappiamo bene, tuttavia, che, nella disponibilità di beni e servizi, le differenze attuali su scala mondiale sono forti. Dal momento che, nel mondo povero d'ieri, il reddito medio superava di poco le necessità di base, le differenze fra gli abitanti dei vari continenti non erano e non potevano essere troppo profonde. Con la "crescita moderna" delle economie occidentali si è, invece, aperta una frattura fra abitanti ricchi e  abitanti poveri del mondo. La "crescita moderna" ha segnato una discontinuità anche sotto questo profilo, come sotto molti altri.

(P.MALANIMA, Uomini, risorse, tecniche nell'economia europea dal X al XIX secolo, Milano, 2003, p. 251-252)