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Cominciamo bene

A p. 2 del libro che sto leggendo trovo scritto:

 

Nel corso di questo lavoro, il significato di ciò che si intende di solito con ‘saccheggio’ verrà invece esteso ben oltre queste connotazioni, fino a comprendere una definizione di saccheggio come iniqua ripartizione di risorse comuni garantita dal diritto a favore dei forti e a danno dei deboli, come nel caso di un agricoltore che non ha più alcun diritto ‘legale’ a usare le sementi utilizzate per secoli dai suoi antenati. Basterà mettere in rapporto questa struttura giuridica con gli osceni profitti delle società multinazionali che oggi detengono i brevetti sulle sementi per riconoscere che si tratta di saccheggio promosso in regime di legalità.

Sigh. Lasciamo perdere la sintassi incerta (come il significato di una parola – saccheggio – che diviene il ‘significato di ciò che si intende di solito’ con quella parola e che ‘viene esteso fino a comprendere una definizione’ della parola stessa), probabilmente il mero frutto di una traduzione dall’inglese all’italiano, e concentriamoci invece sulla sostanza, cioè sull’esempio antonomastico di ‘saccheggio’ come ‘iniqua ripartizione delle risorse comuni’. Qui ci sono, secondo Mattei e Nader, degli agricoltori che non hanno più alcun diritto a usare “le sementi utilizzate per secoli” dai propri antenati. Già non si capisce perché i semi sarebbero ‘risorse comuni’. Però quel che è davvero sbalorditivo – non tanto da parte di chi ha l’ambizione di scrivere un libro rivoluzionario, ma da parte di due studiosi seri e coscienziosi che hanno l’intenzione di scrivere un libro utile – è che i due autori non si siano proprio posti il problema di verificare, non dico se l’affermazione sia fondata, ma semplicemente se abbia senso. I vecchi semi (quelli “utilizzati per secoli”) non sono mica stati espropriati. Chi li vuole usare, può continuare a farlo: nessuno glielo impedirà. E’ semplicemente successo che per molte varietà vegetali l’industria, specie a partire dalla fine degli anni Cinquanta, abbia sviluppato nuove varietà più produttive, più resistenti, o semplicemente di miglior qualità. Queste nuove varietà – che non sono, per la stragrande maggioranza, Ogm – sono state brevettate. Cosa vuol dire questo? Che finché dura il brevetto (che dopo un certo numero di anni – come anche Mattei e Nader sanno – scade) chi vuole seminare i semi di queste varietà ‘industriali’ li deve comprare dai produttori. Si noti, peraltro, che anche in questo caso nulla vieta che i semi, una volta legalmente acquistati, vengano conservati dal raccolto per le semine successive. Semplicemente, la cosa non è conveniente: i semi ‘industriali’ sono varietà ibride, che conservano cioè i caratteri ‘migliorati’ dell’incrocio solo alla prima generazione; se si raccolgono i semi per riseminarli, i successivi raccolti mostreranno nuovamente i caratteri ‘inferiori’ dei progenitori (la c.d. ‘depressione da reincrocio’). Ma non è vietato farlo: semplicemente, non conviene – e quindi, nessuno lo farà. Che è la stessa, identica ragione per cui nessuno usa più i semi ‘tradizionali’: i semi nuovi sono molto meglio. Ma chi lo vuole comunque fare, per una ragione qualunque, lo può fare eccome.

E siamo solo a pagina 2. E già penso a com’è possibile che questo sia stato uno dei professori del mio dottorato.

Commenti

sommetto che a pagina 3 si parla dell'acqua! (ma tu non leggi un paio di pagine in libreria prima di comprare un libro?)

roberto | 21.07.10 09:03

No, finora dell'acqua non parla. Ma ci sono ancora 180 pagine...

(Certo che leggo qualche pagina prima di comprarli! Avevo dedotto, correttamente, che era una boiata)

Luca | 21.07.10 10:01

Se hai molto peccato, non basterebbe la penitenza del confessore? Mi pare che fosse S.Vincenzo ad ammonire contro gli eccessi di mortificazione

Etienne64 | 21.07.10 21:24

Lo so che può sembrare una penitenza, ma il fatto è che a me interessa. E' affascinante vedere come la fede assoluta in alcune parole prive di significato (neoliberismo, capitalismo, saccheggio, ecc.) può portare persone altrimenti intelligenti e colte a conclusioni che definire fregnacce sarebbe eufemistico.

Luca | 22.07.10 11:18

Il libro de quo dovrebbe invece interessarvi enormemente in quanto giuristi, perché è di quelli che postulano un'identità modernità-illuminismo-capitalismo-mercato-dominio della borghesia, e cioè essenzialmente rinunciano alla critica e al conflitto contro il capitalismo.

Se lo studiate attentamente vedrete infatti che "iniqua ripartizione di risorse comuni garantita dal diritto a favore dei forti e a danno dei deboli" non è posta come una critica del diritto "a favore dei forti", ma come una critica del DIRITTO tout court: non è un attacco al diritto come si manifesta 'in situazione', ma al Rule of Law (i.e. "one of the crown jewels of Enlightenment thought"). Al "principio", insomma, non ad una sua manifestazione storica e concreta; che è la firma di ogni ideologia reazionaria, la quale vive benissimo con e nel capitalismo: volete forse dirmi che non vi viene in mente un capitalismo anti-illuminista, o una borghesia anti-moderna?

Naturalmente, il contrario del Rule of Law non è il rule di una diversa Law, per esempio l'abolizione or whatever dell'istituto del brevetto, ma il Rule of God, il Rule of King, il Rule of Nature, il Rule of Pope (cfr. J. De Maistre "Le Pape"), il Rule of Volk, ect; e dunque è del tutto inutile osservare che - per esempio - il modo migliore (e più efficiente) di sacchegiare un contadino non è quello di fargli pagare i semi ma confiscargli il raccolto, che è una tradizione secolare, o che l'opposizione all'invasione dell'Iraq si esprime precisamente in nome della Rule of Law.

E' insomma l'abolizione del conflitto legge-giustizia, civitas (o polis)-individuo, Stato-individuo, cosa che si può fare, e si sta facendo, a condizione di far sparire e di sterminare tutta la cultura classica (che fonda la modernità). Per es: Euripides, Les Suppliantes, la risposta di Teseo al Heraldo di Creon che chiede "τίς γῆς τύραννος" ("chi è il tyrannos di questa terra?" notate 'terra', non polis), cfr. versi 427 e seguenti, le leggi SCRITTE, ect). E naturalmente Antigone, o le 'dodici tavole' di Roma, ect.

La "mortificazione" è questa: uno non la sceglie.

Dunque è da leggere, e insieme a "The Idea of Justice", di A. Sen.

Saluti.

Francesca | 22.07.10 11:46

L'avevo cominciato a leggere pensando che potesse servirmi per una delle cose che sto studiando, cioè la globbbalizzzazzzzione vista dall'Italia. Invece è interessante soprattutto perché ripete il pattern (indicato sopra da Fran) diffusissimo in ogni ambito intellettuale (almeno qui da noi) per cui:
- se da qualche parte non c'è stato lo sviluppo, allora bisogna buttare a mare lo Sviluppo;
- se il progresso da qualche parte è stato impedito, non è riuscito, si è scontrato con i totalitarismi, le Shoah, gli stermini ecc., allora bisogna buttare a mare il Progresso;
- siccome il colonialismo è una produzione occidentale, e le idee di Giustizia, Libertà, Democrazia, Dirritti Umani sono parimenti occidentali, allora bisogna rifiutarle assieme al colonialismo;
e così di seguito.
E per affermare la tesi per cui rule of law=colonialismo=strumento del saccheggio occidentale, i due autori (ripeto: persone in buona fede e intelligenti) non arretrano dinanzi a NULLA, letteralmente a nulla. Contraddizioni (es.: prima dicono che la rule of law costituisce un ausiliare ideologico dello sfruttamento neocoloniale, poi dicono che, siccome la rule of law viene usata dai paesi sfruttati per reagire allo sfruttamento, ultimamente gli USA ne fanno a meno, e questo "ha reso più agevole lo sfruttamento"), assurdità fattuali (gli anni Ottanta e Novanta sono stati dominati dal "monetarismo". La prova? Il ministro dell'Economia argentina aveva studiato ad Harvard: notoria culla dei monetaristi, nevvero; i semi tradizionali vengono espropriati, ecc. ecc.), sprezzo del ridicolo.

Luca | 22.07.10 12:16

Francesca ha ragione sul fatto di sostenere che vi è una critica al diritto in quanto tale. Non credo, però, che ciò derivi da una concezione sostanzialmente reazionaria.
Sotto a queste brillanti teorie vi è l'idea che, in fondo, il diritto è solo l'espressione di una volontà politica.
Il che, dall'assolutismo in poi, è vero, almeno per quel che riguarda la genesi delle norme.
Andando un po' più indietro, però, l'idea che la legge derivasse dalla volontà regia non era affatto ovvia.
Per esempio, l'editto di Rotari* attacca così:
Il presente editto delle nostre disposizioni, che abbiamo composto con il favore di Dio,
con il massimo zelo [...] RICERCANDO E RICORDANDO le antiche leggi dei nostri padri che non erano scritte, e che abbiamo istituito, ampliandolo, con pari consiglio e consenso con i principali giudici e con tutto il nostro felicissimo esercito, quanto giova al comune interesse di tutta la nostra stirpe, abbiamo ordinato che sia scritto su questa pergamena, esaminandolo
attentamente e tuttavia riservandoci questa [sola] condizione di dover aggiungere a questo editto quanto ancora saremo in grado di RICORDARE, consentendolo la divina clemenza, con un'accurata ricerca delle antiche leggi longobarde [...]
Per Rotari e così ancora per i contadini tedeschi macellati a Frankenhaus la legge era qualcosa di preesistente al volere regale e a cui lo stesso volere regale doveva sottomettersi. Anzi, in buona sostanza, il Re aveva solo il compito di custodire delle leggi che erano percepite come esistenti da sempre.
Poi arriva l'assolutismo e, rimarcata la natura divina della regalità (di cui i medievali avevano un concetto assai poco forte, ciò consentendoli di sgozzare qualsivoglia signore molesto), la legge coincide con il volere del principe.
Poi ancora arriva la rivoluzione francese.
Con la rivoluzione francese il concetto di sovranità non viene modificato: semplicemente, la sovranità viene assegnata al popolo.
Effetto pratico: quel che prima poteva il Re assoluto (tutto), ora lo può il nuovo Re, il Popolo.
Attenzione: il sovrano assoluto, sia esso un Re o sia esso un Popolo non è soggetto a nessuna legge in qualche modo eteronoma. Non è soggetto alla legge di Dio, perché non ci crediamo più (e per i vecchi bigotti, si cucina la minestra della coincidenza tra la volontà divina e la volontà regia); non è nemmeno soggetto, attenzione, ad una legge che affonda le sue radici in una tradizione immemorabile (seppur non necessariamente divina, ferme tutte le confusioni del caso) perché unica fonte di legittimazione è se stesso.
Ora, è perfettamente vero che una norma giuridica nasce da un atto di volontà politica: ma, come i figli non sono identici ai padri, così i testi, anche normativi, acquistano una vita loro che trascende la volontà del genitore. I giuristi, infatti, usualmente hanno assai scarsa considerazione della volontà storica del legislatore, non essendo affatto impossibile, ad esempio, che un governo Berlusconi faccia, magari per sbaglio, una buona legge.
Questa posizione dei giuristi, tuttavia, collide con una assunto molto moderno e tutt'altro che da ancient regime, secondo cui in ogni società la politica ha un ruolo assolutamente centrale.
Se è così, se "tutto è politica", necessariamente il diritto, la "Rule of law" decade da "regola" a "comando" con l'effetto che quel che conta, in definitiva, è solamente cosa si riesce ad imporre.
Il problema del potere diventa quindi assolutamente centrale: come ottenerlo e come far si che la propria volontà, non costretta assolutamente da nulla possa prevalere su tutto e su tutti.
Negato che il diritto funzioni oggettivamente (sebbene, dal punto di vista applicativo, non c'é più differenza tra la legge posta dagli uomini e quella posta da Dio di quanta ce ne sia tra un bullone prodotto a Sesto S. Giovanni o a Taiwan), il diritto degrada a semplice manifestazione di una volontà avverso cui sono conscessi quasi tuttii mezzi per contrastarla.
Mi stanno simpatici i contadini boliviani e ho in uggia le multinazzzionali clerico-giudo-pluto-demo-massoniche?
Cercherò di imporre, non a legnate, ma con suadenti parole che:
a) il saccheggio non è quella cosa definita da un qualsiasi dizionario di italiano ma quel che fanno le predette multinazzionali -c-g-p-d-m-(et alia ad libitum);
b) acquisita la simpatia del lettore (ché, in effetti, il campesinos è più "simpatico" del capitalista in marsina), dirò tutto quel che mi pare contro i cattivi capitalisti agrari;
c) con questo avrò ottenuto un movimento di opinione che ha l'attitudine o la speranza di riuscire ad imporsi e a far approvare una legge (una legge? una dichiarazione di volontà!) anti capitalisti.

Tutto questo però non è reazionario: è assolutamente moderno perché è un agire in relazione a quel nuovissimo soggetto che sono le masse.
Il tizio citato da Luca non vaneggia un ritorno ai ceti pre rivoluzionari, ma sta cercando nel suo piccolo di indirizzare le masse in una certa direzione.
Semmai è "reazionario" se il termine lo riferiamo a quiella possibile soluzione del problema dell'emersione delle masse che fu il totalitarismo. Ma non credo che inquadrare il fascismo (o lo stalinismo, per certi versi) nell'ambito della reazione sia corretto. Fu detto per inerzia storica (i socialisti dell'ottocento effettivamente si battevano contro cose più vecchie di loro: poi, per proprietà transitiva, i loro oppositori divennero tutti reazionari; ma non è vero).


Per fortuna non tutto va così male.
Meno di un mese fa ero ad un convegno in memoria di una illustre giuslavorista, Cecilia Assanti, e sono volate parole assai pesanti nei confronti dell'abuso della giurisprudienza degli interessi.
Qualcosa di sta muovendo.


etienne64 | 25.07.10 17:29

Numquam autem de iuris fontibus investigationem "reactionariam" esse scripsi per se ipsam aut novi aliquid, sed contra eo magis vobis iuris peritis laborem fore puto, quod magni ponderis quaestionem hac tempestate esse atque gravissimam, totoque quidem orbe terrarum agitatam, ut cum reactionaribus tum cazzaribus relinqui non possit.
"Movetur aliquid" - inquis - et gaudeo, nec dubito quin ita res sint, ut ipsa saepe vobiscum demonstravi; quoque pacto equidem scripsi librum A. Sen(i) (cum aliis, profecto) legi oportere "de Iustitia".

Vale.

Francesca | 26.07.10 09:26

Stefano, non c'è dubbio che in posizioni come quella che descrivo ci sia "l'idea che, in fondo, il diritto è solo l'espressione di una volontà politica". Che in realtà, come molto giustamente scrivi, è un'idea non esattamente nuovissima (anzi è vecchia come il cucco, visto che se non sbaglio è quel che diceva già quello ]#@°§ di Trasimaco nella Repubblica di Platone).
Posto questo, cioè che da un bel po' di tempo sia i progressisti, sia i conservatori, sia i reazionari non hanno più problemi a riconoscere che il diritto produce un assetto degli interessi conforme agli interessi di chi detiene il potere, il punto non è voler sovvertire l'assetto giuridico attualmente vigente (questo, più o meno, lo vogliono TUTTI gli attori del processo politico): il punto è se si vuole buttare a mare, assieme con l'attuale assetto giuridico degli interessi, anche la rule of law, ovvero lo Stato di diritto. Questo, a quanto mi consta, non lo dicono affatto tutti.
Invece i due tizi di cui sopra auspicano, o dicono di auspicare, proprio questo.
E se vogliamo fare ai due tizi in questione la cortesia elementare di prenderli sul serio, questo non è semplicemente sollecitare " un movimento di opinione che ha l'attitudine o la speranza di riuscire ad imporsi e a far approvare una legge (una legge? una dichiarazione di volontà!) anti capitalisti", come dici tu: questo è voler mettere al posto della rule of law qualcos'altro. Cos'è questo "qualcos'altro"? Non lo so (anche perché il libro non l'ho finito); ma se metti insieme alcune affermazioni come:
-la democrazia che è un istituto occidentale che serve esclusivamente a tutelare le classi abbienti,
- il diritto di proprietà 'occidentale' è una creazione giusnaturalistica che serviva a espropriare i popoli primitivi,
- i diritti dell'uomo sono un discorso ("retorica") che serve come copertura ideologica al saccheggio,
secondo me si capisce anche dove si va a parare. Ricorda che la logica delle idee è ferrea non meno della logica del sistema giuridico (a definire ferreo quest'ultimo, era un notorio 'formalista' come Engels :)), e che dove non si dà universalità dei diritti là c'è l'Ancien Régime...

Luca | 26.07.10 19:28

Me think che al posto della rule of law ci possa essere solo il dispotismo. Il mio volere, la mia capacità di imporre il mio volere.
Gli è che il dispotismo non è esattamente una roba da ancient regime, insisto. Dal medioevo in qua gli europei hanno pensato che il potere avesse dei limiti. Per un certo periodo, nemmeno tanto lungo (diciamo dalle paci di Vestfalia alla Rivoluzione francese, un secolo e mezzo scarso) l'idea dei limiti del potere non ha avuto molto successo. Ma per quanto i sovrani bramassero il potere, i residuati medioevali hanno tenuto ben banco (parlamenti francesi, Diete tedesche, Cortes spagnole, ah sì pure quei petulanti rompicoglioni dei parlamenti inglesi -Carlo I mi sta simpatico, non so perchè-) fino alle costituzioni ottocentesche.
Dispotico era il Gran Turco, non il Luigi XIV (che pur bramava essere dispotico).
Il dispotismo di cui stiamo parlando oggi però è di matrice completamente diversa.
Questi non mozzano la testa ad un paggio per dimostrare le inesattezze anatomiche a Bellini: semplicemente non concepiscono altra chiave di lettura della società che non sia l'analisi di chi ha il potere e di come a lui toglierlo perché gli cada nelle loro manine sante.
E' vero che il tratto forte dell'ancient r. era la non universalità dei diritti: ma, parlando di dispotismo, i diritti non sono né universali , né particolari: semplicemente non ci sono (mozzo la testa al paggio per una discussione anatomica).


Stefano Slataper | 27.07.10 13:20

A parte che anche il Gran Turco non era neanche lui un "despota" secondo la tua definizione (anche il suo potere incontrava una sacco di limiti in autorità costituite, da quelle religiose - imam, rabbini, patriarchi - a quelle economiche -pensa solo ai consoli dei fondachi tedeschi, genovesi, livornesi o quant'altri, o ai reggenti delle città portuali, o ai capi delle varie Gilde), parliamo pure di dispotismo (senza dimenticare che anche i dispotismi novecenteschi non controllavano TUTTO, c'erano aree che opponevano resistenza e con cui bisognava trattare: il Re, la Chiesa, le grandi imprese, ecc.).
Su che se regge sto dispotismo? Perché se elimini la rule of law, la mera volontà dei governanti tenderà ad essere un tantino volatile. I dispotismi moderni si sono fondati su concezioni ben precise degli interessi e dei diritti (il disp. sovietico sull'universalismo operaio - tutti, allo scoppiare della rivoluzione mondiale, avrebbero goduto degli stessi diritti in tutto il mondo-, il disp. nazista sul particolarismo nazionalista -gli unici titolari di tutti i diritti sarebbero stati gli ariani tedeschi -, il disp. fascista sulla conciliazione degli opposti interessi -Nè destra né sinistra era lo slogan). Questo su che se regge? A occhio (ma ripeto, ancora è solo una mia ipotesi, il libro è orrendo e vado avanti pianissimo) di nuovo sul particolarismo etnico-religioso. Ritorniamo alla Legge di Dio, non perché questi siano religiosi (non lo sono), ma perché è l'unica alternativa oggi presentabile all'universalismo dei diritti (l'Illuminismo, insomma).

Luca | 27.07.10 13:52

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