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Polanyi letto da Braudel - (2)

Storicamente, bisogna parlare, a parer mio, di economia di mercato da quando vi è fluttuazione dei prezzi fra i mercati di una certa zona, un fenomeno tanto più caratteristico in quanto si verifica attraverso giurisdizioni e sovranità diverse. In tal senso, esiste economia di mercato assai prima dei secoli XIX e XX (...) Fin dall'antichità i prezzi oscillano: nel seoclo XIIII oscillano già nel loro insieme attraverso l'Europa. In seguito l'unisono andrà precisandosi con eccezioni sempre più limitate: perfino i minuscoli borghi del Faucigny, nella Savoia del Settecento, un paese d'alta montagna poco propizio ai collegamenti, vedono i prezzi oscillare, da una settimana all'altra, su tutti i mercati della regione, secondo i raccolti e i bisogni, ossia secondo l'offerta e la domanda.

Detto questo, non pretendo certo, al contrario, che questa economia di mercato, vicina alla concorrenza, ricopra l'intera economia. Non vi arriva nemmeno oggi, più di ieri, benché in proporzioni e per ragioni affatto diverse. Il carattere parziale dell'economia di mercato può dipendere, in effetti, sia dall'importanza del settore autosufficiente, sia dall'autorità dello Stato che sottrae parte della produzione alla circolazione commerciale, sia pure - e forse ancor più - dal semplice peso del denaro che può intervenire artificialmente, in mille modi diversi, nella formazione dei prezzi. L'economia di mercato può dunque essere sabotata dal basso o dall'alto, nelle economie arretrate o in quelle più avanzate.

Quello che è certo è che accanto ai non-mercati, cari a Polanyi, vi sono anche, da sempre, scambi a titolo oneroso, per quanto modesti siano. Seppur mediocri, dei mercati sono esistiti fin dalla più remota antichità (...) poiché il mercato può presentarsi come un villaggio itinerante, a immagine della fiera, una specie di città fittizia e ambulante. Ma il passo essenziale di questa storia interminabile è l'annessione, un bel giorno, da parte della città di mercati fino a quel momento mediocri. Essa li inghiotte, li fa crescere fino alle proprie dimensioni, se a sua volta ne subisce la legge. Il fatto più importante  è indubbiamente l'introduzione, nel circuito economico, della città, unità pesante. Il mercato urbano sarebbe stato inventato dai fenici: è possibile. Comunque le città greche, quasi coeve, hanno installato tutte un mercato sull'agorà, la loro piazza centrale; esse hanno del pari inventato o quanto meno diffuso la moneta, un evidente moltiplicatore, quando non rappresenti la condizione sine qua non del mercato.

La città greca ha conosciuto anche il grande mercato urbano che si rifornisce su lunga distanza. Poteva essere diversamente? In quanto città, è incapace, non appena raggiunge una certa grandezza, di vivere della sua campagna vicina, pietrosa, arida, non di rado poco fertile. Il ricorso ad altri si impone, come più tardi alle città-Stato italiane, fin dal secolo XII, se non prima. Chi nutrità Venezia, poiché - da quando esiste - non possiede che magri orti, strappati alle sabbie? Più tardi, per padroneggiare i lunghi circuiti del mercato su lunga distanza, le città commerciali italiane supereranno lo stadio dei grossi mercati, metteranno in piedi l'arma efficace e quasi quotidiana delle riunioni dei ricchi mercanti. Anche Atene e Roma, del resto, non avevano creato i livelli superiori della banca e delle riunioni cui potremmo dare in qualche modo  il nome di 'borsa'? In complesso, l'economia di mercato si sarebbe formata passo passo. Come diceva Marcel Mauss, 'sono le nostre società d'Occidente che hanno fatto molto recentemente dell'uomo un animale economico'.  (...)

L'evoluzione non si è fermata ieri, ai bei giorni del mercato autoregolatore: su spazi enormi del pianeta, per sterminate masse di uomini, i sistemi socialisti, col contgrollo autoritario dei prezzi, hanno messo fine all'economia di mercato. Quando questa sussista, ha dovuto ricorrere a ripieghi, accontentarsi di attività minuscole (...) Secondo   taluni economisti  d'oggi, il mondo 'libero' conosce una singolare trasformazione. L'accresciuta potenza della produzione, il fatto che gli uomini in grandi paesi - non tutti, beninteso - abbiano superato lo stadio della carestia e della penuria e si trovino senza grandi preoccupazioni per quel che riguarda la loro vita quotidiana, la crescita prodigiosa di grandi imprese, spesso multinazionali, tutte queste trasformazioni hanno rovesciato l'antico ordine del mercato sovrano, del cliente re, dell'economia di mercato decisiva. Le leggi di mercato non esistono più per le grandi imprese, in grado di pesare sulla domanda grazie a una pubblicità altamente efficace, di fissare arbitrariamente i prezzi. Galbraith ha descritto in un libro assai chiaro ciò che definisce 'sistema industriale' (...) François Perroux arriva a dire: 'l'organizzaizone, questo modello assai più importante del mercato'.

Eppure il mercato sussiste: mi è possibile entrare in una bottega, andare in un normale mercato, fare la prova della mia mdoesta 'regalità' di cliente e consumatore. Così pure, per il piccolo fabbricante - prendiamo il classico caso della confezione - preso d'imperio entro il gioco di una concorrenza molteplice, la legge del mercato esiste sempre in pieno. Galbraith non si propone forse, nel suo ultimo libro, di studiare 'molto da vicino la giustapposizione delle piccole imprese - quelle che chiamo [dice] il sistema di mercato - e del sistema industriale', rifugio delle grandi imprese? Ma Lenin diceva all'incirca la stessa cosa, quando parlava della coesistenza di ciò che definiva 'imperialismo' (o capitalismo monopolistico, nato agli inizi del secolo XX) con il semplice capitalismo, utile questo, a base concorrenziale, a suo modo di vedere.

Sono del tutto d'accordo con Galbraith e con Lenin, con la sola differenza che la distinzione settoriale fra quello che io chiamo 'economia' (o economia di mercato) e 'capitalismo' non mi sembra una caratteristica moderna, ma una costante dell'Europa, fin dal Medioevo. E con quest'altra differenza ancora: che bisogna aggiungere al modello preindustriale un terzo settore, il piano terreno della non-economia, una sorta di humus in cui il mercato affonda le radici, ma senza afferrarla nella sua massa. Questo piano terreno rimane enorme. Al di sopra, la zona per eccellenza dell'economia di mercato moltiplica i suoi collegamenti orizzontali fra i diversi mercati: un certo automatismo vi collega solitamente offerta, domanda e prezzi. Finalmente, accanto o melgio al di sopra di questa falda, la zona del contromercato è il regno dell'arrangiarsi e del diritto del più forte. Qui si colloca per eccellenza il campo del capitalismo: ieri come oggi, prima come dopo la rivoluzione industriale.

(F.BRAUDEL, Civiltà materiale, economia e capitalismo. II: I giochi dello scambio, Torini, 1981, p. 215-217)

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