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L'architettura romana e noi

L’architettura e l’urbanistica sono tra le attività umane più legate alle strutture e agli organismi sociali e politici: lo sono state soprattutto nel mondo antico. Oggi tale legame tende a non essere più così stretto, sicuramente per l’impreparazione dei politici: meglio, degli amministratori pubblici, in primo luogo in sede locale (…) Vi è complementarità tra città materiale e configurazione sociale della cittadinanza. Nel mondo romano, più che nel mondo moderno, lo Stato modella lo spazio urbano secondo le proprie strutture ideologiche. Il potere è in grado di definire e dichiarare la propria ideologia attraverso epigrafi, statue: può farlo anche attraverso architetture e complessi architettonici in cui si riconosca – in maniera altrettanto se non più diretta che attraverso la lettura di un’epigrafe o l’apprezzamento di una statua – l’istituzione e la natura del potere stesso. Questo era già prima di Vitruvio. Si pensi al complesso voluto da Pompeo nel Campo Marzio, su terreno privato, presso la sua villa: esso comprendeva, in sequenza, il primo teatro in muratura di Roma, un grande quadriportico con giardini, la curia per le riunioni del Senato fuori dal pomerio. 

Questa connessione riflette chiaramente un modello monarchico orientale (Pergamo, Alessandria…), proponendo una netta subordinazione del Senato a quella che nei fatti vuole apparire come una dinastia. Il fenomeno si fa più esplicito con Cesare, il quale rimodella la curia nel Foro Romano facendone un ingresso monumentale al suo Foro. Diviene meno aggressivo forse, certo più esteso, con Augusto: si va dalla ristrutturazione in senso dinastico del Foro Romano, alla creazione della sintesi simbolica del suo proprio Foro (riproposto in molte città dell’impero, in maniera rilevante nelle capitali delle tre Hispaniae). Con il principato, l’interazione tra città-immagine (o immagine di città) e città pianificata diventa fortissima: ne sono esempi eclatanti le colonie augustee del Piemonte (Aosta, Torino, Benevagienna). La morfologia urbana e i tipi dell’edilizia pubblica sono strumenti per mobilitare  l’opinione pubblica e condurla al consenso. Quando non è l’immagine globale della città, è quella di una sua parte, un teatro, ad esempio, a descrivere simbolicamente la struttura sociale della città e i benefici effetti che ne derivano al vivere. Un dato emerge prepotente: l’integrazione della rete viaria nel programma monumentale degli edifici e spazi pubblici come in quello dell’iniziativa privata abitativa. Il muoversi per alcuni secoli su questa linea di identità concettuale di tutti i componenti della città, edifici, strade, piazze, e impedisce generalmente dissonanze e squilibri, garantisce nei fatti la dialettica tra i componenti stessi. Questo, sì, in forme variate in relazione alle varie realtà storiche e ambientali. Forme comunque inserite in un linguaggio comune (in cui il sistema grammaticale degli ordini può sposarsi al sistema costruttivo dell’arco), che proprio opere come il De Architectura vitruviano hanno contribuito a creare.  L’identità concettuale di tutti i componenti ha sempre mirato all’armonia di proporzioni grazie all’applicazione di un sistema di misure antropometrico, le cui grandezze risultano facilmente commensurabili e componibili. Scrive infatti Vitruvio (III, I, 5): Nec minus mensurarum rationes, quae in omnibus operibus videntur necessariae esse, ex corporis membris collegerunt, uti digitum, palmum, pedem, cubitum. L’amorfo sistema metrico digitale, privo di suddivisioni in parti componibili tra loro, soppianta la componibilità delle misure antropometriche (grazie anche alla sua comoda suddivisibilità in parti decimali). A causa dell’anarchia delle misure  che così ne deriva, nonostante la nostra superiorità tecnologica, la maggioranza delle costruzioni moderne non può essere paragonata agli edifici antichi dal punto di vista composizionale.

(S. MAGGI, Introduzione a Vitruvio, Architettura, Milano, 2003, pp. 32-35)

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