La nuova piccola borghesia - (2)
La generazione politicizzata e ribelle, contestatrice e rivoluzionaria di qualche tempo prima, mostrava quasi all'improvviso un volto o una maschera diversi. Sembrava realizzare davvero alcune malevole profezie. Dal 68 era nato il nuovo Ceto Medio, la nuova Middle Class, la nuova Piccola Borghesia. (...)
Questo nuovo ceto in formazione e in via di assestamento aveva davanti a sé tutto un orizzonte di aspettative : articolazione decentrata dello Stato sociale, ingresso (desiderato) del maggiore partito operaio nell'area di governo, estensione degli apparati e delle burocrazie. Il sindacalismo dei ceti medi 'proletarizzati' si trasformava in corporativismo. Dell'intellettuale tradizionale si cominciavano ad apprezzare di nuovo le caratteristiche qualitative, inventive e creative, ma se ne dimenticavano, come inattuali e desueti, il disagio morale, la coscienza infelice e divisa, il populismo. Fra l'incredulità di molti, poco prima e poco dopo la metà del decennio Settanta, qualche economista e qualche sociologo ricominciava a parlare con una particolare insistenza di questa entità trascurata e dimenticata: appunto la Piccola Borghesie. Ne parlavano per esempio Ermanno Gorrieri ... e Alessandro Pizzorno. ... E ne parlava Paolo Sylos Labini (...)
Queste lunghe citazioni erano necessarie per richiamare più vivamente possibile il rapporto di contiguità e di osmosi che nell'ultimo decennio ha tenuto insieme tre elementi ben visibili del panorama italiano:
-la crisi, la sconfitta e la metamorfosi culturale di tutta la Sinistra;
-la presenza diffusa e pervasiva di un nuovo 'ceto emergente', composto in prevalenza da individui e gruppi che vengono da sinistra ma che tendono ad abbandonare comportamenti e valori 'di sinistra' per affermarsi, di fatto, nella società così com'è;
-la riscoperta della Letteratura (della 'creatività' e in genere dei 'valori culturali') come attributi di ceto e come status symbol: mezzo di autoaffermazione e promozione più che veicolo di conoscenza, sintomo di conflitto e immaginazione alternativa.
Forse si tratta di una maligna suggestione, ma niente ha fatto pensare recentemente alle descrizioni classihce o a quelle aggiornate della Piccola Borghesia quanto l'onnivoro trasformismo dei tipi intellettuali presenti sulla scena. Anche la produzione e il consumo di letteratura sembrano essere anzitutto un modo di esprimersi di questa classe o quasi classe difficilmente definibile. Quelli che nella seconda metà degli anni Settanta venivano chiamati i 'nuovi Soggetti Sociali' (soprattutto giovani scolarizzati e donne emarginate dai luoghi di produzione e di potere), politicamente e sindaalmente molto combattivi, hanno visto in seguito frustrate le loro aspettative più ambiziose e, costetti sulla difensiva dalla mutata situazione politica, hanno cambiato pelle. Culturalmente si rifugiano in una Nuova Soggettività pronta a dare fondo all'intera produzione culturale, opportunamente manipolata e ridotta in briciole, pur di crearsi una confortevole immagine di sé, un'identità attraente e suggestiva. E' questo il pubblico più vasto e anche più 'avvertito' della cultura. Un pubblico ipersensibile ad ogni richiamo, che si è riconosciuto, contemporaneamente, nei film di Wim Wenders e di Nanni Moretti, che adora New York e la 'finis Austriae', che legge e tiene sul comodino Il nome della Rosa perché è un libro divertente e istruttivo, che non manca di curiosare ansiosamente tra le pagine di 'Alfabeta', che consuma in tutte le forme qualsiasi cosa abbia a che fare con Nietzsche e la psicanalisi, che si porta sempre dietro un libro Adelphi come si porta un distintivo di riconoscimento, che considera il Beaubourg la più alta manifestazione della cultura contemporanea. In questo pubblico 'intelligente' (a cui da sempre si rivolge un settimanale come 'l'Espresso') c'è in realtà molto candore, un atteggiamento di fondo essenzialmente acritico e soprattutto una sete inestinguibile di identità, di identificazione, di adeguamento e di appartenenza. la letteratura entra a far parte oggi del suo perpetuo maquillage culturale come un ingrediente particolarmente ricercato e apprezzato.
Così, qualcosa di blandamente letterario, di letterariamente accattivante, di esteticamente ammiccante si trova ormai, in dosi sempre più consistenti, nella corrente produzione giornalistica, filosofica, filosofico-giornalistica, storiografica e politologica: ma senza che questo comporti un reale miglioramento della qualità della prosa e delle elaborazioni intellettuali che in quella prosa vengono espresse. L'aggiunta di qualche ghirigoro letterario o la forma della story in cui ci vengono servite recensioni telvisive, cronache calcistiche e commenti politici (più raramente) sono quote aggiuntive di 'letterarietà' la cui funzione è solo di rendere appena commestibili dei contenuti scadenti. Quando 'avere stile' diventa una specie di obbligo sociale, si assiste a tutta una serie di improvvisazioni grottesche (...) Prima ancora che arrivasse qualche libro capace di fornire una rappresentazione critica e un ritratto attendibile della nuova middle class italiana, della sua cultura e posizione sociale, questa classe si è impadronita di nuovo dello 'strumento letterario' che tempo fa le era sembrato superfluo e improduttivo: ed ora se ne serve non certo a fini di autocoscienza (autodenuncia) ma, beninteso, a fini di autopromozione spirituale. In poesia, d'altra parte, la situazione è ancora più oscura che nella prosa. Da quando il solo pubblico della poesia sono gli autori, il pubblico in quanto tale, cioè in quanto rappresentante di un 'principio di realtà', ha cessato quasi completamente di esistere. Al suo posto troviamo una folla di produttori potenziali che aspettano con impazienza il loro turno, generalmente sordi ad ogni messaggio che richieda una certa dose di silenzio, di passività ricettiva e di attenzione disinteressata per essere accolto.
(A.BERARDINELLI, L'esteta e il politico, Torino, 1986, p. 68-75)