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Avanguardie e modernità - (4)

In realtà, nella Letteratura e nel Romanzo, c'erano più cose di quante la filosofia letteraria di quegli anni riusciva ad immaginare. Prima di essere una rigida struttura a priori, un modello epistemologico da rovesciare e far saltare, il grande romanzo borghese fra il XVIII e il XIX secolo, anzitutto in Inghilterra, Francia e Russia, è stato uno strumento e un veicolo formidabile di conoscenze e analisi empiriche, un insuperato repertorio di descrizioni, tipologie e immagini di destini psico-sociali. Le scienze umane (...) non sarebbero concepibili senza l'enorme contributo conoscitivo e diagnostico fornito dal romanzo. Isolare il momento puamente estetico, formale e strutturale ha portato a credere in una sorta di ingenuo progressismo delle forme narrative, sempre più 'aperte', 'avanzate' e libere da ogni contenuto empirico. Dato questo dominante interesse per le forme estetiche in sé prese, non è un caso che le dislocazioni e le metamorfosi dei generi letterari e del loro potenziale storico siano per lo più sfuggite all'analisi. Per esempio, due forme eminentemente 'impure', e quindi di difficile definizione estetica, come il reportage e il saggio, non hanno molto attirato l'attenzione dei teorici neo-formalisti e neo-avanguardisti. Sia il reportage che il saggio mettono in particolare difficoltà l'idea di 'specifico letterario' e di funzione letteraria dominante elaborata da Jakobson (...) 

L'avanguardia ha contestato, negato e svuotato la tradizione letteraria. Ma ora si tratta di adoperarla. Non come arte o anti-arte, ma come esempio, repertorio, strumento e materiale da costruzione.

(A. BERARDINELLI, L'esteta e il politico, Torino, 1986, p. 38-41)

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