Carestie di antico regime
Tuttavia in Europa le culture miracolose - il mais, la patata - penetrano tardi, e i metodi dell'agricoltura intensiva moderna si impongono lentamente. Per queste ed altre ragioni la carestia continua a visitare e devastare il continente, creandovi dei vuoti (...) Ogni bilancio nazionale è estremamente pesante. La Francia, che è un paese privilegiato, se mai ve ne furono, conosce dieci carestie generali nel secolo X, ventisei nell'XI, due nel XII, due nel XII, quattro nel XIV, sette nel XV, tredici nel XVI, undici nel XVII, sedici nel XVIII. Questo elenco, formato nel Settecento, viene qui offerto con molte riserve: rischia soprattutto di essere ottimista, poichè trascura centinaia e centinaia di carestie locali, che non sempre coincidono con questi disastri complessivi. Così nel Maine, nel 1739, nel 1752, nel 1770, nel 1785; così nel Sud-Ovest, nel 1628, nel 1631, nel 1643, nel 1662, nel 1694, nel 1698, nel 1709, nel 1713. Lo stesso si potrebbe dire per qualsiasi altro paese d'Europa (...) Un'altra statistica: Firenze, in una regione non particolarmente povera, conosce, fra il 1371 e il 1791, 111 anni di carestia contro 16 di buoni raccolti. E'vero peraltro che la Toscana è montuosa, specializzata nella vigna e nell'ulivo, e che già prima del Duecento è in grado di contare, grazie ai suoi mercanti, sul grano siciliano, senza il quale non potrebbe certamente sussistere. D'altra parte non si deve credere che le città, avvezze a lamentarsi, siano le sole ad essere esposte a tali colpi della fortuna. Hanno i loro magazzini, le loro riserve, i loro monti frumentari, i loro acquisti all'estero, tutta una politica di previdenti formiche. In modo solo apparentemente paradossale, le campagne soffrono ben più dei centri urbani. Dipendendo dai mercanti, dalle città, dai signori. il contadino non dispone quasi di riserve. In caso di carestia, non ha altra soluzione che di rifugiarsi in città ... inserirsi nelal calca, mendicando per le vie, spesso morendovi, coem a Venezia o Amiens ancora nel Cinquecento, sulle pubbliche piazze. Le città furono preste costrette a difendersi da queste regolari invasioni, non solo di mendicanti dei dintorni, ma di veri e propri eserciti di poveri, che spesso giungevano anche da molto lontano.
(F.BRAUDEL, Civiltà materiale, economia e capitalismo. I. Le strutture del quotidiano, Torino, 1993, p. 45-47)
Commenti
Ciao Luca!
Ma lo sapevi che Cacciari è un sostenitore della decrescita?
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No, ma non mi sorprende. Quello è uno che teorizzava la separazione tra economia e socialismo già negli anni sessanta...
Ah, Ale: questo qua è Paolo Cacciari (non il Massimo filosofo/sindaco :)))
Alessandro,
ti pare che, anche senza consultare le eroiche citazioni di Luca su "materialismo e marxismo", si possa immaginare che Massimo Cacciari scriverebbe:
"Serve un mutamento delle relazioni sociali che reggono i modi di produzione e di consumo"?
aaaargh, che svista!!!!! :-DDDDDD
grazie Luca!!!
ma io non so mica più cosa mi pare... :)
ma ti prego aiutami: è esattamente il contrario, giusto? Sono i modi di produzione che determinerebbero i sistemi sociali, o no? :-/
Sì, Ale, è esattamente il contrario.
Ma d'altra parte il Cacciari della decrescita (Paolo) è già ben "oltre" Marx, che non va più bene perché è stato "il teorico dello sviluppo e delle illimitate potenzialità trasformatrici del lavoro". Essere "oltre Marx", beninteso, in questo caso non vuol essere dire più avanti, significa essere (parecchio) più indietro: tornare a San Tommaso, alle gilde medievali, alle società organiche ancien régime, a Menenio Agrippa.